Big Tree – Stefania Crozzoletti

Just when I think I’m winning
when I’ve broken every door
the ghosts of my life
blow wilder than before

Just when I thought I could not be stopped
when my chance came to be king
the ghosts of my life
blew wilder than the wind

(Ghosts, Japan)

«Di che cosa hai paura? Stai piangendo sassi, piangi lacrime!
Che il dolore sia liquido, cosa me ne faccio delle pietre? Io ho sete!».

Sto di fronte al grande albero. Sola, in piedi davanti al colosso: imponente il tronco, immense le fronde, le foglie come ventagli.
Sono sola, davanti al giudizio universale, a dire che non è come avevo desiderato.

«Non è… cosa?».
«Tutto: la nascita, la vita, il luogo, la strada, la direzione. Tutto questo, credo».
«Sei sola?».
«Sì».
«Davanti a me, sei sola? Ne sei proprio sicura?».
«Sola, sì. Sono sola».
«E quella chi è? Alla tua destra. A due metri da te».
«Mi assomiglia… sono io. Qualche anno fa».
«Sei tu, dunque. Che stai facendo?».

Il giudizio universale, un totem che mi sta chiedendo di saldare i conti.

«Vi ho chiamate tutte».

Sì, ci siamo tutte. Il mio essere moltiplicato dieci, cento, mille volte. Una per ogni momento da ricordare. Eccomi, elevata a potenza: bambina, ragazza, giovane donna, poi compagna, madre. Eventi, storie, scosse, sbalzi, sobbalzi, scarti, sentimenti, facce, espressioni, azioni, pensieri. Anche i vestiti.
Ombre generate da ombre, fantasmi a volte felici, altre disperati, o ancora smarriti.
Circondata dalle mie innumerevoli sagome, da allucinati cloni che si fanno trapassare dallo sguardo e dalla storia, rimango in attesa. Non ho alcuna voglia di ricostruire il passato, non desidero guardare indietro, né dentro. Voglio solo dormire, è un modo come un altro per scansare le responsabilità.
Il grande albero sembra leggermi nel pensiero.

«Non faremo bilanci della tua vita, non ti preoccupare. Voglio solo vedere l’effetto che fa, se c’è armonia nell’insieme».

Sorride, dondola le foglie, ci accarezza tutte, ci abbraccia con lo sguardo. Più che un giudizio universale, ora, è un padre buono.

«Fermare nella mente, fotografare la tua immagine in mezzo alle tante, le vedi, sono le tue parti, fasi del tuo essere. Hanno la tua impronta, il tuo cuore, quel sentire che è cresciuto con te. Riconosci le evoluzioni, i cambi di rotta, le idee che si formano. Ti vedi: ora sei densa, coperta dei tuoi colori, ma anche ammaccata, rotta, spezzata. E queste strane ragazze! Loro sono fatte di una sostanza diversa, guardale, sono sbiadite, i contorni appaiono indefiniti. Sono fatte di nebbia, ma le puoi riconoscere, hanno i tuoi occhi».

Dove vuole arrivare, questo grande albero indagatore, invadente, saccente? [Meraviglioso albero, bello come il sole].

«Dove vuoi arrivare, Big Tree?».
«In questo gomitolo di donna plurale, voglio capire se c’è una direzione, riconoscere le cause, gli effetti. Se davvero sei la conseguenza, il risultato di ciò che sei stata».
«Mi pare evidente!».
«Non lo è, mia cara. Forse, dico forse, queste ombre sono figlie del tuo presente… comunque, voglio vedere se puoi ricomporti senza nausea, senza sentirti sbagliata o, peggio, incompleta. Questo insieme sparpagliato che non diventa unità mi preoccupa, non guardi le tue ombre negli occhi. Tu da loro ti aspetti l’inferno, ma non credere di meritartene uno prestigioso, non sei così speciale. Hai il tuo micro-inferno in terra, come tutti. E piccoli paradisi consolatori.
Che fai ora, dormi? Fuggi? Stai sognando, è il solito vecchio vizio: non vuoi vedere, sogni».

***

«Quante siete, ora? Quante te stesse, quante donne partorisci dormendo? Siete tante, di varie dimensioni, donne di tempi, età diverse. Sei tu, moltiplicata, matrioska che contiene e che sputa fuori di sé le mille proprie esistenze. I vostri sguardi sono smarriti. Ma guardatevi bene, studiate i tratti del volto, toccatevi, stabilite un contatto! Cristo, siete voi, una! Non è l’ultima che vale, tutte avete preso parte allo spettacolo».

