Poesie inedite

di Daniele Ventre

Se la mente sapesse abbandonarsi
a un orizzonte verde di colline
(niente effetti di sponda fra le sbarre),
l’avrei più lieve il giorno a tollerarsi.
Ma il gioco delle sorti ripetute
non dà scampo alle argute geometrie:
al canto delle dee, che sulle vie
del tempo ti segnò con voci mute,
filando il fuso antico eterne trine.

*  *  *

1.

Inutile sperare che la voce
incatenata per i segni astuti
passi di là dai mucchi di rifiuti
elevati sul baratro feroce.
Non vedi il fiume sporco sulla foce
concrescere di fango negli imbuti
del tempo e come livido ti muti
legato all’ovvietà della tua croce?
Adesso che decanta senza scopo
nelle clessidre il fiotto delle idee
per te che non intrecci il prima al poi,
lascia posare quegli occhi di topo
fiochi alla luce delle stanche dee
nel seguire un oblio d’inghiottitoi.

2.

La seta estranea delle guance lisce
ancora m’incatena nella mente
alla prigione delle vite spente
che il tuo scorrere via non concepisce.
Così l’anima intreccia ora alle strisce
delle comete le sue danze lente
e nei cerchi dei voli ibridi assente
al lubrico insinuarsi delle bisce.
Ma che il tuo canto ristesse remoto
era palese dall’istante primo
che tessé nell’incontro la distanza.
Così ritorno da un abbraccio vuoto
a un fuoco fatuo che non bene esprimo
per razionalità di circostanza.

3.

Ora che il giorno incombe nel chiarore
palpitante dell’alba, apro gli sguardi
inconfessati nei calori tardi
che sordo mi riporta un freddo amore.
Così talora senti, nel pallore
dei chiarori invernali in cui ti guardi,
un ritorno d’estate, se ancora ardi
nel fuoco vecchio a un tiepido grigiore.
Ma non era più forse che il fiorire
d’un grumo di corolle nel degrado
ultimo che governa il mondo in fuga.
Interroga perciò questa tua ruga
che la fronte ti schiude sul morire
dei petali, se sfuma il sole rado.

4.

Rade le forme nell’aurora fosca,
se sfrigolano i giorni per angosce,
ora che il senso non si riconosce
più di quanto follia non disconosca.
Così, all’inquieta guerra della mosca
che da gabbie di vetro non conosce
scampo, la mente posa sulle cosce
dell’inerzia la testa e qui s’imbosca.
E di tanti calori non le resta
più che in liquido azoto un fermo fiore,
fragile d’una fredda allegoria.
Pochi compagni hai qui, nella tua festa
solitaria di sogni, ora che il cuore
del tempo in vanità scivola via.

* * *

Tracciare un volto che di là dal vuoto
risponda mentre il mondo è senza forma:
ritogliere un’indizio al buio ignoto
se intorno la ragione si deforma:
ancora mi domando se abbia senso
l’anomalia del corpo in cui t’addenso.

Ma tu raccogli il grido dai naufragi,
perché fra il gorgo e l’onda un segno resti:
di là dall’ebbra amenità dei plagi
eco si svelerà che ti ridesti:
così dal nulla ogni altra linea affiora
e di falesie il caos ti si colora.

20 commenti su “Poesie inedite

  1. Bravissimo Daniele. “Ora che il giorno incombe nel chiarore” è un piccolo capolavoro.
    Notevoli trame, tessuto lirico fine come organza di Urgench.

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  2. bellissime. semplicemente senza parole. una risposta eclettica e grandiosa a questa volontà di ipocrita engagement a ogni costo che è la più trita lezione che forse la neoavanguardia non avrebbe voluto lasciarci. così distante e parimenti cosí bello da certi giochini senza senso che hanno caratterizzato veramente troppi epigoni delle avanguardie e di cui immagino daniele come me si senta realmente stanco.

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  3. col tempo diventa una neoretroguardia, o come mi disse un laudator di Vendola poeta: “Sai io capisco la tua posizione, ma non puoi gettar via così una tradizione”.

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  4. Io capisco la tua posizione. Ma basta che non diventi un’ossessione, come non mi pare lo sia nella tua poesia. Più nei commentatori, devo dire.

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  5. Figurati, non è un’ossessione. E non si può nemmeno parlare di disengagement, per quel che mi riguarda. Io penso che esistano diverse forme di engagement e in vario modo le si pratica tutte.

