“C’era una volta nella poesia on line”

101 commenti su ““C’era una volta nella poesia on line”

  1. La natura intimista della Poesia è stata, per certi versi, miracolosamente sopraffatta dalla tecnologia e dai nuovi mezzi di comunicazione che un tempo, nessun poeta neanche si sognava. Oggi, chiunque può sentirsi parte del mondo poetico scrivendo sul proprio blog o diffondendo le proprie idee in rete. Esiste oggi la possibilità di scrivere poesia nell’intima quiete della propria casa e contemporaneamente sapere che al di là di uno schermo, migliaia e migliaia di persone potranno leggerla e condividerla. Non vedo personalmente alcuna crisi in questo, anzi. Diffondere e far apprezzare la poesia è diventato più semplice e chiunque desideri avvicinarsi al verso può agevolmente farlo nello spazio di un clic, senza spostarsi di casa. La rete è anche un’ottima cassa di risonanza per gli eventi poetici organizzati al di fuori del web come readings o presentazioni di opere e riesce a raggiungere proprio tutti, molti di più di quanto fosse fattibile un tempo(neanche tanto lontano s’intende). Il principale problema che si pone, di fronte a questa nuova realtà, è la massificazione, la scarsa qualità imperante, il pressappochismo letterario, il calderone dove tutto bolle senza scrematura. Ma a questo credo ci si sia ormai abituati e anche “attrezzati”, molti sono i siti e i blogs letterari di qualità verso i quali orientarsi per un approccio ottimale. Non resta che lavorare molto e continuare nell’opera di diffusione e condivisione di arte e pensiero sfruttando al massimo i mezzi oggi a nostra disposizione. Chi scrive poesia, dal canto suo, è lievemente disorientato e forse fatica ad afferrare emotivamente questa rivoluzione tecnologica che corre velocemente, e ad inglobarla nei propri versi, cosa certo non indispensabile se sorretta da consapevolezza. La vita quotidiana è ormai scandita dai bits, dai networks, e questo è un nuovo percorso da esplorare, in cui riconoscersi e accettarsi anche se credo che nel panorama delle voci poetiche contemporanee nostrane non si accusi neanche troppo di questa transizione obbligata, come avviene invece negli Stati Uniti dove gli scrittori sono molto più influenzati, nel contenuto dei loro lavori, dal ritmo incalzante delle “realtà tecnologicamente avanzate” e questo probabilmente perché hanno da più tempo di noi avuto modo di sperimentarsi in questo senso. Gli americani non hanno però mai perso la voglia di fare e di costruire continui ponti culturali con la gente comune per far conoscere la poesia, sono iper-attivi e instancabili; si aggregano in forti comunità letterarie,creano idee e movimenti di pensiero, stampano, producono, diffondono, non si fermano mai. Noi si tende più a chiuderci in piccoli gruppi scelti e ad apparire talvolta snob, impedendo così ai “comuni mortali” non toccati dal Verbo, ma non solo a loro, di inserirsi e interagire al meglio. Chissà, forse il nostro retaggio culturale ci fa sentire sempre un po’ “di nicchia”. Grazie per lo spunto di riflessione. Saluti

    Federica Nightingale

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  2. L’interrogazione proposta da Alessandro Assiri è, a dir poco, fondamentale, e davvero sarebbe interessante (e magari, per qualcuno, anche proficuo) che si aprisse una vera e costruttiva discussione sull’argomento.
    Per cui inviterei chi legge, se pensa che qualcuno possa contribuire al dibattito, a far girare il post -per così dire e per riprendere le parole di Alessandro- su vari “territori”.

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  3. Detto questo, bisogna pur partire.
    Chiedo scusa se procederò a singhiozzi, ma la vita ha i suoi tempi e non sempre ci si può concedere il lusso di dire tutto e subito.

    Se poesia significa “toccare la cosa delle parole”, vuol dire che poesia significa (e pretende), anche e soprattutto, “attenzione”.
    Attenzione in chi la crea e attenzione in chi la fruisce.
    Sappiamo tutti in che modo la creazione e la fruizione della poesia in rete abbia, per così dire, cambiato le abitudini e le modalità dell’approccio letterario in questi ultimi anni.
    Sarevve pressoché inutile prodursi in un palinsesto. Più che altro ci sarebbe da chiedersi, replicando l’interrogazione proposta da Alessandro, cosa si può fare per amplificare (scusate l’iperbole) la deterritorializzazione sul territorio di quella fatidica “attenzione”.
    Qui entra in gioco anche un altro fattore che riguarda il “come”.
    Come produrre attenzione?
    Come suscitare attenzione?
    E’ vero che il web produce dispersione?
    E’ vero che il territorio produce attenzione?
    Non c’è una regola fissa e ogni caso è diverso dall’altro.
    Il web è un ricettacolo, per così dire, agiato e comodo.
    Si può consumarlo nelle pause, ci si può tranquillamente distrarre, si può accompagnarlo con cibi, bevande, sigarette, si può fruirlo a singhiozzi e simultaneamente con tv o stereo accesi, da soli o in compagnia.
    E poi, cosa abbastanza rilevante, si può prenderlo, sospenderlo, riprenderlo a proprio uso e piacimento.
    In buona sostanza il web è rassicurante.
    Non ci si espone più di tanto e si può creare la propria stanza privata.
    Il territorio invece pretende un gesto (anche uno sforzo) diverso.
    La disseminazione del libero arbitrio si espone su diversi livelli.
    Intanto bisogna lasciare a casa l’agiatezza. E poi bisogna mettere in conto che se la serata non è di proprio gradimento non si può chudere la finestra con un clic e aprirne un’altra. Nella maggior parte dei casi la serata è andata persa.
    E’ questo quello che pensa il fruitore?
    Forse, ma non solo.
    Il web non pretende un gesto fisico di partecipazione.
    Il territorio invece pretende un movimento, un transito, la messa in campo di una tangibilità e di una palpabilità che il web non può offrire.
    Per questo il “gesto” assume valenze diverse.
    Per questo, forse, il gesto spesso non viene compiuto (e qui il discorso andrebbe esteso al condizionamento dei mass media, alla profusione di offerte (?) che ci vengono propinate direttamente a casa, al fatto che non bisogna più cercare “fuori” quello che si può facilmente ricevere nella propria comoda e rassicurante stanza privata, ecc.).
    Ma questo non vuol dire che il web sia da buttare via. Solo che spesso il “virtuale” viene considerato -erroneamente- come un punto d’arrivo. Mentre, in realtà, andrebbe considerato solo come un trampolino di lancio verso il “reale”.
    Ora, uno dei grossi vantaggi del web è quello dell’informazione, o meglio della disseminazione dell’informazione.
    Ci sono tanti piccoli (ma interessanti) eventi che senza il web resterebbero misconosciuti.
    Può sembrare paradossale, ma spesso si viene a conoscenza di un evento nella propria città proprio attraverso il web. Spesso si viene a conoscenza dell’esistenza di questo o quel libro, di questo o quell’autore proprio attraverso il web.
    Se non ci fosse il web tutto questo non accadrebbe.
    Ma è anche vero che spesso qegli autori restano degli sconosciuti, che quei libri muoiono dopo la prima edizione e che quegli eventi vadano deserti.
    Cosa fare allora?
    Continuare a proporre presentazioni “private” di singoli autori che, nel migliore dei casi, trovano la partecipazione di poche decine di persone?
    Provare a organizzare presentazioni multiple di più autori in contesti a più ampio respiro?
    Limitarsi alla semplici letture e al canonico e conviviale bicchiere di vino?
    Rendere l’evento performativo, magari concedendosi il lusso di buttare l’occhio alla multimedialità?
    E se si optasse per le presentazioni collettive e per gli eventi performativi quanti di voi/noi rischierebbero sulla propria pelle un investimento di fatiche e risorse?
    La realtà tangibile e palpabile del “territorio” , in quest’ottica, non si limita solo al “gesto”,ma pretende un vero e proprio “sforzo”.
    E soprattutto, è necessario che esista un circuito (anche un micro-circuito) per far sì che il singolo evento non resti un fenomeno isolato o ci si deve accontentare di essere riusciti a creare, una tantum, il proprio evento?

    Per il momento mi fermo qui.

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    • Enzo, credo ci voglia aggregazione. Una forte aggregazione delle voci poetiche contemporanee, ci deve essere volontà di creare un movimento basato sui criteri nuovi che fanno parte della nostra cultura odierna. Dobbiamo essere uniti se vogliamo essere ascoltati e seguiti.E avere le idee chiare.Coperative poetiche??? Perchè no?

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  4. L’occasione che abbiamo creato a Verona parte da lontano, da riflessioni sulla figura del poeta e sul essere interpellato come figura culturale e quanto questa figura sia modificata con l’avvento di nuove scritture che non si fanno più “voce” sul fatto, ma solo rappresentanti di un luogo della dispersione. Credo che l’unica cosa che il poeta oggi possa fare è poter accompagnare in giro le proprie parole che si fanno con lui nomadi e si consegnano all’erranza solo se autentiche emotivamente. Estendendo ovviamente l’invito a tutti di partecipare al dibattito di aprile, auspico che anche qui la discussione possa essere interessante un caro saluto
    alessandro

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  5. Federica,
    quello che tu dici è, in linea di massima, giusto.
    Tutti noi ci rendiamo conto di quanto siano infinite le possibilità del web.
    Ma quello che mi sembra intuire, nel discorso di Alessandro, è capire come quella che tu definisci “bellezza” e che lui chiama “autenticità emotiva” possa essere “toccata”, realmente e non virtualmente, sul territorio.

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  6. Magari Alessandro potrebbe spiegare in maniera un po’ più approfondita in cosa consistono idea e progetto,
    Così da fornire qualche elemento in più alla discussione.

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  7. Si,io e Alessandro parliamo della stessa cosa in termini diversi anche se io mi riferisco più strettamente alla Bellezza intesa come integrità autentica e originale della natura delle cose e del mondo. La Bellezza se non esiste va creata. E per farlo sul territorio ci vuole organizzazione. Il poeta deve riuscire a coordinare alla perfezione ogni aspetto organizzativo che coinvolge la creazione della Bellezza ma per farlo si deve essere in tanti,coesi, con ideali e convinzione comuni. Credo che l’associazione di artisti in un movimento di pensiero forte possa cambiare le sorti della Poesia che oggi è in uno stato di disorientamento totale e si dovrebbe farsi i libri da soli, come in tempo di guerra e farli circolare, produrre e stampare le opere di tutti gli artisti che “sono” la Poesia oggi, distribuendoli capillarmente sul territorio.Un lavoro di cooperazione insomma.Artigianale magari, ma indipendente.

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  8. C’è dispersione e dispersione.
    La dispersione virtuale è una cosa.
    Altra cosa è la dispersione intesa come disseminazione.
    Il discorso è complesso e si apre a molteplici punti di fuga.
    Da un certo punto di vista l’erranza è, in sé, dispersione.
    E la nomadologia è peculiarità imprescindibile del mezzo poetico.
    Che l’ “accompagnare in giro le proprie parole, in quanto erranza, sia già dispersivo è un dato di fatto. Ma è un dato di fatto che appartiene alla seconda categoria delle dispersioni, quelle disseminanti.
    E allora, forse, bisognerebbe partire proprio da quel dato di fatto.
    Disseminare la dispersione della propria autenticità emotiva?
    Potrebbe essere uno slogan…
    Ma per cosa?
    Quel dato di fatto ha bisogno di farsi “voce sul fatto”, di essere “toccato” realmente.
    Dal dato di fatto al fatto, dall’idea concettuale -meglio se “bella” e “autentica emotivamente”- all’azione, all’atto.
    C’è davvero volontà nei milioni di poeti virtuali di esporsi fisicamente e di mettere in discussione la propria autenticità?

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  9. Beh, se il problema è capire se c’è davvero volontà nei milioni di poeti virtuali di esporsi fisicamente e di mettere in discussione la propria autenticità….basta proporre un progetto chiaro e vedere che tipo di risposta si riceve. Semplice. Concordo su ciò che dici sull’affermazione di Alessandro: “l’ “accompagnare in giro le proprie parole, in quanto erranza…”. E’ già di per sè dispersione. La mia sensazione è che abbiamo poco coraggio, in questa fase storica del nostro passaggio qui…Noi dobbiamo fare la Poesia,perchè SIAMO la Poesia del nostro tempo e se per farlo dobbiamo unire le forze che così sia, ma basta con questa situazione stagnante che non porta da nessuna parte se non a isolare ancora di più chi già lo è e a mandare avanti sempre quelli che la meritocrazia non sanno cosa sia. Ci vuole un progetto e un’organizzazione ferrea e soprattutto avere ben chiaro che si vuole realizzare qualcosa di importante che domani verrà ricordato come una vera forza d’opposizione culturale ai sistemi corrotti della nostra epoca.

