Enzo Campi – Trame dell’oblio (per Francesco Marotta)

Enzo Campi

Trame dell’oblio
(per Francesco Marotta)

I)

turbato dall’immobilità del vortice

– là dove l’occhio è solo centro
fulcro nevralgico e punto nodale
ove sciogliere ipotesi di sensi sospesi
nel vacuo cavo dell’isola
qui tramandata ad arte
dall’atavica mano che imprime
la cancellazione del suo nome –

vago a tentoni nella dissolta firma
che rinnova dell’eco l’inestinguibile marca

e mi faccio superficie e ristagno
anticipando stoico il tempo
della levata in cui inabissarmi
ancora una volta e per sempre

chiedo solo l’abbacinamento
e dalla sovresposizione del bianco
estirperò il solo cuore nero
per inchiostrare la voce della vena
che implode nel costato
dettando lingue arcane e irriverenti
volte a cantare del domani l’aporia

.

II)

turbato dall’andirivieni della marea

– là dove la mano è solo un avido simulacro
che ripete a memoria il gesto inconosciuto
disimpegnato a declinare le tesi dell’innato
qui abusato riciclato
come un tutto senza parti
che spia con sana invidia
il senza nome dell’estromissione –

m’abbarbico alla stele ove delocare
del verbo l’incorrotta eternità

e mi metto in abisso e fluisco
ritardando il tempo dell’avvento
se mai invocando il vento
a spazzare l’ingordigia del silenzio

porgo solo la mano qui ora
nel tempo senza tempo di un istante
che precede sempre la mia voce
e dallo stelo qui inalberato
estirperò la sola fulgida spina
per rinnovare il tenue fiotto
volto a imperlare  il bocciolo

.

III)

turbato dal lucore dell’ombra

– là dove il luogo è privo di confini
come sfumato in un anelito di senso
se mai m’accoccolo a disappaiare
una a una le fibre per rendermi
alla mania di silenziare il dettato
del perpetuo ciclo che definisce
il mio gesto erratico e incompiuto –

mi dilato in mille evanescenti circoli
come acqua deflorata dalla pietra

e tocco il profondo e scavo
con la mano contratta
nell’humus della mia unica madre
l’idea di un segno da perpetuare

vedo solo bolle d’aria risalire lente
la china nel tempo fuori tempo
di un attimo che si crede eterno
ritardando l’elegia del dissolvimento
e dall’asfissia qui declinata
estirperò il solo atavico silenzio
in cui urlare l’incoscienza del mio nome

.

21 comments

    1. sì, ma a doppio filo.
      pensa che scrissi questo tritticocirca un paio d’anni fa quando Natàlia pubblico alcuni inediti di Francesco tratti da “Esilio di voce” e lo lasciai come commento.
      quindi, in un certo senso, è una ri-scoperta….

      grazie a te jacopo!

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  1. – là dove il luogo è privo di confini
    …………….

    vedo solo bolle d’aria risalire lente
    la china nel tempo fuori tempo
    di un attimo che si crede eterno
    ………………
    Belle Enzo…e la dedica rafforza il tutto.

    mm

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  2. Profondamente commosso, ringrazio l’autore.

    Ben consapevole, di fronte a tanta sapienza allegorica e scritturale, che nessuna dedica, nessun destinatario della stessa, potrebbe mai aggiungere fiamme al fuoco, lettere all’alfabeto possibile che in questi testi si crea – declinandosi al futuro, inventandosi, insieme alla forma dell’andare, i passi e il paesaggio da attraversare.

