da “Epica dello spreco” di Laura Di Corcia

di Laura Di Corcia

cop di corcia

4.

Il lago ha questo vizio del colore pieno
(e del bosco; e del tonfo)
ha l’allegria attonita di una mosca contro il vetro.

Non è orizzontale,
ma di una verticalità che piomba, che srotola verso
lo zolfo, il terrigno del profondo nulla
che ci contiene e ci origina.

Così, in silenzio, ci dicevamo queste storie
contro le montagne alte, e molte altre
che erano diverse, ma consustanziate al lago.

È di queste appartenenze lontane
che si riempiono le cose.

.

8.

Pizzica il minuto, si atteggia
e rivendica uno spazio
fraterno, quasi amico.

Io con terrore gli dico
che le ossa si rompono
con un colpo netto,
che tra rottura e non rottura
esistono spazi infiniti,
fili lunghissimi, eppure
noi siamo soliti
strozzare il tempo
in un puntino.

Mi terrorizza questa piccolezza
quanto di macrocosmo
si può racchiudere in un atomo.

Se pensiamo alla moltitudine
che ci circonda, alla luna e alle stelle
e a tutte le forme, visibili, non visibili…

Ma come fanno
a comprimersi tutte e ad agire
in simultanea?

La strozzatura è un fatto di un attimo:
e prima era tutto lago, e ora è ago di pino.

Ci penso spesso.
Penso
che al nanosecondo
spetti il giudizio finale:
morta, svergognata o criminale.

.

11.

L’avevo presa per una corsa
di crema e aria, di chiodi
l’avevo presa per una navigazione
quando l’oceano è un cucchiaio sospeso
una nuvola aritmica e metafisica.

Ma quando tu mi avevi dato la mano
mi avevi strappato un brandello
di marzapane, le nocciole dagli occhi.

Avevo patito, a lungo, il tuo corpo bianco
il sale del tuo essere troppo, l’osceno della
concretezza
(in un attimo erano saliti al cielo
i coriandoli impazziti del desiderio
le braci di questa notte, sineddochi volanti)

Mi ero svegliata il giorno dopo
Berlino era un orco addormentato:
non riuscivo nemmeno a piangere
non so se per troppa felicità
o per mancata digestione del vuoto.

.

16.

La notte è un’ipotesi non verificata
se cala di colpo sul tuo corpo di Modigliani
spingendomi a regredire a noi due
a verificare i nostri corpi dall’alto.

Ma ragazzo mio:
ci sono assiomi che stanno come vedette
respingendo ogni avvicinamento
(a loro affido il sangue di sangue delle mie vene
questi frammenti in rotazione
la mia sera senza senso).

La legge del no non è la cosa più crudele,
è il suo schiudersi in minima probabilità
il musino di senso che sbuca dalla rete
ad attrarre le nostre mani di pane
per umiliarle, fustigarle sulla schiena di schiave
nere.
Contro questo dobbiamo rivoltarci
con occhi di bile,
contro la nenia
resisti, vai avanti, spera.

Molto meglio fermarsi su una, seppur falsa,
verità:
il muro è muro
e non può non essere muro.

.

19.

Mi dicevi che il mondo ha un respiro profondo,
che volevi tagliarmi a metà
che noi due eravamo un teorema.

Nel mio polso piegato, mi dicevi,
si concentra quanto di bello c’è nel cielo
e lì avresti voluto una dimora
da opporre alle case di vetro.

(Non erano parole di qui, erano cose
meno vive, più sfumate,
echi di un tempo remoto
di colline e marmotte,
piedi sospesi sulle punte).

Era dolce crederti
e assaporare la promessa delle sirene
non ero salva dal viola
ma avevo costruito un numero magico
avevo preso il vento tra le mani
e lo avevo cucito nel mezzo.

Così, delimitato, era l’antitesi perfetta delle
rane.

.

23.

Ci provi a spostarlo verso i lati
se ci pensi mille volte hai tentato
di deviare il dolore.
Ma la sofferenza non viaggia in tangenziale
essa, invece, è il punto centrale
della circonferenza, l’asse
su cui si avvita la nostalgia
e si crea lo spazio: si fonda il settingII.
Per sfuggire al taglio del fato
che ferisce sempre nel mezzo
non resta che scontornarsi:
spostare al di fuori del cerchio
il perno, l’energia numerica,
rischiando di perdere brandelli di io
e aggirarsi per il mondo come eremiti
ma sciogliendosi nella sfumatura,
dove tutto diventa eco
delle cose che sono, che furono:
la preghiera fondante una città fantasma,
l’epica trasparente dello spreco.

.

30.

Esiste un modo, uno, per uscire a riveder le stelle
se la materia si sfibra in atomi, se le cose
hanno perso la lucidità del cesello?

Non c’è denuncia peggiore
più crudele e legata agli alberi
di quella degli occhi, punture nell’aria
insetti come aghi sul frutto.

Ma se li stacchi dalle pareti, dai soffitti,
dalle teste impiccate sul vuoto
(se cerchi di imparare a non aver paura del tanto)
oh, come gli atomi già formano una specie di strada
che sbrana i molti sentieri, accorpa le inutilità:

di unicità abbiamo bisogno, di Tasso e non di Ariosto.

dal commento di Viola Amarelli

È nella crudezza del mondo, con la pugnalata del cielo, il muro che altro non è che muro, le ranelle che sintomatizzano ed esibiscono la schizofrenia, anfibia, del divenire, che la necessità di un senso-radice si disperde, la verità o meglio l’aletheia si opacizza. I frammenti implosi dell’io, gli stessi rapporti amorosi, analizzati nella parte centrale del libro, si rivelano una inettitudine al quadrato, il mero tentativo di costruirsi un numero magico. In questa fuga dal dolore, resta possibile solo non soccombere alla sineddoche: ma vivere tutto come riflesso / (sopportare il gioco degli opposti), vettore peraltro che sembra subìto più che scelto se di unicità abbiamo bisogno, di Tasso e non di Ariosto. È in questa tensione tra epos e superfluo, tra desiderio di certezza e fluire caotico del reale che si gioca la dialettica del libro, ma soprattutto, sembra dire l’autrice, le singole, fenomeniche vite.

Un commento su “da “Epica dello spreco” di Laura Di Corcia

  1. Questa poesia assertoria riesce a tenere insieme anelito e pensiero. Già da questa anticipazione si capisce che sarà un libro importante, una nuova prova della migliore poesia della generazione degli anni ottanta. Qui Tasso, con la sua drammatica propensione combinatoria, si incrocia con la lirica e la consapevolezza del vuoto che accompagna i nostri anni. Su questo bisogna riflettere. Complimenti.

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