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  10. Federica,
    io continuo ad essere d’accordo con te.
    E all’interrogazione che conclude il mio precedente commento ne aggiungerei un’altra : c’è davvero volontà in un autore di se stesso di trasformarsi in un organizzatore per altri?
    La cosa non è semplice, e te lo dico per esperienze reali vissute sul campo nel corso di decenni e in vari ambiti artistici (dal teatro alla performance, dalle installazioni alle mostre, dagli eventi multimediali ai reading, ecc.).
    Per creare un circuito o un’associazione bisogna comprendere la differenza che intercorre tra l’autore e il promotore.
    Io, purtroppo, faccio sempre meno rispetto ai miei ritmi di qualche tempo fa, ma nel mio “piccolo” non ho mai organizzato un evento “singolo” o “univoco”.
    Chi ha lavorato con me lo sa, io sono un grosso fautore dei reading collettivi e cerco sempre di coinvolgere -anche in spazi sacrificati- il maggior numero di autori possibili.
    Ma, anche, così facendo – e al di là dei risultati- mi rendo conto che spesso ciò non basta. L’evento è e rimane un evento, un fatto (magari verificato sul fatto)isolato.
    Da qui l’idea del circuito.
    Ma anche in questo caso c’è bisogno di volontà e di determinazione. C’è da fare i conti in primis con gli spazi da reperire, gli impianti audio e illuminazione, l’organizzazione logistica, l’ospitalità e in seconda istanza (perché no) anche con gli stessi autori.
    L’autore spesso si dimentica (o, per comodità, vuole dimenticare) di essere parte integrante del progetto e si riduce al mero ruolo di ospite.
    E’ un discorso infinito.
    Ci sarebbero tante di quelle cose da considerare che se ne potrebbe parlare per anni senza venire a capo di nulla.
    La prima cosa di cui ci si dovrebbe rendere conto è che non può esistere nessun tipo di comunità se non c’è coabitazione di ideali e condivisione di azioni tra singole individualità.

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  11. Condivido assolutamente tutto ciò che affermi ma per riassumere soprattutto questo:
    “La prima cosa di cui ci si dovrebbe rendere conto è che non può esistere nessun tipo di comunità se non c’è coabitazione di ideali e condivisione di azioni tra singole individualità.”

    Che è quello che penso fortemente anche io.Ma tentare si deve. Se ci si riesce o meno forse non è tanto importante quanto l’averci provato.

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  12. Ma, beninteso, quelle del circuito, delle associazioni, della comunità non sono certo le uniche strade da battere.
    E anzi ci si auspica che “qui” possano venire fuori vari sentieri -per quanto impervi- da imboccare.

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  13. Prima di passare ad un approfondimento che contempli il fenomeno da punti di vista ideologici (magari anche analitici e esistenziali) e strettamente concettuali, e nell’attesa che Alessandro ci dica qualcosa in più, volevo fare un’altra considerazione.

    Ritornando per un attimo a quella che ho definito “attenzione” (riscontrabile e decodificabile anche come “bellezza” e “autenticità emotiva”), ogni “dono” pretende un dono di ritorno. Anche se molti filosofi non la pensano in tal senso, perché il dono dovrebbe bastare a se stesso.
    Ma la questione non verte tanto sul dono quanto sullo “scambio”.
    E non mi riferisco solo allo scambio che intercorre tra il donante e il ricevente.
    Qui il discorso dello scambio va esteso ai vari e svariati donanti, ancor prima di veicolare l’ “attenzione” verso i riceventi.
    La prima cosa con cui fare i conti è l’autoreferenzialità. Ognuno coltiva il proprio orticello privato ed è naturalmente portato ad esporre e a “vendere” solo i propri frutti.
    Da un certo punto di vista è anche giusto che sia così. Ma, forse, questa è una delle ragioni che riducono l’ “attenzione” ad un fatto privato.
    L’impatto col territorio pretende un approccio diverso, fattivo.
    Per rispondere, o meglio per dare una possibile risposta ad Alessandro: c’è crisi sia nella poesia che nei poeti. A cui aggiungerei: c’è crisi sia negli organizzatori che negli editori.
    Anzi, sarebbe auspicabile che a questa discussione partecipassero anche editori.
    Perché -oggi come oggi e sempre più spesso- gli editori demandano ai singoli autori la promozione e il destino delle opere e non si preoccupano minimamente di investire tempo e risorse in un progetto che possa “fare cultura” e che non si riduca a un mero fatto economico.
    Una maggiore coesione tra editore e autore non renderebbe forse più semplice la realizzazione di “atti” in cui ci si possa “toccare” sul territorio e non solo “sfiorarsi” sul web? atti in cui la dispersione possa rendersi tangibile?

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  14. Vorrei intervenire solo con un modestissimo contributo: non sono d’accordo che oggi ci sia crisi sia nella poesia che nei poeti, piuttosto è vero il contrario! Oggi il web e la tecnologia di contorno ha messo in luce quanto sia comune e radicato il linguaggio poetico in moltissime persone, anzi, ha avuto il potere maieutico di fare emergere una sensibilità artistica in moltissime persone che no “sapevano” di esserci portati.
    Una volta forse era lo stesso, ma pochissimi avevano l’opportunità di farsi conoscere a terzi, quindi distinguerei il problema della crisi poetica e degli autori, (che forse non esiste) da qualsiasi attività sussidiaria volta a penetrare altri settori dell’informazione, dello spettacolo, dell’editoria.
    Oggi, la frammentazione di milioni di argomenti e tendenze, lascia comunque ristretto il piccolo giardino di un’Arte che non è di massa e forse non lo sarà comunque mai. (e non è che mi dispiaccia troppo… :-)
    Grazie dell’attenzione.
    Axel

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    • concordo con axel, per quanto riguarda la prima parte del suo commento…dico che non è che si nasce imparati, ma magari…si ha dentro e basta il concime giusto per far uscire quel non so che…

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  15. Esiste un progetto che verrà presentato nella sede veronese legato alla distribuzione del libro, perchè una delle prime verità è che non si vende poesia perchè non si trova, ma di questo parleremo.

    La rete rileva la sua più grande carenza nella possibilità di archiviare il contenuto, ciò è dettato principalmente dalla fruizione effimera del mezzo, esiste poeticamente un solo aggregatore creato da Vincenzo Della Mea, il resto è landa desolata, dove anche siti di tutto rispetto si smarriscono togliendo forza alla comunicazione poetica. Da operatore culturale, prima che da poeta, mi chiedo come la rete abbia interpellato la cultura? Personalmente, credo poco nella poesia civile e molto nella civiltà della poesia.Quando parlo di ridefinire il poeta come soggetto culturale, intendo prima di tutto tornare a essere consapevoli che poesia è un altro modo del conoscere e che alla base ci sia una sorta di istanza di comunicazione che rischia di venire schiacciata. Estetizzare la cultura con il potere seduttivo delle merci non serve credo che occorra ridefinire delle situazioni che prescindono dalla stessa piccolezza dell’editoria poetica e dalle solite tiritere…i sistemi forse ci sono, la volontà rientra come componente in quella crisi sulla quale ci dobbiamo interrogare

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    • Sono d’accordo sul difetto di fruizione del mezzo internet, un po’ meno sul fatto che la poesia non si venda perché non si trovi. Mi chiedo: se si trovasse si venderebbe? o non si vende perché nessuno la cerca? non è piú una questione di diseducazione alla Poesia? Dovuto un po’ al tempo che richiede (e che oggi “è denaro”) e un po’ da quel fenomeno di acculturazione che inizia nelle scuole inferiori e arriva alle università?
      Luigi

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      • Sorvolerei sulla scuola che -oggi come oggi, ancor più che nel passato- non produce cultura, ma solo un improduttivo accumulo di effimeri nozionismi.

        Il tempo che richiede la poesia è di gran lunga inferiore al tempo che richiede la narrativa.
        Perché allora la prima non si vende e la seconda sì?
        Il tempo qui non c’entra assolutamente nulla.

        Nessuno la cerca?
        E se la ragione per la quale nessuno la cerca (su carta) dipendesse dal fatto che si può tranquillamente “consumare” sul web?
        Allora non sarebbe vero che il web aiuta la poesia, perché quel consumo massificato e uniformato è comunque distratto, approssimativo, improduttivo e, spesso, clientelare.

        Se si trovasse si venderebbe?
        Questa è una bella domanda.
        A cui nessuno di noi potrebbe rispondere.
        Bisognerebbe cambiare radicalmente i costumi, gli usi e le consuetudini non solo dei fruitori ma anche degli autori e scontrarsi con un qualcosa che è profondamente diverso da ciò che ci viene propinato attraverso quelli che ci ostiniamo a definire mezzi di diffusione capillare.

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      • “Il tempo che richiede la poesia è di gran lunga inferiore al tempo che richiede la narrativa.”

        Ti riferisci al tempo di fruizione o a quello di assimilazione?
        Per come “vivo” io la poesia che leggo, ce ne sono alcune che mi richiedono giorni interi. Ti sto parlando di quelle poesie che ancora fanno uso della simbologia e che richiedono, pretendono lo scambio. Quelle poesie che sta al lettore finire, chiudere, determinare di volta in volta quando le legga.

        La narrativa richiede meno tempo, anche se dipende dalla narrativa. L’ulisse di Joyce, ad esempio, o Delitto e Castigo, Guerra e Pace, I fratelli Karamazov: tutti testi che richiedono molto tempo e non per la mole di pagine che occupano, ma per la miriade di rimandi e riflessioni che producono nel lettore. È, ad ogni modo, una riflessione che segue una logica diversa rispetto alla poesia: è logica, appunto. La poesia (spesso) non lo è, ed addentrasi nella selva dei suoi simboli può voler dire anche perdersi.

        Non credo che la mancata ricerca della poesia su carta dipenda dall’accessibilità che se ne ha sul web. Piuttosto ti chiedo: il web ha prodotto più lettori di poesia o più scrittori di poesia?
        Resta il fatto che non c’è dubbio sul difetto di fruizione che appartiene alla natura del web, il quale propende al consumo come dici tu “clientelare” piuttosto che all’assimilazione.

        Se vuoi cambiare i costumi, gli usi e le consuetudini rispetto alla poesia allora non puoi sorvolare sul discorso scuola: c’è bisogno di una educazione alla poesia. Altrimenti, qualsiasi strumento di diffusione alternativo tu possa trovare rischia di trasformarsi inevitabilmnte in “imposizione” o, peggio, accadimento mediatico a cui tutti si avvicinano proprio perché tutti si avvicinano e che sono pronti a lasciare non appena ve ne sia un altro.

        (Ti racconto solo una piccola cosa: quando ero a Londra discutevo con degli amici amanti della Poesia delle stesse cose (alcuni di loro erano poeti a tutti gli effetti). Ci venne in mente di stendere un lenzuolo enorme sul ponte che sovrasta il quartiere di Camden con una breve poesia sulla poesia e tappezzare di versi gli angoli più disparati dell’enorme quartiere-mercato della città il sabato notte per la domenica mattina. Non lo abbiamo fatto perché sarebbe stato offrire agli amanti del mercato della domenica l’ennesimo evento “cool” da fotografare. Non avremmo aggiunto nulla né a noi, né a loro né tantomeno alla poesia).
        L

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  16. Alcune premesse prima di mollarvi qui il mio “polpettone”.
    1. Sarò volutamente critico e provocatorio
    2. Sarò volutamente “lungo” e logorroico
    3. Credo fermamente nelle provocazioni che farò
    4. Il mio è un punto di vista assolutamente personale, derivato dal mio personale esperire la poesia
    5. Non parlo da poeta, in quanto non credo di potermi ritenere tale

    La poesia è un luogo, un dove in cui tutto è possibile poiché al Tutto non è precluso l’accesso, e che ognuno può visitare, attraversare, in cui ognuno può addentrarsi, rifugiarsi, sostare. In quanto tale, la Poesia è, in primo luogo, esperienza. Una particolare esperienza dell’uomo che, per quanto particolare, resta comunque intrappolata entro i limiti che l’uomo e le sue esperienze impongono.
    Se ciò è vero, ciò che noi chiamiamo abitualmente poesia in realtà non lo è. È, piuttosto, il tentativo inconsapevolmente sterile, ma non per questo inutile, di descrivere l’esperienza della poesia attraverso quell’ atto di sublimazione che è la parola, quel ponte costruito tra le separate sponde coi pilastri affondati nel vuoto.
    Se anche ciò è vero, la Poesia non è mai in crisi. Se la Poesia è un luogo, ciò che potrebbe essere in crisi è il visitatore, sia esso colui che la scrive (poeta-scrittore), colui che la legge (poeta-lettore) o colui che la trasmette (poeta-editore). La domanda, a questo punto, sarebbe: i poeti (in tutte le loro tre versioni) sono dunque in crisi? A mio avviso, la risposta è: né più né meno che qualche secolo fa. Già nella seconda metà del 1800 un “certo” Alcide Bava lamentava
    Gigli! gigli! Non se ne vedono!
    […]
    Oh Cacciatore bianco, che corri senza calze
    Attraverso le pàniche Pasture,
    Non puoi tu forse, forse non devi
    Conoscere un po’ la tua botanica?
    […]
    Ma, Caro, l’Arte non consiste più,
    – È proprio vero, – nel permettere
    all’Eucaliptus stupefacente
    i boa-constrictors lunghi un esametro
    […]
    – Insomma, un Fiore, Rosmarino
    o Giglio, vivo o morto, vale
    Un escremento d’uccello marino?
    […]
    Commerciante! Medium! Colono!
    La Rima sgorgherà, rosea o bianca,
    Come un raggio di sodio,
    come un caucciù che si espanda!
    […]
    Ecco! È il secolo d’Inferno!
    I pali del telegrafo orneranno
    – Lira dai canti di ferro,
    Le tue superbe scapole!

