È arrivato settembre e questi sono gli ultimi due frammenti di questa estate che abbiamo chiamato ‘futura’. Questo per dire che, forse, non servono narratori, forse le storie si scrivono da sole, si scrivono dalla notte dei tempi, e noi tutti le guardiamo scorrere, attorcigliarsi e perdersi, storia con storia, voce con voce. E ogni tanto, se abbiamo fortuna, riusciamo a strappare qualche frase, qualche parola, qualche lettera, e ci sentiamo un po’ meno soli. Si tratta di avere Fede. Alla fine non ci resta che avere Fede.
Di Francesco Marangi
#penultimoframmento
Non conosco lo scorrere delle stagioni, il mio tempo appartiene alle tapparelle chiuse, alle stalattiti e stalagmiti, allo scorrere del fiume di cristallo, frammenti di specchi che scivolano lungo fondali sabbiosi e arenaria e piccole trote, pesci argentati nella luce torturata del mezzogiorno, luce sui capelli di mia sorella e mia madre, luce lungo le sponde alberate, fra gli ulivi e il canto dei passeri, la mia voce sparsa fra i canneti, un giorno nera l’altro bianca, un giorno la voce di un morto e l’altro giorno la voce di un bambino che ride, mio padre, nascosto fra i tronchi di querce coperte di edera, mi guarda, i suoi occhi hanno il colore delle foglie autunnali, cangianti, ebano di bara, venate d’azzurro cielo, scosse sismiche, il lato destro del suo volto in ombra, la sua testa senza capelli, il suo cranio che emerge e rientra nell’oscurità, ombre di rami che gli passano fra i neuroni, il suo cervello, le sinapsi, legate alle nervature delle foglie, le sue mani affondano entro le scanalature della corteccia, connesse col movimento delle placche sotterranee, connesse con la memoria delle ere geologiche, col solstizio d’inverno e il solstizio d’estate, con il passare delle stagioni, mio padre, lui conosce i movimenti dell’autunno e la nascita del primo uomo, del primo uomo balbettante, del primo verso della scimmia, Australopiteco Homo Herectus, mio padre che osserva l’evoluzione da dietro il tronco di una quercia, il sole inonda la valle in cui andavo a pescare da bambino, c’è solo un vago odore di pneumatici bruciati, l’autostrada in lontananza, il fuoco di falò sulle colline, fra gli ulivi, probabilmente un qualche sacrificio, probabilmente i sacerdoti di qualche civiltà antica che celebrano rituali sanguinari, teste mozzate, casse toraciche aperte, cavano fuori il cuore pulsante e lo alzano al cielo, poi strappano un morso, i canini, l’altare, il peso dei secoli concentrato lungo le orbite vuote di mio padre, lungo la spina dorsale di mia madre e mia sorella, lungo il sogno di una notte di mezza estate, quando vidi l’ombra di un velociraptor sparire dietro a un cespuglio, l’odore delle carcasse in putrefazione, l’odore del tempo trascorso, l’odore del futuro, l’odore delle palpebre chiuse di mio padre, l’odore della solitudine, l’odore della mia stanza d’infanzia, l’odore dell’assassinio.
