Racconti inediti: I tram di Imola – di Ivano Mugnaini (post di Natàlia Castaldi)

Per qualcuno la vita è una strada liscia e rettilinea: pietre e frutti saldi, concreti, percepibili con le piante dei piedi e con le dita. Per altri è un labirinto di lettere e sillabe, una foresta immane di grafemi senza voce e con troppi sensi. Parole maliose e sdegnose, ammiccanti, impalpabili.

         Cominciò come un gioco. Tutto inizia come un gioco, a ben riflettere. L’esito invece è incerto, guizza via libero in acque torbide che solo l’immaginazione può ambire a sondare. Cominciò come un gioco, un ricordo: il vizio antico della mente di imitare la vita. In modo in apparenza fedele. In realtà ambiguo, amletico, immorale nella pretesa di un’immacolata perfezione.

         Di lei ricordavo l’eleganza eterea. Il sorriso impacciato e imperioso. Forte di una diversità vissuta senza orgoglio e senza pena. Lasciava dietro di sé un profumo di pioggia e ambrosia, il mito stillato con leggerezza nei bicchieri di plastica di questo misero secolo. Si sforzava di essere semplice, immediata, cercava di imparare l’arte della banalità, il rito becero dello spreco del tempo. Qualcosa di testardo e possente però la rendeva ancora più immateriale, nonostante la carne viva e profumata che si indovinava sotto gli abiti sensualmente impeccabili.

         Era un’ameba ben salda ma sgusciante, qualcosa di imperscrutabile e multiforme, capace di nascondersi nel caos di un bar affollato di Amsterdam, per scrutare la gente, gli occhi. Era un imbroglio spedito in missione esplorativa da qualche civiltà lontana nel tempo e nello spazio. Un immenso inganno destinato a rimanere impunito. Se non fosse stato anche, con uguale vigore, immensamente ammaliante.

         Si metteva da parte, nell’ombra, in un angolo, tra noi turisti italiani in gita in Olanda. Noi, senza neppure gli occhi allegri e il naso triste come una salita. Semplicemente sbraitanti, nel caos ordinato degli indigeni avvezzi ad ordinatissime trasgressioni. Ci guardava, serena da far paura. Con un sorriso così innocuo e tenero da permetterci di scordarla con tranquillità. Lei era là, immobile, immancabile. Immutabile nella sua aliena armonia. Amen. Potevamo provare ad archiviarla. Era allora che lei, puntuale, lasciava scorrere l’amnios della sua essenza più profonda. Scorrendo, lei stessa, nel fluido di un corpo divenuto mente. Con sguardo e tendini tesi ci scrutava, scannerizzava gesti, posture, smorfie, impronte di sogni e incubi.

         Forte della sua chimica e della sua biologia, tramutava il nostro impazzimento in impulso. Il percorso confuso di un ignaro e amorfo amminoacido diventava in lei ampio e armonioso cammino verso la meta immancabile: il più ampio e ambito miracolo della impollinazione.

         Si nutriva di noi. Beatamente spietata. Gli occhi  che ci piazzava addosso possedevano la foga vorace e quieta di un amplesso. Il disegno mite e infinitamente armonioso di chi, con sconfinato amore, potrebbe ammazzare, inglobare, spazzare via. Le mie orecchie, sebbene ammonite da innumerevoli voci sagge e generose come sirene di un’ambulanza, nulla potevano contro questo immancabile imprevisto. Il più anelato annientamento.

         La guardavo anch’io, a tratti, fulmineamente. Sapevo bene che era vano provare ad ingannare l’inganno. Ma niente era più bello che coglierla nell’attimo fragile dell’umanità. Il rossore di un corpo che dimentica senza volerlo e senza saperlo il dominio ferreo dei neuroni. Di tutto ciò che avrei desiderato dire e fare mi restò, al termine della gita nei Paesi Bassi resi da lei svettanti come altopiani del Pamir, solamente un indirizzo e-mail. La beffa del presente, dell’attuale; contrappasso, riso di scherno nei confronti di un ideale senza tempo. O forse no. Pe in fondo ciò che ci legava, cappio di canapa e carezza di seta, erano le parole. Il loro mistero, l’arcano di noi in loro.