    Soprattutto, rimaci una versione
    Sulla malattia delle patate!
    – E, per la composizione
    Di Poemi colmi di mistero
    Leggibili da Treguier
    A Paramaribò, da te siano acquistati
    I Tomi del signor Figuier,
    – All’Editore Hachette! – ma illustrati!
    (Ce qu’on dit au poète à propos de fleurs, 14 Luglio 1871)

    “Occorre distinguere il Bello dall’Utile”, dice Mallarmé, “sentirvi affondare una realtà superiore a qualsiasi altra al mondo, farsene messaggero per coloro che non sanno”. E non è, forse, proprio questo il dovere/diritto cui tutti i poetanti si sentono di assolvere? Non è con i versi che ai poetandi si fanno messaggeri attraverso la Parola? E cos’è la Parola, se non il “cristallizzarsi” delle “nozioni praticate” (esperienze) “mediante cui si ritirano dall’essere per stabilirsi nella lingua e rinforzarla a spese dell’invenzione collettiva” (“L’alchimista del Verbo”, saggio di Yves Bonnefoy su Arthur Rimbaud)? Scrivere poesie è, dunque, un soffocare e impoverire l’esperienza “causato dall’idealizzazione delle parole” (Yves Bonnefoy). Scrivere poesie non è che mentire nobilmente, quando ciò rappresenti “lo sforzo più coerente per raggiungere un intelligibile, un “bello” in sé” senza però poter prescindere da “un’urgenza personale che fa mentire” (Yves Bonnefoy). D’altronde “chi potrebbe pretendere, oggi, di produrre in un unico èmpito di pensiero una verità, e insieme una dimora?” (Yvs Bonnefoy).
    Ecco allora spiegata la crisi dei poeti: gli scrittori incapaci di accettare la loro stessa menzogna, gli editori che ad una menzogna imbellettata preferiscono la “fiction” (ma ce n’è anche nella poesia di fiction), i lettori che o non sono disposti ad investire molto tempo per cercare la loro verità, o fanno della menzogna poetica la dimora del loro passeggero bisogno di verità del momento.
    A questo si unisce ciò che Marcuse definisce molto bene nel suo “Uomo a una dimensione” come “peso della realtà”. Un peso della realtà tale da essere riuscito a sfondare il pavimento dell’immaginario, del sogno, del simbolo, trascinando con se tutto il concreto possibile. Ecco, dunque, la poesia che non riesce nemmeno più a comunicare quel po’ di “nobile menzogna” di cui era capace, la quale – per i continui richiami al reale – si è concretizzata, cristallizzata, perdendo il potere comunicativo e inquisitorio del suo simboleggiare allusivo; dunque, perdendo il suo carattere di richiamo allo scambio.
    Ed ora veniamo al discorso pratico, ovvero: cosa si può fare?
    Iniziamo dai poeti-scrittori. Innanzi tutto, credo che i poeti-scrittori non debbano impegnare tutti i loro sforzi in una specie di crociata per la poesia, che mi sembra una autoimposizione per riscattarsi dal complesso di mancato riconoscimento. Un poeta-scrittore che sia consapevole davvero, conosce perfettamente l’artificio della sua menzogna e né si sorprenderà di non essere ascoltato né si sforzerà di essere capito. Al contrario, un poeta che voglia a tutti i costi essere riconosciuto, ha confuso la sua propria menzogna per verità universale e, sentendosene responsabile e portatore, vorrebbe “errarla”, narrarla al mondo seduto ad ascoltarlo di fronte, un po’ come Hitler cercò di convincere tutti della bontà del nazional-socialismo. Il poeta-scrittore che creda più nella Poesia che nel suo modo di descriverla impegnerà i suoi sforzi in due direzioni: cercando di far conoscere a chi non ne ha avuto l’occasione un luogo chiamato Poesia in cui tutto è possibile, e cercando di richiamare le diverse possibili esperienze di poesia allo scambio, attraverso le proprie opere ed i propri lavori, riempiendo il perenne vuoto tra le sponde con momentanee zolle di esperienza.
    Il poeta-editore assume un importante ruolo all’interno di questo sistema di scambio di esperienze poetiche. Possedendo gli strumenti per una eventuale trasmissione, è colui che maggiormente deve credere in tale scambio e nell’importanza dell’esperienza poetica, prima ancora che in ciò che da esso potrebbe ricavarne. Ma siamo nel puro campo della fantascienza. Di conseguenza la responsabilità dell’editore si va a sommare a quella dello scrittore e a quella del lettore.
    Il lettore, dal canto suo, una volta venuto a conoscenza del luogo chiamato Poesia, deve essere disposto ad abbandonare il luogo chiamato realtà e svestire i suoi panni per entrare lì dove può osservare da vicino la propria nudità. Il poeta.lettore che voglia accostarsi alla Poesia deve sapere che ha altrettanto bisogno di mettersi a nudo quanto il poeta-scrittore. Deve anche essere pronto a gestire, giocare, manipolare e far proprio il campo simbolico offertogli dal poeta-scrittore, sempre che il poeta-scrittore non sia convinto che la sua sia una verità anzichè una menzogna del possibile e il suo campo simbolico è limitato al reale: non v’è gioco, non v’è scambio, non v’è comunicazione. Il poeta-lettore deve voler mettere a disposizione della Poesia il suo tempo: per denudarsi, entrare nella Poesia, incontrare il campo simbolico del poeta-scrittore, isolarne la menzogna e da essa crearne di nuove. Ecco che il poeta-lettore, se vuole, diventa anche poeta-scrittore. In tal senso la Poesia non cerca l’universale: essa è l’Universale, poiché appartiene a tutti.
    Alla luce di tutto ciò, i problemi che si pongono sono molti e molto ben conosciuti: i poeti-scrittori un po’ poeti un po’ dei/divi, i lettori che giocano a fare gli intellettuali, la Poesia che da esperienza diventa “status”, fagocitata anch’essa dall’identità del singolo di cui diviene appendice.
    Con l’avvento di internet non si aggiungono ne si eliminano i problemi che la poesia ha sempre subito. Essi – i problemi – vengono solo infinitamente amplificati e, insieme ad essi, le loro conseguenze.
    Cosa fare dunque? Io credo che la Poesia non dovrebbe essere vista come un virus che dovrebbe infettare tutti. Il mio non è elitarismo (sono il primo ad essere convinto di essere più distante dalla Poesia che da Honk Hong in questo momento), semplicemente ho voglia che la Poesia si spogli di questi panni ingombranti dell’ufficialità, del falso intellettualismo nutrito da accenni bibliografici bizzarri e citazioni improponibili. Ho voglia che la Poesia si affacci dalla finestra della sua torre d’avorio e veda quanto il mondo abbia bisogno di lei per sopravviversi. Ho voglia di una Poesia non ad appannagio di pochi intimi ma nutrita dalla simbologia di tutti, una Poesia che sia viva perché dinamica. Sono stanco di sedute d’ascolto para-intellettuali dove attori dalla calda voce mi leggono frasi che alla prima birra saranno volate via. Ho voglia di una Poesia che sia duratura, permanente, sempre presente, àncora e ancora, termine di paragone, esercizio di avvicinamento a quel tutto dal quale ci siamo staccati e non puro autoerotismo del pensiero. Per tutto questo c’è bisogno dell’altro: ecco perché si dice. Ecco perché si scrive. Ma l’altro ha bisogno di essere coinvolto, ha bisogno di vedere che una porta è stata lasciata aperta per lui, altrimenti è possibile che non sia disposto a dedicare tempo a qualcuno che gli imponga il proprio canto e lo costringa, poi, a capirlo, accettarlo.
    Quel fenomeno da baraccone che sono i poeti di internet (me compreso) non sono altro che il risultato di una diseducazione alla Poesia. Sono/siamo persone convinte che fare Poesia si cercare le rime tra parole inusuali, inserendole una sotto l’altra possibilmente con un po’ di cuore che si strugge. L’invenzione del verso libero poi ha fatto in modo che lunghe prose mediocri si incolonnassero allungandone il tedio. Siamo il vuoto che hanno lasciato anni e anni di Infinito e A Silvia senza il nichilismo e la natura, di Romanticismo a go-go senza Rimbaud, di frustrante post-positivismo pseudoscientifico senza spiegazioni plausibili, di illuminismo della ragione senza riparo dalla follia.
    “Il tempo fugge e non s’arresta un’ora”, scorre come scorrono le pagine dei blog con sopra le poesie. E non c’è tempo per assimilare, scambiare, confrontare. Resta quello per consumare. E chi scrive lo sa. E la fama del reale è più forte della fame di possibile: meglio sentirsi poeti che rischiare di esserlo per davvero. Perché alla fine, è di questo che si tratta: Carmelo Bene diceva che l’opera d’arte è lo scarto, un escremento dell’artista. La vita dell’artista è la vera opera d’arte. Se non si trasmette questo, se non si trasmette l’esperienza assoluta di tutti i sensi rimbaudiana allontanandosi da quella visione puramente esteticizzante della Poesia come trascendenza dell’assoluto e dell’universale in sé, se non si fa questo nulla a senso in seno alla Poesia e tutto decade nel fattuale. Ed io di fattuale ne ho fin sopra i capelli da ormai ventisette lunghissimi e noiosi anni.
    Luigi
    P.S.: perdonate le lungaggini, gli errori e le ripetizioni, ma credo che quello che stiamo facendo sia già una risposta alla domanda che ci poniamo. Consiglio di dare un’occhiata anche ad una discussione molto simile su http://golfedombre.blogspot.com/2010/02/ancora-su-poesia-e-web.html

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    • Luigi, perché affermi che la poesia non è in crisi?
      E’, a dir poco, agonica.
      Ed è stato il web a impoverirla.
      Se da un lato il web ha aiutato, e non poco, una certa diffusione (per quanto effimera e distratta), dall’altro lato ha creato un’uniformità di livello poco più che dilettantistica.
      Io riconosco a chiunque il diritto a scrivere e pubblicare, in rete, le proprie cose, ci mancherebbe altro.
      Ma la poesia è altra cosa.
      E visto che la poesia, oggi come oggi, è quella che nel web viene riconosciuta come tale, vuol dire che la “vera” poesia è in crisi.
      Salvo poche eccezioni che confermano la regola, naturalmente.

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      • La poesia non è in crisi in quanto luogo in cui uno può andarci come puì non andarci. È in crisi l’utilizzo della poesia, l’interpretazione della poesia, la scrittura della poesia, i poeti, i lettori, tutto, ma non la poesia.
        E come dire che Dio è in crisi solo perché non ci sono più fedeli.
        L

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  17. Una corretta segnalazione Luigi, il documentato articolo di Guglielmin dal quale è nata, sulle pagine di Tellusfolio con la precedente direzione, l’idea di questo dibattito sulla poesia on line che prevede un itineranza che permetta una mappatura emozionale il più possibile esausitva e territorialmente connessa. Tengo solo a precisare che quando sostengo che la poesia non si trova è solo un’esasperazione del fatto che la piccola editoria, referente per tanti autori ha difficile reperibilità
    un caro saluto

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    • “Una delle prime verità è che non si vende poesia perché non si trova”.

      Non si trova poesia perché di quelle 150-200 copie per opera che vengono stampate più della metà vengono di solito comprate dall’autore come condizione necessaria e vincolante alla stampa del libro.
      Non si trova poesia perché la maggior parte dei piccoli editori non ha una distribuzione degna di questo nome e perché le 50-100 copie che gli restano in casa si possono vendere on line tramite la promozione che compie lo stesso autore.
      “Allora perché sbattersi più di tanto…”
      E’ forse questo il pensiero più ricorrente di un editore?

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      • Ciao Enzo,
        d’accordo: la poesia “non si trova” (anche se nel caso in cui volessi leggere tutte le raccolte presenti in una libreria serie non mi basterebbe una vita).

        Ammesso sia così, ti giro la domanda: quante persone si lamentano di non trovare poesia negli scaffali (a parte io tu e altri 4 gatti)?

        Neruda pubblicò le sue prime poesie a proprie spese, Pasolini fece lo stesso, uguale Machado e moltissimi altri grandi. Perché guardiamo a questo come se fosse un “problema” contemporaneo?
        Che poi l’editore non si sbatta più di tanto è verissimo.
        L

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      • mi aggiungo all’arrabbiatura di non trovare la poesia dove realmente merita d’essere e devo correre fra gli scaffali e spostare libri per trovarla magari

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  18. Bel saggio, che in una tesina per un esame di Estetica verrebbe votata con un punteggio discreto.
    Per fortuna la Poesia è Altro, e i Poeti sono al di sopra delle facili e distruttive categorizzazioni, essi riflettono la Luce secondo le loro peculiarità e se questo riflesso viene chiamata menzogna… bene, il palcoscenico è un altro, la storia è un altra e gli attori pure.
    Non mi hai impressionato, tutto sommato, mi hai dato ragione.
    Au revoir.
    Anzi, ho perso ogni interesse in questa discussione che per me termina qui.
    Axel

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    • Ciao Alex,
      grazie per il “discreto”, pensavo molto peggio :)

      Mi spiace sentire del risentimento nella tua voce, ma forse lo merito avendo saltato passaggi quali “Ciao Alex” e “io non credo sia come tu dici”, piantandoti lì un antipatico “non sono d’accordo”. Mi dispiace se questo ti è parso come un atto di mancato rispetto del tuo dire o di supponenza (che poi è la stessa cosa).

      o non volevo impressionare nessuno, ho semplicemente esposto la mia “versione dei fatti”, tra l’altro per nulla farina del mio sacco. Ciò che ho scritto l’ha pensato in gran parte Rimbaud. Io lo condivido e l’ho condiviso qui, nulla più.

