CAPITOLO 3

L’odore di quel maschio fece ritrovare a Saruzza la capacità di ragionare. Togliere la testa dalle mani e mostrarla, manco a parlarne. Dire qualcosa, meno che mai. Di Mimì sapeva solo che era un animale a sangue freddo: rideva solo se era lui a decidere di farlo e se gliene veniva qualcosa in conto. Idem quando si incazzava. Sembrava indifferente a tutto e invece non gli sfuggiva nulla di ciò che lo circondava. Come tutti gli animali da preda, era curioso come quelle galline spinnate che infilano il becco ovunque muovendo il collo a scatti. Solo che lui, Mimì, non muoveva un muscolo.
Ad un certo punto Saruzza smise di piangere e il suo petto di sobbalzare. Per un po’ non fece niente. Poi, all’improvviso, scoppiò a ridere e il suo petto ripigliò a fare su e giu’. Poi di nuovo niente. Quindi di nuovo a singhiozzare. Pausa. Risata. E così per tutto un tempo che a Saruzza parve tanto e a Mimì niente. Anche perchè a Mimì, in quel momento, del tempo non gliene fregava nulla: aveva alzato le corna per cercare di capire cosa stesse succedendo accanto a lui. “Picchì tutte queste risate?”. “E picchì stu’ chiantu?”. La curiosità gli stava mangiando il cervello e le viscere. Ad un certo punto anche Mimì fece i suoi conti e decise di affrontare la situazione andandoci di lato. “Quannu finisce sta camurrìa?”, chiese facendo in modo che il tono della sua voce fosse sgradevole.
Saruzza fu pigliata alla sprovvista. Per accanzare tempo, allungò la durata della pausa tra la chianciuta e la risata. “E cu’ ti dissi di assittariti accanto a mìa?”, fu la sua soluzione. Già, chi glielo disse a Mimì di mettersi lungo lungo a tavolone accanto a Saruzza? “Amunì, andiamoci a fare un bicchiere di vino”, fece lui alzandosi come se quella fimminedda gli avesse già detto sì. Saruzza non ebbe nulla in contrario. Spostò la testa dalle mani, lo guardò, gli regalò uno di quei sorrisi che da soli valevano una rendita e lo seguì.
Tutto il Vicolo Platone tenne il respiro, cosciente di assistere ad una scena che mai piu’ si sarebbe ripetuta. Quello che camminava davanti, era il Mimì di sempre: occhi calati, gambe strascicate, solita traiettoria a sghimbescio. Saruzza lo seguiva a due passi di distanza e, come in un gioco, cercava di mettere i piedi dove Mimì lasciava le impronte. Ma, a differenza di lui, teneva il petto ben in fuori e si guardava a destra e a manca per assaporare il gusto dell’invidia di fimmine e masculi che taliavano quella cosa mai vista.
Quegli sguardi li sentiva sulla pelle anche Mimì. “Invidiusi e liccapignate”, borbottò continuando a strascicare i piedi in direzione della taverna. E cominciò ad assaporare quel che sarebbe accaduto poi: lei seduta di fronte col viso scoperto e con quel sorriso che lui, unico in Vicolo Platone, non avrebbe pagato un soldo.
Mimì e Saruzza arrivarono in fondo alla strada. Per tutto il tragitto lo scirocco aveva ammolato le loro guance e arrussicato gli occhi. Il respiro affannoso di quei due sbattè sulla porta della taverna. Mimì l’aprì ed entrò. Saruzza lo seguì. Lo scirocco restò fuori.
Dentro, a dirla tutta, c’era quasi freddo. E buio. A destra, accanto al bancone di legno presidiato praticamente sempre da Donna Nunziata, la proprietaria della taverna, c’era un tavolino vuoto con la cerata già sgombra. Nel tavolino di sinistra, come sempre, il Professore.
Nessuno ha mai saputo come si chiamasse quel vecchio e da dove venisse. Una sola certezza: il Professore ne sapeva sempre una piu’ del Diavolo. Per spiegare meglio come andavano le cose della vita, citava nomi sconosciuti a tutti tranne che a lui. Ogni tanto c’era qualcuno del Vicolo che, quando si incazzava col mondo intero, spariva per giorni. Poi, però, tornava e il Professore -una testa secca secca con gli occhi che sembravano due pirtusi neri- lo aspettava al varco (che sarebbe la taverna di Donna Nunziata) e lo apostrofava sfottendo: “Sai che avrebbe detto Socrate se ti avesse visto?”. E quello: “Cu è Socrate?”. Mai interrompere il Professore, anche perché era inutile: non ti stava nemmeno a sentire. “Questo ti avrebbe detto: ti sei annoiato perché, portandoti dietro te stesso, hai finito col viaggiare proprio con quell’individuo dal quale volevi fuggire”. Il picciotto del Vicolo trantuliava sotto i colpi dell’ignoranza e il Professore infieriva: “Anche Virgilio ti avrebbe preso per il culo, caro il mio minchione, dicendoti che anche se attraversassi a nuoto l’oceano i tuoi vizi ti seguirebbero ovunque”. Incapace di rispondere e quindi sconfitta, la vittima di turno era costretta a levare le tende e ad andarsene.
