Di Annachiara Atzei
Non vedessi le lacrime
delle cose, non sentissi
la disperazione degli oggetti.
Anna Toscano, Cartografie
In Cartografie (Samuele Editore – Collana Gialla), opera poetica che raccoglie componimenti inediti e editi, in molti casi revisionati come a ridisegnarne l’identità, Anna Toscano si orienta tra luoghi, persone e cose e, attraverso essi, racconta la sua storia, la sua memoria e il sentimento che la pervade. In questo lavoro, è come se lo spazio, il tempo e i legami instaurati nel corso della vita costituissero un perimetro sicuro in cui ri-sostare e in cui accogliere chi legge. La poeta sceglie dove soffermarsi, su chi e su cosa mettere l’accento, e tutto è moltiplicato dal suo sguardo. Questa geografia di collegamenti tra oggetti familiari, nomi – la madre, il padre, le amicizie – e lembi opposti del mondo – penso a Bologna, Trastevere, Madrid, Rue De Rivoli, San Paolo o l’Uruguay, e penso, soprattutto, a Venezia, sua città adottiva – indica un personale stato d’animo, un modo di percepire l’altro da sé. Dai versi, infatti, traspare una reminiscenza che resta incollata al reale e che lo modella secondo il sentire dell’autrice rendendolo più esteso e più ampio. Qui, la necessaria attenzione richiesta al poeta per definirsi tale (“Poesia è anch’essa attenzione”, affermava Cristina Campo) consente, poi, non solo di riportare alla mente fatti del passato ma ancor più di riscoprire i molteplici volti del presente e di penetrarlo pienamente: “È il vedere/ è il guardare/ a legarmi qui”, scrive Toscano, che si mostra capace di percepire l’ulteriore anche quando tutto parla una lingua difficile da udire. Questa operazione – vedere le lacrime delle cose, sentire la disperazione degli oggetti – è indispensabile a decretare cosa ha valore e, quindi, davvero esiste. In tal modo, si crea un dialogo tra la scrittrice – che si fa mediatrice – e le cose, tra il dentro e il fuori, che ha l’effetto di avvicinarci alle labbra da cui la voce proviene.
Ma Toscano fa anche qualcos’altro: nomina gli scrittori a lei cari, li chiama a sé poiché appartengono di diritto a quella costellazione di figure che l’hanno segnata, anch’esse anello di congiunzione tra l’essere umano e quanto lo circonda. Sapienza, Frame, Del Giudice e ancora Benedetti o Sontag sono più che mai vivi: sono Maestri e compagni di viaggio, sono presenze luminose, nei testi così come nell’esistenza. L’omaggio a loro è lo stesso che viene reso alla poesia: nel libro, infatti, le parole diventano pelle e la pelle si trasforma in parole per inventare un lessico nuovo in cui corpo e inchiostro esprimono insieme un’unica emozione e un’unica idea. In che modo? Con uno stile chiaro e lineare, l’autrice compone immagini nitide e prive di falsi luccichii (e non è un caso, se si pensa che ama e si dedica anche alla fotografia), che rendono riconoscibili circostanze e luoghi e care anche al lettore le persone. Così, ci è permesso di immedesimarci, di farci condurre per quelle vie dove qualcuno è stato felice o triste (forse noi stessi per primi) e in momenti che non corrispondono solo al momento del ricordo o all’oggi ma che descrivono un tempo dilatato e sospeso, imperfetto, tirato come un elastico in cui nulla dura e tutto può proiettarci – se lo desideriamo – in un immediato futuro.

Cinque poesie da Cartografie (Samuele Editore)
STAZIONE CENTRALE
E poi ci sono i luoghi,
quel bar della stazione a Milano
mica era come ora,
era
come allora.
*
AI FORNELLI
E poi ci sono le persone,
mia nonna ai fornelli
ad esempio
mica è andata via
è qui
come allora,
con tutta la sua liturgia.
*
ANNODARE STRETTO
La mia patria sono i mei ricordi
da uno all’altro mi ci porta il tram
dai finestrini vedo volti, oggetti, luoghi
gesti, odori, odori che rivoglio vicini.
Prenoto la fermata, scendo e ci entro comoda
tra saponette d’albergo marca Farah e borotalco
parlo con mio padre, tra l’enciclopedia medica
copertina verde e il termometro con mia madre.
L’ossigeno finisce è ora di risalire sul tram,
loro mi danno un filo e mi dicono Ci vediamo
nel 1993 in spiaggia, tieni questo filo annoda
i ricordi, annodaci, non farci sciogliere mai.
*
CENERI SPARSE IN LAGUNA
È il vedere
è il guardare
a legarmi qui,
i riflessi sulla laguna
le finestre fino all’acqua
l’acqua fino alle ginocchia.
Poi è divenuto un odore,
il tanfo della bassa marea
di alghe ghiacciate
umido negli armadi.
Oggi sono gli abbracci
ai campi dell’ultimo saluto
ai muri scena di sempre
alla polvere nell’acqua
cercando le tue mani, i tuoi occhi.
La cenere dei ricordi.
*
QUI, DOVE VIVO
In queste due dozzine di anni
ho calpestato
queste migliaia di pietre,
a due piedi
a quattro piedi
a decine di piedi,
ho baciato sotto quell’unico lampione
cinque bocche
venti bocche
quante bocche,
ho dormito in questo letto
con quante persone
tante persone,
i sogni? I sogni
li ho infranti tutti
con una lancia sola.
In copertina: Gentile Bellini, Miracolo della Croce