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  6. il bello – la poesia- lo/la si può esprimere in mille e più forme..come mille e più sono le forme del bello, per cui son d’accordo che non sia saggio attardarsi su antiche polemiche che ritornano a ogni stormir di…fronda., puntuali come cambiali in scadenza…il bello può sorprenderti in forme nuove o in forme classiche… attraverso fogge solite o di nuovo taglio, le quali possono lasciare sconcertati e perfino un po’ confusi…. ma alla fine il bello risuona..perché risuona la poesia, e non importa sotto quale forma..

    Ho letto con grande interesse e attenzione questi inediti di Daniele Ventre, che m’appare essere un grande conoscitore delle forme classiche, un vero maestro direi. E c’è poesia qui.. la sento “sfrigolare” sotto la foggia del taglio classico…

    Eppure a Daniele direi, con la presunzione tipica del dilettante, di osare di più nell’innovare la forma classica…come nei bellissimi sonetti, proprio in virtù della sua straordinaria padronanza; sono più che mai convinto che il sonetto non sia affatto una forma chiusa…che ha ancora mille diverse combinazioni e possibilità espressive (vive da otto e più secoli, no?).

    Daniele ha grande tecnica…la dimentichi per un attimo..o meglio la rifrulli -perché no – anche attraverso i sentieri dell’avanguardia (ma che brutta fuorviante parola)… violi senza tema qualche regola canonica…innovi – e lo dico con sincera ammirazione – in virtù delle sue grandi doti ( ne ha già dato prova, se non erro, riscrivendo il ritmo dell’esametro classico in altri testi in italiano), ché ha tecnica e poesia da vendere…e vedrà che la forma classica tornerà a sorprendere con l’immediatezza e la bellezza del nuovo, toccando magari anche il palato di chi vi è un poco ostile.

    Ad maiora.

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  7. dai luciano non te la prendere stavo scherzando. era solo per scatenare il dibattito e mi pare di esserci riuscito. per il resto lodavo solo la bravura di daniele e le sue cose che ho trovato davvero davvero meravigliose. era solo una battuta dopo aver letto così tanto bella poesia. per il discorso dell’impegno poi du daniele ci metterei la mano sul fuoco e dice lui benissimo che ci sono diverse forme di impegno. cosa che spesso non si riconosce a chi magari si preoccupa un attimo di più della forma e poi viene tacciato di anticaglieria compulsiva… invece veramente stupendi i testi di daniele e solo a quei pregevolissimi risultati si dovrebbe guardare. un caro saluto a tutti

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  8. Se prendiamo come base rime di gabriele frasca e come altezza l’omnia di edoardo cacciatore otterremo il cateto ( questi versi) o il catetere -la mia opinione, se non condivisa:-)

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  9. Se prendiamo le rime di Gabriele Frasca, notiamo una sostanziale frammentazione della struttura sintattica, o quanto meno un deliberato minimalismo semantico-sintattico che dissimula contenuti complessi all’interno di una forma ironizzata dove si scoprono continue e altrettanto deliberate sbavature e rime composte spinte volutamente al limite dell’ammissibilità prosodica.

    Se invece prendiamo le poesie di Edoardo Cacciatore, escludendo il “mi fo solecchio” di Eutanasia Vanesia, clausola dantesca che ho ripreso anch’io ma in un’altra poesia che non è qui, non vedo alcuna somiglianza sostanziale. Con Cacciatore ci troviamo di fronte a versi endecasillaboidi o alessandrinoidi rimati, misti a veri e propri endecasillabi, e sul piano stilistico a strutture semantico-sintattiche polimorfe, a mo’ di ganga di sermo cotidianus in cui si ritrovano preziosismi incistati o invenzioni linguistiche di varia natura e misura. Anche Cacciatore viene accusato di manierismo. Si dimentica che i manieristi (ammesso che Cacciatore o Frasca lo siano) furono artisti di prim’ordine, ma soprattutto non ci si rende conto che il vento del manierismo (deteriore e teterrimo) oggi soffia da un’altra parte.

