Oggi inizia quello che qui su Poetarum chiamiamo dicembre narrativo. I racconti che leggerete in queste settimane provengono da una vera e propria chiamata alle storie.
Eccoci qui, come intorno a un focolare.
Comincia F. Streunende con Un boccone profondo.
Speriamo che la prossima cena aziendale vada a finire meglio.
Un boccone profondo
Questi idioti devono aver mescolato qualcosa al mio anestetico, perché sono sicura che sto avendo un’allucinazione. Riesco a vedere quello schifoso avvocato grassoccio e sudaticcio che ansima nella sua macchina a qualche isolato da qui, ma sono stesa nuda su un tavolo di ferro nel mezzo di un capannone umido e freddo in una zona industriale dell’Assia, perciò non può essere vero. Come si chiamava quell’avvocato? Lo vedo lì che fuma nervosamente e tenta di mettere in moto la macchina cercando con tutto sé stesso di non pensare al fatto che mi ha venduta a dei mostri solo per il prezzo dell’ennesimo ovulo di cocaina che proprio non riesce a ricordare di aver nascosto nel cassetto del cruscotto, anche se ora una botta gli farebbe proprio bene. Eppure gliel’avevo detto di non preoccuparsi, no? Che andava tutto bene e che io volevo fare così.
Niente, non ti ascoltano mai. La gente che vuole fare qualcosa di male non si fida mai del fatto che tu sia d’accordo. Loro vogliono starci male, fa parte del gioco. Il dolore è la metà più interessante del piacere, io lo so bene.
Prendete questi depravati radunati attorno a me per esempio: gliel’avrò spiegato una decina di volte che non ho nessuna intenzione di scappare, ma loro mi hanno comunque mescolato questo allucinogeno o quello che è all’anestetico e ora mi tocca stare qui a sognare invece di rilassarmi e godermi l’attesa. Ti pareva: problemi su problemi fino all’ultimissimo minuto!
Ma quanto ci mettono a sistemare quella telecamera da quattro soldi? Devono girare uno snuff movie che compreranno solo dei gerarchi malati in qualche repubblica delle banane, non è mica Truffaut! E pure io, ma che sto dicendo? Comincio a parlare come quello stronzo mezzo sfigato del mio ex. Stupido allucinogeno, stupidi depravati, stupido avvocato, stupido ex e stupida io. Chissà perché mi ero figurata che una volta arrivata fino a qui questa sarebbe stata una storia troppo lunga da raccontare, ma forse mi basterà l’ultimo attimo prima di morire.
***
Fino a qualche mese fa vivevo in una Roma che mi sembrava fredda da morire anche con il caldo
sempre più anomalo che la martoriava tutte le estati. Una mattina lessi su internet di una ragazza di diciannove anni che si era ammazzata perché si sentiva una fallita; io di anni ne avevo trenta ormai, c’era un suicidio al mese e ero nella fascia più colpita. Una sopravvissuta insomma.
Lo IED che avevo finito a fatica non mi aveva dato niente. Ero bella forse, ma non abbastanza, brava forse, ma non così tanto. Ero sola, ubriaca e non sapevo cosa fare di una vita che se mi fossi fermata a riflettere avrei dovuto ammettere che non valeva un centesimo. La stessa in cui passavo da un lavoretto all’altro per pagarmi un monolocale schifoso dove non facevo altro che mangiare biscotti del discount e guardare serie tv.
Non avevo nemmeno più voglia di morire. Ormai ero solo la forma più pura dell’alienazione, come diceva quel presuntuoso mezzo sfigato del mio ex.
Ero ossessionata da due visioni: La prima era una scena di quel film, Sliding Doors; quella in cui Gwyneth Paltrow lavora come cameriera e quando uno le chiede cosa fa quando non serve hamburger di mucca pazza risponde: «Mi alzo alle 7 e 30 del mattino, preparo e consegno panini nel West End tutto il giorno, prima di venire qui intorno alle 18 per finire a mezzanotte. Dopodiché, se mi resta un po’ di energia, faccio un pompino al mio fidanzato. Ci vuole anche la maionese?». Consegnare panini? Fare la cameriera? Pompini al fidanzato? La maionese? Persino la brutta vita della protagonista di quel film cominciava a sembrarmi buona.