      Stando a ciò che tu dici, se i Poeti (con la P maiuscola) riflettono la luce, essi non sono la luce ma solo un suo riflesso, appunto. Cos’è il riflesso se non una menzogna (per quanto bella)? O tu credi che l’uomo che vedi allo specchio sia davvero tu? Io parlavo proprio di questi riflessi, solo che li ho chiamati “nobili menzogne”. Tra l’altro non ho detto che la Poesia è una menzogna. Io ho detto che la Poesia è Tutto. Sono le poesie dei poeti (riflessi della Luce-Poesia) ad essere delle menzogne in buona fede.

      Spero che tu ripassi di qui e che la discussione riprenda ad interessarti. In fin dei conti non ci sono solo io a scrivere.

      A presto,
      Luigi

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  19. Ci sono delle pietre.
    C’è la “prima pietra” su cui si erige la propria dimora.
    E c’è l’ultima pietra, quella destinata a far tracimare l’essenza della dimora.
    Queste pietre non hanno un peso specifico.
    Il loro peso è determinato dal pensiero.
    La consistenza (sostanza?) è nella voce che da esse scaturisce.
    La dimora non ha fondamenta per ancorarsi a questo o quel luogo.
    L’aver-luogo non ha una carta d’identità che ne attesti e conclami la residenza.
    La questione non verte sull’appropriazione, ma sulla disappropriazione.
    L’erranza è, in tal senso, disappropriazione.
    La dimora è semovibile.
    E’ destinata, per sua stessa natura, al “transito”.
    Il transito sottende quindi la presenza di svariati territori in cui deterritorializzarsi.

    Dar voce al transito?

    Cosa significa?

    Significa andare avanti volgendosi all’indietro, offrirsi all’incidente chiudendosi a riccio, andare incontro alle proprie origini.
    L’erranza protratta nel tempo è memoria del futuro per arrivare al passato, o meglio per ricuperare ciò da cui si proviene e a cui siamo destinati.
    L’ ”immediato” è attraversamento e dispendio.
    L’”atto” non è verifica di uno status, ma disconoscimento di qualsiasi dato di fatto che rinuncia al ri-cominciamento.
    Ogni atto è una protesi a un atto che l’ha preceduto.
    Ogni atto è un supplemento di cui l’erranza non può fare a meno.
    Tutte le tracce sono destinate alla cancellazione e alla dissoluzione.
    Ogni supplemento deve rinnovare, ad aeternum, le “tracce” del suo passaggio.
    La dimora è un aratro e deve lasciare “realmente” dei solchi – per quanto effimeri – nei territori che attraversa.
    Quei solchi non sono solo immagini, visioni e voci.
    Quei solchi sono pagine scritte.
    Pagine scritte su supporti palpabili e non su supporti magnetici e aleatori.

    Se la ricerca, il fine ultimo è quello di una presunta originarietà qui bisogna rendersi conto che la pagina elettronica – per quanto indispensabile alla “cultura” odierna – deve essere posta in secondo ordine rispetto alla pagina scritta.

    Ci sarà sempre un’ulteriore ultima pietra che farà tracimare pagine scritte dalla dimora, pagine ruvide da saggiare con i polpastrelli, pagine fresche d’inchiostro o vecchie di secoli, pagine da tramandare come “oggetti” e come “soggetti”.
    Il libro sottende un “possesso”.
    La pagina elettronica non si possiede.
    Si usa e basta.

    Ancora una volta: il web non è realtà.
    E’ pura virtualità volta a creare l’illusione di una realtà di comodo.
    La sua unica funzione è quella di un trampolino di lancio per la “vera” realtà.

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    • Il distinguo che fai tra libro e web somiglia molto a quello che Franco Ferrarotti fa tra libro e TV. Ineccepibile in ogni suo aspetto e concordo pienamente. Il difetto di fruizione è micidiale, spinge al consumo, all’attraversamento e non alla sosta.

      Però… definiscimi realtà :)

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      • Perché, non posso espormi fisicamente armato di tastiera e monitor?
        Anche la mera esposizione di un testo è un esporsi fisico.
        (ti sto contrariando solo per vedere cosa ne esce fuori, Enzo. In realtà sulle mancanze dello strumento web sono pienamente d’accordo. Anche se mi verrebbe da aggiungere che ad essere equivoco non è lo strumento in sé ma il modo in cui viene usato).
        L

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  20. La rete è effimera.
    La lettura a schermo non è una lettura attenta.
    E’ una lettura distratta.
    La vera risoluzione è forse quella del ritorno al libro come elemento principe della comunicazione e all’uomo-poeta come “soggetto” destinato a divulgarne l’essenza, anche e soprattutto “oralmente”.
    Ed è anche questo che intendo per ricerca delle origini.
    Per es-porsi oralmente – a braccetto con la pagina scritta – c’è però bisogno di un atto “fatto” sul territorio.
    Ad alcuni potrà sembrare eccessivo e denigratorio, ma il poeta è un cane che piscia (si libera di un’intestinità, evacua il suo umore, porta in fuori la sua linfa) per delimitare un “territorio”.
    Ma, attenzione, quei limiti (che sono a tutti gli effetti “tracce”) non servono da deterrente per un eventuale intrusione.
    Quei limiti sono i margini lungo i quali l’uomo-poeta pone le soglie da attraversare per permettere l’accesso al suo personale territorio.
    L’ “attenzione” che si chiede al fruitore è quella di compiere anch’esso un gesto errante, di prodursi cioè nell’attraversamento di quelle soglie e di porsi all’ascolto di quelle che abbiamo definito bellezze e autenticità emotive.
    Ma, giunti a questo punto, bisognerebbe chiedersi anche: qual è l’ “attenzione” che il fruitore richiede al poeta?

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    • È proprio questo, secondo me, il limite. E se io come “fruitore” non volessi farmi pisciare addosso le tue intestinità di poeta? Se non accettassi quelle soglie che tu mi metti? Perché io, come fruitore, devo essere interessato ad un tuo personale umore? ad una tua intestinità che non potrà mai essere la mia (messa così)? Chi decide che tu sei il poeta ed io il fruitore, chi decide che le tue siano bellezze e autenticità emotive? Perché siamo su due piani diversi invece che un medesimo? Perché la poesia deve essere una soglia alle tue intestinità e umori di poeta verso cui io devo fare lo sforzo di avvicinarmi e invece non può essere la soglia di una porta comune che sta nel mezzo tra tu che scrivi e io che leggo, un luogo in cui ci si possa incontrare pur rimanendo lontanissimi?
      A mio avviso c’è un aspetto di condivisione e di scambio che è l’anima della poesia che però viene visto a senso unico: dal poeta al lettore. Così, credo, non dovrebbe essere.
      E questo scambio manca anche nel momento in cui si avverte una “crisi” della poesia, un problema. Ci sarebbe bisogno di poeti che chiedessero ai lettori cosa manca e di lettori che chiedessero ai poeti di facilitargli l’accesso a quella porta che la vita quotidiana di impiegati delle poste, zappatori, manager e commercianti gli allontana sempre più.
      L

      P.S.: l’io e il tu li ho usati impropriamente. Sono assolutamente generici (ho scritto di getto).

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      • Naturalmente quella del cane era un’allegoria (del resto l’inciso era chiaro). Quello che volevo dire è che i limiti , i margini che pone il poeta non sono reticolati di filo spinato. Ma, anzi, sono le porte di accesso a un territorio da esplorare. Nessuno scrive solo per se stesso (e chi lo dice mente sapendo di mentire) e sopratutto nessuno pensa realmente che la propria vita sia paragonabile a un’opera d’arte (nb nemmeno Carmelo Bene ci credeva, e di questo ne sono sicuro, vuoi solo perché la sua vita “eccedeva” qualsiasi cosa, opere d’arte incluse). Qui il problema non è nella menzogna o nella verità; nemmeno quelle che sono state definite “attenzione”, “bellezza”, “autenticità emotiva”, “riflessi di luce” sono verità o menzogne, ma solo ed unicamente “idee” di verità e “idee” di menzogna. Non esiste una verità, non esiste una “sola” verità, non esiste una verità che possa andar bene per tutti. Ma se esiste l’ “idea” allora esiste la ricerca, il transito, l’erranza, esistono i territori da marcare, esiste il dispendio, la necessaria improduttività (in quanto “urgenza” metafisica), l’utile inutilità, la feconda sterilità.
        Ribadisco la citazione che ho usato prima, se poesia è “toccare la cosa delle parole” bisogna innanzitutto che ci siano parole che si prestino a essere “toccate”. Naturalmente non si può pretendere che tutti siano in grado di tocarle o che tutti vogliano toccarle. E, sempre più naturalmente, che le parole abbiano la stessa valenza per tutti.

        Hai concluso così il precedemnte commento:
        “Ci sarebbe bisogno di poeti che chiedessero ai lettori cosa manca e di lettori che chiedessero ai poeti di facilitargli l’accesso a quella porta che la vita quotidiana di impiegati delle poste, zappatori, manager e commercianti gli allontana sempre più”.

        Se mi permetti questa è utopia.
        L’autore è “uno”, il fruitore è costituito da una molteplicità di “uno”.
        Sarebbe come dire che io/tu/noi/loro autori dobbiamo scrivere 10.000 versioni dello stesso testo per far sì che quel testo possa essere recepito da tutti coloro che hanno la sventura di leggerlo.


        nb non c’era bisogno del P.S.
        era chiaro che non ti riferivi a me direttamente.

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      • Ovviamente era una allegoria che mi è piaciuta perché eloquente e che ho voluto mantenere.
        Ovvio anche che Carmelo Bene non ci credesse, per questo era così triste ed annoiato.

        “Naturalmente non si può pretendere che tutti siano in grado di tocarle o che tutti vogliano toccarle. E, sempre più naturalmente, che le parole abbiano la stessa valenza per tutti.”

        Dunque, il discorso in atto non ha senso, perde di valore. Perché qui, se non ho capito male, si sta discutendo su come fare in modo che la poesia arrivi a molte più persone rispetto a quelle che già tocca. Però forse quelle che non la toccano è perché non vogliono. Perché quindi imporsi (celando il nostro pensare che la poesia è PIÙ MEGLIO di tutto e noi siamo fortunati/prescelti)?

        “Se mi permetti questa è utopia.”

        Certo che lo è. Come lo è pretendere che il fatto che esista una idea della verità e il cercare la verità ci avvicini di più alla verità. Anche la Poesia è utopia, perché è come dire “se fosse stato così quello che ho vissuto e che mi ha spinto a scrivere questo”.

        P.S.: ho puntualizzato perché scrivendo impulsivamente non tengo molto a bada il tono e non vorrei involontariamente offendere nessuno. Giuro che mi tolgo dalle scatole e domani smetto di fare il guastafeste a priori (anche se in realtà mi piace perché ad ogni risposta capisco sempre più cose).

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  21. Luigi B. interessante, logorroico e davvero provocatorio il tuo intervento.
    Alla tua prima e un tantinello tranchant prima parte replico con non mie parole, ma con quelle di una poetessa che ha partecipato con un suo breve scritto al foglio n°2 di di lietocolle. La poetessa è Liliana Zinetti, il suo intervento è questo: http://www.lietocolle.info/it/contributo_a_poeti_2_liliana_zinetti.html
    In questo testo si dice perfettamente l’inutilità della poesia, perchè invero essa non è “il tentativo inconsapevolmente sterile, ma non per questo inutile, di descrivere l’esperienza della poesia attraverso quell’ atto di sublimazione che è la parola” , a mio avviso, esattamente all’opposto “è il tentativo consapevolmente inutile, ma non per questo sterile, di fare della parola l’atto di sublimazione dell’esperienza”.
    Anche perchè vorrai ben ammettere che se la poesia è “il tentativo di descrivere l’esperienza della poesia…ecc. ecc” si cade in una tautologia tentando di definire qualcosa usando lo stesso termine che la nomina, oppure si sta parlando di una poesia che parla di sè stessa ossia di metapoesia.
    Poi nella parte centrale dell’intervento ho perso un po’ il filo del discorso che, mi sembra, prosegua in linea con la premessa che come sopra ho contestato e perciò stesso probabilmente mi risulta incomprensibile o semplicemente non in linea con la percezione della poesia che, a mio avviso, tanto per individuare un punto critico, anzichè essere la grande menzogna dell’autore è, sempre a mio avviso, tutto all’opposto la sua incandescente ricerca di verità.
    A parte queste piccole precisazioni, dico che altre cose di questo intervento mi piacciono, anzi tutto l’intervento mi piace perchè è provocatorio, e perciò stesso entusiasmante, perchè getta il sasso nello stagno e fa venir voglia di chiedere, contraddire, spiegare, ironizzare, parlare, protestare, proseguire, contestare o approvare, quest’ultimo specie quando dice cose così graziosamente simili a una slogan, ma, d’altro canto forse così illuminanti nella loro “rivoluzionaria” semplicità: “Ho voglia di una Poesia non ad appannagio di pochi intimi ma nutrita dalla simbologia di tutti, una Poesia che sia viva perché dinamica.”
    Oh, Luigi, ma questo sarebbe auspicabile che lo volessero tutti: lettori scrittori editori. E io aggiungo: vorrei che fosse anche bella poesia, un piacere dell’animo da leggere, da ascoltare.

