Il «c’è» del libro interminabile – Uno sguardo su “Il Semacosmo” di Marzia Alunni

 

Enzo Campi

 

Il «c’è» del libro interminabile

(uno sguardo su “Il Semacosmo” di Marzia Alunni)

 

 

 

Atomi del nulla le parole,

sillabe

arse di pioggia d’essere

contro la barriera velata.

S’infrange il destino

al tempo della conoscenza,

dell’odio.

Pure la luce è velo antico

e l’ombra

del nulla si consola

 

Scrivere rivolgendosi direttamente alla scrittura non è cosa da tutti. Marzia Alunni, da esordiente, nel 2002, salta le tappe intermedie e tenta un corpo a corpo con la scrittura. Ma, se il titolo dell’opera fonde sema e cosmo, bisogna aspettarsi un ulteriore passo in avanti. Scrittura delle cose prime e precipue, di ciò che ci ha generato, scrittura del cosmo e cosmogonia della scrittura:

 

Erano sillabe appena,

nel chiarore del mattino

australe,

a turbare la luce.

Non parole d’assoluto

che sfiorassero

il senso di ogni cosa,

ma un’intatta geometria

di corde musicali,

esposte

alla verifica del Dubbio.

La Grammatica eletta,

il gioco

tra parole e cose,

un rimpiattino celeste

davanti al silenzio degli astri,

al Canto di Confine,

bellissimo e solo.

 

C’è come una parabola, necessariamente sospesa e incompiuta, che si staglia nitida nell’aria. Questa parabola ha un nome ben preciso: arco. Arco proviene da arché, inizio, principio generatore e conservatore. I presocratici individuarono l’arché, di volta in volta, nell’acqua, nell’aria, nel fuoco, ovvero: negli elementi cosiddetti naturali.In quest’opera è come se la natura, che rappresenta l’aspetto semantico, viaggiasse in simbiosi col cosmo che la sovrasta e la contiene. Se è il cosmo a dettare le regole per così dire empiriche del transito è anche vero che solo il sema (propriamente la scrittura, o meglio il segno) può permettersi il lusso di amplificare e insieme sovvertire quelle che la stessa autrice definisce “curve” che “decidono l’assoluto”. Il fissaggio (ma qui fissaggio è anche sinonimo di  «cancellazione») di questa parabola non si limita alla connotazione di un’apologia del principio, ma cerca invece di certificare la rinnovabilità e la riproponibilità che lo rendono inevitabilmente necessario per il degno fluire delle cose. L’inizio non è solo ciò che ha generato le cose ma, anche e soprattutto, ciò che crea la «memoria». Memoria dell’imponderabile che viene in presenza, dell’impalpabile che si offre al contatto, per dirlo con le parole dell’autrice: “memorie di perfezioni sconosciute” che cercano il proprio aver-luogo.

 

Indefinibili distanze

che esaltano

la ciclicità degli astri,

concentrica,

anipotetica grazia.

Così è un bisbigliare,

un gettar ponti,

definizioni che traccino segni

sulla sabbia,

presto scomposta

e si ritrae ogni discorso,

restano

i postulati del dubbio:

dare e ricevere amore,

come ragione,

in una fame disperata di tutto.

 

C’è come un “limbo di luce” nel quale attendere e attendersi. Una luce sempre lieve, tenue (“Evanescente luce / che sola resti / a commuovere il nulla, / unico emblema / impossibile / di dignità negate, / di voci inudibili, / appassionate, / di canti / ad un destino senza nome”), pronta a cedere e a cadere (“Attimi di luce / cedono offesi / mentre la bellezza, / testimone, / in silenzio addita”). Cedere al nulla che essa stessa rischiara e cadere su quella madre terra scandita (si potrebbe dire: scansionata) per giustapposizioni di deserti, per combinazioni, solo apparentemente inconciliabili, di stasi ed estasi.  Ma la luce genera anche l’ombra con la quale viaggiare a braccetto: “Questa pallida / immagine del bello / è cenere assoluta / che rifulge”. Del resto, da Platone in poi, si dà spettacolo (si consideri qui l’accezione positiva del termine) solo in un amalgama di luci e ombre, quantomeno per far sì che l’assoluto trasferisca parte del suo peso al relativo. In tal modo l’idea stessa della luce (o, se preferite, dell’arché) perde il suo carattere di univocità rendendosi all’avvento dei possibili, ovvero alla molteplicità che è carattere peculiare e imprescindibile di tutte le cose.

