Giorno: 30 Mag 2016

Teatro Aleph, Young Poets

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Teatro Aleph.  8 giugno 2016,  ore 17.30:

Y O U N G P O E T S

Antologia vivente di giovani poeti

Saranno presenti:
Alejandra ALFARO ALFIERI
Matteo CASTORINO
Emanuela CELI
Davide CORTESE
Francesco COSTANTINI
Federico D’ANGELO DI PAOLA
Angelo DEL VECCHIO
Alessia FAVA
Luca FRUDA
Ignazio GORI
Iolanda LA CARRUBBA
Anna Laura LONGO
Serena MAFFIA
Désirée MASSARONI
Alvise MASTO
Claudio MELI
Sarah PANATTA
Pietro PISANO
Tommaso PUTIGNANO
Lidia RIVIELLO
Mara SABIA
Michela ZANARELLA

Coordineranno l’evento i poeti Emanuela Celi e Davide Cortese.
Interventi musicali di Emanuela Celi.
Performance teatrale di Nicola Macchiarlo.

Ingresso gratuito

Né in cielo né in terra di Paolo Morelli. Recensione di Guido Conterio

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Paolo Morelli, Né in cielo né in terra, Exòrma edizioni, 2016, pp. 240, € 14,50

Ci sono romanzi che, in virtù di un alto grado di eufonia, interpellano direttamente l’orecchio del lettore, senza concedergli tempo e, talora, nemmeno possibilità di soffermarsi a individuare, delucidare ed eventualmente giudicare la grana strettamente narrativa delle righe che gli scorrono sotto gli occhi. Si tratta di un pregio così poco diffuso che da qualcuno, specie se ingordo di spunti ortodossi e sviluppi coesi, di cornici prefabbricate e colpi di scena telecomandati, quali generosamente fornisce la letteratura di genere sul mercato, può essere scambiato per difetto. Tanto peggio per coloro che incappano nell’abbaglio, verrebbe da dire, non fossero pure essi in un certo senso incolpevoli, se è vero come è vero che, come il coraggio, anche l’orecchio o uno ce l’ha o non se lo può dare.
L’ultimo lavoro di Paolo Morelli (Né in cielo né in terra, Exòrma 2016) si iscrive precisamente in questa minoritaria (ma preziosa per la sopravvivenza stessa della buona letteratura) categoria di proposte narrative: volte a restituire in prosa quei valori metrici e agogici che la poesia dei poeti, nel frattempo, va perdendo di suo, magari non senza legittime ragioni.
La prima assonanza che balza alla mente, anzi al timpano per l’appunto, nel percorrere pagine sempre così musicate e scoppiettanti è infatti quella con la scrittura, contagiante quant’altre mai, di Paolo Nori: un’affinità di toni e artifici certo non pedissequa, comunque abbastanza marcata da invogliare chi legge ad ergersi oziosamente ad arbitro di un’immaginaria sfida fra i due autori. L’esito della quale sembra essere che Paolo Morelli, se – inevitabilmente – cede qualcosa al carismatico collega dal punto di vista delle limature particolari e del risultante potere di soggiogazione, lo riguadagni in compenso là dove sia questione di evocare incisivamente attraverso i filtri del grottesco e dell’allegoria un preciso scenario geografico e umano: con tutte le professionali premure di una guida per turisti non smaliziati.
E lo scenario in parola non è qui niente di meno che l’Urbe: citata stravolta irrisa, difesa parodiata compianta con levità e fervore ideativo felliniani, ma rinunciando espressamente ai fasti, e prestidigitazioni, e magniloquenze pittoriche di cui un autentico tributo felliniano si sarebbe attrezzato; accantonando cioè in partenza l’indimenticabile cifra filmica di “Roma”, per imprigionare invece il sognaccio autoriale entro i confini altamente emblematici di un diroccato palazzo di rione, minacciato dagli “ultracorpi” di un’oltraggiosa, e falsa, riqualificazione abitativa, ma tuttora impregnato dei più nobili umori popolani. Dove un’eroica umanità residuale, anzi in più di un senso già morta, oppone, lungo uno spettro di registri esteso dal patetico al demenziale, la dignità di un arrangiarsi millenario al sinistro raziocinio del nuovo che avanza.
Una resistenza che certo intenerisce, ma forse non del tutto fuori tempo massimo: almeno a dar credito alla voce, ben udibile e rassicurante in epigrafe, di Eduardo: “Quando io morirò, tu portami il caffè, e vedrai che io resuscito come Lazzaro”.

© Guido Conterio

Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

Parigi, foto di gianni montieri

Parigi, foto di gianni montieri

Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

 

I.

L’uomo ha accompagnato il vetro
lungo una linea gonfia e verticale
il sangue si è rappreso in fretta
sul braccio lasciato staccato
dall’asfalto incerto delle luci
le voci sul fondo della piazza
fatta più alta dagli alberi tagliati
la testa reclinata sotto il peso
degli occhi aperti, abbassati
a cercare il bicchiere più vicino.
L’uomo urla e piange sotto di noi
da quel fondo che abbatte coi denti
ha voglia di vedere subito il conto
della città che crepa intorno
e noi seduti a misurare i pozzi
e l’ambulanza troppo vicina ai tavoli
lui ci guarda e ci chiama
mostra lenta la recisione
quelli lo prendono e lo legano
tra fili nudi e trasparenti.

 

II.

Le persone intorno ai tavoli
sono andate ad abitare
uno spazio chiuso, laterale.
Parlano, si separano
occupano gli spazi tra i libri
e le sedie. Sono nel tempo
dove lui non è più. C’è una donna
con i capelli lunghi e neri. Dice
ai tavoli di spostarsi, di lasciare
libero lo spazio per chi vuole ballare.

 

III.

C’è una donna bianca che siede lì da dieci anni.
L’uomo con il vetro non l’ha mai visto.
Ha sentito la sua voce, ma la donna
non riconosce le lingue e i giorni.
Non chiedetele perché sia lì.
La donna ha un ricordo preciso, e uno solo.
Questo le basta perché ha molti fili
e non vuole essere legata altrove.
La donna non vuole nemmeno parlare con noi.

 

IV.

L’uomo ha ballato e sudato
per tutto il tempo della festa
ha squarciato l’aria densa
di una stanza affollata
ha mostrato i denti e i passi
ha risposto agli impulsi
cadendo piano all’indietro.
La musica è alta, e la voce non arriva
a spalancare la finestra. Tutti sentono
la mancanza dell’aria. Noi siamo in piedi
a sostenere il soffitto che è diventato
sempre più curvo e poi è caduto e ci ha raccolti
e siamo diventati pareti bianche
conchiglie con le bocche chiuse.

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