Charles Simić – Paradise Motel

Paradise Motel

Millions were dead; everybody was innocent.
I stayed in my room. The President
Spoke of war as of a magic love potion.
My eyes were opened in astonishment.
In a mirror my face appeared to me
Like a twice-canceled postage stamp.

I lived well, but life was awful.
There were so many soldiers that day,
So many refugees crowding the roads.
Naturally, they all vanished
With a touch of the hand.
History licked the corners of its bloody mouth.

On the pay channel, a man and a woman
Were trading hungry kisses and tearing off
Each other’s clothes while I looked on
With the sound off and the room dark
Except for the screen where the color
Had too much red in it, too much pink.

Motel Paradise

Milioni di morti; tutti innocenti.
Io sono rimasto nella mia camera. Il Presidente
parlava della guerra come di un siero d’amore.
I miei occhi erano aperti per lo stupore.
Il mio volto allo specchio sembrava
un francobollo timbrato due volte.

Ho vissuto bene ma la vita era orribile.
C’erano così tanti soldati quel giorno,
così tanti i profughi che affollavano le strade.
E, naturalmente, sparirono tutti
al tocco di una mano.
La storia si leccava il sangue dagli angoli della bocca.

Sul canale a pagamento, un uomo e una donna
si scambiavano baci voraci e si strappavano
l’uno i vestiti dell’altro mentre io stavo a guardare
senza volume e la camera al buio
a parte lo schermo che aveva un colore
troppo carico di rosso, troppo rosa.

Traduzione di Giovanni Catalano.

5 comments

  1. In Simic l’osservazione delle cose dall’interno di un motel, dalla casa che dà sul viale dove i pini e l’erba continuano impassibili il loro corso, o ancora dagli “hotel insomnia”, è una caratteristica peculiare, una cifra ben precisa che colloca in quel dentro, in quelle “scatole”, la sospensione del tempo e del giudizio, per dar luogo all’interiorizzazione dei fatti così come scorrono davanti agli occhi.
    I ricordi di infanzia e adolescenza, la guerra, il franare delle certezze tutto intorno, cerca sempre un margine di protezione, un rifugio che faccia sì che il pianto di un bambino sembri arrivare da lontano, da oltre il muro, un muro che dislochi memoria e dolore. (cit hotel insonnia, sempre su poetarum, qui: https://poetarumsilva.wordpress.com/2010/01/16/charles-simic-due-poesie/ )
    trovo la traduzione perfetta e mi piace come hai risolto La storia che si leccava il sangue dagli angoli della bocca.

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  2. Grazie Nat,

    anch’io trovo davvero sorprendente questa sua poesia di interni. Una poesia che utilizza le pareti di una camera come fossero amplificatori di storie, le scatole di cui siamo prigionieri come sorprendenti casse di risonanza di dolore e piacere. Gli specchi moltiplicano il silenzio. Interno ed esterno collassano “al tocco di una mano”. Basta trovare il telecomando per venire proiettatati in una dimensione surreale, per galleggiare in un’aria densa come sospesa tra miracolo e tragedia, tra privazione ed eccesso. E proprio la scatola televisiva mi ha fatto pensare allo “schermo” di cui già parlava Montale…

    Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
    Alberi case colli per l’inganno consueto.
    Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
    Tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

    A presto,
    Giovanni

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    1. le scatole per Simic rappresentano il raccogliere metodico ed ossessivo dei frammenti di memoria da rimescolare insieme per dar luogo alla creazione, è come se Simic dicesse che siamo la ricomposizione dei nostri cocci, la sublimazione del reale in un “ideale” luogo in cui la sospensione del tempo avviene nella sovrarealtà delle cose, cui dare nuovo nome, nuova vita, mantenendone viva la memoria. Questo lo scoprirai leggendo, se non lo conosci già, il “cacciatore di immagini”, ed Adelphi, incentrato sul lavoro di Cornell, appunto.
      Grazie per i versi di Montale, bellissimo sempre.
      n.

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  3. Davvero bella, impressionante l’immagine della storia, e mi è piaciuta molto anche la metafora del volto come un francobollo timbrato due volte. Grazie Giovanni!

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  4. c’è tanto cinema a me sembra in questa poesia. è un autore che devo ancora frequentare e da tempo mi ripropongo di farlo, ma questo sento: lo spostare l’occhio cone fosse una macchina da presa, sui dettagli che compongono la ‘scena’. Mi piace, è uno modo di ‘utilizzare’ lo sguardo che agli americani riesce bene. Penso a certo cinema di Gus Van Sant. Anyway, son d’accordo con Natàlia, riguardo la ‘sovrarealtà’: ce n’è così tanta qua dentro ed è così pregnante e piena! Mi piace leggere i poeti statunitensi ad alta voce: il suono della lingua è meraviglioso, ed il respiro si sposta soggettivamente, come nel jazz. Grazie.

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