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I desideri acerbi e le colpe mature dell’adolescenza

Di Annachiara Mezzanini

 

Magda Inari non è un corpo. È una voce. 

La sua voce sono gli occhi di Claudia ed Elvira, sorelle immerse nella campagna sicula, adolescenti sole che crescono all’ombra di un pino e di una madre. Sia l’albero sia la genitrice sono destinati a scomparire, mentre le due ragazze impareranno a crescere e farsi donne.
Claudia è razionalità. Il suo sguardo è ciò che noi lettori vediamo; la sua prospettiva sulle cose è il palcoscenico che osserviamo per dedurre la trama dello spettacolo. Il suo racconto è uno spicchio di vita, un preciso momento dell’adolescenza che segna inavvertitamente il destino delle protagoniste. E di tutti noi. Sono i diciassette anni, quelli spesi a scoprire il proprio corpo, sbirciando di nascosto quello di nostra sorella. Anche se più piccola di poco, le sue forme che si prendono sempre più spazio, pur rimanendo minute, attirano l’attenzione e assomigliano in modo spaventoso alle nostre. E, nello stesso spavento, differiscono con crudeltà.

I diciassette anni sono quelli degli ormoni e dell’inevitabile scontro con il sesso opposto. Il disinteresse, la disillusione, il frastuono e il fastidio. 

I diciassette anni sono quelli del disincanto. Mentre vai a scuola a piedi e poi stipata nella macchina del cugino, mentre ascolti le prediche a messa, mentre aspetti che la domenica finisca per tornare nella tua casa distante, scopri quanto possano fare rumore le parole e i baci schioccati sulle guance, soprattutto quando questi sono impressi da labbra appiccicose che non desidereresti affatto ti sfiorassero. 

Elvira è emozione. La sorella minore, quella ancora da proteggere, sbocciata con anticipo rispetto alla propria stagione. Avvinghiata alle lenzuola, nel letto condiviso, ti alita addosso i suoi pensieri e le sue certezze. Lei che si è avvicinata così velocemente e terribilmente a quella porzione di vita ancora sconosciuta, fatta di parole e sguardi rubati, carezze sfiorate e poi forzate. Lei che indica ancora con il dito il punto tra l’occhio e la fronte, esattamente lì dove l’emicrania si fa sentire. Lei che custodisce in sé un segreto che, dalla violenza e con violenza, le cresce in grembo. 

Claudia, l’altra, che la aiuta, sbattendo forte la testa contro il muro. Il pugno alzato in aria, pronta a colpire la faccia arrogante di chi, sotto a un ciuffo di capelli ingellati, ha imparato a maneggiare le donne osservando il padre e le sue maniere.

 


La storia si apre con un ricordo e un abbandono. Una presenza mancata e una che ne sostituisce il ruolo, ma non l’affetto. Quando Norma, la madre, decide di fuggire da quella casa isolata, protetta soltanto dal latrato incostante di Mina, la cagna tenuta alla catena, le ragazze erano poco più che bambine. Pe’, il padre, riaffiora ogni tanto, finito il lavoro lontano. Al posto di quella madre strana e assente, una sequela di nuovi-vecchi parenti inciampando di continuo sullo zerbino di casa per una visita, per trattenere le malelingue del paese, per tenervi d’occhio mentre crescete fragili, senza mamma. Perché se il babbo è assente, non c’è motivo di preoccuparsi. Quello è uomo. Ma se una mamma scappa, lasciando le proprie figlie in balia delle maldicenze, allora quella si che è una mancanza di vergogna e di ritegno.

Aurora è una donna rimasta sola, ferma sulla sua posizione di vedova e di madre, colonna portante della casa. Nonna paterna attenta al telefono che suona e alle abitudini cittadine più che all’amore naturale verso altre creature, diverse dalla propria spilla a forma di falena o alla propria reputazione.  

Davide è il cugino che sa come farsi rispettare dai propri coetanei, che saluta baciandovi sulle guance, tenendo per il fianco Elvira. Davide è la faccia tosta che guarda il mondo da sotto il suo ciuffo di peli, che si prende le proprie soddisfazioni con la forza, impartendo lezioni che, a sua volta, ha assimilato per osmosi. La sfrontatezza dei suoi anni e del suo sesso; il privilegio di non dover alzare un dito in casa, se non contro il corpo di qualche donna. Il frutto di anni di tradizioni e di giustificazioni fatte dai maschi per i maschi. Uno di famiglia. 

Michele è novità e piacere, calli e sudore, lavoro e sentimento. Una presenza gentile. Forse. 

Questi sono i volti, i nomi che si rincorrono lungo le pagine di Non anima viva, esordio dell’inesistente Magda Irani per STC Edizioni. Un libro immerso nelle viscere di una terra agli inizi del nuovo millennio, ma ancora profondamente legata a convinzioni del passato. Un libro intimo, a tratti crudele, che racconta la vita di periferia in un’isola ai limiti del mare, dove crescere come donna è molto spesso una questione complicata, che implica delle colpe imprescindibili. La forza viscerale che lega due sorelle è la spinta che le lancia nel buio, oltre il quale comincia la vita adulta. Una vita connotata da un abbandono improvviso e da tutto ciò che ne consegue. Le due percezioni diverse, quella di Claudia più distaccata e quella di Elvira più compiacente, scandiscono le giornate e le memorie: siamo nel passato, tra l’infanzia e l’adolescenza, e allo stesso tempo tutto questo è un racconto a posteriori, quando ormai il paesello e la loro casa in mezzo alla campagna sono un ricordo lontano nel tempo e nello spazio. Quando tutto sembra ormai seppellito, quando i diciassette anni sono già stati compiuti e quasi doppiati, ecco che il pensiero torna, come una festa comandata da celebrare. 

Gli episodi che mano a mano vengono a galla sono cadenzati dai pensieri di Claudia, la figlia che ha vissuto tutto, compresi i dolori che non le avevano direttamente lacerato la pelle. Lei, che parla e ascolta, mentre gli altri si agitano sulla scena.

Claudia è partita, ha lasciato per sempre casa, per poterne costruire una tutta per sé da un’altra parte. Elvira è rimasta, sola con il padre ormai invecchiato, abbattuto ma non per questo cattivo. E, poi, c’è un barlume. Una scintilla che anticipa la fiamma sulla miccia. O, così, immaginiamo. Il disatteso ritorno di Norma squarcia la pagina, si blocca tra i denti come un seme indigesto. Il tempo adulto è invaso, una volta ancora, dalla minaccia del passato, dall’inquietudine incomprensibile dell’infanzia infranta. 

Cosa accadrà ora? 

 

 


Magda Inari non esiste, è uno pseudonimo, formula insensata fuori da questo mondo-romanzo. Magda Inari non vorrebbe che lə lettorə si soffermasse su chi è lei, ma su quanto ha scritto: non crede in un’autorialità assegnata come etichetta, vuole che la carta viva a prescindere dalla sua presenza, almeno per ora. Ha una voce, Magda, che non necessita di farsi sostanza. Non vuole un corpo, rifiuta la carne, così che a parlare di lei siano solo soltanto lɜ suɜ personaggɜ.

 


In copertina: Georgia O’Keeffe, Fiore di banano, 1934, carboncino su carta, cm 55 x 37, Moma, New York


 

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