
Caro me stesso,
da quando non sei
mai esistito
non ti riconosco più,
rinchiuso in un usbergo
lippoloso che si appiccica
alla carne
come cispa sulla faccia
che ti strappa le ciglia se
apri gli occhi di mattina.
Dev’essere un segnale, penso
allora resto dove sono
– no,non ti alzare, sei ancora in tempo!
abbarbicato al mio cruccio come ad un cuscino
ad osservare il giorno entrare
polveroso dalla finestra.
Una liana gialla si aggrappa
alle tende del salotto:
trasparente le trapassa
e mi viene a toccare la fronte.
Mi chiedo
se l’Ulisse di James Joyce sia
all’altezza,
per fermare questo raggio
di realtà che
mi colpisce l’occhio e la ragione mentre
scientificamente spera
che il ronzio del giorno
arrivi all’orecchio
ancora supino al cuore
che balbetta.
L’Ulisse in piedi sul tavolino
è l’ideale: troppe pagine
oscure da attraversare
anche per la luce.
Richiudo gli occhi e sono
più sereno: torno
dove si può essere nessuno.

5 risposte a “Caro me stesso”
Chiusa fantastica….
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concordo con Gino.
ma non c’è chiusa che possa dirsi fantastica senza un “pregevole” percorso di avvicinamento.
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[…] la lettura qui. Condividi […]
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Grazie ragazzi,
è un onore detto da voi. E da tutte le persone qui.
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poesia vs il “raggio di realtà”: qui vince la poesia. Mi è piaciuta molto.
stefania
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