Di Massimiliano Rocchetti
Per vent’anni mi sono occupato della salute degli animali di questo acquario: quando stavano male, dovevo curarli; quando morivano, dovevo capire il perché. Ne ho viste di ogni: patologie, infezioni, epidemie, parassiti… Senza falsa modestia, mi considero un esperto, e sono sempre stato un punto di riferimento per i colleghi. Tra operazioni di routine e interventi complessi, potrei scrivere un libro sull’infinita varietà di situazioni che ho affrontato; roba nota, comunque, e perciò poco interessante. Al contrario, mi preme raccontare l’unico caso irrisolto della mia carriera.
Le vasche dell’acquario sono spettacolari soprattutto per la loro grandezza: una bellissima esperienza per i visitatori, una grossa difficoltà per noi che ci lavoriamo. Gli animali sono catalogati e controllati, ma non è facile tenerli sempre d’occhio. Per questo, nessuno si preoccupò quando scomparve un tordo verde. Quando però la stessa sorte toccò a un re di triglie e ad alcune castagnole, allora iniziammo a porci delle domande. Tentai di capire cosa stesse succedendo, ma c’era poco che potessi fare senza i cadaveri, di cui non c’era traccia da nessuna parte. Non ci volle molto perché raggiungessi l’unica conclusione sensata: nella vasca c’era un predatore molto furbo, probabilmente introdotto per sbaglio durante gli ultimi lavori di riallestimento. L’ho trovato triste ma istruttivo: uno pensa che non possa succedere niente ai pesci di un acquario, crede che non esista posto più sicuro, e mentre si culla nell’illusione di un paradiso ittico in terra, loro condividono la vasca con un killer.
Ipotizzai che l’ospite indesiderato fosse un bobbit worm e proposi di piazzare una telecamera per scovarne la tana. I filmati mi disorientarono: l’aspetto in effetti corrispondeva, ma le dimensioni no. Largo come una grossa zucchina, possedeva un diametro decisamente fuori scala. Ora che sapevamo dove cercarlo, costruimmo una trappola. Il meccanismo era molto semplice: il verme, attratto dall’esca, si sarebbe infilato in un ingresso a imbuto unidirezionale e non ne sarebbe più uscito. Sfortunatamente, le cose non andarono come previsto: con le mandibole affilate il verme ruppe lo spesso strato di PVC e tornò nella sua tana.
Se non si poteva catturare, l’unica era che morisse di fame. Chi mi legge sa che, in linea di massima, bisognerebbe lasciare in pace i pesci per stressarli il meno possibile. In questo caso, però, trasferimmo tutti i superstiti nelle vasche di quarantena perché il predatore non avesse più niente di cui cibarsi. Da allora presi l’abitudine di passeggiare davanti al suo nascondiglio con ostentata superiorità, sentendomi finalmente più intelligente di lui. Strano a dirsi, perché l’intelligenza dovrebbe essere una prerogativa umana, e ci diverte molto quando un animale sembra ragionare come noi: possiamo rispecchiarci nell’altro senza correre rischi. Forse è solo una divagazione, ma necessaria perché riusciate a intuire cosa ho provato di fronte a un verme capace di aggirarmi senza troppe difficoltà. Non mi sono meravigliato, ma indispettito, e infine spaventato.
I guai ricominciarono con la scomparsa di alcune trote marmorate. All’inizio, nonostante la coincidenza, scartai l’eventualità che fosse di nuovo opera del verme. Ammettendo pure che si fosse spostato da una vasca all’altra, cosa già di per sé improbabile, avrebbe trovato un ambiente inadeguato alle sue caratteristiche e sarebbe morto. Anche immaginandolo capace di sopravvivere in acqua dolce, non avrebbe potuto divorare le grosse trote senza lasciare traccia. La pensavo così, finché il sospetto che ci fosse il suo zampino si trasformò via via in una certezza, come dimostrarono le registrazioni. Privi di idee migliori, trasferimmo anche le trote in quarantena, ma quando il verme colpì una terza vasca ci decidemmo a svuotarla completamente per mettere le mani su quell’essere. Rimossa l’acqua ed estratta la roccia dove si rifugiava, il verme fu finalmente nostro.
Prima di tutto, ufficializzai che non era un bobbit worm. Casomai le dimensioni anomale e la capacità di sopravvivere in una vasca d’acqua dolce non fossero state prove sufficienti, le caratteristiche morfologiche confermavano la natura ignota del verme, olotipo di una specie non ancora descritta. Sotto la luce fredda del mio studio un brivido mi corse lungo la schiena immaginando quell’orrore fantascientifico strisciare di notte nel tunnel rialzato che usavamo per accedere alle vasche. Proprio per evitare che potesse farlo, lo rinchiusi in una piccola vasca.
