A cura di Annachiara Atzei
“da un punto decentrato del lavorìo del fondo, tutto il passato
è la visione del presente come se dovesse ancora accadere”
Giovanna Frene, Eredità ed Estinzione
È sempre vivo, in letteratura, il tema della guerra e di come debba o possa essere rappresentata. Nella traccia che i conflitti bellici hanno lasciato e tutt’ora lasciano, la poesia diventa il dispositivo per plasmare la coscienza storica e per dire fatti violenti e dolorosi – anche apparentemente molto lontani da noi – nei quali spesso il male e il bene si riversano l’uno nell’altro rimanendo indistinti.
Si tratta di uno dei cardini dell’ultimo lavoro di Giovanna Frene, in cinquina al Premio Strega Poesia 2024, di cui l’autrice veneta ci ha parlato in questa intervista. Tra il forte senso dell’umano – incarnato dall’uomo-soldato in quanto estremo simbolo di tragicità – e il concetto di luogo come depositario della memoria che in esso si fa presente, Eredità ed Estinzione (Donzelli) è il libro più intimo della poeta, nel quale i versi raccontano un’emozione privata che si è cristallizzata in fatti che devono riguardarci tutti.

Nella raccolta sono raccontati i fatti storici di un passato lontano e vasto ma si fa riferimento anche a vicende personali. Nel 1942, infatti, tuo padre venne riformato come militare per eccessiva magrezza, mentre tuo nonno fu zappatore del 7° Alpini, “Armata del Grappa”. Quanto ha inciso la questione biografica nella stesura di questi versi? O meglio, cosa ha a che fare Eredità ed Estinzione con la Storia e cosa, invece, con il sentimento e l’emozione personale?
Premetto che, proprio perché la natura dell’uomo è inserita nel tempo, la poesia sembra suggerire che la dimensione della memoria, propria dell’uomo, si pone come “storia naturale”: la natura dell’uomo è prettamente storica, quindi, e solo vivificando quelli che si definiscono i “fatti” della storia è dunque possibile sopportare il cortocircuito prodotto dal contatto tra la velocità del mondo contemporaneo e la lentezza di un passato vastissimo. Ho già sottolineato altrove, però, come quelli che definiamo “fatti” non sono che larve di avvenimenti che sono accaduti e che sono spariti, pur nella sopravvivenza di testimonianze di vario tipo. A milioni di anni luce vedremmo di nuovo la battaglia di Waterloo nel suo svolgersi; d’altro canto, anche un soggetto implicato più o meno direttamente in un avvenimento non ne ha visione complessiva. Neppure i contemporanei hanno una precisa coscienza del loro tempo, che si può ricostruire e comprendere post quem. Noi stessi oggi non sappiamo se l’Occidente sia già tramontato, mentre lo viviamo, proprio perché è diventato planetario. La storia, la coscienza storica, per la quale anche la poesia può fare molto, serve ancora come bussola, e allo stesso tempo come legame con le radici. Nel mio libro vi sono eventi e personaggi apparentemente distanti, ma insieme legati dal filo rosso che attraversa tutta la storia europea, ossia il concetto di Imperium: si va dalla battaglia di Adrianopoli nel IV secolo d.C. ai tragici fatti di Mayerling; dalla Prima guerra mondiale, vista attraverso la lente del diario di un fante semicolto, al bombardamento di Dresda, per arrivare fino al processo a Milošević all’Aja. In tutto il libro tornano segni ricorrenti, come quello del cavallo che richiama un’Apocalisse incombente, cosicché immagini e lessico si intersecano e si sovrappongono. Ecco, qui è già implicita la risposta all’osservazione iniziale inerente ai fatti storici e alla vita individuale: Adrianopoli e Mayerling, una battaglia e un’oscura morte, alla fine hanno lo stesso risultato di preconizzare la fine di Imperi. La vita di ognuno viene attraversata più o meno direttamente dagli eventi della Storia, ma è emblematico che alcuni eventi siano simbolicamente strutturati in modo da porre (in senso filosofico) indirettamente l’esistenza del singolo. Questo libro è il più intimo che abbia scritto, perché è tutto attraversato da un’emozione privata che si è cristallizzata in fatti collettivi. Tuttavia, non credo si possa parlare di autenticità nella poesia, se non in questo senso: il resto, tutto il resto che afferisce alla poesia, è pura invenzione.
Diplopia: visione doppia, ossia la percezione di due immagini di un unico oggetto. Vorresti raccontarci in che senso utilizzi questo concetto? Penso ai versi: “questi cumuli di morti, tutt’ora morti, tutt’ora qui/ trincee estinte sul nascere, spalmati nella perpetua ripetizione della fotografia,/questi ammassi (…) portano apparentemente lontano ogni sguardo”.
