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La melassa – Stagione 3, ep.3: Mediterraneo

A cura di Annachiara Mezzanini

 


Dedicato a tutti quelli che stanno scappando


 

Apro il cofanetto in plastica bianca e un primo ricordo riaffiora insieme a quell’odore immutato nel tempo. Con l’indice ripercorro i bordi, tasto la rotondità dell’oggetto che cela al suo interno, percepisco il disegno serigrafato e in rilievo sulla sua superficie. Giro la confezione, senza staccare il dvd dal suo piccolo supporto centrale: un baricentro dentro al quale, da bambina, mi divertivo a premere il dito minuscolo, cercando di capirne il meccanismo. La copertina liscia e lucida non è cambiata, il sole non l’ha sbiadita. Vedo le facce, leggo il titolo, ricordo a memoria l’anno e il regista. Per molto tempo, questo gesto-rituale mi ha accompagnato lungo i pomeriggi e le estati, lasciandomi in balia delle immagini e delle musiche, sola e al contempo in compagnia di personaggi – ai miei occhi sempre reali, mai del tutto effimeri. Il mio personale cinema era un salotto dal tetto spiovente: una rastrelliera in legno di cassette e dvd di varia natura, due poltrone e un divano in velluto blu e una televisione grigia sulla parete di fronte.

Non è rimasto nulla di quei giorni, solo un ricordo tattile e sensoriale, che so mi rimarrà addosso e mi ossessionerà come tutte le cose che non possono più tornare. Un rimedio – o una tortura, in base al momento – c’è: recuperare quel dvd, inserirlo un’altra volta nel registratore, premere ancora play, ricevere all’infinito quella storia un tempo dolce, domani forse un po’ più amara di oggi.

Di nuovo quella melodia, di nuovo quella sensazione di appartenenza e nostalgia.
Tutti discendiamo da qui in qualche modo. Anche tu, se vuoi cercare delle origini, qui le puoi trovare. Capito? Così, il tenente Montini parla a Farina, un giovane soldato senza radici, catapultato in mezzo al Mar Mediterraneo in un’estate ormai lontana nel tempo, bagnata dal sangue della guerra e dal succo amaro di un’esistenza vissuta ai margini. La scena si apre su un’altura vista da lontano: una casina bianca dal tetto ricurvo, una fitta vegetazione mangiata dalla calura, una lingua di mare che si insinua tra il punto in cui l’occhio fugge e l’oggetto più vicino. Le mani dell’uomo sono intente a disegnare, a prendere le misure del paesaggio, quelle del giovane tagliano piccole scaglie di formaggio e si asciugano il sudore dalla fronte. Qualche timida parola viene scambiata dalla giusta distanza. La voce del tenente è appena appena interrotta dal rumore delle pagine volanti, che si scontrano con le mani del ragazzo: il libro è atterrato tra le sue dita inesperte, sotto ai suoi occhi tristi. È un libro di poesie greche, risalenti a sette secoli prima dell’avvento di Cristo. La copertina blu, le pagine ingiallite, il testo originale a fronte. E lì dentro, in mezzo a quegli alfabeti comunicanti, tra quelle parole che ci rincorrono da decenni, chiunque di noi – dal tenente al misero soldato di leva, dall’insegnante alla giovane studentessa – è in grado di trovare sé stesso. Epifania. La prima volta che l’ho capito, una fitta inaspettata mi ha preso il petto: dove potevo reperire quel libro? E la sete in me si faceva sempre più forte, spingendomi a bere scena dopo scena, desiderosa di sapere il titolo, il nome. Quelle pagine servivano anche a me, anche se non stavo facendo la guerra, anche se non ero un’orfana in terra straniera. Ero appena una ragazzina, ma ugualmente – o forse proprio per questo – anche io non sapevo chi essere. Quante cose dovevo ancora vedere e, soprattutto, leggere. Quante cose. Città, ombre, voci, oggetti. E ancora mille altre cose ignote ai miei occhi, eppure così vicine. Si tratta sempre di cose: termine disprezzato da qualunque maestra che pretende precisione, ma, infondo, di cos’altro possiamo parlare, se non di cose?

Io, in quella moltitudine, volevo partire dai classici, da quei volumi che osservavo nella credenza a casa dei nonni, appartenuti alla madre di mia madre e poi a mia madre e che, domani, sarebbero stati miei. Volevo intraprendere quegli studi in cui si vedevano accavallarsi gli dei alle umane creature, generando poi quelle mitologiche. Volevo, in sostanza, imparare quell’alfabeto ballerino che ricopriva la parete di sinistra del libro sgualcito dell’attendente Antonio Farina nel film Mediterraneo

La Grecia sconosciuta e selvaggia, la vita semplice di un’isola persa nell’Egeo, i colori e i nuovi giorni, tutto attorno solo una distesa di blu screziato di bianco. Il tramonto che fa incazzare, le lettere scritte e mai partite che si muovono nel vento. Quelle immagini si sono impresse nella mia memoria, andando a comporre un immaginario forse fin troppo poetico, ma che da anni rincorro dentro e fuori di me. L’ossessione del giovane personaggio per il suo nuovo libro, la ricerca di ogni soldato di avere un fazzoletto di terra in cui riconoscersi e nascondersi, che esso sia da questa parte dell’orizzonte o al di là da esso. La colonna sonora e la dedica finale. Ogni piccolissimo dettaglio di questa pellicola si è trascritto in me, consolandomi.
Quelle poesie, alla fine, le lessi con la svogliatezza tipica di una quindicenne. Ma ricordo i pomeriggi e la loro luce, quando le sfioravo con le pupille stanche, e, a distanza di anni, tutto mi appare così terribilmente e profondamente bello.
E lontano.

 


 

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