Il nostro #dicembrenarrativo si conclude con questo toccante racconto di Marco Corvaia.
Il realismo magico che sgorga dagli occhi di una madre incontra qui il degrado di una città le cui lamiere tagliano la coscienza e dissanguano la redenzione.
Un grazie speciale a tutte le autrici e gli autori che ci hanno donato, con grande entusiasmo e generosità, le loro storie.
Mafia di sale
Quando il cancello dellʼUcciardone si apre non c’è nessuno ad aspettarlo. Damiano scrocchia il collo con un paio di torsioni secche.
In carcere ha imparato a camminare in stile malacarne: andatura da atleta pronto alla sfida, pugni chiusi che prevedono il peggio, petto ondeggiante e sguardo ferino. Con questa camminata raggiunge la fermata degli autobus, sputando a terra tre volte. Il primo che passa è quello giusto.
Anche se è stato dentro parecchio tempo, quanto basta per cambiare una città, niente lo incuriosisce, neanche il meraviglioso cielo di cobalto che la sovrasta. È convinto che non ci sia granché da ammirare con stupore; Palermo ambisce all’immutabilità.
Scende in una piazza babelica, per arrivare a destinazione gli occorre un secondo mezzo pubblico. Fa caldo, il traffico è isterico e il borsone che trasporta è il peso della propria solitudine.
Sul 619 che lo porterà nellʼunica zona che riconosce come casa Damiano non approfitta dei posti liberi per sedersi. Le ginocchia che si urtano, lʼodore altrui nelle narici; non sopporta più lʼeccessiva vicinanza agli estranei. Potrebbe rendersi talmente sgradevole da farsi il vuoto attorno, aggirando così il fastidio, invece nel giorno del ritorno in libertà sceglie un basso profilo. Rimane in piedi, con il braccio in tensione. Non dovrebbe essere qui.
Gli si avvicina un vecchio ossuto e trasandato, oscillando a seconda delle manovre di guida.
«T’hanno scarcerato?».
Damiano ha lʼistinto di spappolargli le gengive, esposte in una smorfia che vorrebbe dare lʼidea di un sorriso, ma si limita a irrigidirsi.
«Uno sbirro sei?» gli domanda a mo’ di offesa.
«Non voglio impicciarmi, è che si vede» risponde, rivelando una voglia di parlare che gli farebbe svegliare anche i morti del camposanto.
«Vatti a sedere e guarda da un’altra parte, sennò sbatti la faccia».
«Eh sì» insiste il vecchio, per nulla intimorito, «T’hanno fatto uscire oggi. So come ve la passate dentro adesso, me l’hanno raccontato, non c’è mai da fare. Ai miei tempi era diverso, tutta unʼaltra storia: lì c’erano i migliori e comandavano da padroni, facevano guadagnare e non mancava niente. Eh, quanti ricordi… gli anni più belli della mia vita».
Il suo sorriso ora sembra una paresi. È come se al vecchio si fossero scaricate le batterie, poi di colpo si sblocca e ripete: «I più belli». E preme il pulsante per prenotare la fermata. Si scambiano un’occhiata dʼintesa prima che scenda dallʼautobus, con evidenti difficoltà motorie. Damiano non lo aiuta. Lungo il tragitto vengono rigettati pure gli altri passeggeri, a una velocità notevole.
L’autista ha premura e lui se ne compiace.
Capolinea: quartiere San Filippo Neri. Per lui è lo Zen, come per tutti. Procede a piedi fino allo Zen 2. Poggia il borsone su una chiazza da incendio e si guarda attorno con le mani ai fianchi. Alcune facce le riconosce, quelle più giovani no.
Si dirige verso la sua abitazione occupata. Ignora l’asfalto masticato dal tempo, le cataste di scarti domestici, i randagi obesi che frugano ovunque, le vedette che si aggirano su motorini senza targa, il fetore di immondizia carbonizzata che appesta l’aria, le recinzioni di lamiere arrugginite che nascondono villette. Tutto è macerie e spazzatura, come sempre.
Damiano sfoggia la sua nuova camminata, a proprio agio in una periferia marcescente.
Passa davanti al cimitero delle Smart, quei malinconici scheletri metallici simili a carcasse di bisonti. Il chiosco di granite del piazzale è desolato, lo supera fissando un bambino in lontananza; sta in groppa a un pony pezzato, con indosso soltanto un pantaloncino. Intanto qualcuno sta sorvegliando lui.
