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Speciale Premio Strega Poesia 2024 – Intervista a Gian Maria Annovi

A cura di Annachiara Atzei

 

 

NATURA MORTA
stanno come pane gettato
sull’acqua
ceste colme di ossa leggere
di sogni
di molte parole spaventose
che spumano al largo
sotto il sole
sono corpi che fanno un canto
un domandìo necessario
per te
che reggi il telefono
il telecomando
Gian Maria Annovi, “Estratti”, Discomparse *

 

 

 

 

La poesia nasce dove la parola manca. E, con essa, si supera la pochezza del linguaggio, si tenta di dire – nella maniera più efficace e profonda che un autore possa fare – ciò che si muove negli interstizi della realtà. Un farsi della parola e un disfarsi di ciò che racconta, dunque, unica possibilità di impostare un discorso e una riflessione sul concetto di persona – che da sempre interessa il lavoro di Gian Maria Annovi – e sull’alterità dell’io.
Nella sua raccolta di poesie, intitolata Discomparse e pubblicata per l’editore Aragno, in gara al Premio Strega Poesia 2024, i soggetti si realizzano nel loro eclissarsi. Sono invisibili e senza voce. Tra essi, vi sono badanti, migranti o emarginati che diventano protagonisti solo quando e in quanto la società li condanna all’oblio. Proprio per questo, si tratta di un libro in cui, come in un dramma, è l’altro ad avere l’occasione di parlare – anche se per poco – di immaginare qualcosa, di immaginarsi in un diverso ruolo. Anche il poeta può farlo, riconoscendosi nel prossimo. E, soprattutto, usando la precisione dei versi per sfuggire a qualcosa. Anzi – come lui stesso ci racconta – Gian Maria Annovi scrive contro qualcosa. È contro il frastuono senza spessore che ci circonda che fiorisce la sua poesia.

 


Le persone che troviamo in Discomparse sono figure momentanee, destinate a scomparire. E, se volessimo andare a ritroso nei precedenti lavori fino a Kamikaze, anche in quel caso il soggetto è destinato, per definizione, a una fine certa. A queste dissoluzioni può seguire una nascita o una rinascita? E quali sono le sollecitazioni del presente dalle quali queste possono venire?

Le figure che animano le mie raccolte rappresentano quasi sempre soggetti limite, soggettività radicali. Un kamikaze, ad esempio, esiste – di fatto – solo mentre esplode. È un soggetto che si realizza nel suo disfarsi. È questa dimensione soggettiva radicale che – per me – crea la possibilità poetica di un discorso, apre uno spazio di riflessione. Tra discorso e discomparsa, d’altra parte, c’è una congiuntura anche fonetica. Se qualcosa rinasce o risorge nella scomparsa di questi soggetti, dunque, è solo la lingua, la parola, intesa come possibilità di pensiero, di riflessione. La poesia nasce dove la parola manca. Una mancanza, si badi bene, che non è silenzio ma, piuttosto, come nel presente, un frastuono senza spessore.

Nella raccolta descrivi figure apparentemente lontane l’una dall’altra: mi riferisco – per citarne solo alcune – alla scolta, la badante straniera che veglia sulla donna della quale è chiamata a prendersi cura, ai migranti e agli schiavi della sezione “Estratti”. Cosa accomuna le loro vicende?

Anche la badante, il migrante e lo schiavo sono soggetti limite. La loro scomparsa però non è fisica, ma sociale. Sono le comparse del presente e della storia. Figure di sfondo destinate a eclissarsi, come le badanti che entrano nella vita di tante famiglie, a volte per anni, per poi sparire completamente una volta che la loro funzione viene nullificata dalla morte di chi curano. O i migranti, utili alla politica quando sbarcano dalle loro barche dell’orrore, e invisibili quando affondano negli abissi del Mediterraneo, o svaniscono nei cantieri, nei campi di pomodori. In Discomparse, a parlare, sono questi svociati.

I testi di Discomparse seguono una certa drammaturgia: sono quasi dei dialoghi dove il tu è personificato, o scene in cui ciascun personaggio è ritratto in un momento preciso e con precisi caratteri. Non a caso, in esergo tu citi una frase da Persona di Ingmar Bergman: “Penso che potrei diventare te, se ci provassi”. Qual era il tuo intento? Per scrivere è necessaria una immedesimazione?

