Qualcosa di weird – Lucilla S.

Questa è la storia di un equipaggio che si porta addosso il desiderio (inappagabile) di scomparire; d’altra parte sul Lucilla S. la routine è l’unico modo per non ascoltare ciò che chiama da sotto, dall’abisso.


Di Marta Grima

 

La vita sul Lucilla S. è tutto il contrario delle onde su cui navighiamo. Dura, prevedibile, ripetitiva. Per chi non fa il turno di notte la sveglia suona alle cinque e trenta. A colazione ci sono caffè nero, pane e acciughe salate. Se la pesca del giorno prima è stata buona abbiamo anche un merluzzo a testa. Poi iniziamo a lavorare. Rammendiamo le reti, sventriamo il pesce, lo pesiamo, puliamo il congelatore, chiamiamo la barca-rifornimento più vicina. Di solito arrivano verso le undici. Caricano le casse di pesce fresco e in cambio ci consegnano beni di prima necessità. Mutande, calzini, maglie, pantaloni, giacche. Pasta, pane, sughi pronti, patate, cioccolato, caffè, vino, sigarette. È l’unico modo per averli. Il Lucilla S. non tocca mai terra.
A pranzo mangiamo nella saletta comune. Se quelli del turno di notte si sono già alzati stiamo stretti come sardine. Arrotoliamo gli spaghetti con i gomiti che sbattono, le narici piene di pesce e sudore. A bordo del Lucilla S. anche il ragù di carne puzza di pesce e sudore. E il vino è salato come l’acqua che raccogliamo nella stiva. Poi la trattiamo, e quando finisce nelle borracce non sa più di niente.
Prima di ricominciare a lavorare fumo sempre una sigaretta sul ponte insieme al capitano. Non parliamo, ognuno se ne sta per i fatti suoi.
Ma oggi il capitano mi ha fatto una domanda: «Ti capita mai di volerti ributtare in mare?» 

«No. A te?»

«Ogni tanto»

«Non stai bene qui?»

Il capitano ha soffiato una boccata di fumo e se n’è andato. Io mi sono lavato le ascelle e i denti e ho ripreso a lavorare. «Dopo i pasti bisogna sempre lavarsi le ascelle e i denti», diceva mia moglie. Chissà se lei lo fa ancora. Salendo le scale arrugginite ho ripensato a quella volta che siamo rimasti un’intera giornata senza acqua calda. Era disperata.
Il pomeriggio una parte di noi prepara gli strumenti per la pesca notturna, gli altri gettano le reti per lo strascico e rimangono a fissarle in silenzio. Oggi ho dovuto riparare una lampara, mi ha aiutato Penny. Lei e Monica sono le uniche donne sul Lucilla S. Venti uomini e due donne. Penny lavora con noi, Monica ci intrattiene la sera. Ci toglie il freddo e la stanchezza, ci accarezza i calli sui palmi delle mani, ci ammorbidisce la pelle indurita dal freddo con le sue creme miracolose. Ci ascolta. Nessuno la obbliga, sceglie lei di farlo.
Intorno alle quattro prendo un altro caffè e mangio qualche pesce crudo prendendolo direttamente dal secchio. Lo sfiletto con il coltello svizzero che mi ha regalato mio padre per il mio ventesimo compleanno. È morto con la delusione di non vedermi mai direttore di banca. Per dieci anni ho fatto l’operaio, ora sono un pescatore.
Oggi, dopo la pausa, Monica è venuta a cercarmi. «Tocca a te», mi ha detto. L’ho guardata. A turno ci concede qualche ora prima di cena, quando siamo meno assonnati. 

«Non ti va?»

«Scusa, me n’ero dimenticato. Sì, certo che mi va». 

La cabina di Monica è l’unico posto sul Lucilla S. che non puzza di pesce e sudore. Mi ha spogliato, mi ha massaggiato la schiena, il petto. Con la bocca è scesa fino al basso ventre. Ma il mio corpo è rimasto immobile. 

«Che succede?»

«Non lo so. Scusa»

«Pensi a Lucilla S.?»

Ho annuito. 

«Lo sai che non è una cosa possibile»

L’ho baciata e mi sono rivestito. «Grazie», le ho detto prima di richiudermi la porta alle spalle.

