CAPITOLO 2

In un anno di sabati passati al mercato mano manuzza a zu’ Turiddu, di matite colorate, Saruzza ne aveva messo da parte assai. E di notte, quando non la vedeva nessuno, imparò a distinguere i colori, a fare le linee dritte, a disegnare tutto quel che le passava per la testa e senza nemmeno consumare troppa carta. Scoprì che c’è il bianco e c’è il nero, ma scoprì anche che tra questi due colori c’è un’infinita tonalità di grigi. Bastava disegnare coi grigi per poter dire che quella linea era più vicina al nero piuttosto che al bianco. E viceversa. A seconda dell’umore o della convenienza.
Mamma Concettina le diede le altre basi: «’un caminare sempre c’a testa tisa, ma mettila di lato, accussì a uno ci pare che dici sì e a ’nnautru ci pare che dici no». Saruzza ascoltava e imparava a diventare grigia, nel senso che pensava una cosa e ne diceva un’altra e quello che diceva si prestava a mille interpretazioni. Il sì e il no, nella sua bocca, diventavano «eh» e «nonsi»: opinabili anche loro.
Saruzza, che cresceva e tra «eh», «nonsi» e testa abbuccata di lato, osservava, assorbiva e metabolizzava tutto. Cominciò a prendere coscienza che a volte conveniva camminare con la testa dritta e guardare gli altri negli occhi. E imparò che il sabato mattina conveniva conzarsi meglio, perché più bella appariva, più caramelle, gomme da masticare e matite riceveva in regalo. Anzi, ogni tanto capitava che dopo qualche complimento accompagnato da una carezza, in regalo riceveva pure un pugno di monetine. Zu Turiddu guardava e assentiva, orgoglioso di quella nipote che a soli dieci anni faceva alzare gli occhi anche a coloro che erano abituati a tenere basse altre cose. E che, sebbene universalmente riconosciuti come spilorci, diventavano moderatamente generosi quando avevano fatto l’onore di essere guardati negli occhi da quella picciridda; scucivano di più, invece, quando era loro permesso di allungare una mano.
Saruzza cresceva, ma non capiva perché zu Turiddu le lasciava mangiare le caramelle, masticare le gomme e portare da sè le matite, ma non i soldi. «Non è bello che una bambina come te porti pìccioli in sacchietta», le aveva detto una volta. Per sentire aveva sentito, ma capito no. E così, per rispetto alla storia e alla matematica, ma soprattutto per rispetto a se stessa, cominciò a girare per il quartiere anche il venerdì, il giovedì e, a ritroso, fino al lunedì. Sola, cunzata sempre meglio e soprattutto senza zu Turiddu. Tutta un’altra cosa: meno caramelle e più soldi. Per tutto il giorno dispensava sorrisi, si offriva alle carezze e intascava. Sempre così, dal Vicolo alla piazzetta, da una putìa all’altra, sotto al marciapiede come sopra al solaio. Ogni tanto anche in qualche camera da letto. Sorrisi, carezze e soldi.
Saruzza, con la testa abbuccata di lato e pronunciando tanti «eh» e pochi «nonsi», cominciò a pensare al futuro. Aprì lo scrigno regalatole dall’amico prete e prese le sue matite: fece tante linee grigie, tutte di tonalità diverse. Alla fine su quel foglio c’era un intricatissimo labirinto e nemmeno un lampo di luce. Rimise le matite nella scatola, chiuse a chiave il coperchio e cominciò a pensare. Niente. Le immagini che scorrevano davanti ai suoi occhi erano grigie, ma non le indicavano un volto, una strada, una città. Niente. Grigio amorfo, grigio chiaro tendente al bianco, grigio scuro tendente al nero e basta. Per la prima volta uscì di casa senza conzarsi, sedette sul secondo gradino di una chiesa sconsacrata e con le mani sul volto cominciò a piangere. «Saruzza, che hai?», chiedeva don Pasquale Muccolo, uno dei putiari più generosi del Vicolo Platone. E lei niente: la sua testa non stava né abbuccata, né dritta, ma stretta fra le mani. «C’è cosa che posso fare pi tìa?», azzardava donna Pidda. E lei niente, stessa scena di quella con don Pasquale.