Persona è una delle parole che strutturano da anni la mia ricerca poetica, da Terza persona cortese, a Kamikaze e altre persone, fino a Persona presente con passato imperfetto. Tutte le mie raccolte formano, infatti, quello che potremmo definire il mio libro fantasma, un livre mallarmeiano dove ad espandersi fino allo sfinimento non è, per citare Patrizia Cavalli, “un io singolare proprio mio”, ma un coro di altri, anzi, una persona plurale. Per questo non parlerei di immedesimazione, perché immedesimarsi significa fare di soggetti distinti un solo e medesimo soggetto, di sussumere, oggettivandola, l’alterità nell’io. Per me si tratta, piuttosto, di riconoscere l’altro come altro me stesso, di aprirsi alla dimensione etica dell’incontro. In Persona di Bergman, come ne La scolta, le due protagoniste arrivano a “scambiarsi” di ruolo solo dopo un processo di fragilizzazione del proprio io, cioè riconoscendo la vulnerabilità dell’altro e la propria.

 

 

Nel libro, oltre ai versi, compaiono anche elaborazioni digitali di quadri esistenti e segni grafici che si intrecciano al testo. Che rapporto c’è tra la parola e l’immagine? E come contribuisce l’immagine a rendere il concetto di impermanenza?

In Discomparse l’immagine non è mai illustrazione. Non sta lì come protesi, a dichiarare un’impotenza comunicativa del linguaggio poetico. Serve, invece, come raccordo concettuale, e rimane sempre, almeno nelle mie intenzioni, un elemento integrale al dispiegarsi del verso. In Cor, ad esempio, immagino cosa sarebbe successo se la famosa scena della morte di Ofelia tra le braccia di Lear fosse accaduta oggi, quando non è più sufficiente che un corpo smetta di respirare per dichiararne la morte. La fine della vita oggi coincide con la cessazione dell’attività cerebrale. Per comunicare questo passaggio concettuale in maniera immediata e poetica, all’inizio del testo ho riprodotto sulla pagina sinistra l’immagine della prima traduzione a stampa italiana del famoso monologo in cui Lear diagnostica la morte della figlia accostando uno specchio alla sua bocca. Sulla pagina destra ho poi ripetuto la stessa immagine ma solo dopo averla offuscata e ribaltata simmetricamente. È il testo come immagine, insomma, a farsi specchio e ad appannarsi, introducendo la possibilità della mia riscrittura attualizzante del dramma inglese.

Cor – che dà il titolo all’ultima parte della raccolta e che ho molto amato – è inteso come organo, e mi pare possa anche essere usato come diminutivo di Cordelia, che a quell’organo è ridotta. Esistono le parole giuste per parlare di temi sensibili come quello del confine sottile tra vita e morte? O c’è sempre la parola che sfugge, il verso che può lasciare il poeta insoddisfatto?

Certo, una delle ipotesi etimologiche del nome Cordelia è proprio il latino cor (gen. cordis). In questa serie, infatti, il personaggio shakespeariano è ridotto alla pura funzione cardiaca e, allo stesso tempo, all’organo che più rappresenta la tradizione lirica. Il confine tra la vita e la morte diventa allora anche quello tra corpo e soggetto, tra la fragilità della materia verbale e la resistenza del codice. Ad interessarmi sono gli interstizi tra queste realtà. Ciò detto, credo che anche quando un poeta esprime la difficoltà nel dire, cerchi sempre di farlo nella maniera più efficace, più profonda possibile. Per questo, almeno per me, l’insoddisfazione non fa mai parte del testo licenziato, ma solo del processo di riscrittura e ricerca. Che a volte si protrae per anni. Al limite, l’insoddisfazione riguarda la pochezza imprecisa del linguaggio che ci circonda. È contro quel linguaggio che i poeti continuano a scrivere.


Gian Maria Annovi è nato nel 1978. Insegna lingua e letteratura italiana alla University of Denver. Ha pubblicato Denkmal (L’Obliquo 1998), Self-eaters (FCRM 2007), Terza persona cortese. Reality in sette visioni (d’If 2007) e Kamikaze (e altre persone) (Transeuropa 2011, con un’introduzione di Antonella Anedda e un cd di Joseph Keckler). Nel 2006 ha vinto il Premio di poesia Russo-Mazzacurati e nel 2007 è stato finalista al Premio Antonio Delfini.

Una replica a “Speciale Premio Strega Poesia 2024 – Intervista a Gian Maria Annovi”

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