CAPITOLO 6

Nelle tre settimane che precedettero il matrimonio, Mimì era intrattabile. Quando usciva da casa, a chi gli diceva buongiorno non rispondeva nemmeno col solito mugugno sussurrato tra sé e sé. Stava dalla mattina alla sera nella zona dei ricchi, sempre a caccia di culi rigonfi di soldi. Femmine, in quel periodo, poche e niente. Non che mancasse la merce, solo che questa attesa del matrimonio gli andava per traverso e non gli veniva piu’ alcuna voglia di fottere dietro i portoni con le sconosciute. Saruzza gli aveva fatto la fattura. Quando vedeva qualche femmina che portava in giro il petto manco fosse la bara di Santa Rosalia in processione, non diceva nulla. E soprattutto non sentiva niente: niente odore sulla pelle, niente torcimenti di viscere. E così badava solo ai culi a forma di portafoglio.
Il lavoro procedeva spedito e senza intoppi. A parte qualche lieve incidente di percorso. Come quella volta, per esempio, che trovò dentro un portafogli i soldi giusti giusti che servivano alla preda per pagare una cambiale. Si può mai rubare ad un povero cristo? Mimì si fece questa domanda per la prima volta e subito si disse che no, non si poteva fare. Così cominciò a seguire il derubato. Doveva trovare l’attimo giusto per restituire il maltolto, ma senza perdere la faccia. L’occasione gliela diede un ubriaco in bicicletta che guidava a sghimbescio, proprio come lui faceva a piedi lungo il Vicolo Platone. Fu un attimo. Mimì aspettò che il ciclista gli venisse a tiro, quindi -con precisa scelta dei tempi- spinse il malcapitato che si ritrovò lungo lungo per terra, con la testa sotto il manubrio e col resto del corpo sotto quel bestione che spandeva un insopportabile tanfo di vino. Mimì si mise la faccia del benefattore, spostò il ciclista che non aveva capito nulla e aiutò il malcapitato a rialzarsi. E mentre, premuroso come non era mai stato con nessuno, gli spolverava la giacchetta, fece per una volta l’operazione inversa.
La perdita del bottino non gli procurò nessun rimorso. Anzi, quel giorno Mimì ritrovò il suo buonumore. “Minchia -pensò- e dire che con quella giacchetta e con quel passo nobile che aveva, sembrava proprio un signore. E invece era uno sfardato come a mìa. Anzi -si corresse- peggio di mìa”.
Al Professore non raccontò nulla perché quello non avrebbe perso tempo per dirgli che “l’apparenza inganna” e che le zone dove i ricchi palermitani portano a spasso i loro culi rigonfi di piccioli sono come il deserto: a volte le oasi sono vere e lì ci si può dissetare, ma piu’ spesso si tratta solo di miraggi. Come le donne: come le vedi, sembrano meglio delle buttane di Parigi (Mimì non ne conosceva manco una, però gli avevano garantito che erano roba per palati fini), ma quando escono al naturale sono tutta un’altra cosa. Di primo acchitto, sembrano fatte di zucchero. “Prego, si accomodi. Ma glielo ha mai detto nessuno che lei è davvero un bell’uomo?”. “Don Mimì, che nome intrigante il suo. Chissà quante belle donne cadono ogni giorno ai suoi piedi”. Una volta ne incontrò una che, in fatto di educazione, non temeva rivali: “Che portamento, che classe. Don Mimì, lei sì che è davvero un signore”.
E dire che una signora ricca ed educata, Mimì l’aveva visto proprio bene. Quella se l’era squadrato dalla testa ai piedi con l’aria di una che se ne intende di uomini. Anche lei, come le altre, voleva solo provare l’ebbrezza del selvaggio. Mimì lo sapeva e pur di infilarsi sotto le gonne delle donne ricche, accettava anche quell’insopportabile educazione. Alle piu’ gentili, per sfregio, fregava sempre qualcosa. A volte soldi, a volte oggetti personali. C’è niente di piu’ personale di un pezzettino di pelliccia naturale? Mimì, però, non conservava nulla. Appena imboccava il Vicolo, buttava via tutto. Soprattutto i ricordi.