Il giorno successivo c’erano due vermi identici. Li osservai sbalordito, frastornato da troppe domande e al tempo stesso consapevole che la soluzione del mistero era sotto il mio naso. Al primo momento buono, curandomi di non allarmare i colleghi, gettai un’esca nella prima vasca, là dove tutto era iniziato. L’ur-verme la ghermì senza pietà e si ritirò in fretta nella sua tana. Ripetei l’esperimento nella vasca delle trote marmorate: il secondo verme saltò fuori per divorare la preda. Il puzzle iniziò a ricomporsi, ma servivano ancora dei pezzi chiave per avere il quadro completo e terrificante della situazione. Separai i due vermi che custodivo nello studio e pregai che il processo di duplicazione non fosse esponenziale. Riducendomi in uno stato di prostrazione, il mostro fece a pezzi la mia autostima. Tormentato da scenari apocalittici nei quali l’acquario veniva invaso e distrutto da infinite copie del verme, quella notte dormii poco o nulla, e incubi disturbanti inquinarono i rari momenti di riposo. Non so descrivere l’agitazione che mi portai dietro fino all’indomani o in quale stato mi presentai al lavoro non sapendo cosa mi attendesse. Andai dritto nello studio e le gambe quasi mi cedettero. I vermi erano tre. Mi accasciai sulla sedia, lasciando fluire tutta l’adrenalina accumulata nelle ore precedenti. Il fatto che soltanto l’ultimo verme si fosse duplicato mi donò speranza e persino felicità: se ognuno di loro poteva dividersi una sola volta, allora l’acquario era salvo! La logica suggeriva che fosse una strategia di sopravvivenza: privato del nutrimento, il verme si divideva affinché un altro individuo sopravvivesse altrove, ma non poteva farlo più di una volta. Trasferii l’esemplare nuovo in una vasca insieme ad alcuni pesci, che furono divorati dal primo all’ultimo nel giro di qualche giorno. Puntualmente, quando non ne restò nessuno, il verme si duplicò.
Dopo aver passato l’inferno, vidi la luce. Festeggiai come uno sciocco, ritenendo che le poche osservazioni fatte finora potessero considerarsi sufficienti per spiegare il comportamento e la biologia del mostro. Se tra le sue molte doti ci fosse stata una qualche forma di ironia, mi avrebbe deriso nell’atto di distruggere la mia convinzione di averlo compreso e soprattutto vinto. Ancora una volta, sarebbe vano descrivere le emozioni che mi attraversarono quando scoprii che il primo esemplare portato nello studio, quello che avevamo catturato, si era duplicato una seconda volta. Umiliato e impotente, perlomeno ebbi la lucidità di non seminare il panico. Condussi le mie ricerche da solo e non resi nota la verità dei fatti, che neppure io sapevo come affrontare: la duplicazione, in caso di bisogno, poteva verificarsi più volte, e i vermi si erano diffusi ovunque a nostra insaputa. Se spostare tutti gli organismi di una vasca è un’operazione delicata, immaginare di farlo per un intero acquario è follia. Il mio obiettivo, però, era lo stesso di sempre: salvaguardare l’istituto e i suoi abitanti, e qualcosa dovevo pur fare. Non potendo catturarli tutti, mi restava una sola opzione: nutrire i mostri per evitare che divorassero gli altri animali. Così ho fatto, e da allora non ho più smesso.
Ora che non posso più proseguire, mi sembra doveroso lasciare non solo una relazione tecnica sulla specie, ma anche ‒ ed è forse più importante ‒ questo resoconto. Per concludere, aggiungo una piccola nota sulla sorte dei vermi che hanno vissuto per qualche tempo nel mio studio, che potrebbe tornare utile a chi volesse prendersi una responsabilità maggiore della mia. Non li ho nutriti, ma sterminati. È bastato poco: una buona dose di candeggina.
Massimiliano Rocchetti è nato nel 1997 a Segrate. Si laurea in Lettere moderne nel 2024 con una tesi su Le due città di Mario Soldati. Attualmente svolge uno stage al Museo di Storia Naturale di Milano e segue la comunicazione digitale dei musei scientifici.
In copertina: Oltre il vetro by Giulia Bocchio