         Le scrissi. Affidai allo schermo verdognolo di un computer il compito immane di parlare di poesia alla poesia. Rispose, cortese, generosa, immutabilmente insondabile. Il gioco riprese e mutò forma. Per sopravvivere, per non farsi schiacciare dalla morsa contrapposta di affinità e distanze. Prospettive che si spostavano in continuazione, sfumando il quadro, rendendoci strabici, tranne che dentro un alone di luce lunare. Il gioco si fece infantile, bambino, trascinandoci nella sua scia di zucchero e pozzanghere. Per firmare le e-mail che ci scambiavamo regolarmente finimmo per adottare le iniziali dei nostri nomi e cognomi. Due lettere esili, magre, volutamente scritte minuscole. Nulla di nuovo, niente di originale, in fondo, se non fosse stato per un particolare: diventammo davvero quell’abbozzo di vocabolo, quel moncherino di frase, di voce, di sguardo. Lei divenne am ed io im. Niente a che vedere con la psicologia, i transfert, le proiezioni complesse e articolate. Una metamorfosi tanto fittizia quanto naturale ci rese, semplicemente, ineluttabilmente, sillabe minuscole, progetti di parole.

         Le acrobazie, le contorsioni, le variazioni sul tema a partire da quel nucleo essenziale di lettere, si succedettero copiose, sempre più ardite, barocche, rigogliose e soffocanti come rami di alberi grandiosi e bizzarri. Sprememmo noi stessi nelle frasi, nella spirale pressoché infinita di accordi, contrasti, sovrapposizioni. Due trapezisti che inventano in volo figure sempre nuove e sempre più estreme. Fino al punto in cui la sola mossa ulteriore, l’unica alternativa è l’immobilità, un silenzio marmoreo. Oppure, a ben pensare, anzi, abbandonando la corda ondeggiante del pensiero, il gesto più semplice e rischioso: il tuffo ad occhi chiusi e senza rete. Il coraggio di tornare a cercare il contatto con il suolo.

         Fu lei a chiedermi di incontrarci di nuovo. Temevo ed aspettavo quel momento da sempre. La sua richiesta elettrizzò il corpo ma lasciò la mente lucida, quieta, smarrita soltanto in un ilare dilemma: la ricerca del luogo fisico. Avrei voluto dirle di trovarci di nuovo ad Amsterdam, sarebbe stata una scena degna di un film. Lei seria ed appassionata come Ingrid Bergman, io con l’impermeabile grigio e lo sguardo imbambolato ma tenace di Bogart. Sarebbe stato bello, ma era complicato. In omaggio al gioco a noi caro delle parole che iniziano per am ed im, cercai un’alternativa meno romantica ma più agevolmente realizzabile. Mi venne in mente Imola. Iniziava con le lettere giuste, le mie, era relativamente vicina ad entrambi, e non aveva nulla che valesse la pena vedere. Perfetta, quindi. A noi bastava e avanzava rivedere noi stessi.

         Ci accordammo per trovarci nella cittadina emiliana. Non prima però di esserci affidati reciprocamente un compito, una missione: presentarci all’appuntamento portando con noi, scritta su una maglietta, su un foglio, su una cartolina illustrata, o tatuata sulla pelle, una sola parola. Una. Quella in cui riassumevamo e condensavamo tutto. Il ritratto di noi e la visione dell’altro. Ciò che ci era capitato e quello che speravamo potesse accadere. Un’unica parola, un quadro minuscolo ma dalle prospettive infinite, vie di fuga e linee che si intersecano in grumi di colore, oscurità e bagliori cangianti.

         L’idea mi era piaciuta subito. La ricerca di un solo vocabolo consentiva, anzi, rendeva necessaria, una ristrutturazione. Tutte le allegre e tragiche macerie di parole che avevamo ammonticchiato nella casella di posta elettronica riflessa avidamente nel cervello andavano rimosse. Con affetto ma decisione. Si trattava di ripartire da un punto preciso. Stabilire con esattezza le coordinate per tracciare una nuova rotta. L’idea mi era piaciuta, sì, ma quando si trattò di tramutarla in azione, affondai nelle sabbie mobili dei limiti. Pensai a termini altisonanti, ma qualcosa dentro di me ghignava sarcastico. Immaginai di presentarmi a lei facendole omaggio di un foglio di carta pregiata con su scritto “ammaliante”. Ma, regolarmente, mi compariva in risposta l’immagine di lei con un normale foglio A4 con su scritto “imbecille”. Perfettamente consono, niente da dire. Non solo per le iniziali, anche per il resto, per il concetto. In quei momenti ero davvero, ampiamente, immancabilmente, imbecille. Preso nella trappola in cui mi ero entusiasticamente infilato da solo. Sudai, imprecai, scrissi e riscrissi parole sagge e sceme, serie e ironiche. Nulla era proponibile, niente si avvicinava alla più semplice delle complessità. Alla fine decisi di affidarmi ad un bluff: mi sarei presentato con un foglio bianco accuratamente ripiegato, e, dopo aver letto e ascoltato la parola scelta da lei, avrei scritto la mia. All’impronta, sull’onda dell’emozione del momento, dolce o amara che fosse.

