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Orribile fiera, le parole negate

In Ogni volto d’uomo (Il Convivio) la poesia non è quel tipo di esercizio lirico che riporta il sentire di chi scrive nel puro ripiegamento dell’io che pensa sé stesso in relazione agli altri, trasformando questi altri in corpi astratti, nati per essere evocativi. Al contrario, Tomaso Tiddia costruisce un libro che assume come proprio centro un paradosso antico e sempre riattivabile: parlare dell’uomo solo nella misura in cui si accetta di non poterlo mai esaurire. Il “volto” evocato dal titolo non è un’identità riconoscibile, non è un ritratto, ma una soglia sottile, in cui passaggio e sparizione si fondono, in maniera quasi reticolare. Ogni testo sembra funzionare come un frammento autosufficiente che, tuttavia, rifiuta l’autonomia: ciascuna poesia rimanda alle altre, come se il libro fosse un unico respiro articolato in molte pause.

C’è in Tiddia una densità molto personale, che ha molto a che vedere con l’aspetto semantico della parola, ed è un tratto che a questa raccolta dona una sorta di postura misurata.
Il corpo è sempre il punto di contatto, non il limite. Mani, occhi, bocche, ferite, ossa attraversano il libro come unità minime di senso, mai descritte secondo un ordine realistico o fisiologico, ma sottratte fin dall’inizio a ogni tentazione naturalistica. Il corpo diventa campo simbolico, archivio di memoria, superficie su cui il tempo incide senza mai stabilizzarsi in forma definitiva.

Il volto, ancora lui, in particolare, assume una funzione centrale (non a caso ha il profilo del titolo) anche se non è mai maschera psicologica. È una figura liminale, il Vultus che attraversa i testi è una figura teologica senza dogma: non rimanda a un dio nominabile, ma a una presenza diffusa, impersonale e insieme profondamente incarnata, che circola tra vivi e morti, tra biografia e storia, tra esperienza individuale e catastrofe collettiva. Il sacro, qui, in senso poetico, non redime né ordina ma resta come traccia, come pressione costante esercitata sul linguaggio.

Giulia Bocchio


Poesie scelte 

 

Varca il silenzio in cui accampasti
la tua tenda di pastore del nulla,
il prepotenziare della tua parola
che asciugasti sino al fossile
in una culla di memorandum.
Fratello, non senti fratello
come è tutto ancora più semplice
di questa mineralizzazione, di questa
scala di vertebre in bella mostra,
culturismo dell’eternità?
Onora i tuoi piedi, non il teschio,
bevi nel loro leggero incurvarsi
il volto che non fosti, fatti soffio.

*

Chi vede tutto non vede niente,
rastrellati i tuoi giorni dalle SS
e caricati sul treno delle ombre
viaggiano le vene della memoria

e della storia in un’altra storia,
in un’altra memoria, senza storia
e senza memoria, Euridice scompare
perché Orfeo non ha fede e dura

la paura fin dentro la morte se il mare
non supera la montagna, se i mari
e le montagne non vanno alle stelle.

*

Ho portato tutti i libri al ballo,
potando i chiari della mia ignoranza
con un ultimo desiderio, ma la poesia
accennava da un non nato giro
di danza, feria della mia stanza,
orribile fiera, le parole negate
per non offendere l’altrui speranza,
risorgere della sconosciuta,
parola che non ha parola, nascere in luogo
di nascere, stelle del confine
in cui si apparecchiano i volti
che sono i pugni che fanno la faccia.

*

In quanti stati sei stato?
Dei tanti mi auguro
non ti sia trattenuto
in alcuno, che nessuno
ti abbia buggerato
e tu sia stato variato
dalla grande mano
come lei fa con le nuvole,
ogni giorno della tua vita,
o giovane esploratore d’amore.
Perché ogni stato è uno
solo dopo essere stato tutti.


 

Tomaso Tiddia è nato nel 1965 a Cagliari, dove vive e lavora come libraio. Ha pubblicato due raccolte di poesie, L’azzurro e il rosso cielo per le edizioni Transeuropa e Sconosciuti fratelli per Rp Libri. Ogni volto d’uomo è il suo terzo libro.


In copertina: Egon Schiele, Triplo autoritratto, 1913

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