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  22. Cara Semantica: grazie!
    Grazie per aver capito lo “spirito” del commento logorroico.

    Ci tengo a dire che i meriti di ciò che ho detto non sono i miei, ma di alcune recenti letture di e su Rimbaud che mi hanno fatto riflettere parecchio e tutt’ora mi spingono a farlo, riemergendo. Tutti i demeriti, invece, e le incomprensibilità sono mie.

    REsto del parere che la poesia sia una “urgenza” inconsapevolmente sterile, perché in fin dei conti chi scrive poesia spera sempre di sentire meno il dolore dello scotto condividendolo. Ma la condivisione è impossibile e l’ustione appartiene ad un solo corpo.

    Riguardo alla tautologia, è proprio questo il punto. Ciò che noi conosciamo per comunicare simboli e significati è la parola. La parola nomina qualcosa e la chiama Poesia. Io la posso chiamare luogo oppure Mario, non ha importanza. L’importante è che ci si intenda. Il problema sorge proprio nel momento in cui, per intendersi, ci si limita, cristallizzando nella parola l’esperienza. Il vantaggio che ha ciò che comunemente definiamo Poesia dovrebbe essere la sua capacità di cristallizzare nell’esperienza la parola attraverso tutta una serie di “artifici” simbolici quali sono le figure retoriche etc. Il problema è, a mio avviso, che ciò accade sempre meno e, se accade, avviene in un verso solo che va dal poeta al lettore. Ora, se la poesia è l’urgenza del poeta che la scrive dopo aver visto il “fulmine”, è anche l’urgenza del lettore che spera, leggendo, di vedere riproposto in forma di parole quella volta in cui anche egli vide il fulmine ma non seppe dirselo. È questa, a mio avviso, l’unica differenza tra chi legge e chi scrive.

    Non è la Poesia-luogo ad essere menzogna, bensì la poesia-parola scritta ad esserlo. Perché, per quanto il poeta possa conoscere perfettamente gli artifici del linguaggio, non sarà mai e poi mai in grado di far vedere al lettore lo stesso fulmine che egli ha visto. In più, si aggiunge il fatto che non vedo per quale motivo un lettore dovrebbe essere più interessato al fulmine visto dal poeta piuttosto che al suo. Il fascino del poeta allora potrebbe dipendere dal fatto che egli simbolizza quella parte recondita del lettore che una volta era capace di vedere il fulmine e che ora sembra portarne solo l’ustione. Quindi il poeta come privilegiato. Ma così, credo, non è. Ciò che il poeta dovrebbe fare è usare questo suo essere in grado ancora di vedere il fulmine non per insegnarne a tutti le scottature, ma per dire a tutti come si fa a vederlo. Questo è il dovere, se ce n’è uno, del poeta.

    Per gli slogan chiedo venia, ma il lirismo ha avuto il sopravvento. E poi ero diventato davvero palloso e petulante :)

    E a proposito di slogan, io cancellerei anche quello che vede la poesia come “incandescente ricerca della verità”. In tal senso coltivare la terra è molto meglio, in quanto testimonianza di una verità. Poesia è, a mio modo di vedere, anche smettere di rivoltarsi in se stessi cercando la trascendenza e vivere i propi sensi assolutamente, per poi riportarne l’esperienza ed ascoltare quella riportata dagli altri.

    Tu, invece, hai tirato fuori un altro fattore quando hai detto che vorresti che la poesia fosse anche “bella”. E chi dice quando una poesia è bella? Ma questo forse si allontana troppo dal discorso che stiamo facendo.

    Ecco…mi sono dilungato un’altra volta :)

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  23. Il punto non è se la rete ha incentivito o meno il gesto della scrittura, ma quanto ne abbia banalizzato l’apparato critico.
    Non siamo solo di fronte a un deprivazione del senso, ma alla mancanza di una ridefinizione simbolica.
    Le relazioni con le cose cambiano se variano le modalità sensibili del conoscerle, per questo la paoesia necessita di spazi di relazione di microambienti. La crisi del poeta risiede nel fatto che si racconta male credendosi essere per l’iperspazio e non per il territorio. Distribuzione diversa non vuol dire render la poesia a portata di tutti per marketing, chi se ne frega, vuol dire renderla fruibile, disponibile… poi chi la vorrà acquistare lo farà altrimenti la carta è sempre carta. Il poeta è un responsabile verso l’invenduto, abbiamo bisogno di proposte non di lamenti, allora creiamo dei microsoggetii distributori che si incarichino di collocare le copie di chi vorrà farle pervenire nelle librerie che si frequenta, in conto vendita, si formino attraverso questi soggetti dei cataloghi di informazione poetica che delineino il prodotto che andiamo a rilasciare questo è quartiere…questo è far sì che il “c’era una volta ” possa far sì di esserci ancora
    un caro saluto

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    • Alessandro,
      non ho capito bene il progetto dei micro-soggetti distributori e del conto vendita.
      Da chi partirebbero i libri?
      Dall’autore o dall’editore?
      In entrambi i casi sarebbe un impegno economico e uno sforzo abbastanza considerevole (senza parlare poi del micro-soggetto che si toverebbe a lavorare costantemente in perdita).
      Per un piccolo editore sarebbe una politica improduttiva e aumenterebbe il numero degli invenduti.
      Per un autore sarebbe un onere economico insostenibile.
      L’editore, solitamente, non distribuisce in giro copie in conto vendita, a meno che non si tratti di una grossa libreria, ma anche qui ci sono da fare dei distinguo tra libreria e libreria.
      Se entri in una Feltrinelli qui in Emilia -tra Bologna, Modena, Reggio e Parma- e chiedi un libro, per esempio di Liberodiscrivere (faccio questo esempio perché LDS ha pubblicato due dei miei libri), non ti accettano nemmeno l’ordine e ti consigliano di chiederlo direttamente alla casa editrice.
      Per un piccolo editore è già un grosso successo se riesce a trovare una libreria di quelle cosiddette fiduciarie in ogni citta d’italia; e mi sembra difficile che possa abbracciare una politica di questo tipo.
      Non ho capito in che modo una proposta di questo tipo possa risultare fattibile.

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      • ahimè è stravero quello che dice enzo…
        mi successe con il libro di un amico…dunque magari sta anche nelle librerie avere quest’apertura necessaria per lasciare emergere le nuove realtà, senza che non s’affossino nella virtualità di pagine pixellate

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  24. premesso di non essere un poeta in senso stretto, poeta è colui che scrive poesie e giusto per, ma di essere un figuratore aperto al fare sinestetico, iterazione possibile tra arti espressive, direi che il web dona possibilità interessanti tuttavia dispersive, difficile percorrere i tanti labirinti ma almeno si possono trovare personalità cmq interessanti e stimolanti anche se resto sempre un accanito lettore della forma libro!
    r.m.

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  25. Mi piacerebbe ci fossero distributori automatici di libri di poesia;così come si infila la monetina per prendere un caffè, si potrebbe acquistare versi fruibili nell’immediato.Poesia stampata su carta semplice, come quella dei quotidiani magari, senza copertine patinate o abbellimenti accattivanti ma solo Poesia da leggere in autobus o in treno o in coda all’ufficio postale o negli ospedali.E mi piacerebbe diventasse consuetudine acquistare così, e consuetudine leggere Poesia così come si leggono le riviste di gossip o i quotidiani. Nella città di Asti ci sono distributori automatici di latte fresco e questo fatto, quando lo notai, mi lasciò piacevolmente sorpresa. Un modo intelligente di sostenere i produttori locali di latte fresco per una diffusione capilare del prodotto, un modo utile di fornire un prodotto indispensabile ma con caratteristiche alternative di provenienza e distribuzione. Anche la Poesia potrebbe essere diffusa così, non perchè sia indispensabile ma semplicemente perchè se messa in condizione di essere a portata di mano diventerebbe appetibile alla gente comune, soprattutto se diffusa a prezzi popolari.

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    • Federica,
      una cosa simile al tuo “desiderio” esiste già.
      Non all’estero, ma qui in Italia.
      A Modena, nel corso del FestivalFilosofia vi sono nel centro storico una serie di distributori automatici (proprio come quelli per il caffè e le bibite, tanto per intenderci) che erogano i libri editi dal festival.
      Si tratta di libricini di piccolo formato che restituiscono su carta le lezioni e le conferenze tenute dai vari filosofi che intervengono al festival.
      Certo, la cosa è limitata ai soli giorni del festival, ma è comunque interessante.

      Luigi,
      naturalmente una cosa di questo tipo non può essere considerata il brevetto dell’anno.
      Perché se venisse commercializzata all’interno dei distributori si troverebbero solo bestsellers e i titoli più in voga del momento.

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  26. Federica parla di distributori automatici di Poesia da leggere in autobus o in coda alle poste, Alessandro di microdistribuzione. Personalmente continuo a pensare che se c’è un problema, questo non riguarda la capillarità della presenza della poesia sul territorio ma la pregnanza che la Poesia ha nella vita delle persone.

    Sono d’accordo con Alessandro quando dice “Non siamo solo di fronte a un deprivazione del senso, ma alla mancanza di una ridefinizione simbolica” – ciò che io ho chiamato diseducazione alla poesia. Questo, a mio avviso, non si risolve con dei distributori automatici di foglietti con sopra dei versi. È come avere il brevetto del secolo, ma se nessuno ne ha capito l’importanza e l’utilizzo, tale brevetto resterà un progetto sulla carta.

    Il primo passo da fare, dunque, è portare la poesia tra la gente, nuovamente. Solo dopo si potrà pensare ad una diffusione che sarà molto più facile perché supportata da molte più persone che hanno recuperato il senso della poesia. Questo, a meno che non si voglia una poesia che sia “status”, moda e mero autoerotismo del pensiero.

    L

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    • Luigi, credo che la diffusione capillare della Poesia, nel caso dei distributori automatici per esempio, abbia già un che di “educativo” in sè. Come si fa a far si che la Poesia abbia pregnanza nella vita della gente se la gente non può accedervi in modo semplice e quasi istintivo? Siccome ormai è una tiritera trita e ritrita quella che gli editori non fanno più di tanto per promuovere e pubblicare Poesia, allora ben venga l’autogestione della Poesia intesa anche come forma di educazione ad essa. Insomma bisogna ripartire da zero e costruirsi un percorso autonomo,indipendente dagli editori che invece di aiutare, intralciano(o perlomeno intralciano la diffusione e la conoscenza dell’arte poetica).Non mi stupisce che in una città come Modena l’iniziativa dei distributori sia già presente, ma l’Italia non è Modena, non è Emilia Romagna,non solo purtroppo….e iniziative di questo genere non attecchiscono ovunque.Peccato perchè secondo me sarebbero ottime e non credo che in sicilia piuttosto che a bolzano non siano possibili risposte di tutto rispetto alla proposta della Poesia, diciamo così, spicciola e alla portata di tutti. Se poi vogliamo parlare della scuola e di tutto quello che manca, delle carenze etc etc…insomma, si sa che l’amore per la Poesia dovrebbe nascere dai percorsi scolastici,dalle famiglie e via dicendo….

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      • Ciao Fede,
        ciò che io vorrei evitare è proprio l’accesso “istintivo” alla poesia. Che, alla fine, è l’impulso primario che spinge le (poche) persone ad accostarsi alla poesia. È una ricerca di se stessi nelle parole di un altro. Ma a mio avviso, ciò è scorretto e limita le potenzialità della poesia e la ricezione dei doni che da essa si possono riceve. Ovviamente, io parlo sempre da un punto di vista personale e del modo (sbagliato) in cui io mi sono accostato alla poesia perdendo molto di ciò che avrebbe potuto darmi.

        Anche io sono convinto che bisogna partire da zero e quello zero è per me educare alla poesia, la distribuzione viene dopo. Se la gente vede la poesia come qualcosa di lontana, inutile, accessibile, esercizio estetico della parola e così via, probabilmente non sarà interessata ai tuoi distributori che rimarranno pieni.

        Sto solo cercando di dire che quando si parla di distribuzione si è appena saltato un passaggio, che vuol dire spiegare perché c’è biasogno di una poesia più distribuita.

        Certo, l’amore per la poesia dovrebbe nascere dalla scuola, dalla famiglia etc. Però perché non anche dai poeti? perché i poeti dovrebbero essere esenti da questo che alla fine credo sia un loro dovere? Perché invece di organizzare letture ad alta voce nelle orecchie di silenti “fruitori” (se li chiamiamo così poi non lamentiamoci di una poesia “consumata”) non si organizzano incontri di poesia vera? Dove si parli di poesia, nel senso si provi a praticare sul campo la Poesia, ovvero si cerchi di entrare in quel luogo che è la poesia?
        Non so se ancora una volta sono riuscito a non esprimere chiaramente il mio pensiero.
        L

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  27. cera e c’era

    sta
    solo nel micro solco
    di un inciso
    la grande differenza?
    ferni

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  28. Nb
    ho girato, via mail, l’invito a partecipare a questo dibattito a varie persone: poeti, piccoli editori, soggetti che praticano e credono nel copy-left, soggetti che stampano in proprio, fautori del web, operatori e associazioni culturali e via dicendo.
    Così da avere , qualora volessero rispondere, diversi punti di vista.

