Paola Casulli – Di là dagli alberi e per stagioni ombrose

La poesia di Paola Casulli trafigge la pagina, l’occhio, l’orecchio, il respiro, sa farlo con grazia, con agilità, ponendo molta cura nel passaggio tra luce e buio, tra terra e acqua, tra una stagione dell’anno e la successiva.
La parola si fa sinfonia, e proprio alla maniera di Vivaldi interpreta nei quattro movimenti del libro il carattere stagionale, mettendo in versi un reale viaggio sensoriale e riflessivo, che avviene dentro e fuori dal corpo. Il verbo germoglia sulla variazione del tempo – tra il profumo di mele e la stanchezza della quercia-, assorbendone la temperatura, il suono, il volo d’uccelli variegati, la meraviglia di piante appartenenti a molte specie. Così, se gli strumenti sembrano ripetersi per tutta l’opera, la varietà di nomi, gesti, riflessi di luce, rinnova il canto ad ogni pagina, fino a renderlo sorpresa e mai scontato: nello scambio di orizzonti, nell’odore delle cose, nel gesto puntuale del contadino. (Rossella Renzi)



*
La distanza è ciò che frega.
Dopo tanta strada torno a casa

La pioggia profana
l’abito e la mussola splendente

Con garbo mi trafigge
la parola
di un passante a chiedermi
se ho la forza di assorbire gli anni ombrosi
come l’acqua che scende e se va

– nella via deserta –
guardo mosche sconfitte
da rivali – decomporsi in altre finalità –


*
Uno per uno
questi giorni altro non sono che fiumi
segreti

Un contadino apre la terra
e rivela grano
lì dove la spiga non è
stranezza o artificio

E’ abbastanza perchè un uomo
possa diventare migliore

E’ tutto per la mia voce
che va chiocciando beatamente
senza talento


*
Ci sono papaveri
a grumi di rosso
ammaccato sul ciglio
di strade sospese
tra pietre ed enfasi nude
Come loro anche noi
facciamo rumore di erba

– Eternamente – mai pronunciando


*
In fondo alla terra
c’è la promessa di volo
Partiti che siamo
dal basso cerchio di luce della città
qualcosa di verde e di fantastico
ci spunterà dalle costole
Non angeli
ma coleotteri brillanti
squarceremo le praterie
di sottili ronzii


*
Far finta
che uno dopo l’altro
i giorni arrivino composti
– in un rilascio lento –
di gesti primordiali
Si presuppone
un futuro custodito – una memoria sacra
da vivere inattesa


*
un clarinetto di sole
questo caldo jazz

in città senza globi d’acqua
che non sia l’assolo di un fiume

al di là delle sponde opache
ripenso al mio mare
assomiglia ad un’ombra fresca, lui
(traiettoria di lustrini cobalto)

Io, qui, sono rana che gracida sulla terraferma
nella smisurata bellezza dei verdi
non porto niente dentro se non

masse aeree di rose

limitrofe a risacche biliose
che guardano
terra una volta per tutte


*
Ottobre ha il ramo
che dorme con gli ultimi fiori

e il fiume è più chiaro
sulle cose invisibili.

Siamo chiusi nel nostro sangue
come nido che accoglie il silenzio
come l’acqua del grande abbraccio

Tu vieni – poi –
con la calma che guarisce il pane
– e staremo lì –
allargati di luce. Sbalorditi
da tutto questo rinascere

Due steli
– sostanza di meraviglia – esposti

6 comments

  1. Le ho trovate molto originali, le immagini costruite da questa autrice. In alcune, ho ritrovato frammenti di sensazioni condivise.
    Complimenti a lei, grazie a Stefania per questo post.
    E un augurio per il giro d’anno a tutta la Redazione di Poetarum silva.

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