da “Diario di una vacanza” (inediti)

di Francesco Filia

“Perdoneranno l’insolenza della nostra gioia solo
———————————————————–quando saremo morti,
o quando, prima, avremo implorato.” E adesso posso dirlo, adesso
posso dirlo adesso
adesso..ancora non comprendo, lo giuro,
in cosa consista
—————-guarire.
Eccomi sono qui, sono ora, sono tuo, sono
nell’immenso di queste pareti, nella gloria
di quest’erezione. Giace
l’arsura straziata dei corpi. Anche tu, come
tutte
te ne vai senza guardare
un’ultima volta, quella, la sola
che veramente conti. Ma io
ti guarderò, tu lo sai, fino alla fine, con la mestizia
e gli occhi da incubo di un reduce.
Ogni istante respiro un fiato sempre
più corto e spasmodico, solo così
nell’asma di una fine, solo ora sarò
diventato perfetto. L’indifferenza
della terra sputa sangue, acuta luce
tra nubi e rami. La cellula malata del cielo
è infetta dal mio guardare, dall’impuro cercare
cercarti, saperti, qui, assente,
incombente.
Ecco siamo qui, non oltre, non
ancora ma qui sì, ridotti, armati di un amore
che è furia che divora le cellule, diaccio
nel cielo tra queste dita. Ho ripreso
a bere, a sorsi grandi come l‘incendio
della gola, non abbiamo altro da dirci
se non raccontare la storia, il fronte nero
dei morti, i fantasmi
di ciò che non abbiamo voluto abbastanza
di questo ritorno sfiorato
di un’angoscia che ci consegna ogni giorno
di più a questa fine: disarmati, ritornati,
——————————————-sterminati.



*



Mi chiedi di quand’ero bambino, non so per quale
curiosità, per sentirmi più tuo, ma non so cosa posso
dirti dell’atrocità di ogni infanzia, del mio specifico
orrore, della presenza asfissiante di stanze vuote,
di un davanzale troppo largo per poter volare.
Mi lascio accalappiare dal tuo volere, come il cane
che sono e provo a parlarti di me, mentre tento
di succhiarti il seno e di nuovo
non so cosa dire, addento l’aureola del capezzolo
e trasformo il rosa latte in purpureo viola, turgido
di quel desiderio che la fa da padrone, che ci nutre
dei suoi avanzi. E mentre parlo so di non saper
altro di quel che sono se non un’immagine, fissa,
di me che emergo bambino dalle onde
e poche parole di una poesia scritta non so
neanche come quando e che ora provo
a ricordare a riesumare in una perdita
di memoria..mi pare si chiamasse..sorrido mentre
provo a ricordare, perché vedo l’attesa nel tuo
sguardo..mi pare si chiamasse Cavallone
Felicità ininterrottamente provata
per un attimo
addentare l’aria che precipita in gola
nella gola di un’origine che rampolla
inesprimibile, in un culmine di gioia.
Trattenere il fiato e tuffarsi nell’onda
che travolge e riempie la bocca di sale
gli arti frustati che volteggiano.
Stupefatti in terra stremati la osserviamo
allontanarsi nella risacca.
Tutto qui. La voce si spegne lentamente, quasi
esitando e abbasso gli occhi nel rossore delle guance
intuisco il tuo sorriso che coglie il mio d’imbarazzo
ecco in questa poesia, orribile spiegarla,
c’è solo il tentativo di nominare l’attimo
in cui un desiderio si manifesta in quella
pienezza, nel suo potere che ci sbaraglia, il segreto
accordo tra un gesto e l’immenso che ci travolge
e poi resta solo quel mormorio del mare tra i ciottoli
in riva ai nostri piedi, quel richiamo da un’origine
remota, una gioia – quella gioia – che ci nomina
e in ultimo, ora, non mi resta che sprofondare
nell’incavo immenso tra i tuoi seni.