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  29. Luigi,educare alla Poesia è un compito che seppur gravoso spetta a coloro che vorranno farsene carico e se saranno i Poeti di oggi a farlo qst proprio non lo so, ma vero è che se non lo facciamo noi che scriviamo chi altro mai potrà farlo?E’ vero, entrare nei luoghi della Poesia sarebbe l’ottimo…concordo su questo senza dubbio. Non sono però contraria alla diffusione indipendente del Verso che come ripeto, possiede già in sè un che di educativo, se non altro educa alla cultura dell’informazione, della condivisione, del concetto di cultura autonoma dalle case editrici tradizionali, del “fai da te” culturale, del “ti regalo una poesia per pochi centesimi basta che la leggi e la assimili per imparare ad amarla”…..Ho contatti con diversi poeti americani e loro sono grandi fautori di ciò che dico, sono assolutamente sempre in movimento per diffondere,diffondere,diffondere…..il loro motto è “spread the word”.Non dico che questa sia la verità assoluta o la soluzione a tutto ma certo è una energia davvero gigantesca che a noi qui, manca.

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    • Federica, io non sto sminuendo l’importanza della diffusione. Sto solo dicendo che uno sforzo volto allo “spread the word” senza prima un “get the word” rischia di andar perduto. “Spread the word” è il “second step”.

      Se io ti do un attrezzo che hai visto una volta, per caso, quando eri piccolina, nella cantina di tuo nonno e ti dico solo come si chiama senza spiegarti cos’è, come può essere usato, le sue potenzialità, possono accadere tre cose: lo abbandoni sulla scrivania disinteressandotene, lo usi male o non lo vedi neanche. Poi c’è il caso che tu ti incuriosisca, però farai parte di una ristretta cerchia di curiosi.

      Dunque si alla diffusione capillare e territoriale, ma solo se abbinata ad un progetto volto ad educare alla Poesia. Altrimenti per me resta uno sforzo sterile. Tra l’altro non vedo perché i poeti debbano sentirsi in dovere solo di scrivere i loro versi e cantarli ad una qualunque platea pretendendo di essere compresi, beandosi degli applausi o crogiuolandosi in un vittimismo da geni incompresi. Riguarda molto anche questo, l’atteggiamento dei poeti che “allontana” chi poeta non è. La soglia di cui parla Enzo, sotto questo punto di vista, sembra più un limite, un ostacolo, o un delimitare dove finisce l’uomo e inizia il poeta piuttosto che un varco. Ma probabilmente mi sbaglio.
      L

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      • mi permetto di consigliare vivamente la lettura del post di Giacomo perché offre un lucido e calzante resoconto della situazione attuale (oltre al già citato intervento di Guglielmin naturalmente)

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  30. Arrivo per ultima ed esprimo in maniera semplicistica il mio parere.
    Non ho la pretesa di possedere tutti i requisiti per assumere la difesa della Poesia, ma desidero provarci, a modo mio, e con le sole risorse del buonsenso.
    Girovagando qua e là per i blog, mi sono imbattuta in una infinità di “poesie”, alcune di poeti indiscutibili, altre assolutamente inaccettabili.
    In primo luogo mi è balzato agli occhi una certa incapacità critica, anche da chi avrebbe le qualità adeguate per analizzarla.
    Mi è capitato di leggere versi infarciti di aggettivi, luoghi comuni, concetti letterari più che abusati.
    A partire dai soliti albe e tramonti e gabbiani e cieli azzurri… si leggono intere composizioni fatte di tali e tanti dejà-vu che già il primo impatto è quello di voltare pagina virtuale o chiudere il libro.
    La poesia moderna è frutto di scelta varia ed equilibrata tra lessico, significato, ritmo e originalità.
    Caduta la necessità del rimare, che sia l’endecasillabo o il settenario, non ha alcuna importanza se la musicalità del testo cattura e se comunica emozione.
    La sensibilità del poeta rende fruibile a tutti il suo sentire, anche attraverso forme che appaiono ostiche a una prima valutazione, ma che, se sono concettualmente valide, sono ancora più incisive di espressioni banali.

    “versare amare lacrime
    passi incerti e sentieri tortuosi e impervi
    sole splendente
    cielo infinito e stelle brillanti
    cavalli galoppanti
    e tutti gli “anti” gli “endo” e gli “osi”…”

    Non può certo essere questa, la Poesia.
    Eppure molti credono che basti mettere in fila concetti abusati e aggettivi a iosa, andando puntualmente a capo, per fare poesia.
    Il mio timore è che la proliferazione dei blog non vada di pari passo con la diffusione della vera poesia.
    Forse mi sbaglio, ma penso che alla fine valgano dei criteri ben precisi per valutarne la validità.
    Poi, certo, mi si può obiettare che è anche questione di gusti.
    Non lo nego, però c’è sempre differenza nell’ascoltare Mozart o Apicella, mi pare.

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    • Esatto! Quindi è corretto dire che manca un’educazione alla poesia o no? È giusto pensare prima a come fare in modo che la Poesia ri-acquisti il suo “corretto” posto nel mondo prima di pensare di diffonderla o no?
      L

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  31. Si costituisce un ‘associazione di poeti che attraverso soggetti distributori membri dell’associazione stessa, si autodistribuiscono su un territorio più esteso, nessuna rimessa, solo un po’ d’impegno e circolazione più capillare dei libri che ti rimarrebbero in casa in attesa di darli al giornalistino di turno che ti promette due righe sul giornalino locale…Come sottolineavo precedentemente il progetto lo presentiamo a Verona, insieme a un nuovo magazine di coordinamento poetico in rete

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    • Alessandro,
      quindi tutto questo parte dal presupposto -inalienabile- che un autore sia comunque destinato a comprarsi i propri libri?
      Ci sarebbe molto da dire a proposito (sia alivello etico, che a livello pratico, ma forse non è questo il luogo).
      E, nella sostanza, cosa cambierebbe rispetto alla situazione attuale e, purtroppo, consolidata?
      Direi nulla.
      A meno che ognuno (e dico Tutti, nessuno escluso) dei membri dell’associazione non si limiti ad essere promotore di se stesso, ma si faccia carico di promovuere anche tutti gli altri membri.
      E qui ritorniamo a quanto ho già accennato nei commenti precedenti.
      Se ognuno di quei membri configura il proprio raggio d’azione in uno specifico territorio, qui si tratta di far interagire i vari territori in modo fattivo.
      Ognuno dei membri dovrebbe pre-occuparsi di reperire risorse, luoghi, librerie e quant’altro nel proprio territorio per ospitare se stesso e gli altri membri per tentare di trasformare “il dato di fatto” in un “fatto” tangibile sul territorio. E così via di territorio in territorio tipo catena.
      E’ questo quello che intendi?
      Se è così, tutto si basa su un impegno che non è “un po’ di impegno” come dici tu, ma un’incredibile mole di lavoro, sia a livello di coordinamento che di operatività.
      Io mi chiedo quanti autori siano disposti a mettersi in opera in tal senso?
      E quanti di quelli che aderiranno al progetto si ritireranno poi a metà del percorso o solo dopo aver compiuto i primi passi?
      E quanti autori abbiano non dico la volontà ma anche il tempo e le risorse economiche per potersi permettere di viaggiare da un territorio all’altro?
      Se mi permetti, e se le cose stanno in questi termini, il progetto non è poi di così semplice attuazione.
      Ma: mai dire mai!
      Non bisogna mai fermarsi a un approccio teorico.
      Le cose vanno verificate sul campo.
      Se non si tocca non ci si scotta.
      Se non si tocca, non ci potrà mai essere un “contatto” (ed è anche questo quello che intendevo quando parlavo delle differenze tra realtà e virtualità).

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    • Scusa Alessandro,
      ma non ho ben capito se quui si sta discutendo su come fare in modo che la gente si avvicini alla poesia o su come vendere il più possibile. Nel primo caso ci sono, nel secondo mi astengo.

      Un associazione di poeti? Così possono (possiamo, mi ci metto in mezzo pure io, va!) lamentarsi in massa con dei lanci di agenzia? Così possono avere la loro burocrazia in versi? E poi ci lamentiamo della distanza incolmabile tra poesia-poeti-lettori.
      Mi dispiace essere duro, però sono una persona schietta: l’idea di un’associazione di poeti per la capillarizzazione della loro poesia sul territorio non mi entusiasma. Il concetto stesso di associazione non mi piace. Cosa sono i poeti? una categoria? Magari protetta? Poi, ripeto, se ciò che si vuole diffondere è un’educazione alla Poesia io ci sono, come “fruitore” ovviamente.
      Per la diffusione dei propri scritti, inizierei col chiedere ai poeti di comprare i testi dei loro “colleghi”. Già questo sarebbe abbastanza.
      Ma sicuramente mi sto sbagliando.
      L

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      • Tra l’altro mi sto chiedendo: nel caso in cui si costituisse un’associazione di poeti, chi decide chi può farne parte? con quali criteri? Estetici? Di apprezzamento soggettivo? Se hai già pubblicato allora sei poeta?
        Io voglio far parte di questa associazione, però le mie poesie sono piene di gabbiani che planano sul soffio dei miei sospiri struggenti sullo sfondo di uno splendido tramonto (come suggeriva Cristina). Magari questa non è poesia per l’associazione (o chi la dirige). Come si fa? Mi dite che le mie poesie fanno schifo? O che non corrispondono alla linea generale dell’associazione? E io nella mia ignoranza vi rispondo che siete voi quelli che non capite nulla di poesia e rappresentate un settarismo poetico che dovrebbe essere estinto. Come la mettiamo? Chi ha ragione? Voi, perché siete l’associazione dei poeti? D’accordo, però perché anzichè chiedermi di comprare i vostri versi distribuiti capillarmente non mi spiegate perché la mia non è poesia?

        Non so se ho reso l’idea del perché mi sono sorti certi dubbi… non vorrei sembrare “quello contro a prescindere”.
        L

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      • Leggere il tuo intervento qui sotto mi ha molto divertito perche sei molto arguto Luigi e assolutamente centrato nei tuoi ragionamenti.Il rischio del settarismo c’è eccome….anzi,credo che se di questo si vuole parlare già ci sia(altro che estinto!)

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  32. Ma no Luigi,guarda che capisco e anche condivido il tuo pensiero. Dico che per fare come dici tu si deve davvero mettersi in gioco e qst mi sta bene, anche perche non mi piace(perche vero più del vero) ciò a cui accenni a proposito del Poeta lontano dalla gente,l’incompreso,l’artista solitario….Sciocchezze.Snobberie insulse.E’ giusto scendere nell’arena(e non solo per autoincensarsi ma per insegnare qualcosa).

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    • Rispondo ad entrambi… quando si scende nell’arena, vituale ma meglio ancora “sul campo” attivamente, bisogna farlo con l’umiltà di chi ha da apprendere dal confronto e dallo scambio: non si insegna se non inconsapevolmente e solo a chi ascolta … come? ascoltando!/leggendo!

      quanto alle associazioni… è difficile, un progetto utopisticamente bello, ma difficile da creare e gestire

      faccio un esempio

      partiamo da un semplice “blog di poeti”

      ho aperto “poetarum”: bene!!… ho invitato i primi poeti a parteciparvi e mi sono chiesta “come gestire le diverse voci?”
      la risposta “semplicemente non gestendo”, ovvero dando libertà d’espressione ad ogni singolo perché ne uscisse fuori un coro multiforme in assonanze e dissonanze.

      Possono entrare tutti in Poetarum? ecco l’utopia!
      no, in vero non possono

      c’è sempre un gusto, un’idea di base che “previene” o “frena” o “gestisce”

      si cerca di farlo con criterio… “ma quale criterio?”
      il mio? quello di ciascun membro???

      dunque mi sorge un dubbio: c’è un “buon gusto”, una idea quantomeno generale nella “canonizzazione” di ciò che è poesia?

      la poesia è quanto di più indefinibile ci possa essere, W.Szymborska diceva che è meglio scrivere poesie che ci rendano ridicoli agli occhi di chi ci legge piuttosto che non scriverne additando come ridicolo ciò che è a noi estraneo: già!

      Se smettessimo di trincerare le forme d’arte sotto etichette di poesia, narrativa, prosa … faremmo già un piccolo passo avanti
      mi spiego:
      la poesia oggi è metro? NO
      è rima? NO
      è gioco tecnico-stilistico? NO, non solo
      cos’è?
      é una forma di scrittura, una forma espressiva, un racconto, una lettera, una pagina
      ecco, iniziamo a parlare di “buona scrittura”

      questa scrittura, che spesso incrocia filosofia, impegno civile, ripegamento intimistico, visionarietà, onirismo, erotismo, fantasia, in chiave musicale e prosaica, mista, ibrida, bastarda e nobile: è una forma d’arte da rivendicare, che urla la resistenza umana dell’individuo scrivente come voce collettiva.

      leggo in calce all’edizione Newton Compton delle poesie di Eluard: “una poesia come strumento di conoscenza comune a tutti gli uomini tramite un lingaggio che diventi universale messaggio di amore e fraternità”
      ripartiamo da qui?