«Grande albero, ti presento qualche mio fantasma, se vuoi. Sceglierò i più ingombranti, i grandi generatori di dolore, poi le partenze, le interruzioni. Lo sai meglio di me, le ombre non parlano, dirò io per loro.
*
Un giro di orologio, facciamo così. Partiamo dalla più piccola, la donnina docile. Ore dodici, la vedi? Sta lì, in silenzio, ha occhi immensi. “È tanto bella, tanto cara” dicevano, ma nessuno la teneva stretta. Erano forse gli angoli della bocca sempre rivolti verso il basso, l’espressione severa a spaventare la madre, a tenere il padre a distanza? Indossava scarpe di vernice nera, calze di pizzo, abitini vezzosi. Parlava poco, la bambina. A volte sembrava perdere consistenza. Qualcuno ha perfino pensato che non esistesse davvero, che fosse solo un sogno della casa di campagna. Quando la bambina svanì nel nulla, nel cortile rimasero solo i gatti e il fratello a segnare i confini.
*
I miei occhi si muovono in senso orario, seguili anche tu, Big Tree, con le fessure intagliate nel tronco centenario. Falle girare lungo la corteccia, scorgi la damina. È cresciuta. Ha cambiato il vestito, quello vecchio è diventato stretto. Primo quarto di giro. La damina ora ha un corpo. Il mondo la vede, la cerca, allunga le mani, la vuole toccare.
Lei si nasconde come può, evita fulmini e saette. Trova un nascondiglio accogliente, sbarra le vie d’accesso. Ma un pezzo di mondo è rimasto dentro, lo sente respirare. Non sa restare solo, si attacca a lei, la trascina fuori a ballare. Il vestito prende i colori della meraviglia, un pezzo di cielo. Il tempo muove la coda, circolare. Si riempie e si svuota a piacere. Piacere, senza costi aggiuntivi.
*
Il giro continua, ore sei. La musica è finita. Uscendo dalla sala da ballo l’abito si strappa. Lo scenario cambia, ma la damina non se ne rende conto. Solo dopo, ma è tardi. [Insieme a te non ci sto più]. Le canzoni accompagnano le fratture. Come si aggiustano le lacerazioni? All’inizio prova a rincorrere chi, con lo sguardo duro, si sta allontanando; ci prova, ma è lenta, rimane indietro. Per cosa, poi? Allora si ferma, aspetta. Aspetta, finché inizia a piovere. Piovono astri, qualcuno si avvicina. Si riparte, si ricomincia, ma non è ancora finita. Si strappa l’ultimo brandello d’abito, quello più aderente al corpo, quello da cui si poteva ricavare qualcosa, una camiciola piccola, buona per vestire un bambino. Insieme a te non posso. Mi dispiace tanto, dice, salutando la storia incompiuta.
*
Ore nove. Un altro quarto di giro, sembra una vita. La damina ha riparato la casa, guarda avanti. Ora è donna della nascita, diventa immensa, una dea gloriosa. Eppure nel suo grande potere di illuminare il mondo dimora l’inquietudine. Di notte guarda il soffitto, con gli occhi sbarrati. Teme l’angelo vendicatore, lo aspetta in silenzio».

«Stai tornando al momento in cui tutto è iniziato».
«Sì, ci siamo quasi. Ore dodici. La donna della nascita tiene tra le braccia la sua creatura».
«È felice?».
«Ha paura. Quando si ha paura è facile commettere errori, sbandare»
«Tutti sbagliano».
«Sì, ma lei non vuole. Io non voglio».

La bambina silenziosa, la madre e la creatura si avvicinano al tronco, lo sfiorano con le mani. Il grande albero le guarda, le accoglie, in un momento che ha la durata di un soffio, una bolla leggera che trattiene la trinità femminile, corpo unico di pensiero e destino. Lascia cadere una foglia, e quando questa arriva a terra la trinità svanisce. Ai piedi dell’albero rimane una donna che ancora dorme e sogna. Poi apre gli occhi, sorride.

«Ho fatto le presentazioni, Big Tree. Cosa facciamo adesso?».
«Ora dovreste riunirvi tutte, trovare pace».
«Dovremmo? Le mie damine la pensano diversamente. Vedi, si stanno allontanando, prendono direzioni diverse. Hanno raggiunto l’orizzonte, non si riconoscono più».
«Torneranno, vedrai».
«Sicuro, torneranno. Tornano sempre».

[Stefania Crozzoletti, inedito 2011]

8 comments

  1. Intimo e singolare questo dialogo con il “big tree”, che l’autrice non immagina quanto io senta condiviso, vicino. In particolare è stato un ago nel cuore questo passaggio: “Lei si nasconde come può, evita fulmini e saette. Trova un nascondiglio accogliente, sbarra le vie d’accesso. Ma un pezzo di mondo è rimasto dentro, lo sente respirare.”, che ho interpretato – forse a modo mio – come l’epifania del timore di soffrire comune a tanti di noi.
    Ciao Stefania, grazie.

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  2. ho provato un brivido immediato quando ho visto quel “just” che subito mi ha riportato i suoni dei miei amatissimi Japan.
    brivido sommato ad altri nel leggere il dialogo.
    grazie

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  3. è una meraviglia e ci sono passaggi che mi fermano sulla pagina: un momento che ha la durata di un soffio, una bolla leggera che trattiene la trinità femminile, corpo unico di pensiero e destino. come se quel soffio avesse la capacità di un tempo sospeso, infinito.

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