La tecnica e Internet hanno dato un’accelerazione alla vita planetaria, anche se non in maniera uniforme, e le immagini hanno adesso davvero colonizzato il nostro immaginario (ben oltre le previsioni di certi scrittori). Anni fa lessi un libro interessantissimo, Diplopia. L’immagine fotografica nell’èra dei media globalizzati: saggio sull’11 settembre 2001, di Clément Chéreoux, nel quale si sottolineava il ruolo della ripetizione iconica per la creazione dell’immagine-tipo, insieme documento storico e simbolico, nonché esposizione di un trauma; inoltre, la selezione delle immagini-tipo, che rispondeva a criteri neutri rispetto alla crudezza dell’esposizione esplicita del dolore, era figlia a sua volta di archetipi storici e simbolici di immagini del passato. Ho raccolto questa suggestione specialmente in due punti del libro, in Diplopia 9 agosto 378 d.C., il poemetto dedicato alla battaglia di Adrianopoli, e nella decima delle Canzoni all’Italia, Diplopia Monte Pertica: nel primo caso la citazione da Frank Bidart indirizza il concetto di diplopia alla sovrapposizione di luoghi in tempi diversi, unificati dagli eventi (ma allo stesso tempo le migrazioni dei Goti assomigliano nella loro tragicità alle migrazioni contemporanee); nel secondo caso, il testo fa riferimento alla sovrapposizione di una fotografia storica con una dello stesso luogo ma contemporanea, e insieme allude alla risalita della cima del monte sotto la presenza evanescente dei fatti bellici.

In questo libro c’è un forte senso dell’umano. I morti sono descritti come cumuli indistinti di carne, masse informi senza nomi né volti destinati al sacrificio. Eppure, l’uomo-soldato sta – o dovrebbe stare – sempre al centro della visione. È così?
Paradossalmente sì, questo libro contiene un forte senso dell’umano, e la figura dell’uomo-soldato è emblematica in quanto rappresenta a livello esistenziale un polo estremo, quello tragico, dell’umanità. La questione della guerra e della sua rappresentabilità – come anche del dicibile e dell’indicibile della violenza in generale – è uno dei cardini di questo mio esperimento letterario, che vuole disgregare a colpi linguistici il mito, nel primo dopoguerra, del corpo della patria ferita come corpo unico dei corpi feriti dei soldati e vuole restituire invece l’orrenda realtà delle carneficine; e questo anche attraverso la voce di soldati semicolti, i quali però raggiungono una tale potenza in alcune visioni, che non si stenta a paragonare queste descrizioni a quelle più orrende dell’Inferno dantesco. Una delle questioni posta in campo, dunque, è quella della distanza del testimone dai fatti che racconta, distanza che implica il grado di testimonianza e anche quindi il punto di vista. Non è un caso che spesso la finzione superi la realtà, partendo da elementi di prima mano: ma che cos’è mai la letteratura, se non proprio questo riutilizzo di elementi? Di nuovo, una diplopia.
Esiste una memoria della guerra? In che modo la poesia può intervenire nella traccia che questa – senza che si possa separare il bene dal male – ha lasciato?
Esistono fiumi di inchiostro inerenti alla traccia, o trauma, che ha lasciato per esempio la Prima guerra mondiale, come del resto succede per ogni guerra, moderna e contemporanea. Il problema, come sempre, è definire che tipo di memoria si va a stabilire, il punto di vista da cui si traccia l’ampiezza dell’arcata di luce e quindi la volontà di lasciare in ombra il resto. Uno degli intenti del mio libro è far vedere, partendo dalle suggestioni del libro che amo molto, Paesaggi contaminati di Martin Pollack, che i luoghi sono i primi depositari della memoria, che in loro diventa presente (ancora una diplopia!): in altre parole, i luoghi sono proprietà della storia.
Cosa abbiamo ereditato dal passato? C’è, per l’uomo, possibilità di redenzione?
Rispondo qui con le parole con cui Günther Anders fa iniziare I morti. Discorso sulle tre guerre mondiali: «Noi che siamo gli avanzi delle due generazioni mandate a morire, noi che probabilmente siamo i morti previsti dalla prossima guerra – come potremmo noi, che oggi siamo riuniti qui per ricordare i morti, rivolgerci l’uno all’altro chiamandoci “Signore, Signori”? No, noi qui oggi non siamo “Signore e Signori”, ma superstiti. I superstiti dei milioni che sono stati annientati per nulla – e poi ancora per nulla. Che non sono caduti per la propria patria, ma per il suo disonore».
Giovanna Frene (Asolo, 16 dicembre 1968) vive a Pieve del Grappa (TV). Poeta e studiosa, dopo il diploma in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, si è laureata in Lettere all’Università di Padova e poi addottorata ivi in Storia della Lingua con Pier Vincenzo Mengaldo. Tra i suoi libri di poesia: Spostamento (Lietocolle, 2000); Datità (Manni, 2001), con postfazione di Andrea Zanzotto (riedito da Arcipelago Itaca, 2018); Sara Laughs (D’If, 2007); Il noto, il nuovo (Transeuropa, 2011); Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda (Arcipelago Itaca, 2015). È inclusa in varie antologie italiane e straniere, tra cui Grand Tour. Reisen durch die junge Lyrik Europas, a cura di Jan Wagner e Federico Italiano (Hanser, 2019); Nuovi Poeti italiani 6 (Einaudi, 2012); Poeti degli Anni Zero (Ponte Sisto, 2011); Parola Plurale (Sossella, 2005). Fa parte della redazione del blog del collettivo «poetipost68». Insegna scrittura poetica alla «Bottega di narrazione» di Giulio Mozzi. Co-dirige il lit-blog «Inverso. Giornale di poesia» e collabora come critica a diverse riviste cartacee e online. Come studiosa si è occupata di poesia del Settecento e del Novecento.
In copertina: Umberto Boccioni, Carica di lancieri, 1915