 

Come crisalide antica

che mai fuoriesce ed è farfalla,

stenta la Vita

il suo nascere breve

e proteiforme è l’anima

del mutamento arcano,

entropia gioiosa della morte

che lieve

consuma ogni energia.

Attento

l’occhio testimone

vaglia la fine dell’Universo,

come la propria.

Il pensiero

cerca la spiegazione ultima,

definitiva

e il tempo corre al contrario,

per esempio

e nulla cambia.

 

C’è come un senso di abbandono ove rendersi prossimo a quell’anima mundi che “lieve consuma ogni energia”. È un «io» abbandonato quello del Semacosmo, abbandonato alla gravitazione e alla consumazione, ma tenacemente abbarbicato a sé, alle proprie aperture e chiusure, un «io» alla ricerca del suo «c’è» e al contempo impegnato nel porsi all’ascolto delle cose, delle voci intestine del tempo e dei deserti, degli astri e dei buchi neri, delle albe primordiali e dell’apocalisse, sotto l’egida di un’inevitabile sospensione.

 

Lo spazio curvo dei pensieri

concavo è

come il cavo di una mano

e se dilati la speranza

in maglie invisibili

brilla, ecco,

la sfera di Riemann

sulla punta di un dito.

Ora un salto s’impone,

quasi il rischio

d’essere estranei,

disamati nel proprio universo,

così vicino al nulla,

al tutto, oppure

davvero evanescente,

come l’ultimo,

indeterminato confine.

 

Quest’opera, in definitiva, offre una chance, è essa stessa chance per il divenire. Ma la chance implica anche il rischio, la volontà di giocare, o meglio ancora: l’urgenza di farsi giocare. Farsi giocare dal gioco della vita e della morte, dal gioco della riproposizione del transito, dal gioco interminabile della scrittura, ovvero da tutte quelle cose che l’autrice definisce “verità impossibili”. Impossibili sì, ma terribilmente ed estaticamente plausibili, a tal punto da verificarsi e riverificarsi con perenne e imperturbabile puntualità proprio in ciò che prima abbiamo definito spettacolo, ovvero in quella scrittura che lavora per l’annullamento delle distanze e  per la coabitazione di luci e ombre

 

È l’onda estatica,

il miracolo

che giunge improvviso

e di colpo spazza il dubbio,

l’alba nascente,

luce che attraversa incauta,

ferisce,

occhieggia traslucida,

lungo il confine arduo,

spoglio di risposte.

Ed è schiudersi

antico di profumi,

suoni, canti piano accennati,

questa morte del nulla.

Solo fragile resta

l’aria

che si scalda appena

prima di cadere in un’altra

oscurità sublime.

 

 

 

(I testi sono tratti da  Marzia Alunni, Il Semacosmo, Bastogi Editrice Italiana, Foggia, 2002)

13 risposte a “Il «c’è» del libro interminabile – Uno sguardo su “Il Semacosmo” di Marzia Alunni”

  1. ricercando,
    quale conforto insperato,
    una chance
    che risolva tutto.