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      • Natalia, mi sono espressa male.La parola “insegnare” non era qui indicata a dire il vero.Non potrei mai pensare di insegnare niente a nessuno,semmai potrei come dici tu confrontarmi, fare scambio,trasmettere ciò che per me ha valore e, ovviamente ascoltare gli altri. Scendere nell’arena significa trasmettere l’amore per la Poesia,come farlo non si può progettare più di tanto a tavolino visto che personalmente sono per una trasmissione istintiva dell’arte poetica.Intanto ho deciso di avviare un laboratorio di Poesia alla scuola elementare di mio figlio e poi vedremo….ci sarà molto da dire su questo ; )

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  33. Probabilmente cadrò anch’io nel logorroico, perché adesso tento di sviluppare in replica il mio pensiero
    La poesia come “luogo”, “scambio”, “dimora”, “luce”, “menzogna” ,“rappresentazione” o “ricerca di verità” (e potrei continuare all’infinito ad elencare tutte le espressioni con le quali si fa riferimento alla poesia e si teorizza sopra di essa) tentano di dare una definizione di una forma d’arte che dispone la parola in versi e comunica. E mi pare che, in questi così stringati termini, sfrondata d’ogni sovrastruttura teorica e al limite della contestazione di minimalismo, si sia proprio al nocciolo della definizione. Questa forma artistica ha tutti i pregi e tutti i difetti delle altre forme d’arte. Spostiamo ad esempio l’oggetto di osservazione sulla pittura. Anche lì mi pare ci sia una produzione enorme che spazia tra gli estremi degli scarabocchi infantili stesi su un foglio da tenere dita intinte in un crema colorata atossica ( i capolavori dei miei fili all’asilo) ai dipinti dei mostri sacri della pittura? Cosa rende i primi scarabocchi e i secondi patrimonio dell’umanità? L’arte. Ossia aver appreso o affinato e/o possedere per naturale talento la capacità di dipingere in modo che il fruitore, preferibilmente il fruitore intenditore, ma non esclusivamente quello, ne abbiano un’impressione tale da ascrivere l’opera alla categoria arte e non scarabocchio. Con tutti i gradi intermedi tra questi estremi.
    La poesia è uguale: arte, talento e affinamento, tuttavia poiché è anche la manifestazione artistica più alla portata di tutti, cioè quella alla quale anche solo con “carta e penna” è possibile dar vita, la quantità che se ne è prodotta e continua a produrre è semplicemente abnorme.
    Cosa fa la differenza tra gli scarabocchi poetici e la poesia? L’arte ossia aver appreso o affinato e/o possedere per naturale talento la capacità di scrivere in versi in modo che il fruitore, preferibilmente il fruitore intenditore, ma non esclusivamente quello, ne abbia un’impressione tale da ascrivere l’opera alla categoria arte e non scarabocchio. Con tutti i gradi intermedi tra questi estremi.
    Chi decide cosa è bello (e/o arte) ? Gli uomini
    Perché ciò avvenga occorrono: La visibilità agli uomini, l’attenzione degli uomini, la condivisione di valutazione nel tempo di altra avvicendantesi umanità.
    La visibilità è necessaria perché opere meravigliose tenute in cassetto o soffitta non meravigliano nessuno e muoiono.
    L’attenzione è necessaria perché i fruitori si soffermino e riconoscano le stimmate dell’arte. Naturalmente i fruitori intenditori sono maggiormente titolati a pronunciarsi, ma, non c’è bisogno di sottolineare che l’apprezzamento di intenditori è utile, ma non necessario. Nel senso che i giudizi di pubblico e critica possono anche non coincidere, se coincidono, è nei fatti la maggiore condivisione, se non coincidono camminano paralleli trainando in senso opposto e poi in ultima analisi possono anche sovrapporsi. Evito di fare esempi concreti dei vari sviluppi appena enunciati.
    Occorre infine la condivisione del giudizio positivo da parte del maggior numero di persone occorre poi che tale giudizio non solo sia espresso e condiviso ma sia confermato nel tempo, in un tempo sufficientemente lungo, che sfrondi i giudizi dai condizionamenti contingenti (riconoscimenti amicali, politiche editoriali o del do ut des, gusti del momento, managerialità propagandistica, mode ecc…) .
    Non c’è bisogno di dire quale responsabilità abbiano per la realizzazione delle prime due condizioni i critici di poesia e gli editori. Nel senso che ad essi principalmente è demandato l’onere di individuare cosa meriti di avere più visibilità e più attenzione e, conseguentemente, abbia accesso al successivo passo di promozione di diffusione della poesia a cui segue la notorietà o successo oggi e, nel tempo, sussistendone le circostanze, la consacrazione del Poeta domani.
    Il tempo, altro fondamentale requisito di decantazione, non possiamo far altro che aspettare che passi.
    Ed ora tre rapidissimi passaggi a precisare il mio pensiero su altri termini utilizzati nei commenti.
    Incandescente ricerca di verità non ha nulla dello slogan, la parola incandescenza è per sua stessa natura (troppo lunga, di significato non popolare, con riferimenti precisi al campo scientifico) non spendibile a livello propagandistico. Peraltro slogan da me non è usato in senso dispregiativo, bensì col senso di sintesi convincente.
    Secondo me urgenza è sinonimo di stato di necessità, impellenza.
    Fulmine e ustione sono sinonimo di uno stato soggettivo dai quali scaturisca l’urgenza.
    E con queste due ultime frasi intendo fare mie le affermazioni di Bucowski che si rivolge poeticamente all’aspirante scrittore dicendo:

    E così vorresti fare lo scrittore?

    Se non ti esplode dentro
    a dispetto di tutto,
    non farlo.
    a meno che non ti venga dritto dal
    cuore e dalla mente e dalla bocca
    e dalle viscere,
    non farlo.

    Questo è un approccio emozionale? Finora non ne ho trovato uno migliore, riscontrando sorprendentemente ad ogni incontro la fondatezza dell’assunto.
    Quanto sopra per dire nel modo meno alato o metaforico che ho potuto il mio modo di vedere la poesia.
    Ma per tornare al punto io credo che l’argomento non sia cos’è la poesia e chi la giudica che sono discorsi a latere rispetto a quello centrale del rapporto tra web e la poesia.
    A me sembra che il web si accompagni molto bene ai concetti di visibilità e di attenzione e consenta anche, almeno in parte, il successivo passo della diffusione.
    La visibilità è assicurata dalla pubblicazione in rete accessibile a tutti, quanto all’attenzione vedo moltissima poesia oggetto di una profusione di commenti. In certi casi io stessa mi meraviglio della quantità incredibile di complimenti che ricevono certe composizioni poetiche.
    E mi viene in mente che l’attenzione è un bene prezioso e trovo impressionante la quantità di persone generose che esistono sulla rete e nella vita. E penso a Simon Weil

    In rete tuttavia si verifica la stessa problematica della vita, visibilità non significa attenzione e attenzione non significa diffusione. Restano pertanto ferme le responsabilità di critici ed editori in merito alla diffusione.
    L’unica attenuante è la difficoltà di orientarsi nel magma, nella babele di voci, nei percorsi seguiti, ma non sarebbe ammissibile l’insistenza ad ignorare che la poesia in rete sta cambiando, che la rete sta cambiando la poesia, mentre, a conferma dell’ eminente inutilità della poesia, la poesia non sta cambiando la rete ma, non essendo affatto atto sterile, dalla bocca germinando, ovunque semina.
    In calce al mio intervento mi scuso della lunghezza del mio commento, della sua improduttività rispetto al fine del dibattito, desidero esprimere apprezzamento per lo spirito coraggioso e costruttivo dei commenti di Federica Nightngale e l’esperienza profusa in quelli di Enzo Campi.
    Cari saluti ad Alessandro Assiri e altri intervenuti.

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  34. Caro Enzo tutto quello che hai descritto come utopia è fortunamtamente il metodo con cui io e altri cerchiamo di fare poesia da anni, organizzando a volte buone cose altre meno, quello che mi senbra tu fatichi a capire è che non deve viaggiare nessuno se non per partecipare a eventi che si decide di strutturare insieme, risorse economiche non ne servono o non almeno in termini di non fattibilità. E’ molto più semplice di quanto si pensi, il problema che solleva Natalia è invece fondamentale chi decide chi, per ora dentro questo cassettone ci sono persone che hanno compreso, forse meglio di quanto si possa far comprendere da una discussione di questo tipo, che c’è spazio per far arrivare le nostre parole un pelo più in là rimboccandosi le manichine e solo di questo si tratta non di mercificare la poesia, ma di farla giungere nei luoghi consoni e in quelli un po’ meno
    ringrazio tutti i partecipanti al dibattito
    alessandro

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    • Caro Alessandro,
      io non fatico a capire; stavo solo cercando di coinvolgere più persone in questo “dibattito” rispondendo alle provocazioni di Luigi (che magari, qua e là, si sono situate un pochino sopra le righe)e, soprattutto, cercando di fare in modo che tu esponessi più chiaramente i tuoi intenti.
      E complimenti per il modo in cui hai centellinato i tuoi interventi. Magari è proprio per questo che, forse, qualcuno non ha compreso bene l’effettiva realtà della situazione … :-)
      Tutto qui.
      Io so cos’è l’utopia e la pratico assiduamente da qualche decennio.
      Grazie a te che col tuo post hai comunque creato una situazione di scambio e di condivisione.

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  35. C’è una parte dell’intervento di Semantica che mi ha fatto riflettere molto, ed è quello in cui dice

    “L’unica attenuante è la difficoltà di orientarsi nel magma, nella babele di voci, nei percorsi seguiti, ma non sarebbe ammissibile l’insistenza ad ignorare che la poesia in rete sta cambiando, che la rete sta cambiando la poesia, mentre, a conferma dell’ eminente inutilità della poesia, la poesia non sta cambiando la rete ma, non essendo affatto atto sterile, dalla bocca germinando, ovunque semina.”

    Magari sta proprio qui il limite della poesia-nella-rete: un miscugliio di egocentrismi abbandonati al lirismo in cui affogano le poche voci che hanno peso e che dovrebbero essere ascoltate. Perchè allora non mettere in piedi un sito/blog dove aggregare tutte le maggiori voci nel campo della poesia, facendo di esso un punto di riferimento? Qualcuno potrebbe dire che questa ideona l’hanno già avuta in passato e che ce ne sono molti di siti che si propongono di fare la stessa cosa. Il problema è proprio questo: ce ne sono molti, troppi, così tanti che a volte uno (io) non sa nemmeno da dove cominciare. Servirebbe un contenitore di voci che abbia l’audacia dell’autorevolezza, un punto di riferimento, appunto, dove convergono tutte le voci principali del discorso sulla poesia, meglio se tali voci fossero divergenti e contrastanti. Un luogo in cui creare una discussione che tenti di essere fertile e di superare ogni volta il punto da cui è partita. Un luogo nella rete in cui la fretta del consumo soccombe a vantaggio dell’assimilazione. In cui non si pubblichino 3,4,5 articoli per volta ma uno serio, “importante” ogni due giorni, aspettando che nasca una discussione intorno e che dalla discussione venga fuori uno spunto per l’articolo successivo, così da dare continuità ad un discorso potenzialmente infinito. Soprattutto un luogo che aiuti a comprendere quando si stia scrivendo una poesia e quando invece si stiano incolonnando frasi scritte male, un luogo che restituisca dignità ad una critica capace di scorgere, anticipare, orientare e perché no insegnare. Questo non impedirà alle mille voci di cantare i loro versi, ma sicuramente aiuterà a delineare una linea di demarcazione tra l’espressione di un lirismo personale dal percorso della vera poesia. fatto ciò, chi vorrà ascoltare, ascolterà.
    Dico questo perché personalmente trovo difficile seguire più siti o blog contemporaneamente, richiede un tempo indefinito se si vuole farlo per bene.
    Ovvio che poi, tutto quanto puo nascere sul web DEVE essere riproposto in versione “live”, sul territorio e fisicamente il più possibile.
    Un’aggregazione di voci la preferisco ad un’associazione di poeti. Sto dicendo cavolate?

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  36. Luigi, rientra tra quello che stiamo cercando di fare, credo di averne citato più sopra, ma vedi, anche l’impossibilità di seguirsi in questo modo diventa difficolta di comunicazione,se non ti piace la parola associazione cambiala..sorrido
    ale

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  37. Ale, mi aspettavo un “è quello che stiamo dicendo”. Vedi, non è questione di gusti. A maggior ragione un poeta dovrebbe sapere l’importanza delle parole. Forse è una interpretazione tutta personale, però per me, in questo contesto, associazione e aggregazione assumono valori distinti.
    Sottolineo ancora una volta il concetto che, forse, nonostante fiumi di parole inutili non sono riuscito a definire chiaramente: se stai suggerendo “Poeti, uniamo le nostre voci e portiamole in mezzo alla gente che sta diventando sorda alle proprie, nelle aule delle scuole, etc etc”, allora mi sembra una buona idea. Se invece l’aggregazione è intesa come un’associazione che possa creare un network capillare sul territorio strutturando una specie di “book-crossing a pagamento”, sopperendo ai fallimenti ed alle distrazioni della macchina editoriale, personalmente non ne sono affascinato.
    Ora, credo non mi resti che rimanere qui in ascolto.

