Di Giammarco di Biase
Bisognerebbe che noi perdessimo Cioran.
Per una serie di volte, sotto gli occhi, mentre cerchiamo di renderlo immediato a tutti i costi nei social, nel mondo inautentico dei post, delle immagini che moltiplicano le maschere. Cioran non si può interpretare, anzi è maniacale cercare di assoggettarlo ai massoni del web. Si rischia l’imbottitura, la fagocitazione larga dello strumento e della tecnica nei suoi ultimi anni di vana gloria. Molti (anche in questi secondi in cui scrivo questo articolo) lo rendono parziale, cioè instragrammabile, vanesio: un reel ossesso e di lusso che riutilizza l’aforisma e che lo smonta disattivandolo dalla sua enorme filologia, irretendolo. Così, l’esegesi dei suoi testi si slaccia in un falso pensiero torrenziale finendo per congestionarsi. È vero, la filosofia del filosofo di cui stiamo parlando è gustosa, incontenibile, ricca di pathos e di cacciagioni. Si prende qui e lì e lo si riporta come peli di gatto sulla calvizie. Prendere questa frase e non quest’altra, farne didascalia per una foto allo specchio a piedi nudi. Potremmo sostenere che la sua filosofia sia a tutti gli effetti oltre che sapienzale anche istrionica: nello stile contagiata dal morbo del lirismo (che Cioran respinge come un mostro), ammalata dalle belle parole. Ma il nostro filosofo odierebbe tutto questo, soprattutto odierebbe che la sua parola si prenda a vizio con tutta la sua chiave seduttoria. In poche parole, negli ultimi anni c’è chi crede che Cioran sia prodigioso, che compia un effetto di sorta. Tutto questo lo squalificherebbe perché la sua scrittura certamente appassionata e fedele all’incorreggibilità non è soprannaturale. No, non è soprannaturale, anzi è la sua contrapposizione: non ci sono i fatidici fuochi d’artificio del miracolo dopo la croce. Cristo ritorna, Cioran non ama lo spettacolo di questa pirotecnica sia nella misura sacra che nell’archetipo laico. Svincolato dall’appariscenza dei colpi di scena (come direbbe Amoz Oz nei suoi libri) è più uno spettatore che un artificiere. Cioran non è il filosofo dei nostri tempi schermati, non è minimamente un contemporaneo e lo specchio feticistico della nostra generazione se ne innamora come un Narciso sdentato. Non è assolutamente godibile. Nessuno potrà mai, con un minimo di senno, definirlo irresistibile. Gli esercizi negativi appena usciti per Adelphi sono stabiliti sulla base dei 447 fogli conservati nel Fondo Cioran della Bibliotèque littéraire Jaques Doucet. Esercizi negativi era il titolo originariamente scelto dall’autore per il Sommario di decomposizione.

Avevo diciassette anni e credevo nella filosofia. Ci credevo con l’ardore del parvenu e di chi non si sente al passo con la cultura, con quella sete di istruzione tipica dei giovani dell’Europa Centrale, desiderosi di impossessarsi di tutte le idee, di leggere tutti i libri, e di riscattare, avidi di sapere, il proprio passato vergine, ignorante e umile. Avendo deciso di conoscere tutto, dovevo divorare indiscriminatamente tutto quanto era stato pensato e concepito; la prima cosa che affronta il barbaro è l’astrazione perché è quella che più lo abbaglia; se ne impregna, la mescola al proprio sangue, che dapprima la rifiuta per poi assimilarla come un veleno. Lascio la Transilvania, vado a Bucarest, e divento studente di filosofia. Mi ci dedico con uno zelo di un Ottentotto risvegliato di colpo al pensiero.
Nel primo paragrafo si licenzia quindi così: un inizio di un dialogo aperto sempre fluttuante. Cioran prima della filosofia, l’uomo prima della scienza (e come vedete scrive bene, benissimo: come un letterato? Attenzione, domanda di difficile comprensione!). Il filosofo prima di se stesso è un parvenu, un europeo come tanti nostri. Forse anche come me: famelico di sapere, con una sete da ammortizzare. Eppure di sé, il ragazzo ancora sui libri, ci ha donato un’interessante cartolina (una chicca eccellente) grazie al recupero adelphiano di questi documenti. Non possiamo eludere le abilità di Cioran ma, come già detto prima, egli resta sempre fluttuante, un magma astrale che si ripete intermittente sulla scapigliatura dei viventi. Cioran ci circonda ma noi non abbiamo niente di lui, e non sono un pazzo: lui ci fa da aurora! Cangiante, così sparso. Critico eccelso e pernicioso tanto da sembrare un vero critico: non si fa specie, non si fa il minimo scrupolo di odiare Sartre.
Tanta energia negli artifici dell’intelletto, tanta facilità nell’abbandonare tutti gli ambiti dello spirito e della moda e tanta esasperazione per essere a ogni costo contemporaneo. Sartre è un conquistatore, attualmente il più prodigioso. Nessun problema gli resiste, nessun fenomeno gli è estraneo, nessuna tentazione lo lascia indifferente: tutto per lui si presta a essere abbordato e vinto, dalla metafisica al cinema. È un impresario di filosofia, letteratura, di politica, il cui successo ha soltanto una spiegazione e soltanto un segreto: la sua mancanza di emozione; non gli costa niente affrontare qualsiasi cosa, poiché non ci metto nessun accento personale, e tutto non è se non il frutto di un’intelligenza omnicomprensiva, immensa, la più notevole al mondo.
Qui dentro, in questo spazio cioraniano, sicuramente il più attento lettore troverà un linguaggio arguto ma vigilato eppure doppio. Mi spiego meglio: non c’è dubbio che Cioran sia furbo, che sia portato a scrivere la parola tragica e proprio per questo a raggiungere grandi ellissi di ironia. Uno smacco che però non si compiace. Ne il “Caso Sartre”, all’interno della realtà del sottinteso, parla già appieno del suo filosofare; siamo lontani anni miglia del Cioran parvenu. Cioran ha già letto tutto: passa per Hegel, L’Essere e il Nulla, Kierkegaard e sa benissimo di come egli occupa la sua filosofia. E infatti, più che parlare di Sartre (bisogna che si capiscano bene questi finti “effetti di crudeltà”!) annuncia se stesso. Non come ascesa (che se ne guardi bene da questo) ma come apprensione per la sua penna. Ci sono parole chiave in questi flussi co-attivi che non possono essere male interpretate perché Cioran non si interpreta. Ne “Il caso Sartre”, all’inizio di questo libricino di poco più di duecento pagine, Cioran dice qual è il merito dei grandi filosofi (come lui): avere un accento personale, la presenza di emozione, di sangue. Altrimenti si finisce per essere, detto ciorianamente, pensatori senza destino, pur avendone uno, straordinario, ma del tutto esteriore. Adesso, lontani da qualsiasi abuso social, abbiamo finalmente inteso l’esistenza di Cioran, il suo costume prima ancora che la sua filosofia, il suo atto di saper fare astrazione.