Perché io vivevo sola senza fidanzato a cui fare i pompini, non incontravo nessuno che mi chiedesse niente, lavoravo per un call-center di merda da casa di mia madre perché nel mio monolocale umidiccio non c’era una connessione internet decente e quando tornavo a casa mangiavo della roba surgelata che mi dava la nausea, poi mi fermavo a metà di un ditalino perché mi sentivo sola e andavo a dormire fumando una mezza canna che mi faceva venire gli incubi.
La seconda visione era una pagina Wikipedia che avevo letto quando ero una ragazzina: vita, morte e l’unico miracolo dell’artista contemporanea irlandese Jessica Kelly. Morta suicida a trentaquattro anni nell’aula universitaria del suo vecchio relatore di tesi e amante, soffocata sotto una coltre di cera bollente versata in piena notte sul suo corpo da una sorta di betoniera portatile gigante, che aveva impiegato otto mesi per costruire. Qualcuno dice per vendicarsi d’essere stata lasciata, qualcuno dice perché era una vera artista, qualcuno dice perché era una vera pazza, qualcuno dice tutte le cose assieme e anche che questo farebbe di lei un genio, forse l’unico.
La “statua” in cui si era trasformata l’avevano tenuta; lei ci teneva, aveva scritto una sorta di testamento in cui intimava alla sua gallerista di non buttarla via, se non voleva essere maledetta da una banshee. Ma siccome in un museo un cadavere sotto cera non ci poteva stare, l’avevano messa in un magazzino ben refrigerato, tanto non aveva famiglia, e in esposizione ci era finita invece la betoniera, ai cui piedi tutte le ragazze disperate del mondo lasciavano fiori, se avevano i soldi per il biglietto d’ingresso. Non sapevo niente di arte e nemmeno me ne fregava granché, ma quella storia mi piaceva. Mi divertivo a immaginare Jessica con l’espressione soffocata, mentre si odiava per aver scelto la sua strada di morte, o il suo fantasma che digrignava i denti detestando tutte le vigliacche che la veneravano. Che si ammazzassero anche loro quelle puttane! O non avevano capito niente di quello che aveva fatto? Non riuscivano a percepire quanto era addolorata, quanto era arrabbiata, quanto era mostruosa? Il mio vero problema, il motivo per cui pensavo continuamente a queste cose, era che non volevo niente. Non avevo mai avuto il sogno di una carriera, né quello di una famiglia, né un hobby abbastanza buono da sapermene stare serena per conto mio. Mia madre mi diceva di concentrarmi sul lavoro, ma io sapevo che il mio era un impiego che non aveva vie d’uscita: che cosa potevo diventare? La regina dei call-center? Io l’avrei odiato e gli altri avrebbero riso di me, e se già non lo facevano era soltanto perché nella merda c’eravamo tutti, come ripeteva sempre quel rompicoglioni mezzo sfigato del mio ex. C’era questo tipo che mi scopavo di tanto in tanto, un cazzone che cercava di svoltare facendo video di videogiochi su internet e era ossessionato da quest’idea di farselo succhiare mentre sparava a degli altri tizi con un fucile digitale, in un campo di battaglia disegnato su uno schermo. Lui mi diceva che dovevo trovarmi una distrazione come si deve, qualcosa che mi piacesse fare abbastanza da non aver bisogno di nessuno, una passione vera che mi tenesse compagnia al posto degli altri. Che te lo ciucciasse la tua passione il cazzo, allora! – mi ero detta. E comunque ci avevo provato ad appassionarmi di moda, o di trucchi, o di giochi da tavolo, o di libri fantasy, o di tutte le altre cazzate di cui parlano continuamente le miriadi di mediocri influencer del mondo, ma cosa ci potevo fare? Alla fine mi annoiavo.
E poi mi sentivo sola. Volevo qualcuno accanto, ma mi sembrava sempre di più che i tipi che mi piacevano fossero solo quelli che volevano scoparmi e basta, mentre gli uomini gentili, quelli che potevano essere miei amici, mi apparivano come asessuati, buoni solo per rovesciargli addosso le mie ansie da ubriaca, tanto che alla fine pure loro si stufavano di farmi da confessori all’infinito e sparivano, il che forse significa che in realtà anche loro volevano solo scoparmi.