Sotto la doccia ho insaponato bene i capelli, ho strofinato i piedi, le cosce. Più in là Bob cantava una canzone avvolto in un asciugamano. Dice che da quando si è imbarcato su Lucilla S. ha ritrovato il buon umore. Invece Seiko non ride mai, nemmeno quando qualcuno fa una battuta. L’ho incrociato prima fuori dal bagno, mi ha rivolto il suo solito cenno del capo.
A cena abbiamo trovato un nuovo arrivato. Stiamo diventando troppi sul Lucilla S., tra un po’ dovremo mangiare a turno. Maurice ci ha raccomandato di riempire piatti e bicchieri per tenerli fermi. Si era alzato il mare, i cigolii del legno e le botte delle onde sullo scafo sovrastavano le nostre voci. Attraverso l’oblò si vedevano soltanto nero e schiuma, come la mia ultima notte alla deriva, prima che il Lucilla S. mi ripescasse.
Non avevo fame, ho mangiato una triglia, un pezzo di pane e qualche patata bollita. Il mio cioccolato l’ho dato a Seiko, magari si tira su. Dopo cena sono andato sul ponte a fumare senza il capitano. Se n’è tornato in cabina, non gli piace quando la nave balla. Alla seconda sigaretta mi ha raggiunto il nuovo arrivato.

«Sono Peter» mi ha detto.

«Martin»

Gli ho teso il pacchetto di sigarette. 

«No, grazie. Sono stato in mare tre notti e tre giorni, ancora non riesco a mangiare né a fumare. Solo bere»

«Ti capisco. Io sono stato in mare cinque notti e cinque giorni.»

«Come ci sei finito?»

«Ero stufo della mia vita. Mi sentivo in gabbia. Sono andato al molo e mi sono lasciato cadere in acqua. Il Lucilla S. mi ha tirato su che sembravo uno straccio». 

Peter ha tirato su col naso. Aveva gli occhi lucidi. 

«Io ho perso mia madre quattro mesi fa, non ce la facevo più ad andare avanti. Volevo un posto che mi portasse via da casa, che non mi ci facesse pensare più.»

«Benvenuto a bordo»

«È vero quello che si dice su Lucilla S.? Quella che dà il nome alla barca. Ne parlavano oggi gli uomini che mi hanno aiutato a salire»

«Che hai sentito?»

Ho spento la sigaretta sul metallo della ringhiera. Era ancora a metà.

«Che nessuno sa se sia davvero umana, che sembra un pesce e che ogni tanto viene qui a controllare come vadano le cose»

«Non so niente. Buonanotte»

Mi sono sdraiato in cuccetta con la tuta ancora addosso, ho acceso la lampadina dipinta di azzurro che mi ricorda la mia cameretta di quando ero piccolo. Nik ronfava da un pezzo; Penny era sveglia, fissava delle foto avvolte nella plastica, come ogni sera. Nessuno sa cosa raffigurino.
Ho ripensato alla prima volta che ho visto Lucilla S. Dovevo aggiustare una cassa di legno. Ero a poppa, fermo davanti alla catasta degli aggeggi rotti, quando ho sentito la sua voce nasale. Mi sono voltato, era lì, a una cinquantina di metri da me.
Parlava con il capitano, l’unico autorizzato a rivolgerle la parola. Non riuscivo a distinguerla bene, qui non porto gli occhiali. Sembrava un pesce in posizione eretta, in piedi su due zampe argentate, con gli occhi all’ingiù e la faccia stretta, come risucchiata in avanti. Non capivo cosa dicesse, forse mugolava e basta. Non capivo nemmeno se fosse reale o un semplice riverbero del sole. Poi da babordo è arrivata un’onda più alta delle altre. Per l’urto sono caduto sul ciarpame. Quando mi sono rialzato ero fradicio, e lei non c’era più. Il capitano mi ha fissato a lungo. A noi dell’equipaggio è vietato fare domande su Lucilla S., è una delle prime regole che impari quando arrivi.
La cassa non si poteva più sistemare, era zuppa d’acqua. Quel pomeriggio ho fatto una doccia e mi sono infilato nella cuccetta. Lucilla S., le sue labbra appuntite, il naso adunco, le mani ampie come pinne. Lucilla S., il corpo affusolato, informe, brillante. Mi sono messo in ascolto. Urli di gabbiani in lontananza, lo sciabordio del mare in subbuglio, i miei compagni che calavano le reti per la pesca notturna, la voce di Lucilla S.
La giornata è finita. Ho spento la lampadina, adesso cerco di dormire.
Domani forse viene Lucilla S.
Così ho sentito. 

 


Marta Grima è una giornalista e libera professionista nel campo del marketing e della comunicazione. Quando non lavora, legge, scrive e pratica sport. Suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste L’Equivoco, CrunchEd, Scomoda, TerraNullius, biró, Stanca, Grande Kalma, Blam! e altre realtà online.
Spera di veder uscire presto il suo primo romanzo.


In copertina: Chi siamo stati ieri? by Giulia Bocchio

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.