Caro me stesso

"Decalcomanìa", René Magritte

Caro me stesso,

da quando non sei

mai esistito

non ti riconosco più,

rinchiuso in un usbergo

lippoloso che si appiccica

alla carne

come cispa sulla faccia

che ti strappa le ciglia se

apri gli occhi di mattina.

Dev’essere un segnale, penso

allora resto dove sono

– no,non ti alzare, sei ancora in tempo!

abbarbicato al mio cruccio come ad un cuscino

ad osservare il giorno entrare

polveroso dalla finestra.

Una liana gialla si aggrappa

alle tende del salotto:

trasparente le trapassa

e mi viene a toccare la fronte.

Mi chiedo

se l’Ulisse di James Joyce sia

all’altezza,

per fermare questo raggio

di realtà che

mi colpisce l’occhio e la ragione mentre

scientificamente spera

che il ronzio del giorno

arrivi all’orecchio

ancora supino al cuore

che balbetta.

L’Ulisse in piedi sul tavolino

è l’ideale: troppe pagine

oscure da attraversare

anche per la luce.

Richiudo gli occhi e sono

più sereno: torno

dove si può essere nessuno.

5 comments

  1. concordo con Gino.
    ma non c’è chiusa che possa dirsi fantastica senza un “pregevole” percorso di avvicinamento.

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