    Si dice della poesia che abbia una valenza consolatoria, io non ho mai creduto a quest’aspetto nell’applicazione alla mia personale scrittura, ma lo ritrovo talvolta, nella lettura. come in questo caso.

    un abbraccio.
    nc

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  2. mi piace l’idea dello spazio curvo dei pensieri, è un “concetto” che anche io a volte sento e cerco di esprimere…

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  3. L’interpretazione della mia poesia da parte tua, Enzo, è una splendida finestra sulla comprensione della mia creatività. Resto ancora una volta conquistata dalla chiarezza e dalla precisione del tuo modo di ‘fare critica’. Nel tuo profondo saggio critico che mi avevi inviato, c’è del resto tutta la competenza e la determinazione ad analizzare che si auspicherebbe in uno studioso, massimamente se è poeta. La tua lettura dei miei testi conferma questa attitudine straordinaria alla comprensione e alla divulgazione che manifesti con generosità.
    Quanto a me, umilmente, non era facile trovare forme e processi creativi non già esplorati da mia madre, Maria Grazia Lenisa. La scelta di gettare uno sguardo sul cosmo era poi legata anche alla consapevolezza che oggi si scrive di tutto, ma da una posizione spesso di gran lunga antropocentrica.
    Grazie a Natalia e Giuseppe per le loro analisi che mi hanno dato degli spunti di riflessione. Spero, mi auguro, di poter annoverare tutti i miei amici in un tentativo di giustizia ed amore per continuare ad analizzare e storicizzare nel tempo la Mamma.
    La Rete (cioè tutti noi) è il futuro, non le ‘ammuffite accademie’, ho fiducia nella lettura interferente di chi spontanemente legge e dialoga con gli scrittori in una sorta di simbiosi.
    Personalmente continuo dunque ad apprezzare tutte le vostre produzioni. Un affettuoso grazie!

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  4. “La Grammatica eletta,

    il gioco

    tra parole e cose,

    un rimpiattino celeste

    davanti al silenzio degli astri,

    al Canto di Confine,

    bellissimo e solo.”

    Questo passaggio ha in se qualcosa di elevante, forse sublimante…
    ci sono figure nella parola che apparentemente sono soltanto delle belle rappresentazioni della stessa, ma appena sotto la superfice vi si scopre un universo non più refrattario, bensì assorbente che prende e ti prende trasformandoti.
    Questo “mi” avviene leggendo questi testi dove le linee rette non hanno più senso; dove, nel frattempo, apparteniamo già ad un concetto diverso dal quale siamo abituati, dove il pensiero è retto da geometrie essenziali.
    Scrittura nobile quella di Marzia Alunni, degna di ricerca e approfondimento.

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  5. Atroce bellezza e “verità”, come le stelle che vediamo oggi, ma scientificamente sono già morte,in quello che in quanto percepito già postumo, possiamo dichiarare nell’avvenuto di un tempo inattraversabile.
    Quasi mai quest’angoscia, è stata accalappiata nelle maglie del pensiero, ma la poesia è proprio e per me questo, individuare quello che è evidente e paradossalmente nascosto agli occhi di chi non “vede”.

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  6. Una Marzia Alunni che per me è una vera sorpresa. La leggo con grande piacere ed interesse e conto di approfondire. Per ora ringrazio Enzo Campi e Poetarum Silva per questo post. A tutti un caro saluto.

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  7. sono contento di questa proposta perché mi invita a leggere qualcosa che di mia iniziativa non leggerei. La maniera di scrivere di Marzia è molto lontana da ciò che mi attrae come lettore. C’è una cosa che va detta, però, ed è importante, a prescidendere dai gusti, mi pare che qui sia ben evidente la volontà dell’autrice di evitare “l’approssimazione”, e che ci sia, invece, un lavoro cosciente e profondo. Questa è cosa buona

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  8. c’è un funambolico plasmare di versi attraverso provocazioni sensoriali che lasciano cicatrici profonde nella memoria
    Ogni parola può essere e non essere ma nel frattempo rimbalza, urta, lascia il segno e non da tregua

    Mi piacciono
    MOLTO.

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  9. E’ molto interessante il discorso che fa Marzia Alunni sul riconoscimento della madre, accogliendo il dono della sua scrittura, e sul prendere le distanze cercando una propria strada. Le auguro di sapere coltivare la cura delle parole e della memoria di Maria Grazia Lenisa, e la cura delle proprie parole. Tutto questo è molto bello. Ci terremo in contatto. Un abbraccio.

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