Prima di rientrare a casa, usciva dalla sacchietta sinistra un fazzolettone rosso. Se lo spalmava sul volto, poi afferrava il naso e vi soffiava dentro con tutta la forza che aveva. Aveva bisogno di buttare fuori dai polmoni tutta quell’aria malsana che era stato costretto a respirare nelle zone dei ricchi. Finita quest’operazione, Mimì si sentiva meglio. E anche alla taverna ci andava col cuore piu’ leggero. Se aveva gettato fuori tutto, riusciva a sopportare perfino il Professore con tutto il suo annesso di paturnie. E se era riuscito ad espettorare ogni residuo di educatissimo riccume, prima di tornare a casa andava a far visita a Saruzza. Nonostante avesse le gambe molto piu’ pesanti di quanto non lo fossero al mattino, riusciva a salire gli scaloni a due a due. Di solito gli apriva Donna Concettina con un sonoro “Beddi l’occhi che la vedono, don Mimì”. E lui: “Salutiamo, Donna Concettina”.
No, non avrebbe mai chiamato mamma quella donna. E poi perchè chiamarla mamma? In primis, non era stata lei a partorirlo con dolore; in secundis, non è che se un uomo e una donna si sposano, devono mettere in comune anche il parentado. E se qualcuno l’avesse fermato per strada parlandogli di “quel gran cornuto” di suo nonno cosa, avrebbe dovuto fare?, tenere le mani a posto pensando che non si riferiva a suo nonno buonanima, ma a “quel gran cornuto” del padre della madre di Saruzza? Troppo complicato, troppi conti da fare. Meglio, molto meglio, tenersi ognuno i parenti suoi.
Con questi pensieri in testa, Mimì si assittava al tavolo della camera buona e aspettava il caffè che Donna Concettina gli avrebbe portato fumante da lì a poco. E nel frattempo guardava Saruzza sprofondata in una poltrona di velluto. Ma quando la taliava, provava come un moto di fastidio. Nella stessa traiettoria, solo un po’ piu’ su, appizzata al muro, c’era una vecchia foto di un tizio dallo sguardo truce che lo fissava mettendolo a disagio. E anche se Mimì ricorreva al vecchio trucco di mettersi la faccia buona e gli occhi calati, quello continuava a taliarlo storto. Saruzza e quello lì si assomigliavano, anche se alla lontana. Mimì, ogni tanto, si sforzava di capire qual era il filo che univa la sua donna col tizio della foto, ma non riusciva a darsi una risposta. Chiedere chi fosse, manco a parlarne: non aveva il coraggio e, tutto sommato, gliene fotteva meno di niente.
Ma quello sguardo che sfiorava la testa di Saruzza e lo colpiva proprio tra gli occhi, non lo faceva stare bene. Provava a spostare un po’ la sedia, ma non cambiava nulla. Così, prendendo al volo la prima scusa che gli capitava, metteva cappello, salutava le due donne e se ne andava. E quando scendeva gli scaloni a due a due, vi sembrerà strano, le gambe le sentiva leggere leggere.
Ritornato nel Vicolo, ripigliava a respirare profondo, proprio come quando tornava dal quartiere dei ricchi. A quel punto, si infilava a casa: prendeva gli attrezzi e li posava con ordine quasi maniacale sul tavolo e li guardava, poi rifaceva il filo prima con lo sguardo, poi con la carta vetrata. Finita l’operazione, li rimetteva al loro posto nella sacchietta destra del pantalone che abbassava con cautela e che poi lasciava accartocciato a terra, pronto per essere indossato nuovamente al mattino. Quando era in mutande si sentiva un uomo libero, padrone di se stesso e di quello che gli stava attorno. Prima di addormentarsi nel lettone che fu di suo padre e sua madre, pensava che da lì a qualche giorno avrebbe dovuto dividere con Saruzza quella tana piena di odori e di ricordi. E la cosa non gli faceva piacere. Ma come tirarsi indietro? L’”acchianata” con tanto di spiegazione c’era già stata. Una fuga gli avrebbe conservato la libertà, ma gli avrebbe fatto perdere la faccia e con questa anche il rispetto che godeva da sempre in tutto il quartiere.