Si chiede se è stato riconosciuto, se sanno chi è e da dove arriva. Non lo tallonano con sospetto, questo è già un buon segno. Un ragazzo con una cicatrice che gli collega un orecchio all’angolo della bocca, appostato dietro un furgoncino spolpato, gli chiede cosa cerca facendosi intendere su ciò che vende. Damiano rinvia lʼeventuale trattativa con un gesto.
Svolta a destra, sente grugniti di maiali provenire da un porcile invisibile. Il viale che percorre tra i palazzi squadrati custodisce anche la sua memoria; questo agglomerato edilizio di strutture fatiscenti è il risultato di un sadico maestro di bruttezza, un enorme pollaio per esseri umani, un ghetto contemporaneo, ma per lui è il solo posto in cui può vivere, nientʼaltro. Si ferma di fronte un fabbricato che al centro ha una colonna squarciata.
Lʼimpianto idrico sbuca dal suo interno come le budella dal ventre di un uomo. Il portone non ha la serratura, appena sta per varcarlo una voce alle sue spalle gli domanda dove sta andando. Rivela come si chiama, senza voltarsi. Tanto basta a fare defilare quella diligente presenza. Non l’hanno dimenticato.
Sale i gradini rotti fino al quinto piano. Sua moglie e suo figlio abitano qui. Scrocchia il collo; ha fame, vuole disfarsi del borsone pieno di irritante biancheria sporca e pretende una spiegazione. Preme il tasto del campanello che ha la targhetta con il suo cognome.
La porta si apre e compare Enrico, in mutandine e maglietta. Ha sei anni, gli sembra unʼapparizione di puro candore. Lʼaveva visto solo in fotografia, non sa cosa dire.
Anche il figlio tace. Hanno lo stesso naso a punta, il medesimo viso lungo e uguali zigomi sporgenti. Il bambino riconosce quel diavolo tatuato sullʼavambraccio, le sue sopracciglia folte, i suoi capelli ingellati allʼindietro. Il padre riconosce la sua bocca larga, gli occhi grigi ereditati dalla madre, il bernoccolo sulla fronte di cui lei gli ha accennato durante l’ultima visita.
Gli dava notizie soltanto del figlio.
Sembrano attendere lʼuno la prima mossa dellʼaltro, immobili e muti, in un incontro che avviene dopo un distacco di cui hanno sempre avvertito lʼintensità. È il giorno del ritorno a casa di Damiano, dopo quasi sette anni di assenza assoluta. Enrico lo sa, quellʼuomo che gli appare gigantesco è suo padre e desidera entrare, eppure tiene la porta aperta solo a metà, con la mano ancora incollata alla maniglia.
Rosita controlla a distanza quell’atteggiamento identico. Avanza dal fondo dellʼappartamento spoglio senza fare rumore. Non vuole intromettersi per non infrangere unʼimmagine inedita. A Enrico tremano le dita dei piedi; gli capita quando si emoziona.
Damiano ha ancora la fede allʼanulare, come lei. Poi l’esitazione dei genitori converge sulla stessa traiettoria e lei percepisce una richiesta di aiuto; il figlio non sembra potersi stancare di lì a breve.
«Parlavamo di te» esordisce Rosita.
«Allora ti ricordavi che uscivo» ribatte lui.
«Certo».
«Ma non sei venuta».
«Dovevo spiegargli cosa sta succedendo» risponde con un cenno verso Enrico, «e non è stato facile».
«Ah, ok».
«Enrico, fai entrare papà».
«Papà» ripete quello, che non ha smesso di studiarlo. Poi spalanca la porta dʼingresso e indietreggia di qualche passo, senza però cercare la protezione della madre come fa di solito se un adulto si presenta a casa.
Si siedono al tavolo della cucina, con gli schienali delle sedie a sfiorare i mobili circostanti.
Bevono della limonata fredda, insieme per la prima volta. Quando cʼè stata lʼirruzione della polizia Enrico era ancora un fagiolo nella pancia di Rosita.
«Perché non sei a scuola?» domanda Damiano al bambino.
«Gli hanno dato fuoco».
«Davvero?» sbigottisce lui.
Madre e figlio annuiscono, come se non fosse un evento insolito.