Fra le cosce di mia sorella riposa un daino, c’è stato un tempo in cui potevamo sperare nella salvezza, ora quel tempo è finito, ora vedo questo, sui picchi più alti, nei burroni, lungo le rive e i ghiaioni, fra i costoni di roccia, vedo le ossa dei miei antenati, le loro ossa decorano le collane e i bracciali dei cacciatori di teste, bande di cannibali gridano nella boscaglia, immersi nelle pinete, il loro grido è il salmo della foresta, la messa violenta e disperata dell’ultimo giorno del mondo, la messa folle, il sacrificio della vergine, l’uccisione dei primogeniti, le sette piaghe d’Egitto, le tavole della legge con incisi i dieci comandamenti, mio padre mi sta dettando cosa scrivere, lo ascolto, tendo l’orecchio per cogliere il suo bisbigliare con la bocca di fuoco. Allora mi getto in ginocchio a mani giunte, provo a chiudere gli occhi, posso dividere le acque, posso guidare i popoli, posso giudicare e condannare a morte, e sono solo, e piango in silenzio, alla mensa, pane e vino, brocche, un tripudio di vassoi, quindici sedici portate, la tavola imbandita, la cena prima dell’inferno, la cena prima del delirio, i fumi dell’oppio, sprofondare in poltrona, o sul divano, il salotto di casa, la televisione accesa, mio padre con la tazzina del caffè in mano, la trasmigrazione delle anime, la migrazione degli aironi, l’Africa nera, il Burundi, l’odore di corpi bruciati, la caccia al leone, le maschere danzanti, le maschere cornute, uomini e donne nudi che sperano nelle piogge, la disperazione della sabbia, il deserto, la via della seta, la via degli schiavi, galeoni spagnoli al largo di Casablanca, golette francesi e orde di tuareg, lottatori mauritani, legionari, fila di soldati in marcia, cannoni, l’armata napoleonica, centomila uomini, fanti e cavalieri, i panzer tedeschi, il ballo dei Masai, il sole alto del Sahara, allucinazioni d’Oriente, Babilonia, Ziggurat, Nabucodonosor, la gigantesca armata persiana fermata alla Termopili, la croce sul Golgota, i ladroni, la morte corre sul fiume, il pescatore, l’arabo e l’ebreo, la repubblica di Weimar, cimiteri e lapidi, ossa sbriciolate, il padre che urla di non andare oltre, lascia perdere dice, ti ordino di fermarti, fermati e riposa, bevi dell’acqua, mangia, avrai fame ora, riposa, siedi su un cartone sotto i porticati di una qualche città del Nord Italia, sotto i portici di Via Roma a Torino, vicino al negozio di Zara, vicino a H&M, vicino alle Alpi mute di neve, copriti, la notte fa freddo, la notte si muore a Torino, senzatetto barba lunga e geloni ai piedi, senzatetto sdraiati sotto i porticati, la notte di Natale, qualche centesimo nella ciottola delle elemosina, qualche cartone di Tavernello, quasi finito, la morbidezza dei corpi, lo spirito del Natale passato, il mostro, il padre e il figlio, lo spirito rabbioso e urlante del ricordo, della memoria assoluta, collisione di un passato inevitabile e un futuro possibile, le mie palpebre si chiudono, sono ancora stanco, sono sempre stanco, affondo in un sonno placido, marino, abissale, da carcassa di cetaceo.
#ultimoframmento
E ora la nostra estate posa la testa sul cuscino, guardiamo quello che è stato e quello che sarà. Forse ci baceremo, forse verrà tutto dimenticato. Le voci si estinguono così in fretta, come sono arrivate scompaiono, portate al largo dalla tramontana, assieme alle meduse, ai materassini, alla pioggia. Portate al largo, dove aspettano sirene appena nate e sirene adulte, le pinne dei delfini dalla bocca invisibile, le nuvole già sventrate dal tramonto. I negozi chiudono le serrande, le case sono silenziose, le spiagge immobili, la sabbia senza impronte. Le foglie hanno già il sapore delle stagioni che verranno. Sappiamo che presto tornerà Agosto, magari per l’ultima volta, a disegnarci colonne e templi d’ombra, a decorare i corpi nudi e i corpi spezzati, quelli sepolti e quelli riesumati. Mi sono cosparso il capo di cenere. Ho guardato a lungo le onde, seduto a gambe incrociate sugli scogli. Ho sentito L. gridare, era lontano, su una piccola barca, gridava e remava, ma non capivo cosa diceva. Forse voleva salutarmi, forse voleva avvertirmi di un pericolo, forse mi invitava ad andare con lui, anche se non so verso dove. Non mi sono mosso. Le mie radici sono troppo profonde, la testa troppo pesante. Arriverà la prossima estate, quella futura, e allora siederemo attorno al fuoco, ancora una volta, a guardare il potente spettacolo, le stelle, le danze, la carne che trema, le sigarette svuotate, la tua schiena sudata, il tuo respiro sott’acqua. Ma adesso riposa.
In copertina: artwork by Theodor Severin Kittelsen