Quindi in fin dei conti qual era la verità? – mi avrebbe chiesto quel cialtrone mezzo sfigato del mio ex – Ero sbagliata io? Era sbagliato il mondo? Era sbagliato qualcosa nel mezzo? Chi lo sa.
Per un po’ me lo sono chiesto, ma poi ho smesso. Ho trovato qualcosa di meglio a cui dedicarmi.
Ho scoperto il nyotaimori.
***
Mangiare sushi su una donna nuda, ecco cos’è. Dovrebbe essere facile da spiegare, invece il dibattito è infinito e oscilla pericolosamente tra l’evidente mercificazione del corpo femminile e umano in genere, una innumerevole quantità di critiche artistiche e folkloristiche e tutta una serie di preoccupazioni igienico-sanitarie sorprendentemente ben normate dal ministero della sanità. Ma ve la faccio breve: la leggenda vuole che i samurai festeggiassero la vittoria mangiando sushi adagiato sul corpo delle geishe; la storia ci ha lasciato qualche traccia del fatto che il business delle stazioni termali giapponesi abbia fatto un bel po’ di soldi offrendo sashimi servito sulle tette e sakè versato sul pube, e infine siamo del tutto certi che agli occidentali la cosa è piaciuta molto, ma si sentivano anche un po’ in imbarazzo, quindi hanno fatto quello che fanno sempre: hanno comprato tutto e l’hanno rivenduto come prodotto da sexy shop.
L’unica cosa buona che l’occidente ha fatto per il nyotaimori è stata regalarmi la pruriginosa visione dell’addome di alcuni miei colleghi maschi messo a vassoio per un’oretta; per il resto abbiamo dato vita soltanto a obbrobri come modelle che si sdraiano sul tavolo con ancora su il perizoma, un tripudio di foglie lavate col detersivo e appiccicate sulle tette per ragioni igieniche e persino ragazze avvolte nel cellofan prima che i colleghi dispongano il cibo su di loro. E io mi sono dovuta sottoporre a tutte queste cose una per una.
È sempre la stessa storia: a chiunque mi assumesse non fregava assolutamente niente che io dicessi loro che con me potevano stare tranquilli; tutto quello a cui riuscivano a pensare era la loro mediocre morale o una visita dell’ufficio d’igiene, poi però quando i clienti pagavano bene ti facevano fare di tutto, tranne scopare, perché quello evocava lo spettro ben più minaccioso di un’accusa di sfruttamento della prostituzione e chi organizza sessioni di body-sushi di solito tende a cercare di considerarsi almeno un ristoratore dalla mente aperta, quando non proprio una sorta di mecenate di un’arte per pochi. A proposito: magari starete pensando che sarebbe importante sapere come l’ho scoperto io il nyotaimori, ma la verità è che lo conoscevo dal liceo. Devo averlo intravisto la prima volta in uno di quei web- documentari sensazionalisti che facevano una volta, come quello di Vice sul Kazantip Festival; poi non ne ho mai più sentito parlare finché non me lo sono ritrovato di fianco tornando a casa durante un’alba di cui mi ricordo soprattutto il grigio del cielo, mentre mi detestavo per aver scelto di dormire a casa di un tizio che abitava in un altro quartiere e maledicevo la mia disforia post-coitale.