«Beh, l’aggiusteranno. A te piace andarci?»
«No, non piace a nessuno. Ci sono altre cose da fare».
«Quali cose? Che devi fare?»
«Tante cose. Andare a scuola fa schifo».
Entrambi i genitori sprofondano in una pozza di vergogna, sentono che perfino la mobilia, le stoviglie, il lampadario e il crocifisso da parete li stanno giudicando male. La caraffa di limonata si scalda sul tavolo scorticato.
Gli adulti hanno bisogno di restare soli qualche minuto, così danno lʼopportunità a Enrico di sbrigare una delle innumerevoli faccende delle quali avverte la necessità di occuparsi: gli viene assegnato il compito di vuotare il contenuto del borsone di suo padre nel cesto dei panni da lavare. Il bambino accetta con entusiasmo e lo trascina nello stanzino.
«Abbiamo sbagliato troppo. I lavoretti di sartoria sono sempre meno, così non ce la faccio più. Il baffone mi ha chiesto di lavorare per lui, ma non so se ci riesco».
«Niente baffone, non farai la buttana. Adesso ci sono io… se mi vuoi ancora».
«Dipende da te, sono rimasta sola, però devi cambiare testa. Puoi stare con noi per ora, poi decidiamo insieme come comportarci».
«A lui cos’hai raccontato?»
«Che eri dove rinchiudono i cattivi che vengono puniti. Che la punizione è stata lunga, ma non abbastanza per quello che hai fatto».
Enrico irrompe in cucina. Ha delle inspiegabili strisce nere sulle gambe e sulle braccia, come se gli fosse colato addosso qualcosa di melmoso.
«Fatto» esclama con soddisfazione.
È chiaro che gli serva una bella lavata. Damiano, ancora scomodo in un ruolo di cui non sa nulla, è divertito nel vederlo incomprensibilmente lercio, forse conseguenza della goffaggine dei bambini di questa età. Neppure si accorge dello sconforto di Rosita, che ha scelto di restargli fedele durante la detenzione nonostante la rabbia e l’angoscia. Si volta verso di lei solo quando la loro creatura tenta di grattarsi via il sudiciume con le unghie, supponendo sia arrivato il momento di intervenire, ma incapace di provvedere a una qualsiasi sua esigenza.
Rosita però non si muove, ha il viso coperto dai lunghi capelli neri, finché allunga un braccio verso il rubinetto del lavello e lo ruota, senza che ne esca neanche una goccia.
Lʼespressione gioviale di Damiano svanisce. Ha capito che gli amici dello Zen 2 non sono stati pagati; loro sono lʼunico potere a cui affidarsi, posseggono tutto nel quartiere, gestiscono anche lʼacqua corrente e sostituiscono lo Stato con metodi spietati.
Poi lei si accosta al figlio e sussurra qualcosa che Damiano comprende quando sono ormai spariti alla sua vista: «Risolviamo questo problema, amore».
Lui spera che quel verbo al plurale lo riguardi. Vorrebbe dirle che rimedierà a ogni guaio, che dʼora in avanti provvederà a loro, che non farà mancare nulla alla propria famiglia, ma sarebbero menzogne; non può sventolare promesse se non ristabilisce i rapporti di strada.
Perciò resta zitto, li segue e basta, non vuole perdere quel contatto visivo neppure per un istante. Madre e figlio sono in bagno, con la porta aperta, come se lo attendessero. Damiano nota subito un vuoto.
«Dovʼè la lavatrice?»
«Lʼhanno presa loro perché non ho pagato lʼacqua. Dicono che se non saldo ci tagliano la luce. Vogliono soldi che non ho».
«È che siamo rimasti soli, senza agganci».
«No, io sono sola, bado a lui senza il sostegno di nessuno, a te invece è andata bene finora»
e s’inginocchia davanti la vasca.
Non sa cosa risponderle, non può modificare il passato. Guarda il piccolo che si spoglia, mentre lei tappa lo scarico, si piega in avanti con il viso rivolto in basso e piange, sempre più forte, disperatamente. Rosita gronda avvilimento sulla porcellana smaltata, la caduta delle sue lacrime rimbomba dappertutto, diventando musica. Dai suoi occhi precipitano caldi fiotti dʼacqua, sono ruscelli che provengono da una fonte di ineguagliabile vastità. È un pianto sterminato, uno scroscio ipnotico, una cascata di dolore fluido a cui i due assistono incantati. Il padre poggia una mano sulla spalla nuda di suo figlio; è la prima volta che lo tocca.