    Un abbraccio, Enzo.

    fm

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  3. commento sempre meno, rilevando l’inutilità dell’aggiungere il superfluo come zavorra per dire “presente all’appello”. dico solo, e perché sento forte la gratitudine del dirlo, che è bello poter essere qui a leggervi “insieme”.
    nc

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  4. Non so se Francesco avesse già letto questo trittico all’epoca in cui è stato scritto.
    Ma sicuramente avrà notato una lampante coincidenza.
    Coincidenza?
    Generalmente non credo nelle coincidenze.
    Io credo che chi segue con attenzione (chi legge con occhi “edotti”) l’evoluzione della poetica marottiana riceve da un lato una sequenza infinita di messaggi, e dall’altro lato vede chiaramente una serie di immagini.
    L’insieme di messaggi e immagini fomenta, a sua volta, una serie di sensazioni.
    Una delle sensazioni più chiare è quella di essere in presenza di un “vortice immobile” (o, se preferite, di uno stallo dinamico).
    Marotta è ben conscio che l’unica chiave di accesso a una poetica “alta” è la sparizione del soggetto. Per questo sparisce nei suoi versi, ma attua questo procedimento mentre costruisce una complessa architettura di senso. Tutto avviene in un “durante”, in un passaggio (attraversamento) che è insieme costruzione e decostruzione, riferimento e differimento.
    Adesso che “Esilio di voce” sta per diventare un libro la prefazione che Marco Ercolani ha inteso scrivere come valore aggiunto al testo titola per l’appunto “vortice immobile”.
    Coincidenza?

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  5. Il “durante” porta con sé (o ri-chiama a ) la percezione esatta del differimento: l’istante, in-mobile – e, per ciò stesso, già oltre/altro la/dalla sua “stasi” – in cui l’attraversamento si fa “parola”: in-cessante memoria del non-ancora (la “declinazione al futuro” di cui sopra: cfr., in particolare, anche il testo II).

    fm

    p.s.

    Nemmeno io credo nelle “coincidenze”…

    p.s.s

    Grazie, Natàlia.

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  6. E’ sempre un’emozione irripetibile assistere al richiamarsi della varia testualità. Come un’eco affascinante il testo germina altra scrittura, provoca e si risponde, attraverso la ricerca individuale e/o collettiva, tenendo sempre presente la contestualizzazione pensosa delle plusvalenze semantiche.
    Francesco Marotta ed Enzo Campi sono frequentatori della poesia con la quale vivono in una condizione di splendida prossimità, sia per le esperienze creative che per la riflessione critica sui testi letti ed esplorati in gran copia. Non stupisca quindi la forza di quella che chiamiamo ispirazione, senza agganciarla in ogni caso a modelli storico-letterari, o entrare nelle polemiche sul significato del termine. Il lavoro che è qui proposto da Enzo, ad esempio, sembra respirare un afflato, cogliere ‘in nuce’ alcune esigenze interiori, vivisezionate, a volte rovesciate, per ricavare la struttura eidetica delle stesse. Sviluppa perciò il suo discorso in maniera straordinaria e anticonformista, viaggiando sulla carta per i luoghi dell’essere-reale, senza limiti né impacci. Come non ricordare allora la tensione immaginativa dei testi propri di Francesco Marotta? Il suo “vortice immobile”, ad esempio, non educa certo alla piatta quiescenza, piuttosto produce un’attitudine alla ricerca incessante e senza alibi. La stasi è, infatti, per Marotta, la condizione per accogliere in sé la vertiginosità del ‘vortice’ abissale e puro, contaminato solo dall’arduo avvertimento dell’essere. La cifra dell’autentico e dell’originario costituisce una lieve trama di rimandi nei testi che colgono silenziose aspettative e sottintesi ideali, forse anche metatemporali, tra i due poeti. Molti i versi notevoli di questo “Trame dell’oblio…”, ne elenchiamo alcuni per amore della citazione:
    ” …e dalla sovresposizione del bianco / estirperò il solo cuore nero /
    per inchiostrare la voce della vena / che implode nel costato…”
    Possiamo quasi avvertire un vago sapore cristologico, in questa citazione, naturalmente straniato e decontestualizzato dai clichè. Un altro esempio superiore ad ogni mio commento è: “…m’abbarbico alla stele ove delocare / del verbo l’incorrotta eternità…”
    Con queste parole affascinanti mi congedo ringraziando per il trittico esemplare. Un abbraccio a Enzo e Francesco e quindi a tutta Poetarum! Marzia Alunni

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  7. “e mi metto in abisso e fluisco”

    grazie, francesco. grazie, enzo.

    emozioni sempre originali, e l’origine è sempre presente in questa poesia.

    m

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