Era solo una scritta gialla e sbiadita in fondo a una serie di opzioni costose nella pubblicità di un ristorante giapponese che voleva sembrare di lusso e magari in un’altra situazione mi sarebbe passata di mente in un attimo, ma quella mattina dalla mia parte avevo l’ultimo trenta per cento di batteria del cellulare e un posto in piedi su un autobus affollato di pendolari, perciò passai i successivi quaranta minuti appiccicata alla ricerca immagini di Google, sbattendo il telefono sul petto per coprire lo schermo ogni volta che pensavo che il resto dei passeggeri mi stesse giudicando. Quando arrivai a casa ero avvolta da un miscuglio di tentazione e vergogna e mi rimbombavano in testa le banalissime parole di una mia amica che mi aveva raccontato di essere andata in una spiaggia per nudisti: «Beh sai, per fare un’esperienza!». Io, per fare l’esperienza, ci misi mesi. Prima dovetti trovare il coraggio di provare, poi quello di chiedere, quello di accettare, e alla fine quello di non scappare una volta arrivata davanti al locale. La prima volta fu sempre per un ristorante giapponese, anche se non era lo stesso di quell’alba grigia, e ricordo che mi toccò farlo con il cellofan addosso. Mi rendevo conto che non era proprio la stessa cosa delle foto che avevo visto su internet, ma ero inesperta e avevo paura, non capivo bene cosa mi stesse succedendo. A ripensarci fu una roba piuttosto dozzinale: doveva essere una sorta di ritiro aziendale o un evento di team building di qualche tipo; niente più che un buffet esotico servito per un’oretta sulla plastica che copriva le mie tette, mentre uno stroboscopio malfunzionante si agitava senza ritmo al suono di una musica da balli di gruppo, solo vagamente seguita da una modesta schiera di uomini di mezza età con dei completi economici. Eppure mi bastò, mi fece sentire bene, come lontana da me stessa. In qualche modo avevo l’impressione di non essere più l’oggetto del desiderio, ma il suo mezzo, e quel pensiero mi confortava e inumidiva impercettibilmente le mie cosce; mi spingeva il cuore verso la gola e mi faceva sentire il petto pesante come la nostalgia, come l’amore. Quando tornai a casa avevo un mal di schiena tremendo, ma continuavo a ridere da sola tra me e me; mi sentivo felice come quando da bambina riuscivo rubare i biscotti dalla credenza di mia nonna e nessuno se ne accorgeva. Quella sensazione mi piaceva e per un po’ continuai in quel modo, ma finii con lo stancarmi di quei mezzi termini piuttosto presto. Stavo diventando un’appassionata e volevo fare di meglio, volevo addentrarmi nelle viscere di quel mondo e capire quale dei suoi tanti elementi mi facesse sentire così bene. Da quel momento in avanti feci nyotaimori dentro delle limousine, a bordo piscina, in alberghi, ristoranti, serate, una volta persino a una sorta di rave, ma non era quello che cercavo davvero. C’erano troppi freni, troppe risate, troppe facce stupite, troppi commenti provinciali. Quello era il pubblico sbagliato e cominciava a darmi la nausea, eppure fu in uno di quegli eventi da quattro soldi che trovai quello che cercavo.
A cambiarmi la vita fu un cocainomane anonimo di cui non ho mai visto il volto, perché i miei occhi guardavano in silenzio il soffitto di una discoteca asfissiante. Evidentemente quel tizio mi trovava molto divertente: era esilarato dall’intera idea di una ragazza dell’età di sua figlia che se ne stava sdraiata nuda, zitta e ferma su un tavolo scomodo, incurante della salsa di soia e dei chicchi di riso che le sporcavano il ventre e difesa dal mucchio selvaggio di ubriachi radunati attorno a lei soltanto per mezzo un misero vademecum di regole riassumibili con “mangiare ma non toccare”, urlato con crescente preoccupazione da una collega poco convinta.
Tutto quel teatrino gli sembrava così buffo che decise di dargli un colpo per vedere se rimaneva in piedi, perciò invece che azzannare l’ennesimo uramaki direttamente dall’incavo delle mie costole, mi diede un morso sull’alluce. Quel buffone mezzo sfigato del mio ex ci avrebbe trovato delle assonanze con una performance di Marina Abramović o qualcosa del genere, ma io mi sentii mancare il fiato e rimasi immobile, ansimante, concentrata sul non far cadere dalla mia pancia le ultime fette di sashimi.
Avrei dovuto urlare. Non per il dolore o per la paura, ma per prassi: se le modelle non alzassero subito un casino ogni volta che le toccano, finirebbe male la metà delle volte. Eppure non feci niente. In quel singolo mediocre istante in cui ero stata toccata da una saliva amara di cocaina e da una fila di denti sporchi di catrame, mi ero chiesta se mi bastasse davvero fare la parte del recipiente del cibo. In quel momento non osai rispondermi ma poi, a poco a poco, capii, accettai.
