Giorno: 2 febbraio 2017

Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi

arminio

Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere 2017, € 13,00

*

Pensa che si muore
e che prima di morire tutti hanno diritto
a un attimo di bene.
Ascolta con clemenza.
Guarda con ammirazione le volpi,
le poiane, il vento, il grano.
Impara a chinarti su un mendicante,
coltiva il tuo rigore e lotta
fino a rimanere senza fiato.
Non limitarti a galleggiare,
scendi verso il fondo
anche a rischio di annegare.
Sorridi di questa umanità
che si aggroviglia su se stessa.
Cedi la strada agli alberi.

*

Bellissima l’Italia
annidata sull’Appennino.
È la mia Italia,
è l’Italia che trema,
in cui mi inginocchio
ogni giorno
davanti alle porte chiuse,
ai muri squarciati.
Bisogna ripartire da qui,
qui c’è il sacro che ci rimane:
può essere una chiesa, una capra,
un soffio di vento,
qualcosa
che non sa di questo mondo
né di questo tempo.

*

Lettera a Rocco Scotellaro

Caro Rocco,
io sono nato quando il tuo mondo
stava finendo.
si è più soli nel mondo che è venuto,
ma per fortuna ogni tanto
c’è qualche giorno di bella luce.
ora la tua Lucania è un altare
per i devoti della terra,
è la pietra che fiorisce nell’aria.

*

La sera che fece il terremoto io stavo bene.
Mi piaceva tutta quella gente per strada,
tutti che si guardavano come se ognuno
fosse una cosa preziosa.
Quando si sono messi a dormire
nelle macchine
mi sono fatto un giro,
li ho benedetti uno per uno.

*

Sono il guardiano
della mia malattia.
L’ho raccontata
alle donne che ho visto passare.
Adesso, se vuoi,
muto ti faccio entrare.

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Il grande nudo

neo

C’è una guerra.
Non c’era una guerra, quando è morta la mamma

Bisogna essere scrittori molto attenti, conoscere il senso del ritmo della lettura e delle labbra, saper mescolare odori, colori e sensazioni così come riconoscere e prevedere i tempi di respiro del lettore per scrivere un libro come Grande Nudo. Bisogna soprattutto essere lettori impuri, disposti a sporcarsi e accettare il fatto che la “civiltà” come la si conosce e come la si desidera si disgreghi davanti e, dissolta ogni ipocrisia, lasci il posto alla primordialità degli istinti, all’idea che in realtà ogni rapporto umano sia una condizione di sopravvivenza, una dualità di prede e cacciatori. Il resto verrà da sé e sarà più facile entrare in questa narrazione potente, viscerale che lascia ben poca speranza, a parte una scogliera su uno specchio di mare che si confonde con il cielo da cui in silenzio un brandello di eletti riuscirà a fuggire, lasciando quel brandello di terra al suo destino. Ma anche detto così è fin troppo semplice. Grande Nudo va oltre. Diciamolo pure, è raro trovare libri di cui ci si innamora pur detestandone visceralmente i personaggi, protagonisti o meno. L’ultimo romanzo di Gianni Tetti ne è un esempio. La stessa Maria, donna televisiva bella e famosa, annichilita nel corpo e nell’anima dalle sevizie di un omuncolo, non può che adattarsi a questa condizione e accettare le ferite, le deformazioni, le cicatrici, la brutalità animale come una normalità fino a dissolversi nella rappresentazione animalesca di una cagna. D’altra parte sarebbe ipocrita non riconoscere in ognuno dei personaggi un’ambiguità e la convivenza schizofrenica del peso di un dolore personale profondo e radicato e un dolore che si diffonde e si perpetua. Lo scambio dei ruoli è imprevedibile e naturale, si fa presto a accogliere la sofferenza e la morte e conviverci al punto che il confine tra suicidio e omicidio diventi quasi impercettibile: il rapporto con il sé sarà sempre conflittuale, tutti sono prede e predatori di se stessi, che si sia preti, ometti da bar, baristi, studenti fuori corso, madri, padri, ma soprattutto fratelli.

 Non sono un infetto, sono tuo fratello. Mi stai ammazzando.
   Sei il mio prigioniero. E purtroppo ho l’ordine di fare prigionieri.
Per questo non ti ammazzo.

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