CAPITOLO 7
La prima domenica del mese entrante arrivò prima che lui si abituasse all’idea di non dover piu’ vivere da solo. E dire che già da tre giorni Saruzza viveva con lui: una fuitina concordata con Donna Concettina che alla figlia poteva dare solo gli occhi per piangere.
Corredo niente, se si tolgono quei quattro vestiti che aveva e che le erano serviti per dispensare sorrisi ai bavosi del Vicolo Platone. Il ricevimento? Perché spendere pìccioli e dare da mangiare a chi faceva finta di partecipare alla felicità degli sposi solo per poi farci i commenti per un’intera mesata? Meglio così: una fitina, niente ricevimento, niente esposizione di corredo, niente traffico di regali riciclati.
L’appuntamento col parrino era per le otto del mattino. Alle sei, Donna Concettina venne a dare la sveglia a Mimì e a Saruzza e quando entrò cominciò a strepitare: “Ancora a letto siete?”. “Ancora niente avete fatto?”. “Ancora non li avete preparati i vestiti?”.
“Minchia che camurrìa!”, disse Mimì a voce alta ottenendo subito due risultati: Donna Concettina s’azzittì e nello stesso tempo capì che in quella casa non avrebbe mai potuto mettere becco, figuriamoci comandare. Anzi, visto che c’era, Mimì ordinò un caffè. E dopo manco cinque minuti, Donna Concettina arrivò con la tazza fumante.
Mentre Mimì si armava di schiuma e rasoio per farsi la barba, Donna Concettina restò nella stanza da letto per aiutare Saruzza a conzarsi da sposa. Doveva essere bellissima, Saruzza, perché tutto il quartiere (che per mancanza di pìccioli non era stato invitato) schiattasse di invidia per quella picciotta che aveva avuto solo il tempo di assaggiare e mai di gustare a fondo.
Alle sette Mimì uscì dal bagno tutto impomatato. I capelli, pettinati all’indietro e incollati con un olio che gli aveva prestato zu’ Vice’ il barbiere, gli davano un tono altolocato. E sopra la camicia pulita aveva messo perfino una cravatta. Quando uscì da casa e scese nel Vicolo, la solita malalingua (ogni vicolo, viale o piazza di Palermo ha la propria malalingua) ebbe modo di pronunciarsi: “Taliate a don Mimì, con tutte le cose che gli pendono (la malalingua alludeva alla cravatta) pare un albero di Natale”.
Mimì sapeva di essere l’uomo del giorno e non sentì niente, nemmeno i commenti. Niente sentire, niente litigare. Quel giorno non avrebbe dato niente a nessuno, nemmeno una timpulata. E così, fatto a nobiluomo, mise la pancia all’indentro, alleggerì le gambe e con gli occhi dritti davanti a sè si diresse verso la chiesa. Accelerò il passo tra lo stupore di chi lo faceva piu’ lento di una gallina. Ma Mimì aveva le sue buone ragioni per farlo: primo, doveva attendere Saruzza accanto all’altare per almeno dieci minuti; secondo, doveva spicciarsi a togliersi di torno tutto quel murmurìo del Vicolo che gli rintronava nel cervello.
Arrivato in chiesa, salutò col suo solito mugugno il parrino che l’aspettava davanti al portone e si andò a mettere al suo posto davanti all’altare. Si sedette di botto e la panca gli rispose prima con un suono sordo, poi con uno scricchiolio. Allungò le gambe, stirò la pancia e sistemò meglio la camicia dentro i pantaloni. Senza i suoi attrezzi nella sacchietta destra, si sentiva monco. Anzi, nudo. “Basta che facciamo in fretta…”, sospirò pensando a quando tutto quel teatrino sarebbe finito.
