Luigi Di Ruscio: il poeta operaio per la festa dei lavoratori

buon 1° maggio dalla redazione

Luigi Di Ruscio (1930-2011) 

da “L’iddio ridente”

1.

vengono alla superficie pensieri neri tenebrosi
volare dalla finestra
inabissarmi in quell’albero di ciliege
che nasce sotto casa
splendente
luminoso nelle primavere
improvvisamente senza un segnale fiorisce
grappoli di vita felice
inizia così la stagione
dove nessuno immagina di dover morire

 

30.

l’imperialismo è il nach und nebel del nostro futuro
a vederli con le loro cravatte variopinte
sembrano meno pericolosi delle mortuarie SS
loro credono di essere i benefattori dell’umanità
sono lo sterminio del nostro futuro
il mercurio precipita verso l’ultimo inferno

 

43.

i cattolici visti dal sottoscritto
erano solo dei poveri necrofori e feticisti amatori di fori
e nonostante il tutto eretico riuscivo
allegramente a rimanere in vita alla faccia vostra
non esistendo vita eterna
è già un miracolo che uno scemo come il sottoscritto
sia riuscito a nascere
e alla fine in una veloce cremazione
non rischiare che una cellula del sottoscritto resti viva
un mucchietto di cenere è una eredità più che sufficiente
per deludere i vostri vermi

 

82.

venni accusato
che la gente non veniva più al sodalizio
per colpa mia
essendo rimasto un comunista che urla
crederanno anche che sia ancora munito
di piattole canine
con una poesia imperterrita
aggrappata all’ultima speranza

 

87.

tra la vita e la porta
avviene solo l’imprevedibile
con due sottoscritti
uno che fa i sogni e l’altro li guarda stupito
e compare perfino un terzo ignoto
che cerca di darsi una inutile
spiegazione del tutto

 

103.

fate che lo smog salga sino ad affogare tutto
i polmoni accumulano merda meccanica
ecco gli scarichi dei tubi di schattamento
anche l’aria non è più commestibile
essendo tutti noi arrivati alla periferia dell’inferno
alla fine esplosione simultanea di petardi proibiti
riesco a riferire tutto solo perché per puro caso
sono ancora in vita

 

242.

prendevo le vespe delicatamente per le ali
abbacinate sui fiori
le mettevo educatamente
dentro una scatola di fiammiferi
sarete tutte liberate tutte
quando una bella che mi chiederà un fiammifero
aspettavo con calma la liberazione delle vespe

 

259

non si tratta di una poesia impegnata
ma di vocazione profonda
che presuppone
formazione continua ad una catarsi
ad una qualsiasi santificazione

 

264.

io come giovane comunista
venni scomunicato più di mezzo secolo fa
poi ho perfino abiurato
ritornare nel niente da dove siamo partiti
e il non lasciare la minima traccia
della nostra esistenza
era il sogno

 

275.

eravamo stalinisti perché stalin rappresentava
il nemico implacabile di tutti i nostri nemici
poi mi accorsi di non avere più nemici
attenagliati dall’angoscia continuavamo a sperare
in un futuro meno vecchio
appiccando manifesti inneggiando a libertà sconsiderate
le case si richiudevano
e le vacine rimanevano spalancate

 

308.

quando mussolini a piazza venezia urlando dal bancone
provocava deliri e orgasmi collettivi
quando il papa benedicente provoca
delirio religioso e orgasmi mistici a piazza san pietro
spasimano l’orgasmi di gruppo
siamo più o meno tutti fascisti
è necessaria una critica spietata verso noi stessi
per liberarci da questo cancro che ci divora

6 comments

  1. “le ore sei sono l’inizio della nostra giornata
    noi siamo l’inizio di tutti i giorni
    inizia il giro delle ore sulla trafilatrice
    che mi aspetta con la bocca spalancata
    inizia la mia danza il mio spettacolo
    in certe ore entra nel reparto una chiazza di sole
    e lo sporco nostro è schiarito come nelle immagini dei santi
    rubo il tempo per una fumata che raspa nella gola
    spio i minuti sul quadrante dal grande occhio
    e tutto ad un tratto ci scuote l’urlo della sirena
    ci attende il riposo per la sveglia di domani
    la suoneria che entra dentro i sogni esplodendoli
    ed ecco un nuovo giorno della mia esistenza
    con l’allegria fuori della mia ragione”

    La straordinaria fede di un uomo che batte sul ferro anche quando è freddo è la consapevolezza che tutto possa cambiare. buon primo maggio a tutti.

