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Il confine tra scomparire e restare

Una rubrica a cura
di Annachiara Atzei

 

Inauguriamo oggi una nuova rubrica, che sancisce il ritorno della poesia inedita su Poetarum Silva. Abbiamo coinvolto poeti e poetesse di diverse generazioni e sensibilità e abbiamo chiesto loro di rispondere a una domanda che ci sembra fondamentale: “Qual è il confine tra scomparire e restare?”.
Lo hanno fatto con una poesia inedita, che funzionerà come una lente di ingrandimento sul tema. In ciascun appuntamento della rubrica, due testi verranno messi a confronto, in una sorta di dialogo poetico che offrirà una prospettiva originale su un argomento che non smette mai di affascinare e turbare.

Il primo appuntamento sarà online mercoledì 18 marzo.
Oggi vi presentiamo il manifesto.

 


MANIFESTO

 

“E mi venne così da descrivere
la sensazione della durata
come il momento in cui ci si mette in ascolto.”

Peter Handke, Canto alla durata

*

“Sono qui i morti? Sono qui”

Mario Benedetti, Umana gloria

*

 

La linea di demarcazione tra esistenza e inesistenza attrae l’uomo e allo stesso tempo lo spaventa. La morte – concepita come metafora di confine – per i contemporanei è diventata difficile persino da nominare. L’abbiamo ormai ammansita, addomesticata. Ci sentiamo immortali – quasi che la questione non ci riguardasse – e tuttavia, consci della sorte che ci aspetta, tentiamo di allontanarla, di rinviarla. Di cancellarla. È come se vi avessimo disposto sopra un velo che la nasconda allo sguardo, illudendoci che non ci sfiori, che interessi sempre qualcun altro. Con il concetto di morte, l’arte, la letteratura, l’antropologia e la scienza si misurano da secoli, facendone un luogo di argomentazione in cui continuamente ritornare.

Oggi, l’imperativo tecnologico impone che la morte venga riconcettualizzata. Gli studi scientifici e le tecniche mediche contribuiscono a ridefinire la realtà che sta ai margini opposti di quel limite: la studiano, la descrivono, la dilatano. Fino a chiederci se siamo visionari o addirittura folli. Tutto ciò che si proietta oltre l’orizzonte della quotidianità che conosciamo ci incuriosisce, ci ripugna, ci turba o ci inganna, chiamandoci a dare una nuova interpretazione e un nuovo senso a un futuro che percepiamo, per definizione, come incerto – soprattutto nel suo finale – e nel quale vorremmo lasciare traccia dopo di noi. L’essere umano, infatti, si è sempre mostrato particolarmente sensibile all’idea di stare e rimanere al mondo, così come a quella di discendenza e di eredità. Sia essa biologica, artistica o spirituale. E tanto si parla – tentando di dirimere dispute mediche, etiche o religiose – di questioni affini al morire come quella del fine vita, del testamento biologico o anche del consenso alla donazione di organi, tutti ambiti intorno ai quali cerchiamo sempre più di fare chiarezza e per i quali pretendiamo, soprattutto per alcuni di questi, finalmente, la giusta norma.

In Quell’andarsene nel buio dei cortili, Milo De Angelis scrive: “A volte, sull’orlo della notte, si rimane/ sospesi/ e non si muore”. Verso enigmatico, dai mille rimandi, eppure così ancorato all’esperienza personale dell’autore, capace di sentire e di risentire dell’accadere delle cose, degli incontri e delle perdite. Di come esse ci scavano. La sospensione di cui parla De Angelis è un punto di equilibrio, una occasione di ragionamento, lo spazio esatto che contiene il qui e l’altrove contemporaneamente – un principio di mistero: difficile da comprendere e da narrare. La poesia si lascia penetrare da questo mistero, dall’ineffabile che è legato allo stato di transizione da una condizione che non è più a una nuova dimensione. Lo fa come strumento di immaginazione, cercando e inventando una lingua e un linguaggio adatti a muoversi verso nuovi destini e ripensamenti del sé. Nella vita, infatti, rinunciamo e perdiamo, siamo definitivamente costretti al distacco e alla lontananza, eppure ci affatichiamo a dare un valore alle azioni e ai giorni e, soprattutto, a noi stessi. Forse, è insito nella nostra stessa natura, nonostante tutto, tentare una opzione per esistere. E la poesia è lo specchio di questa inclinazione.

“Noi pensiamo alla nascita e alla morte come a eventi subitanei – a un certo istante veniamo alla luce e a un altro cessiamo di esistere -, ma i confini della vita sono sfumati”, scrive Venki Ramakrishnan in Perché moriamo (Adelphi, 2024), libro che affronta anche il tema della fine della nostra coscienza esistente come individui. Ma davvero vivere e morire, assenza e presenza, sono totalmente distinti? E se lo scorrere del tempo – che tutto contiene, o forse no – perdesse la sua linearità, e passato, presente e ciò che ancora potrà accadere o essere si confondessero? E se quanto si conosce e si considera, per questo motivo, reale, e quanto non sappiamo e che, quindi, releghiamo all’irrealtà si mescolassero e si richiamassero a vicenda senza soluzione di continuità? Forse la perdita e il distacco possono trasformarsi in una ipotesi di vita?
E come può essere scisso l’amore dal ricordo? E per ultimo: qual è il confine tra scomparire e restare?

 

 

 


La copertina è stata realizzata in esclusiva per noi da Gianluca Marras.
Illustratore freelance e artista cagliaritano, nato nel 1979, legato inizialmente al mondo dell’illustrazione e del design pop, negli ultimi anni ha aderito a una poetica più minimale e intimista. Ha al suo attivo svariate mostre, collettive e personali e collaborazioni. Di recente ha realizzato la sua personale “Le Fleur” presso la Galleria Siotto di Cagliari, sotto la curatela di Chiara Manca. Da Arti visive in Sardegna nel terzo millennio di Roberta Vanali: “Legato all’iconografia pop e alle atmosfere della cultura giapponese, Gianluca Marjani Marras si dedica a illustrazione, design e animazione con un approccio ironico che risente in questi ultimi anni di un’inclinazione all’aspetto nostalgico e malinconico”.

Profilo Instagram: @marjaneddu


 

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