*



L’ultima estiva gioia, agosto accampato negli sguardi
è già al capo di quest’inverno, dove il terrore
si fa cristallo, gelo di una forma. Riappari
nei miei giorni vuoti, in un vuoto di memoria
nella mancanza di un inizio. Appari in strade sconnesse
tra basoli lavati via da una pioggia che continua
a cadere muta a parlare non so di cosa, solo
di un altro precipitare nel tuo sguardo inerme.
Non so trovare similitudine, è questa disperata ricerca
che mi porta intorno a te – ritorno – non una parola
che sia essenziale riesco solo a seguire i tuoi passi
in un vortice di visi, in questo spaventare spaventarti
spaventarmi di me fuori di me oltre questo stare qui
in una tensione irrisolta tra cielo e grondaie
di uno schifo mai spiegato. Grondo dagli zigomi
un desiderio che mi avvince ammazza nelle carni
nell’attrito bruciante della cartilagine
di queste ginocchia crollate. E ora lo so
vorrei morderti dilaniare quello che di te
non potrò mai avere, raggiungere l’estremo nord
della tua anima. Di quello che qualcuno potrà
nominare malattia o eterna promessa
è che a me appare destino inanimato fato, silenzio
di pietra che brilla, che sanguina.
E poi un’ora accadrà che io varcherò aprirò quella porta lascerò
questa stanza -vortice e oblio- e tornerò dove non sono mai stato.

Francesco Filia vive, insegna e scrive a Napoli, dov’è nato nel 1973. Sue poesie sono presenti in numerose riviste e antologie tra cui Il miele del silenzio, a cura di Giancarlo Pontiggia (Interlinea, 2009). Ha pubblicato i poemi in frammenti Il margine di una città (Il Laboratorio, 2008) e La neve (Fara editore, 2012) come vincitore del concorso “Faraexcelsior” 2012. Collabora al blog http://www.nellocchiodelpavone.blogspot.com

8 comments

  1. Disperata e disperante , ma risolta linguisticamente con modalità molto personali, appassionatamente antiretoriche e più preoccupate di essere che di apparire .
    Complimenti a Filia , che non conoscevo .
    leopoldo attolico –

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  2. Poesie disperate e estreme. Molto belle e nuove, assolutamente nuove, per la voce di Francesco. Riconosco dei vecchi passaggi e citazioni che mettono in crisi il dettato lirico per un desiderio di verità oggettiva. Questa poesia è anche riflessione sull’erotismo politico di Cesarano. Complimenti.

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  3. appena uscito dalla rilettura de “La neve” trovo qui un Francesco diverso ma molto bravo alla stessa maniera. grazie

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  4. Come Leopoldo, che ringrazio, ha colto, la dimensione disperante (l’oscillazione tra gioia e disperazione) e il tentativo di darle una forma antiretorica è al centro di questi testi che, come Vincenzo ha notato e sa, nascono anche da un confronto che nell’ultimo anno ho avuto con alcuni testi (non solo poetici) di Cesarano, che sono stati spunto di riflessione e, soprattutto, di sgomento poetico e che si sono inseriti in una riflessione più generale sul desiderio e le sue forme, sulla sua dimensione irriducibilmente trascendentale rispetto all’esistenza e alla poesia. Fare poetico che, mi vado sempre più convincendo, se non nomina il desiderio come orizzonte del nostro stare al mondo, non dice se stesso, non dice l’amore straziante che lo tiene in vita.
    Gianni e Luciano grazie per la vostra preziosa attenzione e grazie a Luciano (e a Poetarum Silva tutta) per l’ospitalità.

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  5. leggerti Francesco, come ti ho scritto in privato, è una scoperta continua.
    queste nuove poesie spostano il tuo ‘dire’ oltre le orme ancora fresche lasciate sulla neve. e questa è una dote dei veri poeti.
    per esempio l’attacco della terza poesia racchiude in sé tutta la stagionalità della tradizione, ma avanza di un passo sulla mera contemplazione della stagione, o la mera collocazione di una stagione a sfondo di un fatto, di un sentire, etc. e non è la riscoperta di una figura ossimorica (perché un’estate, un agosto, che sono a capo di un inverno è un ossimoro), ma è la forza che discende a cascata in tutti i versi a seguire che rende il tuo discorso nuovo.
    vorrei potere dire diversamente queste cose, avere un’idea più chiara, come quelle di Attolico e Frungillo, ma spero si colga almeno un po’ ciò che intendo dire.

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    1. Grazie Fabio per le tue parole! Ti sei soffermato su un aspetto, prima che della mia poesia del mio essere: il rapporto con le stagioni (quasi ossessivo nella mia infanzia) e con la dimensione ciclica del tempo e quindi di un senso peculiare dell’attesa, del ricordo e del ritorno; come se ogni stagione tracimasse, rimanendo però sempre se stessa, all’indietro e in avanti nelle altre e con essa l’anima.

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