Donna Pidda, per chi non lo sapesse, era donna di grande cuore. Quando era ragazza, aveva preso in grande simpatia Nardino Sucameli, unico figlio dell’anziano (e vedovo) farmacista del paese. Per essere beddu, Nardino era beddu: alto, occhi di un colore che assomigliava al mare di Lampedusa, petto largo come largo era il suo sorriso. Solo che Nardino, che quando aveva quattro anni precipitò in un fosso con la bicicletta rossa nuova fiammante, passava le giornate su una sedia a rotelle. Paralitico, ma solo alle gambe. Il resto gli funzionava tutto. Le gambe no, quelle non le sentiva proprio. Così come non aveva mai sentito da vicino l’odore di una donna: nemmeno di quelle che erano ancora a disposizione e che prima di dire sì pretendevano di essere inseguite. E come faceva Nardino ad inseguirle se le gambe non le sentiva? Niente inseguimento, niente odore di donna. E a poco servivano le descrizioni che gli amici gli facevano di quel sapore acre che ti entra prima nel naso e poi nella pelle, di quelle scosse che dilatano i polmoni e bloccano la pancia, di come è capace di stordire un po’ di fiato sul collo e nelle orecchie. Niente, Nardino niente s’immaginava e niente s’aspettava.
Lui non inseguiva nessuna e nessuna inseguiva lui. O meglio, una c’era, Pidda, ma era talmente brutta che non l’avrebbe abbracciata manco la morte. Vista da dietro dava l’idea di una lampadina: spalle strette, vita larga e cosce praticamente inesistenti. Di lato, invece, sembrava una lastra come quelle che fanno i dottori quando sentono che nel petto c’è qualcosa che non va. Pidda, però, era una donna di cuore. Quando diventò signora, giurò che al suo Nardino avrebbe dato tutto, anche quello che lui non avrebbe mai preso da lei. E così, quando a suo marito gli venivano le quaranate, Pidda scendeva in strada, si guardava attorno e tornava con qualche signorina fornita di bella presenza e profumo di femmina. «C’è cosa che posso fare pi tìa?». Per la prima volta, Saruzza non le rispose. E Pidda, donna di cuore ma anche di cervello, capì che doveva tirare dritto.
Mimì, come sempre, camminava per i vicoli col suo solito passo strascicato. Il suo percorso non era dritto, ma andava in diagonale; nessuno ha mai capito se era per prendere altro tempo, per allungare il percorso o proprio perché non poteva farne a meno. Mani in tasca, passava il tempo ad accarezzare le sue lamette e i suoi coltellini. Anche quel giorno, con lo scirocco che gli sfiorava il volto e gli dava una sensazione di piacere, Mimì faceva zig-zag per i vicoli. Gli occhi, come sempre, erano rivolti a terra, quasi a voler anticipare l’impronta delle sue scarpe. Ma anche se gli occhi erano bassi, lo sguardo gli garantiva la conoscenza di tutto quello che avveniva attorno a lui. Come le mosche, che non riesci a fregare manco se tenti di prenderle da dietro.
E mentre andava a destra e a sinistra, vide Saruzza seduta sullo scalino, con la testa fra le mani e col petto già da adulta che si muoveva piano, ma che ogni tanto aveva un sussulto. «Piange», si disse. E le si sedette allato, sullo stesso gradino. Allungò le gambe, tirò fuori le mani dalle tasche e posò i gomiti sul gradino di sopra. A vederlo così, sembrava una di quelle tavole che usano i muratori quando devono far salire le carriole cariche di cemento e quacina.
Non le chiese che aveva e nemmeno se poteva fare qualcosa per lei. Stette lì, coricato per lungo sui gradini, a sentire il respiro suo e i sussulti di lei. Messi assieme facevano quasi una musica. Quanto tempo passò con quei due, uno che respirava piano e l’altra che sussultava forte, non si sa. Non riuscì a capirlo nemmeno Mimì che, del resto, col tempo aveva un rapporto molto particolare: praticamente inesistente. Orologi non ne aveva mai fregato a nessuno perché, diceva, non servono a niente, appesantiscono il braccio e tolgono sensibilità alla mano. Del resto Mimì campava sì alla giornata, ma a quella dell’indomani. Davanti ad un ostacolo o anche ad una semplice decisione, rinviava il suo intervento di almeno un paio di pranzi. Cosa volete che gliene fregasse di sapere quanto tempo aveva passato accanto ai singhiozzi di Saruzza? Niente. E niente è un’approssimazione per eccesso.
Saruzza, pian piano, cominciò a calmarsi. Lo scirocco soffiava ancora, ma non era quello che le accarezzava la pelle. Che fosse quell’uomo seduto accanto a lei e del quale sentiva l’odore? Ma era davvero quell’uomo la causa del suo benessere? E se avesse fatto male i conti? Saruzza tornò ad essere ragioniera. Voltarsi a guardarlo significava scoprirsi subito e restare senza difesa. Meglio lasciare a lui l’iniziativa. Ma come fare?