         Ci trovammo nella piazza principale. Non ci fu bisogno di messaggi o chiamate sui cellulari. Imola ci fu complice, o magari, semplicemente, ci ignorò. Transitava solo qualche frettoloso ciclista, lieve e imbronciato come i piccioni che svolazzavano da un cornicione all’altro, incerti, invidiosi. Ci fermammo a venti metri l’uno dall’altra. Come nel duello di “Mezzogiorno di fuoco”. Tutto ciò che potevamo e dovevamo dirci ce lo sparammo contro, con fulminea dolcezza, in un sorriso. Polvere e piombo di timidezze, ricordi, paure, voluttà. Morti all’unisono. Ma ancora in piedi, in grado di avvicinarci passo dopo passo fino a sfiorarci in un disegno di abbraccio.

         Ci incamminammo verso un bar seminascosto da un antico loggiato. Lei ordinò una raffinata tisana alle erbe, io un chinotto. Girammo attorno a discorsi solenni e impeccabili, il lavoro, le famiglie, il tempo, il meteo e gli anni, Cronos e Giove Pluvio. Alla fine però il toro fece il suo ingresso nell’arena, e tutte le veroniche preparatorie apparvero più che mai vane. Fu lei a chiederlo, ovviamente. Quasi con nonchalance, con divertita distrazione: “Allora, l’hai portata la tua parola?”. Sguardo a terra, alternativamente puntato su un gatto di passaggio e sulle carte spostate dal vento.

         “A dire il vero, aspettavo di conoscere prima la tua”.

         Cercò i miei occhi con pazienza calda, luminosa. Alla fine confessò, con un rossore lieve: “Non ce l’ho fatta. Non ci sono riuscita”.

         Ci lasciammo alle spalle il bar della sconfitta condivisa. Sulla strada lastricata del corso analizzammo, più leggeri, più vicini, le possibili motivazioni della débacle e le strategie della controffensiva. Nel frangente in cui le dita si sfiorarono, l’adrenalina ci condusse ad un’illuminazione: l’errore, con ogni probabilità, era nella collocazione delle sillabe chiave. Le avevamo sempre cercate all’inizio dei vocaboli, nel capo, nella testa. Avevamo ignorato il corpo, gli organi vitali, il fegato, il cuore. Lei si accorse che, forse, la parola ideale per lei, per le due lettere del suo personale am, era cambiare. Il mio im mi condusse invece a rimirare il mondo, con calma, diretto negli occhi, a partire dai suoi. Con la realtà cruda e vera della poesia. Rimorire, inoltre. Morire di nuovo, di stupore, paure, scoperte, ferite vitali di bellezza.

         Da questo momento in poi neppure io,  che ero presente, sono in grado di fornire una versione oggettiva di ciò che accadde. Non ricordo, o forse preferisco affidare ad altri l’onere della testimonianza, la scelta tra le vie dell’immaginazione e le strade del vero. Secondo qualcuno, nello specifico un’anziana casalinga gonfia di sporte della spesa, am ed im, ridenti e abbracciati, ambedue immensamente imbranati, furono messi sotto dal tram. Il 22 delle quattordici e ventisette, per l’esattezza. Se l’impeccabile signora avesse visto e riferito il giusto, potrei dire, per trovare un finale consolatorio, se non proprio adeguato, che i nostri due eroi, sdraiati esanimi sulle fredde rotaie, si incamminarono idealmente verso imperiture armonie.

         Un arzillo vecchietto, tuttavia, trattenendo a stento una risata, sostiene al contrario che la megera con le buste della Conad oltre che brutta è cecata, ed anche discretamente scema. A sentire lui di tram a Imola non ce ne sono mai stati. Mai, nei secoli dei secoli. E, sempre a sentire il vecchio dalle guance rossastre, i due non si incamminarono affatto verso imperiture armonie, bensì, afferma, verso un appartamento nelle vicinanze.

         Quale sia la versione esatta non è dato sapere. O meglio, è legittima ciascuna opzione, ciascun percorso. Una cosa è certa: ben prima di incontrare il tram di Imola, reale o immaginario che sia, am ed im impararono a camminare fianco a fianco, sincronizzando gli inciampi, gli imbarazzi, le armonie. Senza più temere di mostrarsi nudi, imperfetti, inadeguati. Senza più paura di far vedere il lato in ombra della faccia, delle spalle, delle parole. Trovando nel contrario di sé, dell’immagine ideale, della propria parola liscia e tornita, la feritoia, lo spiraglio, lo sprazzo di luce e di cielo per respirare. Am imparò a credere di più nelle mani. Im riuscì finalmente a perdere la misura. Nell’opposto di loro, dell’identità che si erano dati e che toccata loro in sorte, trovarono il volto vero, sincero. Il rovescio del sogno. La realtà: il sogno autentico.