Io volevo essere mangiata.
***
Purtroppo ormai anche il nyotaimori era un piacere surrogato per me, ma poteva darmi ancora delle soddisfazioni se lo facevo come si deve. Cominciai a lavorare in locali che seguivano la tradizione: mi depilavo e mi lavavo con acqua gelida prima di ogni performance, poi mi stendevo su un elegante tavolo da the e venivo coperta di pesce e riso serviti alla temperatura esatta del mio corpo freddo. Il cibo quasi diventava parte di me, aveva il mio calore, si muoveva al ritmo del mio respiro, si staccava dalla mia pelle con un dolce fastidio appiccicaticcio, come quando si strappa via una pellicina. A volte avrei voluto gemere quando sentivo allontanarsi quelle piccole parti di me, ma ormai ero diventata una perfezionista, perciò me ne restavo muta e immobile, senza parlare né ascoltare, e gridavo solo una volta tornata a casa. Sepolto sotto una miriade di strambe pagine web, avevo scoperto un intero mondo nascosto dedicato alla vorarefilia, il vore come lo chiamano i nerd che se lo sono inventato. È un fetish basato sull’idea di essere ingoiati o di ingoiare qualcuno e ovviamente non è una cosa che si possa replicare nella realtà, perciò ci fanno un sacco di strani fumetti giapponesi, in cui delle gigantesse mangiano i loro piccoli amanti e viceversa. In realtà non assomigliava per niente a quello che desideravo davvero, ma riusciva a bastarmi almeno per non interrompere più i miei ditalini a metà. Dovevo sfogarmi, capite? Lo facevo per togliermi dalla testa la mia vera ossessione. Non cercai di trovare le prove della sua esistenza in qualche anfratto di internet, non provai a parlarne con nessuno, non scrissi un diario, non tentai di fare da sola, niente. Per me era solo qualcosa a cui pensare; un desiderio onnipresente, martellante e irrealizzabile, come il sogno che hanno le bambine di diventare principesse. Il che a pensarci è molto ironico, perché farebbe di quello schifoso avvocato grassoccio e sudaticcio il mio principe azzurro… Non chiedeva i mei servizi per sé stesso, ma come preliminare per la miriade di pericolosi clienti che portava da me. Nessuno mi ha mai toccata quando c’era lui, ma quelle serate potevano durare molto a lungo, sul mio corpo schizzavano numerosi fluidi e se non mi fossi comportata come un pasto in attesa avrei ascoltato troppe cose. Da un certo punto di vista eravamo simili: l’utile ingranaggio e la piacevole guarnizione di una macchina deforme, che avrebbero continuato a svolgere il loro ruolo senza essere sostituiti solo finché non avessero dato segni di poterla inceppare. Avevamo paura, lui di morire, io di non morire come dicevo io, e quando lavoravamo mi guardava negli occhi per tutto il tempo, perché solo in me c’era l’ignoranza, la salvezza, la vita che sentiva scivolargli via dai pori. Credo che non volesse perdermi. Credo che non volesse separarsi da me. A modo suo mi amava e ha pianto nel mio grembo quando mi ha annunciato che stava per farmi tutto questo, implorandomi di perdonarlo e dicendomi che quello era il suo biglietto d’uscita, che non aveva scelta. Era stata una mia idea, una confessione fatta in preda all’esasperazione dell’ennesimo dei nostri incontri, eppure lui continuava a comportarsi come se non avessi scelta, come se me lo stesse infliggendo. Non lo biasimo, d’altro canto non ho mai cercato di spiegargli. Vedete, non è che io non avessi paura di morire, ma ero concentrata sul momento precedente, quello in cui
il dolore e l’estasi si sarebbero mescolate fino a farmi scoppiare il petto senza che io potessi oppormi. Sapevo che sarei morta, sapevo che avrei sofferto, ma non ci badavo; mi sentivo come quando aspettavo di fare la pulizia dei denti nella sala d’attesa del mio dentista: pronta ad accogliere senza lamentarmi un piccolo dolore purificante, ansiosa di sopportare, di respirare piano mentre le mani e il ferro si muovevano dentro di me per mezz’ora e infine restituivano al mondo una versione migliore di me. Sarebbe stata la cura per il mio niente, una morte con un dopo. Non un aldilà beato e felice, ma un singolo attimo di estasi prima della fine, un orgasmo liberatorio e assoluto, che dura un istante eppure sembra infinto, schiacciante, sublime. Un boccone profondo che dalla mia crisalide di essere umano avrebbe strappato via la forma della mia monade personale, come avrebbe provato a dire quel bugiardo mezzo sfigato del mio ex.
