Due poesie di Giuseppe Barreca

 

La carovana delle malinconie

 

I) Prima del passaggio

Una riflessione che non va giù,

e galleggia in gola, senza pietà.

La stazione deserta, spenta, inerte

e la noia distinta dell’ignoto

bacia i semafori verdi.

Ma i treni non sanno più muoversi, come me.

E allora io adagio questo mio tormentato presente

su una panchina di pietra, orlata di gomme annerite;

dormo tra una scritta ignota che reclama un amore,

e tra un’altra scritta, più in basso, che ricorda una data.

Ho lasciato il cuscino di là,

tra gli oggetti smarriti non reclamanti.

Non è stanotte come il sonno di casa:

il letto è una folla di dolori banali.

È troppo facile scrivere versi incostanti

osservando due binari infiniti

che la notte lucida illumina di angosce tiepide.

Si alzano le cartacce, ma non le temo,

e nemmeno mi spaventa la polvere:

solo le luci artificiali della città

incidono amarezze nella mia carne.

II) Durante il passaggio

M’illudo di possedere ogni cosa stanotte:

il buio, i bagagli di passeggeri invisibili,

la stazione che desidera treni audaci

in movimento verso di lei,

e la sala d’aspetto che da lontano

m’invita al caldo con l’occhio languido.

Ma quando finirà tutto questo?

Non so più distinguere tra loro

il primo e l’ultimo treno del giorno.

Il fanale di coda da quello di testa.

Solamente quando la noia entra nella mia bocca

i denti smettono di tremare; ho sonno, forse,

o forse non l’ho più, sono vivo perché stanco,

perché non ho chiuso gli occhi di fronte al mendicante

che dorme con me sotto questa panchina.

III) Dopo il passaggio

Mi alzo in piedi, solitario percorro il marciapiede solitario,

e le ore non passano più.

Nemmeno le angosce del quotidiano lo fanno:

le sento friggere sui fili dell’alta tensione,

ma non sanno morire, cattive.

Lento come le forze che tornano,

al mattino dopo il sonno,

un treno merci arriva, e spezza

la carovana della malinconie.

Le pagine bianche d’un libro

sono una compagnia che non scalda.

Nemmeno una donna, forse, basterebbe stanotte

per tenere a bada cervello e cuore,

in questa stazione rocciosa

che non è un letto, né un materasso di amarezze,

e nemmeno un sogno per psicanalista.

IV) Quel che resta della bile nera

Il treno merci è passato oltre, faticoso:

lontano il segnale è tornato rosso.

E rosse le mie guance, le mani, le nocche:

come quel taccuino che vidi a terra,

nell’atrio di un’altra stazione deserta:

piangeva parole che ho dimenticato,

da tempo.

*     *    *    *    *    *    *    *    *    *    *    *

Le ragazze al passeggio

 

Le ragazze al passeggio, le gonne corte

e i profumi del supermercato,

galleggiano nei portici autunnali.

La vita allora forse sembra sorridere

al vecchio che cammina tra le ragazze

e cerca solo un’occhiata, un sorriso,

un’emozione scordata da rinverdire.

Il venditore di bigiotteria

non sa quel che vende; il pomeriggio è lungo,

e i braccialetti non bastano mai, nemmeno per sua moglie.

Ha un bambino senza latte e una bambina senza nome,

sulle spalle. E una donna nascosta, illecita, che piange,

un’altra invece che vive nella luce del lecito,

ma piange lo stesso.

Ma non lo sanno, questo, le ragazze al passeggio,

e sfiorano il venditore con occhi che non vedono.

Il maniaco venne arrestato all’altezza della piazza.

Le vasche stavano finendo, il pomeriggio piegato su di sé.

L’uomo aveva aperto l’impermeabile due volte:

un’anziana donna era svenuta, un’altra l’aveva guardato in faccia.

Lui sorrideva, ma il poliziotto che lo fermò

aveva tutti i vestiti al posto giusto.

Le ragazze al passeggio, però, non videro nulla,

solo una, ridendo forte, s’accorse dell’impermeabile in manette.

Due amici alla ricerca di una ragazza da corteggiare:

se la disputeranno con calma, tra la folla,

cercando di farsi notare, ridendo, con gli occhiali scuri.

Uno dei due è alto, mesto, l’altro piccolo, con un neo sulla faccia.

Camminano ammirati, tra i profumi del pomeriggio di sabato,

e l’odore di scarpe nuove; ma nessuno li nota.

Le ragazze al passeggio li calpestarono nella calca,

ma non se ne accorsero, perché fuggivano…

In fondo che rimane il sabato sera, dopo le vasche?

Le cartacce per terra, le serrande abbassate, il silenzio spigoloso

dei rimpianti degli uomini, dei batticuori delle donne.

Qualche gatto, un lampione difettoso, il profumo di frittelle,

rimasugli di progetti nati e defunti tra le pieghe del pomeriggio.

Qualcuno passeggia ancora, da solo, nella penombra:

le ragazze non ci sono, il venditore accarezza un figlio non suo,

il maniaco piange a casa, il ragazzo con il neo sorseggia una sconfitta,

il suo amico scrive parole senza sapere per chi e su che cosa…

6 commenti su “Due poesie di Giuseppe Barreca

  1. mi sembra di vederle, le ragazze al passeggio…il tuo modo di raccontare persone ed emozioni è speciale.
    complimenti Giuseppe, e benvenuto :)

    "Mi piace"

    • grazie Stefania: la poesia è nata proprio così, osservando le “vasche” un sabato pomeriggio…

      "Mi piace"

  2. mi piacciono molto entrambe.
    in particolare questi versi che trovo bellissimi:

    il primo e l’ultimo treno del giorno.

    Il fanale di coda da quello di testa.

    Solamente quando la noia entra nella mia bocca

    i denti smettono di tremare; ho sonno, forse,

    "Mi piace"

    • grazie Cristina, hai colto il “cuore” di quella poesia, che nasce da un fatto reale

      "Mi piace"

  3. mi sono confusa nel darti il benvenuto… credo sia più giusto farlo qui, dopo aver ‘letto’ di te attraverso le tue parole.
    bello, Giusè!

    "Mi piace"

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: