Casta Carta Cauta Canta

Mi

rimangio la parola

che masticarla ancora

prima di risputarla

è perversa mania

che mi folgora e mi svela  Di

colpo in colpo

a glottide usurata

si profila

lo squarcio del fulmine

che dispare

impari

in pari nembi appaiati e franti  Si

dà il dettato

se pur impastato

inchiostro simpatico

che fa il verso

a la saetta inconclusa  E no

non risuona a morto

se pur allettato

dritto stinco

a svangare la bara

dai vermi brulicanti  E fila

si sfila come flutto

in miriadi di schiume

bava a bava eluse

escluse

dalla magna chora

consegnata all’ora

in cui il ridirsi ancora

è prece ignava

al non più riconoscersi  Di

scena in scena

piccolo uomo escremento

che incrementa

la saturazione della gola

Ancora una ferita

la mano nel costato s’apre

la via

al solo differirsi

in pari altri dissapaiati e anonimi  Mi

rimangio la parola

per meglio deglutirla

e custodirla

senza più sputarla

e dettarla

Nessun luogo

da tracimare

nessuna sinfonia da evacuare

solo crudità

da fibrillare

sulla graticola

ove escuoce

il senso ultimo

e mai definitivo

che soffre

il riflesso de la imago

da cui estromettere

il nome

vago

e

vacuo

5 commenti su “Casta Carta Cauta Canta

  1. Sorprendente la serie di eventi tesi quasi al paradosso o comunque vicini al contrapposto e mai in contraddittorio.
    Direi una sinfonia velocizzata di Bela Bartok, un ipercubismo verbale che, nonostante l’incolonnamento, rende il testo una mappa piena di gradevoli assonanze e di qualcosa molto vicino al calembour omofonico.
    Interessante lettura Enzo, notevole potenza poetica!

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  2. La splendida violenza della parola è sempre contenuta nelle dimensioni del foglio. In esso avvengono movimenti tellurici delle idee, impennate del linguaggio che, nell’attuale caso, s’invera quando osa. La parola per Enzo Campi si fa quindi duttile strumento, evade dal contesto rigidamente legato alla mera significazione. Essa appare piuttosto come fiamma, suono e ritmo, connaturati al significare stesso. Perciò il vero senso del discorso non è mai ciò che sembra a prima vista: la parola che osa è la più ‘cauta’, con il gioco sapiente dei silenzi, interrotti da versi brevi, anche di una sola parola, essa ‘canta’ in un mondo per sua natura effimero,cartaceo. Da ciò trae, per contrasto, la sua poderosa forza espressiva, la sua libertà di essere, curiosamente, pure ‘casta’. Si vedano questi versi:”…Mi

    rimangio la parola

    per meglio deglutirla

    e custodirla

    senza più sputarla

    e dettarla

    E’ innegabile che solo ‘inghiottendo'(dentro) la parola questa può essere proferita (fuori). Conservarla è comunicare, dunque, cibarsi significa rinunciare a dettarla. Se le parole infatti potessero scegliere, sembra suggerire Enzo Campi, come essenze vive, preferirebbero andare incontro al destino di essere mangiate, piuttosto che giacere su un foglio, frettolosamente vergate sotto dettatura. Quanto all’analisi testuale, si noti l’uso poi della rima imperfetta e del nonsense che impreziosiscono questa prova poetica di Campi, confermando la natura innovativa del suo percorso di ricerca e varia creatività. MARZIA ALUNNI

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