“Le cose che cadono” di Mary Simonetti – ed. LietoColle
Recensione di Stefano Donno.

I più grandi filosofi dell’antichità si sono sforzati di collocare la Terra immobile al centro dell’Universo con plurimi ragionamenti, ma fra essi mettono prima di tutti, la causa della pesantezza e della leggerezza. E’ una questione che riguarda la materia, il suo moto, la forza di gravità, le leggi della fisica, sia ordinaria che, diremmo oggi, quantistica, ma riguarda soprattutto una capacità di visione, la nostra che in fatto di “gravità” deve penetrare in spazi più accoglienti e caldi che superano paradigmaticamente la fisicità per diventare Poesia.
E in questo caso le cose si fanno più difficili, nel senso che fino a quando si parla di leggi e teoremi tutto fila liscio come l’olio, ma come la mettiamo ad esempio con l’assioma di genio e sregolatezza di un Franz von Stuck, di un Johann Heinrich Füssli, di un Gabriele D’Annunzio, di un Carmelo Bene? L’opera d’arte è incontenibile per metrica, per voce, per vissuti. Discorso che calza a pennello per l’esordio di Mary Simonetti di Massafra (Ta) che per la brava LietoColle del comasco, pubblica “Le cose che cadono” con acuta prefazione di Gianpaolo G. Mastropasqua.
La parola della Simonetti, sublime nel suo incedere tra fiori e sterco della vita di ogni giorno, parla di amori invisibili, di violenza di sorrisi negati, di attese sconfinate in un delirio abbandonico dell’io lasciato a digiuno per troppo tempo, e dunque ora terribilmente affamato, cannibalicamente affamato di pulsioni dermiche, di colori, umori, di umanità lacerata da un isolamento autoimposto dall’autrice stessa, perché diventi mistica dell’eros. E sinceramente se questo è un esordio, non è che da incoraggiare, perché non è scontato e si fa beffe – non per miserrimo delirio da vanagloria – di tutta la storia della Poesia (da Neruda, a Hikmet, Caproni, Luzi etc. ), perché è canto universale, riconoscibile da chiunque.
Non è allora un esordio, se non tipograficamente, perché Simonetti ha stoffa da vendere, e lo dimostra anche se non ha ceduto alla lusinga disciplinare degli schemi metrici o dei costrutti semantici sopraffini. Scrive di lei Mastropasque nella prefazione: “ (…) la Simonetti ha il rarissimo dono di essere vera, selvatica, autentica, di aver attraversato realmente le sue parole, fuori da ogni costruzione o figliolanza artificial-letteraria così tanto oggi in voga, e questo è un merito notevole”. Già un merito notevole!
“Mi sento come la croce/sommersa dalle dune/morta prima dei 33 anni/ di Cristo/mentre vedo/alberi ingobbiti e calvi/divorati dal sole/come vecchi stanchi/ anche per i ricordi.”
*** *** ***
Lascio tutto sull’attenti
in questo insieme di dedali
un qualcosa ad ogni angolo di siepe
che svoltando ti riporta all’ingresso.
Un intreccio di desideri
o sogni
o persone
sull’attenti come soldati
a tener in piedi baionette
a marciare distruggere e ritornare.
Ancora vivi, o quasi.
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Stai sospeso
tra la morsa di gambe
e le braccia di neve e pece
e le pelli di mare di fiamma
e le carni immerse tra ulivi
e futuri vini che sono penduli
quanto il tuo sudore
che salato lava il sale
mentre il sole rosso tramontante
ti mangia un fianco
ed io accecata anche da lui
ti vengo sul cuore.
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E ascoltavo le nostre risate
mentre con le mani
stringevi forte i miei capelli
danzanti come fili d’erba.
Come vento sui prati
li accarezzavi poi
come se io fossi mare
e noi barche senza porto
a navigare l’amore sordi
di canti di sirene
e serpenti d’ammazzare sotto i piedi.
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Così uno sconcertante senso
di inadeguatezza
entra nella stanza
e prova a consolarti
come un’amica che ha pugnalato
colui che incatena la mia pazzia.
Ma adesso con la ragione che rotola sul pavimento
annego nel ricordo dissolto
e pago il prezzo dell’anima.
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Annebbiata dall’apatia delle cose
dai bicchieri colmi di rabbia
di sabbia
di risate nella morte dentro
giro a vuoto
come il numero solo
del proiettile
sparato o non sparato
da una roulette russa.
Prima o poi mi fermerò
sotto questa luna
che ammicca a tutti
come la puttana illustre
come fosse il 3 d’un biliardo
d’ammazzare con la stecca
e infilare nel tunnel
della sua notte finita
nel buco.
