Gli anni meravigliosi #4: Thomas Brasch

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».

Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR – possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

La quarta tappa è dedicata alla poesia che dà il titolo alla raccolta Der schöne 27. September di Thomas Brasch. La raccolta fu pubblicata nel 1980 dalla casa editrice Suhrkamp. Nello stesso anno a Brasch fu assegnato, proprio per questa raccolta, il premio FAZ  per la letteratura. La motivazione designava Brasch come “portavoce poetico della sua generazione”. La raccolta si può leggere oggi in un volume con postfazione di Christa Wolf.

Il bel 27 settembre

Non ho letto giornali
Non ho cercato una donna.
Non ho aperto la cassetta delle lettere.
Non ho augurato a nessuno un Buongiorno.
Non ho guardato nello specchio.
Non ho parlato con nessuno dei vecchi tempi
e con nessuno ho parlato dei nuovi.
Non ho riflettuto su di me.
Non ho scritto una riga.
Non ho scoperchiato sepolcri.

Thomas Brasch
(traduzione di Anna Maria Curci)

Der schöne 27. September

Ich habe keine Zeitung gelesen.
Ich habe keiner Frau nachgesehn.
Ich habe den Briefkasten nicht geöffnet.
Ich habe keinem einen Guten Tag gewünscht.
Ich habe nicht in den Spiegel gesehn.
Ich habe mit keinem über alte Zeiten gesprochen
und mit keinem über neue Zeiten.
Ich habe nicht über mich nachgedacht.
Ich habe keine Zeile geschrieben.
Ich habe keinen Stein ins Rollen gebracht.

da: Thomas Brasch, Der schöne 27. September, Suhrkamp 1980

Thomas Brasch (Westow/Yorkshire 1945 – Berlino 2001), nacque in Inghilterra da genitori ebrei emigrati dalla Germania. Dal 1947 al 1976 visse nella DDR, dove esercitò i mestieri più disparati, e studiò alla Filmhochschule di Potsdam-Babelsbarg, dalla quale fu espulso nel 1968 per la sua attività di dissidente politico che gli costò il carcere. A proposito delle sue opere di narrativa Vor den Vätern sterben die Söhne, tradotto in italiano con il titolo Prima dei padri muoiono i figli, e Kargo, Heiner Müller ebbe modo di affermare: “nella DDR nessuno […] potrà scrivere come se non fossero stati scritti. Le cose non resteranno come sono.“ Nel 1976 si trasferì a Berlino Ovest, nel periodo 1981/1982 soggiornò a Roma, come vincitore di una borsa di studio dell’Accademia Tedesca di Villa Massimo. La sua attività di sceneggiatore e di regista è testimoniata, tra l’altro, nel terzo dei suoi film, Der Passagier – Welcome to Germany, con Tony Curtis nel ruolo principale. Del film, del 1988, noto al pubblico italiano con il titolo Ritorno a Berlino, Brasch è regista e coautore della sceneggiatura, insieme allo scrittore Jurek Becker.
Nella prima parte dell’intervista del 1988  riproposta nel video, Thomas Brasch spiega l’origine del titolo della poesia Der schöne 27. September.

19 comments

  1. …e meravigliosa è ogni stilla di dimenticato o scavalcato, se non sconosciuto, sapere che ci regali come in questo post. Grazie, Anna Maria, aspetto il prossimo appuntamento con curiosità e interesse.
    c.

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  2. Gentile Domenico Alvino,
    come avrà certamente letto, il titolo della rubrica ha un riferimento letterario preciso; come ogni riferimento a contesti storico-letterari, è accompagnato, sempre, da informazioni sintetiche ma non vaghe, in lingua italiana, su autori e testi.I testi proposti possono incontrare o meno il gradimento di chi legge, suscitare scetticismo, perplessità, o, come è nel suo caso, rifiuto di riconoscerne il valore di componimento poetico. Gli autori proposti qui non sono esattamente dilettanti allo sbaraglio, sono soltanto sconosciuti, perché non tradotti, a gran parte dei lettori italiani. Il rifiuto è legittimo, ci mancherebbe altro; un rifiuto accompagnato da argomentazioni tali da suscitare una discussione pacata e allargata anche alla storia della ricezione di determinati autori e dei loro testi nel nostro paese sarebbe certamente l’ideale; non oso pretendere tanto.
    Quello che non capisco invece, nella sua domanda, conclusiva, è l’accenno alle istruzioni in inglese. A quali istruzioni si riferisce?
    Saluti, Anna Maria Curci