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  2. «Di Ruscio è di un dolore antifilosofico, quasi disumano nella nervatura delle emozioni che non chiedono riconoscimenti universali nemmeno nel nome di una purezza lirica. Cittadino del nostro tempo, chiuso nell’alveare delle formiche cieche che si muovono con interesse intorno agli oggetti del progresso (come un pubblico che rimane indifferente alle conquiste spaziali), deve partecipare più a una società assente e distaccata che al proprio io. E per tale costrizione egli domanda, in qualità di uomo e addirittura come elemento materiale, di essere messo al corrente del fine e del prezzo del suo lavoro. Un salario affettivo che sia in accordo con la perfezione delle macchine: non una ricerca di finalità morali assolute ma solo la domanda minima, indispensabile, e dovuta perfino agli ingranaggi di un’officina. Una valvola di sicurezza, una spia rossa della resistenza organica e della fatica quotidiana che si deve accendere in segnale di pericolo prima che avvenga la frattura fisica, e poi dello spirito, che porterebbe all’annientamento. Il luogo storico del poeta di Fermo è simile a quello di molti ex-giovanissimi del periodo dell’ultima guerra mondiale e che del conflitto sopportarono passivamente la dinamica oscura: l’adolescenza trascorsa in un clima di armi, soffocata dalla paura che il tempo aumentasse con gli anni la probabilità di essere chiamati come “attori” sul fronte o agitata dal desiderio che venisse in fretta la stagione della trincea, è rimasta in loro come un’età insuperabile, un limbo o un eden senza uscita. […]
    Le poesie di Luigi Di Ruscio sono nell’angoscia di un crescendo della simbolica mania di persecuzione dell’autore che non ama distrarsi per selezionare una bella pagina da auditorium. Al marchigiano non importa niente che lo si legga o no; il ritmo sordo e perpendicolare nella forma, nei suoi versi viene da una rigorosa ragione di contenuto. Solo in queste sequenze – e non come proclama politico, propagandistico – ha valore la sua epica. Poesia della Resistenza, non eco civile ma personale indagine del vero che rientra alla fine proprio nella scarna aggressività delle epigrafi:

    quando troverete da una siepe filo spinato che manca
    state certi sarà stato prelevato per una gola partigiana

    E nelle prigioni da poco aperte, sulle fosse appena chiuse, al principio della pace dell’attuale ventennio, la morte sarà più nera che in guerra:

    noi eravamo sazi
    con le parole che avevamo buttato
    riposammo noi con noi
    senza nulla col male che ci resta
    appoggiati al muro come fucilati

    Luigi Di Ruscio esprime l’inquietudine di chi non può fare la scelta (non intesa però nella metafisica sartriana), emigrante perpetuo sulla Terra, nemica amata che dovremo infine lasciare troppo presto e senza guadagno: “passiamo gli anni con la partita a tressette”. E la friabile avventura di afferrare e di perdere, di sfuggire e di essere preso, di arrivare e di partire, l’incertezza che viene non solo dalle speranze-delusioni nella battaglia di classe ma dal destino particolare è, dicevamo, costantemente in bilico tra la ricerca concreta delle virtù materiali, cioè delle cause storiche e civili del dolore, e una sfiducia fantastica, come un ronzio dell’anima che dalle zone più segrete della psiche viene in superficie, assordante, come un dubbio che sfoca il profilo della quotidiana “partita” […]».

    (Salvatore Quasimodo, estratti dalla prefazione a “Le streghe s’arrotano le dentiere”, Alberto Marotta Editore, Napoli, 1966)

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