Mentre pensava al dopo, sentiva che dietro di sè la chiesa si andava riempiendo. Alle sue spalle, nella calata di destra e in prima fila si era assittato il Professore. Per saperlo non ebbe bisogno di girarsi: gli bastava sentire l’odore e il tanfo di taverna quel vecchio si portava sempre appresso.
Nessuno, invitato o no, volle perdersi quell’avvenimento. C’era Donna Pidda, che prese posto all’estremità del banco in seconda fila e il di lei marito, il bel Nardino, posteggiato accanto sulla sua nuova sedia a rotelle elettrica. Segno che anche lui pensava, sia pure entro certi limiti, ad emanciparsi dalle donne, cominciando proprio da sua moglie.
Mentre Mimì cercava di guardare col cozzo e di indovinare chi era seduto qua o là (“Terza fila a sinistra, Nenè l’arruso”, “quinta fila a destra, accanto al confessionale, Ninetta la buttana”, e così via), si avvicinò a lui don Pino Scannaserpe. Il tono del parrino era minaccioso: “Come faccio a darti l’ostia se non ti sei nemmeno confessato?”
“Se è per questo, rimediamo subito”, rispose Mimì di malavoglia.
“Troppo tardi, anche perché ci vorrebbe tutta una Quaresima per fare il conto dei tuoi peccati. E pensare che ti pigli in moglie quel fiore immacolato di Saruzza…”
“Don Pino, non è che con tutta questa tiritera volete rompere i cabbasisi e accampare qualche diritto sulla mia signora? Guardate che io sono buono e caro, ma non mi fate venire le quaranate, perché poi le spese le pagate tutte voi”
“Mimì, non ti permettere di parlare così a me. E non solo perché siamo nella casa del Signore, ma anche…”
Mimì l’interruppe con uno sguardo che prometteva una variante del matrimonio col rischio di andare a finire pure sui giornali. Don Pino, che era prete ma non scemo, capì l’antifona e cambiò registro. “E vabbè, quel che è fatto è fatto. Ora pensa solo a maritarti e a non fare disperare quella povera picciridda”. Gli mise la mano sul braccio, gli fece segno d’alzarsi e di dirigersi verso l’uscita perché da lì a poco sarebbe arrivata Saruzza accompagnata, grazie ad una dispensa dello stesso parrino, dallo zu’ Turiddu in lacrime.
Mimì obbedì e strascicando le gambe si diresse verso l’uscita. Mentre camminava piano piano, guardava a destra e a manca chi c’era e chi non c’era. Fece un ghigno di soddisfazione quando vide che c’erano davvero Nenè l’arruso e Ninetta la buttana, seduti proprio dove lui poco prima li aveva visti col cozzo.
Mentre stava per arrivare al portone e il sole che lambiva le ultime due fila di panche gli faceva chiudere gli occhi, vide accanto alla vasca dell’acqua benedetta una persona conosciuta, ma alla quale in quel momento non sapeva dare un nome. Di certo non era una del Vicolo e nemmeno del quartiere. Signore così, dalle sue parti, non ne giravano. Era una donna sulla trentina, alta, capelli neri e corti tenuti volutamente spettinati grazie ad un olio del tipo di quello che gli aveva prestato quella mattina zu’ Vice’ il barbiere. Gli occhi, nerissimi, illuminavano un volto che sembrava costruito attorno ad un sorriso.
Mimì avvampò e sentì quel formicolìo nella gamba destra che lo prendeva quando fiutava una trappola o un pericolo. D’istinto alzò le corna e il suo cervello cominciò a scavare nei ricordi. “Lo vedi che ti emozioni pure tu?”, gli disse il prete che gli era stato al fianco per tutto il tempo e che, ovviamente, non aveva capito nulla. Mimì non gli rispose, impegnato com’era a far quadrare i conti della sua memoria. Qualche secondo o qualche minuto dopo, la ricerca finì e Mimì si sentì ancora peggio: quella signora che lo fissava standosene all’impiedi in fondo alla chiesa era la signora Teresa Piscopo De Rosa, nobildonna che aveva dimora in una villa settecentesca alle falde del Montepellegrino.