Era così che mi sentivo ed è così che mi sento anche adesso, mentre percepisco i respiri altrui farsi sempre più vicini alla mia pelle.
***
Credo che in qualche modo sia una semplificazione, ma quell’inetto mezzo sfigato del mio ex una
volta mi ha spiegato che dopo la seconda guerra mondiale l’Italia ha scelto di mettere le destre vagamente a loro agio nelle istituzioni e nella vita civile, sperando che non si sentissero tanto escluse da dare vita a una sorta di società parallela o si mescolassero troppo a quella già esistente della mafia. Secondo lui era stato un errore; diceva che così quei residui avevano potuto curarsi dalle loro ferite e avevano ormai permeato l’intero stato, che certe parti della politica e delle forze dell’ordine erano cresciute già contaminate da quel tipo di cultura e che non ce ne saremmo liberati tanto facilmente. In Germania è andata all’opposto: in cambio di un posto al timone della nuova Europa i tedeschi hanno tentato di ostracizzare totalmente il pericolo dalla loro nazione, cercando la separazione non solo dagli estremismi politici, ma anche da tutti gli eccessi individuali e da qualsiasi forma di deviazione dalle regole della comunità. Qui il male è poco, ordinato, nascosto e assoluto, perfettamente adatto alle esigenze della mia situazione. Dal punto di vista di una turista di sola andata come me, è come se questa nazione dal cielo grigio come la mia alba di quella volta avesse l’aspetto di un parco pubblico ben tenuto, in cui pur di non lasciare una miriade di foglie secche sulle aiuole il giardiniere ha preferito nasconderle tutte sotto le siepi, dove la pioggia le ha lentamente trasformate in una matassa di humus marcio e putrescente, il cui odore ti prende alla gola non appena ti avvicini e ti strozza prima che tu possa scappare. Ecco come sono finita qui. Per una come me che non si preoccupa più dei nomi, dei volti e della memoria è stato semplice. Mi è bastato continuare a camminare sull’orlo della siepe senza mai voltarmi indietro. Provare, chiedere, accettare, scappare… Ho già ingoiato tutte queste paure e ormai so esattamente come smettere di pensarci: basta lasciarsi ossessionare sempre dalle stesse visioni.
Ce la vuole la maionese?
Arrabbiata, addolorata, mostruosa.
Almeno i miei sono brividi che ho scelto di avere. Almeno, ora che sento il dolore che finalmente arriva e riesco a percepire la mia carne che si rompe a poco a poco e il sangue che erutta dalle ferite pizzicandomi piano, finalmente mi sentirò completa. E allora perché lo strazio mi sembra sempre più forte e improvvisamente vorrei che di quell’anestetico me ne avessero dato di più? Perché vorrei chiedere aiuto a chiunque, persino a quello schifoso avvocato grassoccio e sudaticcio, persino a te, mio odioso, troppo amato mezzo sfigato di un ex? Perché improvvisamente il mio corpo freme, e piango, e ho paura del coltello che mi si pianta nel ventre? Perché mi odio per aver scelto la mia strada di morte? Perché l’ultima cosa che sento è uno sparo che mette fine a tutto, prima che io rischi di inceppare questa macchina deforme? Chi lo sa… Per un po’ me lo sono chiesto, ma poi ho smesso. Ho trovato qualcosa di meglio a cui dedicarmi.
Ho preso un boccone profondo, un attimo prima di morire.
F. Streunende
In copertina: artwork by Horacio Quiroz