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Si arranca per le stanze
alla ricerca di quel cassetto
trasudante serenità
si divorano lacrime e fumo
tra le labbra
e la follia che mette fretta.
C’è sempre qualcuno
che ti lascia andare
come se si fosse un oggetto
di poco conto.
_________________
Mi sento come la croce
sommersa dalle dune
morta prima dei 33 anni
di Cristo
mentre vedo
alberi ingobbiti e calvi
divorati dal sole
come vecchi stanchi
anche per i ricordi.
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Scende un pianto disperato
che non si può contenere
perché non si è capaci
come il bicchiere dell’alcolista.
Ma ciò che perde la battaglia
sono solo le mani.
*
BREVE NOTA BIOGRAFICA:
Mary Simonetti è nata nel ‘76 a Massafra (Ta), dove vive attualmente. Si è laureata in Igiene Dentale.
Le cose che cadono è la sua opera prima.

10 risposte a “Le cose che cadono – di Mary Simonetti, ed. LietoColle – recensione di Stefano Donno (post di Natàlia Castaldi)”
Direi che sono poesie arricchite da una competenza poetica sviluppatissima, originale, capaci di mantenere in sé, nel testo, quella “tensione” poetica che, secondo me, spesso è il carattere qualificante di una poesia…
Poi sono splendidi questi versi: Mi sento come la croce
sommersa dalle dune
morta prima dei 33 anni
di Cristo
mentre vedo
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Infinite grazie..direi che quei versi rispecchiano a pieno il mio stato d’animo, quello in cui mi trovavo quando ho completato l’intera opera…non sempre è facile riuscire a trasmettere le proprie emozioni agli altri, perchè molto spesso (direi la maggior parte delle volte) la poesia non viene compresa a pieno, viene letta superficialmente perchè non capita. Sono felice di essere riuscita a condividere le mie emozioni.
Ancora grazie, MS.
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“C’è sempre qualcuno
che ti lascia andare
come se si fosse un oggetto
di poco conto”
questi versi li sento “aderenti” all’autrice, alla scrittura che qui leggo
penso che scrivere le “proprie” parole sia lodevole, non importa se poi tutto venga “compreso”
la scrittura è una mappa di viaggio, ciascuno la può usare per percorrere il suo
auguri e tanti a Mary
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Purtroppo (o per fortuna) questi versi li ho vissuti indossandoli come un abito, o meglio ancora come una seconda pelle. Il dolore, la delusione, l’incredulità. L’amore, nonostante tutto.
Grazie
MS
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Donna che sa scrivere in versi non conciati e ancora a grondare un pensare decisamente forte, che accompagna e non scema, verso a verso. Mi sono piaciute davvero tanto le tue poesie, e non posso neppure evidenziarne qualche verso: sono troppi, se non tutti.
Complimenti e grazie.
A rileggerti ancora.
clelia
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Troppo, troppo gentile..tutto questo mi emoziona.
Grazie.
MS
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Vedi Mary…non sempre chi legge riesce e deve per forza comprendere quel che si cela dietro una parola,un andare a capo,un pensiero sconnesso…
Ciò che smuove il lettore e al tempo stesso lo sofferma sui tuoi versi è la sensazione di trovarsi davanti alla Poesia vera,non al fare Poesia(….),che altro non è che il tuo modo dirompente di consegnarti al tempo e allo spazio in tutta la tua urgenza…
Quella frenesia di vita che ribolle anche sotto oggetti di ‘morte’come un pugnale,un proiettile,una croce,una notte finita in un buco,un albero calvo…
Ho già avuto modo di dirti quanto,nel mio caso,ci sia una sorprendente condivisione,non solo comprensione,di argomenti e modi d’esprimersi…
Quindi per me è ancor più facile sprofondare tutta nei tuoi versi e vestirmi,anzi spogliarmi,dei tuoi stessi abiti…
E come te lo faccio senza stare a guardare troppo la piega,i bordi,il tono,lo ‘stile’,di quelle vesti….perchè io sono sempre fuori forma,fuori moda,arrotolata,di corsa,sanguinante,sfilacciata,…e i miei versi debordano ,sporchi e scompigliati e aggrinzati da tutto il mio umore e tutti i miei umori…..
quindi
ecco..
ti adoro.
Sylvia P.
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“Quella frenesia di vita che ribolle anche sotto oggetti di ‘morte’come un pugnale,un proiettile,una croce,una notte finita in un buco,un albero calvo…”
ecco, questo per me vuol dire far capire a chi mi legge, cosa scrivo..grazie Sylvia, riesci a leggermi dentro, descrivendolo con poco.
MS
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la trovo vicinissima alle me corde…profonda.
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Grazie..
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