La spugna lasciata sul fondo inizia a galleggiare e sbattere contro i margini. La vasca da bagno si sta riempiendo. Rosita diluvia in una lacrimazione irruenta, aggrappata a quel bordo verde pallido senza emettere più gemiti, con il volto disteso. Il suo strazio ora è di sole lacrime, discese da un’infelicità che deve usare; lei è lʼorigine di una fragorosa rapida di afflizione.
«Comʼè possibile? Come ci riesce?» chiede Damiano, ammirando quel prodigio di bellezza tragica.
«Pensa a qualcosa di molto, molto triste» gli risponde Enrico.
«A cosa… a che cosa pensa?»
«Alla nostra vita difficile».
Sua madre piange, sgorgando sentimento quanto è necessario, donando se stessa per permettergli di lavarsi. I suoi occhi sono rubinetti aperti sulla miseria, sulle sciagure, sugli sfruttatori; sono fontane naturali che irrorano la sopravvivenza, sorgenti nate per il sacrificio, limpido amore materno che non si arrende.
Appena le si asciugano le guance si rialza, barcollando un poʼ, spiana la veste sgualcita e, dopo una carezza sulla fronte incerottata di Enrico, dice con una voce sottile come il vetro: «Lʼacqua è tiepida, fai subito il bagno. Lavati bene, strofina forte».
Quello fa un salto e s’immerge fino alle orecchie. È un tuffo marino.
Rosita e Damiano ritornano in cucina, la stanza meno deprimente della casa. Lei si lascia cadere su una sedia, priva di forze. Si svuota e si riempie dʼaria come un palloncino indeciso, sorseggiando piano dellʼacqua minerale. Ha modificato il suo modo di nutrirsi da quando ha scoperto di avere questa dote: ha eliminato il sale e tutti gli alimenti sapidi dalla propria dieta. Tenta comunque di non concedergli troppe occasioni per insudiciarsi, perché ha bisogno di molto riposo dopo una tale perdita di liquidi.
Lui è rimasto in piedi a osservarla, senza riconoscerla; è come se la vedesse per la prima volta, è diventata il più profondo senso di maternità, capace di gesti e azioni che creano meraviglie, unʼopera dʼarte comprensibile per chiunque. Quella giovane ragazza che ha sposato in una parrocchia deserta, da sempre vessata dalla fatica e dalla povertà, ha scovato in sé risorse inimmaginabili che le permettono di affrontare difficoltà valicabili soltanto dallʼimpossibile. Mentre la sua condotta l’ha portato in prigione.
Lo sguardo di Damiano s’inclina, scivola all’ingiù e atterra sulle proprie mani, che penzolano come oggetti inanimati.
«Queste mi hanno mandato in gabbia… e sono diventato inutile. Non volevo stare lontano da voi, queste mani mi hanno tradito. Le odio» dichiara con disprezzo.
«Le mani mica si muovono da sole» sospira Rosita.
«Me le taglierei, lo giuro, ma devo usarle per sistemare tutto. Noi non meritiamo di vivere così».
«Hai sentito cosa ho detto?» gli domanda inasprendo il tono. «Tu ci hai messo in questa situazione, con la violenza, con la stupidità… sei stato tu, non le tue mani, e nemmeno la sfortuna che ti ha fatto beccare».
«Ho sgarrato, dentro però ho conosciuto gente che conta. Mi hanno parlato di certi affari. Questi nuovi amici mi rispettano, sanno che sono già a disposizione».
«Amici? I tuoi amici sono quelli che ci torturano ogni giorno. Vogliono farci credere che abbiamo bisogno di loro, che senza di loro siamo rovinati, che non valiamo uno sputo. E sono gli stessi che riempiono di minchiate la testa di Enrico, come hanno fatto con noi. Ti sei liberato delle sbarre? Ora devi liberarti di loro».
«Lo sanno quanto valgo, mi daranno dei buoni lavori. Niente paura, non finisco più allʼUcciardone. Non vi abbandonerò mai».
«Più di sei anni in cella e non hai capito un cazzo, parli come se fossi stato allʼufficio di collocamento. A cosa hai pensato in tutto questo tempo?»