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    1. Subito dopo avere scritto il mio commento, mi è piovuta, al di sotto, una selva di parole inglesi, come sempre fanno quelli che si vergognano di essere italiani e si lasciano prendere dalla libidine della lingua inglese, parlando la quale sculettano di vanità (il che io chiamo – in latino, che è almeno la lingua dalla quale veniamo – “Britannice sculettandi libido”). Il che segnala in tali ineffabili sculettatori, la mancanza assoluta di rispetto verso chi ascolta o legge, che è un italiano come loro, si trova in Italia, magari proprio nella capitale, dove si parla italiano; vi si trova il disprezzo del proprio paese e della lingua del proprio paese, che è una lingua gloriosa che ha prodotto opere letterarie di altissimo valore, le quali sono state prese e ancora sono prese a modello dal mondo intero. E questi locutori sculettanti non lo sanno, e dànno spazio ad una lingua costituita più di furti dal latino e dal francese che da cose proprie e che per colpa loro sta divorando le lingue del mondo assieme alle culture, anche gloriose, che vi sono concresciute. E veniamo all’argomento poesia/non poesia. Ebbene qui c’è un’altra “scullettandi libido”, quella di dire, accompagnandovi il caratteristico moto grazioso dell’anca proprio delle ragazzine che esibiscono la loro prima minigonna, che “la poesia è indefinibile”, e ciò che per uno è poesia per un altro può essere un semplice turpiloquio o viceversa con la stessa legalità valutativa. Ma davvero? Non c’è proprio niente che ci aiuti a riconoscere la poesia dove si trova con una condivisibile certezza? Davvero siamo così inevitabilmente scordellati giù per lo scosceso dell’incertezza senza nessuna speranza? O qualche speranza c’è d’esser certi che si sia nudi o vestiti, di zampettare nel fango o di avanzare in un giardino di delizie? Davvero c’è chi possa dire che una lista di cose non fatte, possa metter su quel miracolo nel quale consiste la poesia? Io mi son provato a dire che sia questa marziana cosa che s’usa chiamare poesia, mi son provato nientedimenoché – udite udite! – a definire quella cosa che per quei saltimbanchi sculettatori sarebbe indefinibile. Ho avuto questa arroganza, lo confesso, e sono qui umiliato e arreso a chiunque avesse in capo di venirmi a fustigare.
      Ecco il corpo del reato, voglio dire, la definizione che ho avuto la presunzione di combinare:

      “Dicesi testo poetico un dispositivo fonico-verbale dalla dimensione linguistico-espressiva integralmente semantizzata e stratificata in modo che uno strato sia il rivelatore di quello sottostante, e questo di quell’altro ancora, in un sistema complesso di trasparenze, richiami, risonanze e consonanze”.

      A ciò bisogna aggiungere che la poesia, anche quando assume a strumento la realtà più umile, deve sempre avere dentro una grande idea, un respiro grande di umanità, e inoltre deve lavorarti dentro, arredarti o riarredarti l’animo, farlo diverso da quel che era, lanciarlo in una dimensione esistenziale più alta.
      Che volete che faccia nel lettore il vostro elenco di cose non fatte, l’impressione di una vita non vissuta, da parte di una persona che ha scialacquato il tempo che gli era stato assegnato da vivere, sciupando la gran fortuna d’essere stato scelto lui per questa grande avventura? Ma vedete che è il critico che sta esagerando, su un testo che è in se stesso poca cosa, una piccolissima cosa?
      Domenico Alvino

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      1. La ringrazio per l’articolata risposta in merito alla distinzione tra poesia e non poesia. Quanto a ciò che definisce in maniera colorita ricorrendo a figure retoriche non equivocabili, non è dimenarsi di natiche, né tanto meno libidine; si tratta, molto più prosaicamente, delle indicazioni tecniche predisposte automaticamente dal server che ospita questo come molitissimi altri blog in tutto il mondo.
        Anna Maria Curci

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  3. dov’è la bellezza: bè, io che di tedesco non so niente ci ho visto tutte quelle parole in posizione fine verso prevalentemente in /g/, una rima ricca, una rima; un andamento da filastrocca. sono grata ad anna maria perché mi svela un mondo sul quale la mia ignoranza è abissale. nella fattispecie mi dico anche che Heiner Müller e Christa Wolf che si sono interessati a Thomas Brasch non sono precisamente ciccio e franco, per dire

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  4. Intenzionale e martellante la negazione di Thomas Brasch in questo testo in grado di suscitare reazioni diametralmente opposte, come i commenti qui pubblicati dimostrano. Avverto un segnale di vitalità di un testo ne ostenta la negazione, se tutto ciò è in grado di risvegliare il desiderio di conoscere più a fondo – o conoscere tout court – un’epoca oggetto di sistematica damnatio memoriae (niente paura di essere tacciati di provincialismo, succede anche nella Germania unificata e florida). Un saluto riconoscente a tutti gli intervenuti.