Questa cosa del Professore che parlava difficile e faceva scappare i clienti cominciava a scocciare Donna Nunziata. Ma se lo doveva tenere buono, il Professore, non foss’altro perché quello, con tutto il vino che beveva, accompagnandolo ogni volta con un cestino di uova dure, ogni fine di mese gli dava una rendita. E comunque era sempre piu’ di quello che gli avrebbero dato i clienti che faceva scappare.
Mimì, invece, sapeva come affrontare quel pericolo: lo ignorava. Il Professore, ogni tanto, ci provava a sfruculiare pure a lui: “Pascal diceva che tutta l’infelicità del mondo dipende dal fatto che nessuno vuol starsene a casa sua”. Mimì, che stava a tampasiare tutto il giorno e che a casa non ci stava mai, avrebbe preso a schiaffi quel Pasquale di cui parlava il Professore, ma ci levò mano perché non conosceva nessuno con quel nome e, soprattutto, non poteva nemmeno immaginare che qualcuno avrebbe osato accollargli tutta l’infelicità del mondo. E quindi, faceva finta di non sentire. Il Professore capiva l’antifona e taceva in attesa di un cliente diverso da pigliare per il culo.
Mimì prese posto al tavolo di destra, con le spalle al bancone e con la porta d’ingresso bene in vista. Allungò un braccio in direzione di Saruzza come a dirle “assettati”. Saruzza s’assittò, gettò viso e capelli all’indietro, si asciugò lacrime e sudore, stinnicchiò le gambe e finalmente tirò un respiro profondo che stavolta non sapeva né di pianto, né di risata. Stava bene seduta di fronte a Mimì. Gli piaceva quella faccia sfrontata che la scavava con lo sguardo. Ma la cosa che le dava come un pugno alla bocca dello stomaco erano le mani di Mimì. Mani che stonavano con la pancia morbida e le gambe strascicanti: erano mani nervose, con le vene che si vedevano pulsare. E con le dita sottili. Chiuse gli occhi e le immaginò mentre esploravano il suo corpo. Sentì una sottile sensazione di piacere che fino a quel momento non aveva mai provato. Forse, oltre all’immaginazione, a farla stare così bene era anche l’odore acre e selvaggio di quell’uomo: un odore che non sentiva col naso, ma con la pelle. Senza accorgersene -e soprattutto senza volerlo- allungò ancora le gambe fino ad incocciare quelle di Mimì. Appena lo capì arrussicò tutta e fece per tirarle indietro, ma non ci riuscì: Mimì le aveva già strette fra le sue.
Il cuore di Saruzza cominciò a perdere colpi e ad appannarle la mente. Di fare i conti, in quel momento, manco a parlarne. Non si chiese nemmeno perché Mimì mollò la presa, abbandonò il posto con le spalle al bancone e con la porta in faccia per sedersi accanto a lei. E oltre al cuore, impazzì pure il respiro quando sentì una mano che da sotto il tavolino le accarezzava il seno. “Matri bedda, e ora che faccio?”, si disse. Niente, non fece niente e lasciò fare. Mimì aveva messo in funzione le dita che si erano intrufolate dentro la camicia e, da qui, sotto il reggiseno. Saruzza si sforzava di non far vedere quanto stava soffrendo a stare ferma, ma non riuscì ad impedire che vampate di calore le arrussicassero il volto un minuto sì e un minuto no.
“Il bicchierozzo per me e un’aranciata per la picciridda”, ordinò Mimì con voce tranquilla, per nulla alterata dalle grandi manovre sotto il tavolo. E Saruzza, che avrebbe voluto bere non per dimenticare, ma per fermare quel piacere nella sua memoria, non protestò. Mimì ritirò la mano e scolò il bicchierozzo, lei si riassettò e bevve quell’aranciata che sapeva di niente.
Mimì, per parlare non parlava. O meglio, parlava con gli occhi e con le mani: attrezzi che sapeva usare meglio della bocca. E con gli occhi e con le mani le disse di alzarsi e di raggiungere la porta. Insieme uscirono e affrontarono lo scirocco che soffiava piu’ forte di prima. Furono spinti oltre la piazzetta, dove c’era un vicolo che arrivava al mare. E lì andarono a finire.
Tra le rocce c’era un pezzettino di spiaggia. A Saruzza sembrava di rivivere un sogno che aveva fatto molte volte e che ogni volta la faceva svegliare sudata. Per non perdere la faccia, patrimonio comune a tutti quelli del Vicolo Platone, disse: “Sono stanca, mi siedo un po’ e poi continuiamo la passeggiata”. Ma non continuarono affatto a camminare. S’assettò anche Mimì, che rimise in funzione le mani. E poi anche la bocca. Saruzza sentiva che la testa le stava scoppiando. Non riusciva a capire se era la mano o la bocca di Mimì quella cosa che le sfiorava i seni. E poi la pancia. E poi anche l’interno delle cosce che si aprivano come se ubbidissero ad una legge soprannaturale. “Bedda matri, nelle mani di un mago finii”, disse sottovoce, ma non tanto da non farlo sentire a Mimì che, dal canto suo, aveva smesso di far calcoli: anche lui seguiva un copione scritto da qualcuno che doveva saperne molto. Piu’ del Diavolo. Piu’ del Professore.