«È così che funziona qui, datti una calmata» grugnisce lui, per domarla. «Ti sto dicendo che ci penso io a guadagnare bene, non ti preoccupare».
«Sei sempre lo stesso. Tu così ci lasci di nuovo, stavolta però sarà per sempre».
«Ma di cosa parli? Siamo una famiglia e io farò quello che devo fare».
«Ancora non hai capito perché non ti ho mai portato Enrico? Non deve avere un padre carcerato, un criminale che spaccia, che ruba, che ammazza, uno che entra ed esce di galera perché fa del male agli altri. Ho resistito per non perdere la nostra casa, sperando che capissi i tuoi errori, volevo darci una possibilità, ma forse era meglio scordarti».
«È questa l’unica possibilità che abbiamo, io non so fare altro».
«No, mio figlio non verrà cresciuto dalla malavita, non lo farò diventare come te».
E di parole non ne servono più. Rosita si ritrova sul pavimento, con la schiena contro il frigorifero e la bocca sanguinante, abbattuta da una reazione fulminea. Ma non smette di fronteggiarlo, perfino da laggiù, neppure dopo quel pugno. Sa che non poteva aspettarsi altro dalla sua frustrazione. Damiano è stato gettato in un castigo privo di redenzione e adesso che è tornato in cattività si comporta come la bestia di cui tutti hanno bisogno, chi per sfruttarlo, chi per colpevolizzarlo di ogni malefatta.
Sta scrutando la propria mano, convinto che lʼabbia imbrogliato di nuovo. Gli ha fatto distruggere una conversazione che non riusciva a gestire, anche se non voleva. Prende posto sulla sedia più vicina allʼuscita, nella casa umiliata dalle razzie di quelli che chiama amici, in un edificio corroso dal degrado, di un quartiere escluso dalla civiltà; lo Zen 2 è la dentatura ingiallita della mafia palermitana, un sobborgo in cui tutto è lecito tranne la denuncia, un ambiente zeppo di segreti che lo stanno divorando.
Vorrebbe chiederle perdono, spiegarle di non essere nella condizione mentale per accettare una simile sentenza, che è consapevole di avere deluso lʼunica donna che abbia mai amato e che rifletterà su ciò che gli ha detto, perché si fida di lei e desidera il meglio per tutti loro.
Invece resta in silenzio, non sa esprimere certe intenzioni.
Enrico si lava nellʼacqua salata, che agita, spruzza e schizza. S’insapona dovunque, creando una schiuma densa che lo riveste di bolle trasparenti, e poi sfrega forte, come gli ha detto la mamma per ripulirsi dalla sporcizia. Dopo assorbe le lacrime con la spugna e alzandola sopra la testa se le fa piovere addosso, come gli è stato insegnato. Infine si sciacqua velocemente, perché si stanno raffreddando più di quanto possa sopportare. Esce dalla vasca salmastra, mette i piedi sul tappetino rosa a fiori gialli e si avvolge nel telo di cotone bianco. Ultimato il bagno necessita di una frizione energica, per rimuovere i residui salini. Chiama sua madre con uno strillo per avere un aiuto, gli piace essere accudito. Non ha sentito quello che è successo di là. La porta del bagno era stata chiusa e lui era concentrato nel lavarsi in fretta, per non sprecare le lacrime di sua madre che lo ama tanto.
Lei non arriva. Nellʼattesa apre la finestra e si sporge per vedere il mare, di cui affiora solamente una linea azzurra al di là delle case e di sparuti alberelli. Crede che quello sia il grande pianto di Dio, che ha un affetto immenso per le persone, ma chissà cosa lʼha fatto piangere fino a crearlo. Di sotto un cavallo e il suo puledro arrostiscono al sole, in cui risplende tutta la città.
Marco Corvaia (1980), nato a Palermo, ma vive sulle Madonie. Formatore professionale presso il Servizio Civile Universale. Autore di Pino se lo aspettava (Navarra, 2012) e Post somnium
(Ensemble, 2019). Suoi testi sono apparsi su numerose antologie e riviste letterarie. Di recente si è aggiudicato la Menzione Speciale di Roberto Vecchioni al Premio Roddi.
In copertina: Ciò che l’acqua mi ha dato, Frida Kahlo

