Da “Il diritto di essere opachi” – Marco Ercolani – LA VITA FELICE 2010

La capacità di empatia con il vissuto e di adesione alla tensione intrinseca al linguaggio che è propria di questo autore ci accompagna anche in questo libro di poesia: viaggio sapienziale ed esistenziale, un cammino poetico nel buio degli anni, per cercare là dove l’oscurità è più fitta e tentare di intravedere un bagliore di luce, una direzione di senso ancora possibile. Questa poesia di Ercolani ci offre una scrittura che è insieme visionaria e concreta, simbolica e carnale, per cui seguiamo l’autore in quello che appare un viaggio che è sogno-incubo, ma a tratti anche viaggio reale, dove il mondo è colto per frammenti, in dettagli minimi o solo in un’eco. Ne Il diritto di essere opachi la poesia, infatti, si fa ricerca per terre e mari di senso e parola, disegnando immagini e offrendoci riflessioni di tono aforismatico, conducendoci via via alla scoperta che “la terra è vuota”.

dalla prefazione di Gabriela Fantato 
  

 

 Fogli di me
chiusi nella torre con me.
Se scrivo, nel fango torna un suono
                                              di mare]
Riprendo, la penna sul legno,
la terra oltre le sbarre.
Una frase dopo l’altra,
frana altra terra,
non appare mai
il cielo.
Sottile la carta, si torce,
esige odori di luna, di mare.
Provo a tastarla
 a sprigionarne luce.

Il diritto di essere opachi

Sposti allibito la maniglia nel muro
chiudi nelle dita il nuovo mondo
che i cieli sfiorano da quando l’albero
è sommerso dal buio, sottovoce.
Ripeti che sulla pelle esistono,possono
esistere, appena sotto il polso
carezze.
Chiedi agli specchi di essere pietre
perché non riflettano le ombre degli inseguitori
chiedi alle pietre di essere specchi
perché riflettano chi corre e si salva.
Febbrile, lungo i cerchi del pozzo,
un volo di farfalla.
I tuoi occhi quasi ciechi.
Prova a guardare le case, a vedere
se sono proprio morte,
osserva la polvere sui bicchieri,
le spine nei piatti, le ombre sui muri.
Prova a rinascere nel tempo
in cui riemergeranno.
Scrivi fra le cinque e le sei
quando il foglio smette di essere scuro
quando la carta mostra
i buchi delle parole. Poi smetti.
I corpi, in fondo alla stanza,
restano corpi ed è saldo, nel buio,
il diritto di essere opachi.
Voci che ti difendono dal dolore
ti sprofondano nella logica delle cose.
Una tragedia senza porte
il ritmo dei giorni, la sabbia
che scricchiola.
Ci sono ancora, nel tuo destino,
lettere da scrivere, fogli
come muri, violentemente bianchi,
dove le parole tracciate sono lavate via
dalle regole del pensiero e le frasi, tutte le frasi,
aspettano nere,
col peso dei verbi e dei nomi,
il tuo andar via dalla stanza.
Sul muro arroventato
schegge di unghie
grida rapprese.
Una volta, respiravano fischiavano parlavano.
Ma la notte è lunghissima,
i discorsi trasformati in derive, silenzi.
Scrivi fra oggi e domani.
Sai di non morire
per il tempo in cui la carta
trattiene le parole.
Potrai sbagliare ancora passo
nella fila dei corpi
e dopo, alla fine del giorno, a cortile vuoto,
correggerti, restare immobile,
descrivere voli
osservare rocce
immaginare domande:
oggi, ad esempio, per quante ore
sarai vero?
Calmata l’acqua, pronunciate le parole
dentro la gola, con la vibrazione
di chi non vuol tacere.
Il diritto di essere opachi
non è il buio della pelle, nella notte,
ma questo lungo proteggersi
da occhi che vorrebbero, violentemente
vedere.

(2003)

IS ARUTAS

Sempre, dopo che gli uccelli hanno cantato,
arriva una notte incomprensibile,
il buio come un incubo,
e ti sorprendi a pensare la luce
nelle ali che pulsano immobili –
sonno senza cielo, perfetta assenza di sole.
Poi ti addormenti.
Saprai domani se le geometrie del pianeta
resisteranno a un’altra notte.
dentro le cose sparite
la notte scolpisce di nuovo i profili
che rinasceranno.

Rosso e oro.Rocce.
Soffio presente di vita.
Sottoterra, il fiato.
Incantesimi deviati, inattesi.
Is Arutas.

Roccia a testa di lupo.
Troppa, troppa luce. Non scrivo.Nessuna carta
tratterebbe le parole.
Scie d’acqua sulla pietra.
Lingua per muti.
Non leggo. Aspetto la notte.

Lascio che luce scorra sui vetri
in quel modo silenzioso e immortale
che, una volta morti,
piangeremmo. Lascio che laluce
scorra. Vorrei accennare che. Ma le parole,
sempre più opache, restano nelle dita
come unghie staccate.
Nella sua nuca, inverno dopo estate,
la lunghezza degli sguardi, giorno dopo notte.
L’infinito lo guardiamo
dentro la sua testa come in uno specchio
ma le cose restano troppo grandi
molti guardiani non conoscono la casa
e sanno tutto del buio,
del mondo che cola via – acqua
senza cose, strappata dal sisma.

La sillaba di un vento solleva l’erba
come secoli fa, quando respiravamo
tra questi fili verdi, sotto fortezze ora dissolte,
uomini che mi assomigliavano.

Il penultimo sole
torna lentamente alla terra
per difenderla dalle notti future
racconta l’opera del respiro nel sonno
che alla pelle riporta una giovinezza
dove le dita si reimparano dita,
nuove nel buio.

L’uomo che fingo di essere
accennando con la lingua parole
sono io
chiamatemi per nome.

Non serve la scrittura
che ogni giorno ascolti.
Diari, schegge, balbettii,
voci infitte nella mente.
La chiamano scrittura dei morti
ma con matite, grida, fogli, pietre, mattoni sono,
restano
vivi.

E tu? Parli
di uomini che non sono stati guardàti.
Di sabbia , non di mare.
Non racconti fiabe ai bambini.
Non ricordi le pietre piccole, di quarzo rosso –
princìpi di speranza, di silenzio –
scoperte fra le alghe e rocce.
Is Arutas.Is Arutas.
Non fare, della terra che vedrai,
un altro punto buio nella nuca.
Per una volta. Senza visioni.
Guarda.

(2009)

 

 

Guardami:
gli scomparsi hanno un numero e un nome.
Vedo immagini scorticate
ombre in mezzo alle mani.
Lungo accordo la materia incendiata –
tronco lasciato nero
manifesti scollati
città vuote di voci.

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