La strada di Mimì e quella della signora si incontrarono qualche mese prima in una straduzza alle spalle del teatro Massimo, dove lui andava a caccia di culi danarosi e lei di quelle emozioni che i suoi simili di censo e di cultura non potevano darle. Insomma, uno di quegli incontri fugaci che rendevano meno monotona la vita di Mimì, ma anche quelle delle nobili temerarie di turno. Solo che quella volta, Mimì non si limitò a prendere l’odore della femmina, ma anche la borsa. Lì dentro, si ricordò, c’era di tutto: il pettine e l’olio per i capelli, un libro per ammazzare il tempo, un paio di guanti bianchi perché non si sa mai, un fazzoletto di seta a strisce bianche e marroni, un mazzo di chiavi che avrebbe fatto schiattare d’invidia anche la buonanima di San Pietro. E un portafogli. Lì dentro, a parte pochi spiccioli e molte banconote, c’era una carta d’identità con la foto quasi irriconoscibile di lei: piu’ giovane, con i capelli lunghi e con il volto molto piu’ sbarazzino di quello che c’era nel fondo della chiesa. Gli occhi che lo fissavano in quel momento, invece, erano sputati tali e quali. E poi c’erano tessere di tanti colori: una della banca, una del Circolo Libertà dove i signori andavano a bere tè e a giocare a canasta, una del Partito Comunista dove però, per pudore o per distrazione, era saltato uno dei due cognomi. Su quella tessera, la compagna si chiamava semplicemente Teresa De Rosa.
“Bedda matri santissima, e chista che vinni a fare? A darmi la mala jurnata?”. Mimì sudava freddo, facendo contento il parrino che pensava ad una conversione miracolosa.
“Bedda matri, bedda matri…”, si lamentava don Mimì che già pensava ai carabinieri, allo scandalo, alla prigione, alle lacrime della quasi moglie e al commentario di tutto il Vicolo. In quel momento apparve Saruzza, appizzata al braccio di zu’ Turiddu. “Arriva la sposa, arriva la sposa”, urlava don Pino Scannaserpe per dare il via all’applauso della chiesa.
Quando nella chiesa scoppiò il gran casino di applausi e di ”guarda come è bedda la sposa”, Mimì ebbe il tempo di guardare dritto negli occhi la signora Piscopo De Rosa e di implorarle, se non pietà, almeno commiserazione per la sua condizione di quasi sposo. Come risposta ebbe un sorriso e un cenno di liberazione fatto con un piccolo movimento delle palpebre che solo una signora vera è in grado di fare. Mimì respirò profondo, girò lo sguardo verso Saruzza che era già accanto a lui, le porse il braccio e assieme si diressero all’altare.
La cerimonia, comprensiva del sì e dello scambio degli anelli regalati da zu’ Turiddu, non durò piu’ di un quarto d’ora. Almeno così gli dissero. Quando, con Saruzza al braccio, fece all’incontrario il corridoio della chiesa, Mimì cercò con gli occhi la signora che l’aveva quasi ammazzato di paura, ma non la vide. Non c’era, ché altrimenti ne avrebbe sentito l’odore. Allora scrollò le spalle, sorrise a quelli che gli sorridevano, scese gli scaloni della chiesa e si portò Saruzza a mangiare nella taverna dove, per una volta, il Professore non profferì nemmeno una delle sue solite, solenni minchiate.

Una replica a “[Blogromanzo] – Mimì, l’uomo che voleva diventare borghese – di Giovanni Chiappisi – Capitoli VI e VII (post di Natàlia Castaldi)”
Bravo Giovanni! Vedo che alla fine Mimì è uscito allo scoperto. Ma io preferivo di gran lunga il titolo originario. “Il funerale di Mimì”.
Francesca
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