    Nel mio modo di comporre mi propongo (quanto ci si riesca poi si vedrà) di attuare una ricerca stilistica che sul piano semantico-sintattico si esprima in forme ambigue, con formule che spesso riecheggiano o nascondono termini tecnici e concetti filosofici sotto l’apparente lessico di maniera (per esempio, “l’inquieta guerra della mosca” è una citazione dal secondo Wittgenstein e dai filosofi analitici in genere, per cui l’indagine sul linguaggio è il modo per mostrare alla mosca la via per uscire dalla bottiglia). Sul piano metrico non concedo cedimenti, se non sistematici, perché la forma non è organica al messaggio, ma ne è parte come la sintassi o la scelta lessicale. Ovviamente tutto questo può non piacere.

    Peraltro, mi sembra di aver more geometrico dimostrato come e qualmente il cateto non stia nel presunto triangolo, che Gianlunca Sansone legga molto poco e molto superficialmente sia Frasca sia Cacciatore, forse perché li giudica (da sapiente qual è e si mostra) tapini neometrizzanti persi nel fiume delle magnifiche sorti e progressive del cosiddetto verso libero, e che in definitiva il catetere sia piuttosto da riservarsi alla scuola di cui Gianluca Sansone si vanta implicitamente seguace.

    Mi chiedo in definitiva: perché invece di chiudersi in fazioni e sbeffeggiare e demonizzare, non si prova a capire che esistono forme alternative di messaggio poetico? Al “PD” dei piccoli e grandi critici e poeti di un certo tipo vorrei chiarire che non siamo i Berlusconi o i Grillo della Respublica litterarum. Forse, dico forse, siamo molto più “a sinistra” di loro, ammesso che certe metafore politiche siano calzanti.

    La mia opinione, un po’ meglio documentata, se non condivisa.

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  10. Leggo nella risposta di Daniele Ventre non solo argomentazioni dettagliate e puntuali,. ma un reale ampliamento dell’orizzonte in più direzioni: la produzione poetica viene correttamente presentata come quella che sempre dovrebbe essere, vale a dire come un insieme di scelte ben precise nel dialogo con la tradizione e con la contemporaneità. I punti di riferimento, i testi, le procedure e le ‘citazioni’ scelti, gli stili, debiti e slanci vengono chiamati finalmente con il loro nome. Troppo piatto, troppo antiquato, troppo da maestrina dalla penna rossa apprezzare chiarezza e profondità qui espresse? La mia età ora e la mia adolescenza ai tempi degli “anni meravigliosi” mi fanno sorridere al pensiero del coro dei fischi che potrebbero sollevarsi da parte di chi è avvezzo al fumo allusivo “à la mode and a cup of tea”. Qui mi preme far notare che, finalmente, nel duello (non minuetto né rissa – a proposito, non sarebbe male agli amanti delle schermaglie à la mode andarsi a rileggere “Il duello” di Kleist) che può, deve seguire la presentazione di testi,, vedo usare con cognizione di causa sciabola e fioretto.

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  11. …e comunque se prendiamo una base ed un altezza di un ipotetico triangolo (devo supporre rettangolo), il risultato è un’ipotenusa…
    MI sento teterrimo …

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  12. ginodicostanzo le devo un caffè, ero più curioso di sapere a quanti sarebbe balzato all’occhio il grossolano errore ( che deletare o modificare i commenti non è possibile, e mannaggia a me che volevo a tutti i costi chiudere sul catetere, vabbè) che non andare avanti nella cordiale critica verso questi versi che davvero lasciano poco.
    Anna Maria non c’è da imbarazzarsi,anzi. C’è invece da applaudire, e naturalmente da moltiplicare, ma non stasera, non dopo questa settimana, non dopo essermi pregustato appena il fatto che sia finita e non prima di aver sgombrato la mente da quel maledetto poeta che mi ripropongo sempre di affossare e che invece ancora una volta mi gioca un brutto scherzo e rimandandomi a questi suoi versi neppure così tanto attinenti:

    Leggo una tesi di baccalaureato
    sulla caduta dei valori.
    Chi cade è stato in alto, il che dovevasi
    dimostrare, e chi mai fu così folle?

    La vita non sta sopra e non sta sotto,
    e tanto meno a mezza tacca. Ignora
    l’insù e l’ingiù, il pieno e il vuoto, il prima
    e il dopo. Del presente non sa un’acca.

    Straccia i tuoi fogli, buttali in una fogna,
    bacalare di nulla e potrai dire
    di essere vivo (forse) per un attimo.