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  5. … “un elenco di cose non fatte”, “una vita non vissuta” … definizioni singolari, diciamo pure povere e banali, per dei versi che, senza autocompiacimenti lirici, ci parlano del disagio del vivere, il “Mal di vivere”… non so se questa espressione il sig, Alvino l’abbia mai sentita. E sì, perché, gran parte dei capolavori della letteratura mondiale del 1900, parla di “cose non fatte” e di “vita non vissuta”, ma solo osservata, sentita, riflettuta, per così dire … Il primo che mi viene in mente è Pessoa, ma anche questa, da parte mia, è una banalità, troppo facile citare Pessoa. “Una persona che ha scialacquato il tempo che gli è stato assegnato per vivere questa grande avventura” … mamma mia, quanto moralismo, me lo lasci dire, cattolico, becero. La poesia può non piacere affatto, ci mancherebbe, ma le sue cortesi spiegazioni sono peggio del suo rifiuto immotivato: almeno ci avrebbe lasciato in un confortevole dubbio, preferibile alla certezza dell’inconsistenza delle sue motivazioni. Lei è stato comunque gentile a replicare, questo glielo riconosco.
    Gino Di Costanzo

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    1. Ahinoi! Ecco qui la scudisciata (versione “accusa di moralismo”) che mi aspettavo, per aver definito la poesia, per non aver esibito, come distintivi sapienziali, loci communes exquisiti, quale appunto “il male di vivere”, che è luogo comune appunto, benché exquisito, cioè ambito e ricercato, in quanto reso nobile dalla letteratura, e perciò adatto a sculettarci su. Il moralismo: che cos’è? Bisogna spiegare anche questo? E facciamolo. In una versione nobiloide, il moralismo è una dottrina filosofica [per es., quella di Fichte] che considera la legge morale [significa “la legge del comportamento”] come il principio supremo della filosofia; nella versione ignobile, «è la tendenza a giudicare ogni cosa da un punto di vista astrattamente morale (si faccia attenzione a quell”astrattamente”)», si legge sul Dizionario Italiano a c. di Tullio De Mauro, Paravia, 2000, vol. I, s.v. E vi si legge anche, di questo moralismo: «Atteggiamento di rigida e talvolta ipocrita difesa dei principi morali». Ed è con queste due definizioni che io concordo, e l”astrattamente” per me significa “senza nessuna concreta ragione”. Io non ho espresso giudizi morali né posto limiti di comportamento. Chi si cruccia di non aver fatto cose, e perciò chi esprime su di sé un giudizio morale, vale a dire di comportamento, per non aver fatto questo e quest’altro, è il poeta, il Brasch. Ma anche questo suo è un moralismo ignobile, cioè ipocrita, in quanto astratto, senza concreti motivi? No. Un motivo c’è, concretissimo, ed è che in questo modo non si è goduta la vita, questa meravigliosa avventura (altro che male di vivere!) che ciascuno di noi ha avuto la fortuna di avere in sorte, e per quanto ne sappiamo, per un’unica e sola volta in tutta la sterminata eternità. Vi pare che questa non sia una ragione concreta e seria? E si osservi che questo cruccio del Brasch, non è per non avere assolto un dovere particolare o di non aver rispettato un divieto particolare (sono questi appunto gli argomenti propri del moralismo becero, i doveri e i divieti), ma per non aver goduto tutti i piaceri indistintamente che è dato godere nella vita (si ricordi che il moralismo, becero o non becero, ce l’ha a morte con i piaceri, e concede solo quelli che definisce spirituali, come se quelli corporei non fossero anch’essi spirituali), con una sola limitazione, io presumo, quella di non impedire agli altri di fare altrettanto e di non far loro danno di alcun genere. Questo è moralismo becero? E in me che moralismo becero s’intravede? Io non ho imposto doveri o divieti, ho solo detto che mi sembrava improprio definire poesia quella che il poeta, il Brasch, non io, presenta come una lista di cose non fatte, e con ciò esprime (lui, non io) il suo pentimento di avere sciupato il tempo della vita. Ma lo esprime lui appunto, mentre se aveva in mente di scrivere una poesia, avrebbe dovuto farlo dire alla poesia, la quale è stata lasciata lì da canto, disoccupata e inutile. E questo è un parere letterario, non un giudizio morale o moralistico.
      Domenico Alvino.

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