    Grazie per il sorriso, che è pazienza e comprensione :)
    Luigi

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  38. Luigi. il tutto è nato da un post che altro non voleva essere se non l’invito alla prima tappa di un dibattito, credo che in questa sede abbia poca rilevanza associazione o aggregazione che definiscono insieme l’aspetto di un progetto un po’ più ampio che ha comunque nella sua essenza il come riuscire a “fare voce”.
    per chiunque volesse partecipare e per non rischiare di tediare ulteriormente i frequentatori del sito rimango a disposizione anche in privato per ogni chiarimento
    alessandro

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    • Ale, è una iniziativa che abbraccio con piacere, le distanze sono difficili da colmare se si pensa di doverle conciliare con i doveri/piaceri della quotidianità e della vita, ma come sempre – lo sai bene – sono con te in questo.

      tienimi informata, penso che abbiamo colto tutti il senso del tuo lavoro e “come poeti” te ne siamo grati.

      un abbraccio, natàlia

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    • Alessandro, se l’essenza è “fare voce” sono con te. Almeno idealmente.Praticamente non so fino a che punto visto che non conosco nel dettaglio il tuo progetto e perchè ho una situazione personale particolare e difficile, ma sappi che da tempo avverto la necessità di uscire dai soliti paletti.Ciò che è certo è che vorrei sentirmi parte di un insieme coeso,compatto,forte.Vorrei sentirmi parte di un’aggregazione di persone che desiderano fare della poesia contemporanea LA Poesia contemporanea.Vorrei sentire dentro di me che faccio parte di un importante coro di voci, il coro che rappresenta oggi la Poesia che verrà letta domani e fra cent’anni.Insomma, ho un gran bisogno di senso di appartenenza,di sapere che vado in una direzione precisa e che non sono sola in questo.

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  39. Concordo con Federica.La necessità di “far parte” è il primo traguardo che un qualsiasi scrittore si pone.La maturità artistica nasce in seno ad un grande progetto/iniziativa.Io penso spesso ad una rivista,magari in carta…

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  40. Per come vedo la poesia contemporanea oggi, mi appare come una configurazione magmatica che si costruisce e decostruisce a partire dall’incontro di soggettività disconnesse e svincolate. La credenza sociale diffusa che tutto debba essere evento ha un po’ fatto il resto, trasformando ogni progetto in una rappresentazione attoriale. Credo che ogni tipo di aggregazione, passi attraverso quell’accoglenza in cui il territorio riprende il suo status di luogo e così dovrebbe essere, a mio avviso, per il territorio poetico che dovrebbe riproporsi come uno dei luoghi della conoscenza.

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    • “Credo che ogni tipo di aggregazione, passi attraverso quell’accoglenza in cui il territorio riprende il suo status di luogo e così dovrebbe essere, a mio avviso, per il territorio poetico che dovrebbe riproporsi come uno dei luoghi della conoscenza.”

      sono perfettamente in linea con il tuo pensiero:
      un non-luogo privo di “paletti” ed eterogeneo, in cui accoglienza diventi sinonimo di conoscenza.

      grazie.

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      • La proprietà prima e precipua del magma è l’informe. E l’informe è la natura prima e precipua della “cosa” e delle cose. Configurare il magma è come configurare l’informe, ovvero: configurare una molteplicità di forme.
        Così come il magma e l’informe, la poesia è – in sé – molteplice. In tal senso per configurare la poesia bisogna frequentare l’alea della promiscuità. Costruzione e decostruzione fanno parte del rischio, dell’urgenza e del gioco in cui ci si cancella scrivendosi (de-scrivendosi).
        È inevitabile e naturale che sia così.
        Questo è il “luogo” della poesia.
        Un luogo molteplice, e quindi già accogliente in sé; nel senso che diverse e svariate sensibilità soggettive potrebbero trovarvi un’ospitalità affine alle loro interrogazioni, urgenze, esigenze.
        Un luogo o un non-luogo ove mettere “al lavoro” le azioni (dal significato primo della parola drammaturgia: «drama-ergon», opera delle azioni, azioni al lavoro). Perché la poesia è anche azione, danza delle parole, messa in opera dei significanti, eco e risonanza.
        La sua innata e molteplice natura è, in sé, ospitale, e quindi aggregante.


        Non vorrei che venisse frainteso il significato che ho dato alla parola “evento”.

        Evento, latino «evèntus» (avvenimento), da «eveníre» (venir fuori), che appartiene alla stessa famiglia di evaso («evàdere», andar fuori, sfuggire), evacuare da «eda» e «vàcuus» , dove «eda»=«ada» (sanscrito) si apparenta con «admi» (consumare).
        Ovvero: l’avvenimento consiste nel venir fuori, sfuggire dal sé mettendolo in mostra, evacuandolo (evacuandone l’innata poematicità? ) e quindi consumandolo.

        Ogni es-tensione , più o meno es-posta, presuppone una “consumazione”.
        Qualsiasi tipo di rappresentazione – più o meno ostentata – è, in sé, attoriale perché pretende una messa in scena del sé fuori di sé.
        E tutto questo a prescindere dall’eventuale istrionismo e dalle voci cosiddette impostate.
        Non è questo il punto.
        Il “pensiero” del fuori è “peso” del dentro. Ciò che ne esce fuori è la voce di quel peso.
        Ci sono attori capaci di restituire un’essenza e poeti incapaci di restituire la propria voce interiore. Ci sono attori che de-figurano e scomunicano un senso e poeti che, magari balbettando, restituiscono l’esatta figura del testo.
        Ma è pur sempre di voce che si sta parlando, o meglio: di dar voce alla “voce” che è natura ed essenza originaria di qualsiasi scrittura.
        Il “luogo della conoscenza” non può prescindere dall’aspetto orale della poesia in particolare e della scrittura in generale.
        E qualsiasi intervento (evento?) volto a caratterizzare l’orale , checché se ne dica, è performativo: deve “attraversare” (per, «pèra», «pàri», ora superlativo ora peggiorativo, come in «para», «para-dâ», ovvero: perdita) la forma per arrivare alla sostanza, deve cioè acquistare e insieme perdere (per dirla con parole già usate: deve costruire e insieme decostruire).
        Che ciò avvenga in situazioni di eccedenze o di privazioni, di ritenzioni o di risonanze, di furore o di remissione è cosa di poco conto e riguarda solo le singole predisposizioni e sensibilità.

        C’è evento e evento, attore e attore, poeta e poeta. Non esistono parametri di valutazione oggettiva. Ogni caso è diverso dall’altro.
        Generalizzare: ecco, questo è il vero male di quest’epoca.
        Si cerca un senso d’appartenenza a ciò che sembra uguale. Ma quell’uguale è sempre diverso ed è sempre teso a ri-territorializzarsi.
        Allo stesso modo la poesia, originariamente informe (dalla forma molteplice), induce, naturalmente, una performatività.
        Mettere insieme voce e scrittura restituisce senso e crea risonanza.
        La risonanza è già aggregazione.
        Ci si aggrega sull’onda sonora di un passaparola (di una parola che passa, che si performa attraversando).
        L’attraversamento di più territori non può prescindere dalla risonanza.
        Il “luogo della conoscenza” deve essere riconosciuto e questo accade, anche e soprattutto, a partire dalla risonanza che è propria del luogo o che viene “performata” in quel luogo.

        Detto questo, non voglio affermare che sia indispensabile un impianto spettacolare per veicolare la scrittura, ma solo che qualsiasi es-posizione di un sé fuori di sé è già performativa, presuppone un gesto, un’es-tensione, un atto di presenza, un evento.

        E se anche dovesse avvenire senza un’organizzazione pre-esistente, su una sedia pericolante, davanti un semplice muro bianco, in un’eccedenza di illuminazione, con un pessimo microfono e con la voce balbuziente, sarebbe comunque un gesto performativo: un’evacuazione e una consumazione.

        Il senso di evento è anche questo.
        Un atto di presenza sul territorio.
        E se il territorio dovesse, a seguito di quest’atto (evento), trovare o ritrovare un suo “status” specifico, ben venga l’avvento.

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  41. purtroppo, caro Enzo, non è la coestensione etimologica della parola evento che m’inquieta, ma il processo di estetizzazazione che troppo spesso ne deriva, sai, personalmete mi sono stancato del fatto che ad ogni incontro di lettura debba esserci uno che suona, un altro che espone etc…io amo le imperfezioni, le titubanze e non i finti cuochi che aggiustano tutto con la panna.
    un caro saluto

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    • Io ricambio il caro saluto, e sottolineo che , per quanto la mia esposizione sia , forse, un po’ più articolata della tua, in realtà siamo d’accordo su quasi tutto (del resto mi sembra di aver detto che non ritengo necessario che ci sia un impianto spettacolare ma neanche che si debba escluderlo a priori per via di una prevenzione ideologica), ma è anche vero che qualsiasi tipo di “categoricità” non penso aiuti l’aggregazione.
      Al di là di ogni significato etimologico (che è comunque “rilevante” ) “mettere insieme” (aggregare) e “apertura” viaggiano sullo stesso asse paradigmatico, tanto per dirlo in termini linguistico-poetici. Se la categoricità è “chiusura” (è così è) ciò va a discapito di qualsiasi idea di aggregazione.
      Permettimi, e lo dico in tutta tranquillità [:-)], di sorridere, ma l’allegoria del finto cuoco che tutto aggiusta con la panna è oltremodo banale, e forse anche un po’ gratuita.
      Del resto io mi sto esponendo in maniera abbastanza articolata e mi sembra indelicato (magari anche un po’ riduttivo) rispondere a una serie di concetti con due righe ironiche buttate là tanto per…
      Naturalmente nessuno ti obbliga ad articolare un discorso, ma non mi sembra il caso di sminuire i contributi che altri danno a questo dibattito prendendo qualche frase qua e là e modellandola a tuo uso.
      Ribadisco che sto dicendo questo in tutta tranquillità e senza intenti polemici.

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  42. Enzo,nel fatto che tu veda uno sminuire il tuo discorso in merito a una mia opinione sulla costruzione degli eventi, mi ci ritrovo poco, comunque sai, la mia emilianità mi porta spesso alle metafore culinarie e tu per altro, fai bene ad articolare le tue esposizioni, che sono per altro beneficio alla discussione, come meglio credi.

    Quando poi vorremo estendere la discussione sul valore di resistenza della poesia di fronte allo spaesamento lo potremmo fare tranquillamente e anche da parte mia nessuna vena polemica
    con simpatia e stima
    ale

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  43. Personalmente, credo che Enzo abbia ragione. Ho la sensazione che gli interventi non abbiano molto da dire ad Alessandro. E chissà come mai, ho davvero la netta impressione di parlare con alcuni interlocutori che mi “guardano in faccia” e uno che invece ogni tanto si esprime “voltato di spalle”.Senza polemica eh….ma sono una persona schietta,sia con uno schermo davanti che senza.E se dicessi che mi potrei anche sbagliare direi una bugia,anche se non lo escludo.

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  44. La necessità di mettere in gioco la poesia e le persone oltre la rete si evince da questo scambio che ha portato a fraintendimenti proprj della scrittura a video.

    dove mancano sguardi, sorrisi, gesti … ogni parola può essere letta in modo “viziato”.

    anche la poesia, se performata, acquisisce un corpo e un suono singolare, inequivocabile al di là del suo stesso testo.

    Conosco sia Alessandro che Enzo

    Alessandro è una persona leale, aperta, disponibile che centellina ogni sua parola, non certo per “snobbismo”, semmai per sua natura schiva e riservata

    Enzo non si risparmia, dovesse essere anche stanco morto, troverebbe il modo ed il tempo per “donarsi” allo scambio ed alla conoscenza, una persona unica

    due personalità diverse, che qui non erano e non sono in conflitto.

    con questo personalmente chiudo, ringraziando tutti per i preziosi interventi che lascio aperti a nuove riflessioni prive di “paletti” e/o “traveggole”.

    natàlia

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  45. Nessuno è in conflitto,mi auguro. Quando non ci si conosce personalmente possono accadere malintesi ancor più facilmente, ma ciò non esclude che alcuni atteggiamenti possano saltare all’occhio ed esser fatti presenti, per onestà di pensiero e per rispetto verso tutti coloro che qui si sono espressi,ospiti, partecipando ad una discussione di interesse comune.E se dove mancano sguardi, sorrisi, gesti,ogni parola può essere letta in modo sbagliato,può essere anche centellinata nel modo più costruttivo possibile. E se le parole sono il nostro pane non dovrebbe essere poi così difficile farlo.Grazie per aver aperto questa discussione e per l’ospitalità.

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    • Fede con affetto per la stessa onestà intellettuale di cui tu parli, certe precisazioni mi sembrano pesanti, fuori luogo e …. benzina sul fuoco.
      perdonami.
      natàlia

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  46. Sei perdonata Natalia, senza nessuna polemica ho detto ciò che penso come ha fatto Enzo d’altronde. Ma la cosa finisce qui, nessuna benzina sul fuoco.E neanche nulla di così pesante mi pare,siamo tutti adulti e capaci di affrontare ben altro. Per me,non è successo assolutamente niente.Quindi si può tranquillamente proseguire oltre. Con un sorriso lo dico : )

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