    Però ci torno, magari domenica a mente fresca ci torno, anche se non comprendo la deriva finale di daniele ventre che non meriterebbe replica perchè mi sfugge il senso.
    Io sono semplicemente uno che di poeti ne ha letto davvero tanti, forse troppi, e che è certo che nessuno di questi avesse daniele ventre per nome e cognome.
    E non è un caso. cacciatore è un azimut, invece, ma non lo diciamo troppo in giro:
    che il piccolo capolavoro sia “Ora che il giorno incombe nel chiarore”
    che ‘muso fugge e manto di faina’ rimanga affare per pochi, non per tutti.

    la Poesia per sopravvivere ha bisogno della poesia da cui staccarsi, per altezza.

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    • La mia deriva finale risponde al tuo catetere conclusivo, che era inutile, e mi sembra evidente. Tanto per usare un luogo comune, non è bello gettare il sasso e nascondere la mano, non trovi?

      Se poi era una semplice battuta, o uno scherzo, non trovo carino scherzare in questo modo con qualcuno che non conosci di persona.

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  13. La poesia fa quello che vuole e non è ( quasi ) mai quella che avevamo pensato un attimo fa .Credo che dovremmo confrontarci con la poesia per quello che è e non per quello che vorremmo che sia assecondando il nostro personale fisiologico “gusto”
    La gabbia metrica di Ventre non deve portarci fuori strada con “giudizi” frettolosi . Ciò che conta è il linguaggio , la sua espressività , la sua riconoscibilità . E qui mi sembra che ci siamo .

    leopoldo attolico –

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  14. Pensavo fosse evidente che il catetere si riferisse alla mia opinione ( che fosse autoironico insomma) e non all’opera, ma con ogni probabilità quel commento era destinato all’infelicità oltre che all’errore. Su Frasca mi dispiace aver smarrito la copia di rime, sarebbe stato interessante confrontarne i brani della prima parte con questa tua ultima, ad esempio

    Rade le forme nell’aurora fosca,
    se sfrigolano i giorni per angosce,
    ora che il senso non si riconosce
    più di quanto follia non disconosca.
    Così, all’inquieta guerra della mosca
    che da gabbie di vetro non conosce
    scampo, la mente posa sulle cosce
    dell’inerzia la testa e qui s’imbosca.
    E di tanti calori non le resta
    più che in liquido azoto un fermo fiore,
    fragile d’una fredda allegoria.
    Pochi compagni hai qui, nella tua festa
    solitaria di sogni, ora che il cuore
    del tempo in vanità scivola via.

    proprio per comprendere come mai l’avessi citato nel commento, giudicato fonte, punto di contatto forte o di partenza con questi tuoi inediti.
    Cacciatore invece è stato tirato in ballo non per una comune scelta stilistica ( evidente l’uso di una metrica diversa, si badi bene l’uso e non l’abuso della stessa come pilastro portante della vigorosa costruzione del testo) ma come inaccessibile punto di arrivo per chinque attualmente si dedichi alla sperimentazione poetica. Vale a dire che tutti potranno sperimentare, cercare la via vecchia pensandola nuova, rassettare i nodi al verso sciolto ( per liberare il quale ci son voluti settecento anni, più o meno) trincerarsi nella metrica, ma pochi sapranno evitare di pagare il caro prezzo al contenuto, alla sostanza, come fece in pieno volontario o involontario isolamento Cacciatore.

    Mi dispiace, ripeto,avessi trovato rime avrei potuto essere più preciso. Ma capirai che non ingaggerò alcuna lotta oscura con lo scaffale alto della mia libreria. Non per Frasca, non per rime.

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    • Mi spiace aver frainteso, ma nelle ultime settimane ho avuto brutte esperienze (attacchi gratuiti, non qui per fortuna, ma altrove). Io posso dirti che senz’altro Frasca per me è un punto di riferimento essenziale. Ma al contempo si possono notare certe differenze. Per esempio, l’uso del “se” condizionale-ipotetico-causale-concessivo, come segnale di una connessione conoscitivamente debole gettata sul mondo, che mi connota. O una mia tendenza a una sorta di astrattismo (se lo vogliamo dire così) che è la mia cifra e dannazione, perché mi induce a buttare molte cose. Comunque credo che non ci possano essere troppi paragoni, e non voglio peccare di superbia.

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