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Un tentativo di risalita – Corpi estranei, Antonella Sica

Di Annachiara Atzei

 

Si definisce corpo estraneo qualunque formazione solida che dall’esterno si insinui nell’organismo danneggiandolo o disturbandolo. Ma corpi estranei sono anche quelli di persone costrette a una convivenza forzata, alla condivisione di uno spazio e di un sentimento.
Antonella Sica – che alla sua ultima raccolta di poesie scritta per Arcipelago Itaca dà appunto questo titolo – utilizza l’espressione secondo la accezione letterale, a significare la difficoltà – e talvolta l’impossibilità – di ascolto e di comprensione reciproca tra esseri umani.
E a nulla vale il legame di sangue tra essi, anzi forse aumenta la pena di ciascuno: alla madre “andata via/ come si spegne la luce/ nella stanza di un bambino”, sopravvive il padre, che colma il vuoto con il cibo e con l’alcol, il fratello dai grandi occhi sgranati e chiuso nel suo silenzio e la nonna, che trascina le ciabatte nel corridoio. Infine, lei, la bambina che stringe tra le mani una bambola rotta tenendola per i capelli ormai radi. Ognuno, dopo la perdita, porta in sé la ragione del proprio dolore e in questa condizione tragica si allontana dagli altri per l’incapacità di manifestare le emozioni e di chiedere aiuto.
Lo chiede con questi versi, la poeta genovese, che in brevissimi momenti sconfinano anche nell’invocazione di un dio in probabile ascolto: fa i conti con un dramma familiare senza soluzione che, tuttavia, nella parola può trovare conforto. Nel libro, infatti, si descrive un tentativo di risalita. Quella bimba dall’aria sperduta diventa una donna e, un passo alla volta, torna nel mondo, valica il limite fisico della stanza tagliata dalle lame della luce che penetra dalle persiane socchiuse e si proietta all’esterno. Lì fuori, la visuale si allarga e ingloba tutto: oltre la gabbia di casa c’è l’alba, il mattino ai margini della laguna, gli alberi nei giardini, l’ardesia dei tetti. E sebbene permanga la traccia incurata dell’assenza e ogni cosa prenda parte al lutto, il dire poetico si fa atto di resistenza: “il silenzio è dei morti/ per i vivi c’è solo lo stare/ dove nessuno chiama”.

 

L’autrice, Antonella Sica

Cinque poesie da Corpi estranei (Arcipelago Itaca, 2025)

 

Madre di Luna pietra madre ragnatela
di capelli sul guanciale madre pallido
ansimare madre spenta nella parola

madre impiccata al sorriso
in bianco e nero madre
che non ricordo madre
impastata nel corpo
madre

che sei andata via
come si spegne la luce
nella stanza di un bambino.
*

Era una casa divisa in gabbie
perimetri di fiato e dolore
corpi estranei cuciti dal sangue.

A tavola a ognuno il suo posto
geometria instabile dei pasti,
la luce piombava dall’alto
un ritratto di famiglia elettrico.

Corpi stretti nella notte alle coperte
galleggianti nella trama dei respiri
la sveglia scandiva l’assenza ai miei occhi
spalancate finestre alla fuga.
*

Il corpo del padre stipava
di cibo la sacca ventrale
occupando ogni vuoto rimasto
con alti bicchieri di rosso
solo quando ogni voce
annegava nel pieno

smetteva

«Mi sono allattato» diceva lisciando
la tesa prominenza del dolore.
*

Persiane lame di luce
tagliavano la gola alla domenica
l’arrosto tormentava l’aria
con la sua pretesa di festa

in comune coi morti avevamo la resa.
*

Risale dal fondo della foschia
il volto perduto di una bambina
fra le mani una bambola rotta

l’afferra per i capelli ormai radi
la trascina, le dice che è la sua
bambina

la ama di schiena.

 


Antonella Sica, genovese, è regista e manager culturale in ambito audiovisivo e cinematografico. Ha pubblicato: Fragile al mondo, La memoria nel corpo e L’ira notturna di Penelope. Con Corpi Estranei ha vinto il Premio “InediTO-Colline di Torino” 2023.


In copertina: artwork by Ferruccio Ferrazzi

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