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3 commenti su “Racconti inediti: I tram di Imola – di Ivano Mugnaini (post di Natàlia Castaldi)

  1. La storia si snoda su due binari, duplice è lo sguardo che i protagonisti gettano sul mondo. Dapprima s’ipotizza che la figura più inquietante sia quella femminile, però, nel suo rifiuto di trovare autonomamente la parola-chiave del gioco, scelto in complicità, il protagonista si rivela altrettanto temibile della sua “aliena” compagna. Ma le affscinanti stranezze toccano il culmine con la constatazione che il tram nella città di Imola è inesistente per cui il finale della storia ha più versioni, tutte curiose. Abbiamo dunque un uomo, una donna di origine sconosciuta, che conducono una sorta di duello, sottile come un bisturi, e infine un tram che non si può chiamare… desiderio perchè non esiste, ci sono tutti gli elementi per agganciare il lettore!
    Interessante è la tecnica narrativa che disvela a poco a poco le sorprese. Ogni più bizzarro aspetto è presentato come perfettamente naturale, nel contesto di una ‘normalità’, interrotta da crepe e scollamenti dal reale. Si vedano per esempio le premesse narrative iniziali, per cui nella storia narrata, si manifesta: “…il vizio antico della mente di imitare la vita. In modo in apparenza fedele. In realtà ambiguo, amletico, immorale nella pretesa di un’immacolata perfezione.”
    Il racconto di fatti, eventi sognati, a volte impossibili, forse, scaturisce da una logica ambigua, contraddittoria, eppure feconda.
    A chi mai può interessare una narrazione pedante del solito tran tran? Mugnaini sembra aver compreso la necessità di scavare nella natura precaria del reale, perciò propone personaggi attraversati da dilemmi originali e profondi, li coglie nel bel mezzo dei loro spostamenti, ma il luogo d’azione che frequentano, in fondo, è sempre lo stesso, un non-luogo, secondo i canoni della credibilità più stretta. Viceversa, leggendo, frequentiamo un’isola che non c’è, dove l’assurdo non disturba, al contrario provoca, meraviglia e seduce il lettore.
    Questi si può trovare piacevolmente spiazzato. Ad esempio, che finale porporre ala storia? Un finale abbastanza alieno, ma carico di tutta la nostra aspettativa umana, dunque avventuroso e stuzzicante oltre le attese più ovvie. E’ facile comprendere che si tratta di un’impresa da non tentare alla leggera. Solo lasciando tutto “in sospeso” si avverte il brivido della poesia nella narrazione. Addirittura potremmo immaginare che sia proprio la Poesia stessa, personificata, la splendida aliena che turba, di molti, i pensieri.
    MARZIA ALUNNI

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  2. Il tuo commento a “I tram di Imola” è accurato, attento, sensibile, ricco di partecipata immaginazione. Ti ringrazio molto, Marzia, anche per lo sbocco finale della vicenda che hai ipotizzato. A dire il vero non avevo pensato al personaggio femminile come personificazione della Poesia. O, almeno, non ci avevo pensato a livello “conscio”. Ma si sa, tale livello è solo una delle dimensioni possibili. Quindi, ben venga la tua poetica lettura. Ti ringrazio ancora. Un caro saluto, e a rileggerci, Ivano

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  3. amsterdam:viaggio,sogni,sesso e sballo
    paesi bassi è ade-scante,scannerizza la voglia di uscire dal tran tran del quotidiano, compreso quello di sognare,alla fine, dentro gli stessi binari,di oggi, di ieri.
    lo sguardo:guardare,vedere,leggere,cercare,trovare.Ogni volta si cerca l’altro,e la parola che lo dice lo rende ancora più altro, se si può dire in questo modo, alla fine avvicinadolo terribilmente a noi stessi, fino a farne quasi una nostra copia, una nostra altera identità.Anche la parola, intrappolata nella bocca e circoscritta nella cifra, una sintetica filatura di qualcosa che si è staccato dal telaio, è fatto degli stessi fili. una vocale e una con-sonante.Ai!M la comune,appartenente alla domanda: m’ami? L’apostrofo si sa che è rosa, una rosa da sfogliare,da spogliare a poco a poco, proprio come fa Mugnaini,esibendo uno streap lento, fino alla fine.Ma la spina,che poi spia tutta la storia, sta ben chiusa, dentro la parola non trovata,solo affabulata, tenuta tra un lei e un lui che stanno nell’uno, uno qualunque che, in un viaggio fatto sui binari del d-ire, un bel dire,tra un qui e un là, tra lui e lei, che potrebbe anche essere un lui e viceversa lui una lei, i ruoli ormai non sono binari, o meglio lo sono,ma la corrente è alternabile, ha costruito un deragliamento, dove qualcosa scompare e qualcosa riappare.Ma la verità resta comunque un riflesso, magari dal vetro, quello del tram in cui s’im(m)ola.f

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