(canone a tre guglie) – di Daìta Martinez (post di natàlia castaldi)

 

”se non ci fosse questa venatura non mi troverei, se non ci fosse…”

(nc)

indagarla è come configgere il difetto dentro il goccio filato sul calice di te asciutto.

ciclico sul cristallo bussa

– a sud del primo seno –

la gnomica algebra d’infinita retta.

canto del ritratto più basso sospeso il passo sulla foglia d’ulivo s’appresta all’ascolto indolente frammento

all’angolo, mondato.

eri come me.

eri con me.

primitivo e risorto sul nostro grano dipinto.

questo (canone a tre guglie) rivolta stesura d’aurora e ombra trapassa l’anfratto di piume speziate.

imbandita è la chirurgica damiera.

lo scacco è prossimo e si nasconde il matto tra le trame del giorno perduto mentre avanza con metodo sulla

espressa macchia dormiente dentro la balaustra della mia mente smarrita.

dietro ogni specchio c’è una tonalità – non precisa – oscillante e ogni rimando cela il dialogo alto sulla guglia

– la terza

consapevole del suo slancio, cruento.

guglia

– la seconda

è materia, isolata.

scardinata sbarra compressa e l’aria è naufraga spira di fumo.

c’è un io.

c’è un tu sulla corsia gremita d’incenso a mezzabocca. volubili le lineette imbarazzano sintomo sul guanciale di ghiaia. al borgo il canapè è fermo sulla tasca del corriere di latta con i jeans conciati sul (canone a tre guglie) così  – istrionico – il piede infioretta il dorso della dama alla torre votata, riversa memoria.

nasso è lontana da bere. non si scompone il fiato e il delirio riconquista il bucolico primato d’operatorio agire – bluette – ai piedi dell’anatomico lacero. dentro la ferita di casa l’immagine sfuma il contorno lessato sulla macchina a gas. fuori tegame assolto spasmo d’argilla, ideata movenza. consapevole regista del violato metraggio, intimo rivolo al ginocchio imputato – una notte – sulla proda sfiorata dell’occhiello esaltato.

una ipotesi integrale è la quinta infilzata sul collant a righe di salsedine odoroso.

così consulta il breviario la superficie di gomma

– precotta

– distratta

smorzata l’immagine al vento sovviene condottiero sul cristallo, ancora

– a sud del primo seno –

e non mi muovo.

e tu

– fantasma –

ricalchi sulla sponda il merovingio castello predato.

paladini gli sguardi guadano specchiera come alice.

come il cappello sulla sfinge ri-creata alla sera dopo il nostro calumet.

ricordi?

era di fiori d’arancio e albicocca sapiente l’affissa distrazione alla parete.

ricordo?

l’intonazione è di vetro.

non ingombro sibilo d’osanna e il candelabro sul costato incendia il cardine lunato sull’uscio maturo.

la fuga è precisa dopo il confine di cotone  ed ebbro si riconsegna l’ascolto a quell’anno offerto sul

frontespizio d’avola

– nero

– ombrato

ombelico tuo divino.

scende il gioco sulla damiera di ghiaccio e il poncho svicola copioso sul fard.

sono attimi predati al viaggio degli stili. sono attimi d’assenza smaltati. attimi che configgono fluente eco

non udito da smodato torpore riflesso sul camma di alice.

confidavo sorgere – io – treccia sulla torre.

al girovita d’inchiostro, annodata.

confidavo e spegnevo ciocco di titolo spoglio al modello sublimato.

nel seme del tuo gustare lento rinvieni il (canone a tre guglie) nello specchio rivale.

il presagio denuda la scena al sorgere del sole a pochi spicchi dalla striscia di lingua assoldata sulla fronte.

asserito il volume sul tinello confonde e supplica sotto lenzuolo l’abbraccio subìto dell’angelo vicino.

spettinata appaio sulla soglia

– sospesa

sul nome non piantato alle tue spalle.

ma forse era ieri il sogno interrotto sul davanzale fiorito.

forse!

le pareti rivolgono il presente ai tulipani scalfiti sul vertice d’orione pressato – una volta – nel duello di alice.

e il riporto mi inganna quando ago non libra il recondito affanno sulla maglia sfibrata  sommersa – poi –

sull’aorta di un adespoto poeta di oz.

l’intorno è sottratto incavo del tuo gesto e riparo cerco dall’ombra che mi diede vita sulla guglia.

– la prima

del nostro inverso canone.

complica – luce – la misura del fiatare quando gola rimanda siero detergente ferita. lo sguardo riordina il

verso impagliato nell’estremo recesso del toccarsi piano le morbide dita lasciate all’ombra della gerla

perlata. il carillon recide il felpato passo e il brano rastrella lo specchio piombato. nel cheto andare

rumoreggia il tacco sull’adunco tuo profilo e le ali si perdono sotto cateratta d’empireo.

nella porta che indugia guardo il senso del vestire – opaco – mentre alice gitana si rende nel frammento

della danza. è solo ritornello quella briciola eccedente ombra  a ritroso sul naviglio di cemento. è solo

visuale di carta il tuo apostrofo mancato.

elettrico l’inchiostro disloca damiera e la macchia è di caffè ora che dubbio presenzia alla mossa del

cavallo.  non è richiamo il nitrito e sposto il piede orizzontale nel mosto. l’incertezza del vero effonde

l’aroma del vino sulla crespa del (canone a tre guglie). il cantico di alice arcua falda e rintocco giunge

al galoppo del gabbiano ferrato.

scenica la corsa di fondo fino a quando permane deserta la memoria del camino.

altrove si spoglia d’acanto la foglia sommersa

– a sud del primo seno –

e piove inganno sul bardato souvenir, nell’ora della liturgia promessa.

l’armacollo completa la distesa crociata e il rimando è conciso alone sulla siepe.

non saremo e siamo quel verbo che rogo dispone sulla riga degli amanti sottratti all’errore del miraggio.

non saremo e siamo quello specchio abdicato sul dorso del canale – puntuale – al richiamo dell’ingiuriosa

risacca.

non sente, alice.

non cammino, io.

l’ombra sfogliata insinua il paesaggio e si compie damiera sull’azzardo del viso appoggiato al tuo angolo

– refuso

– pressato

– inchiodato

al nudo fianco del poliedrico soggiorno fuori oz, dentro mucosa plissettata nel buio della fronte riflessa sulla

banchina,  al di là del subisso.

di cristallo bisturi opera il segno assolto da una lacrima filtrata sul ritorno.

sorgeremo nel rilancio dalla torre?

l’ombra è arpione che memoria trapassa nell’orpello bandito, mio signore?

–          di l’una presunta vestale.

…“se non ci fosse questa venatura non mi troverei, se non ci fosse”

Daìta Martinez

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