Una resa a cinque stelle

Ecco la domanda inevitabile, la più scomoda di questi tempi, per i produttori di arte e cultura italiani: Può uno scrittore impegnato, con una visione progressista del suo paese e del futuro, pubblicare i suoi libri da una casa editrice che appartiene ed è diretta dai Berlusconi, come è il caso della Mondadori e delle sue “sorelle”? La mia esperienza riguardo a questi “rapporti pericolosi” mi fa credere di no, che non è possibile. E qualsiasi ragionamento che voglia giustificarli è cercare forzatamente la quadratura del cerchio. Riuscite a concepire Pablo Neruda che pubblica da una casa editrice diretta da Pinochet? O Che Guevara che pubblica i suoi saggi politici sponsorizzato dalla CIA? O Pasolini che chiede a Licio Gelli un anticipo per finanziare la produzione di un suo film? Difficile da immaginare. Invece nella grande confusione e nel conflitto tra coerenza ideologica (nel caso assente) e interesse di avere grande visibilità editoriale e mediatica, tanti scrittori e registi che oggi si presentano pubblicamente come “di sinistra”, accettano il patto col diavolo. E cioè di essere finanziati e distribuiti dalla Medusa Film, o da Mediaset, entrambe dei Berlusconi, o pubblicati dopo il suo “Visto, si stampi” nelle imprese editoriali delle quali possiede il controllo azionario, il potere patrimoniale che è il marchio del suo regime, quel potere alla fine decisivo nel sistema in cui ci siamo impantanati, oggi ancor più incancrenito dai nuovi modelli di commistioni spurie tra cultura, politica e affari.
Questa nuova servitù intellettuale ha poi la sfacciataggine di cercare furbescamente di fare bella figura con tutti, con i loro vecchi ammiratori e con il “capo” che è l’oppressore degli stessi ammiratori (forse sarebbe il caso di ricordare loro la saggezza popolare italiana, quando dice che “non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca”).
È grottesca anche la semplice discussione pubblica di una tesi così stramba, quella di allearsi al nemico per meglio combatterlo. E “a ridaie” con la vecchia metafora del cavallo di Troia, che non ha mai convinto nessuno. Nella pancia del cavallo troverete un buffet con champagne francese e simpatici, si fa per dire, gadget sotto il tovagliolo, accanto all’argenteria. E da quella pancia poi non se ne esce più. Dopo il banchetto, chi si ricorda più cosa si era andati a fare lì? A quel punto uno si sentirà, magari inconsciamente, già parte di quelle “beautiful people” che il berlusconismo promuove oggi a classe dirigente.
Chi ha esperienza delle cose politiche e culturali si ricorderà quante volte, per non perdere i privilegi della “discreta combutta” che si vuole avere con la destra, scrittori detti “di sinistra” hanno cercato di fare appello alla favola del “cavallo di Troia”, del “sabotaggio da dentro”. Ma chi ci crede più? Gli interessi sono evidenti. Qualcuno sta cercando di nascondere i raggi del sole con un settaccio a maglie larghe. Cercano di imbrogliare i loro lettori, di raggirare la gente che ancora si fida della loro coerenza smarrita e che non vuole dover inghiottire una così grande e così triste delusione politica.
Altrettanto ridicolo è l’argomento della “disideologizzazione” di un lavoro così assolutamente ideologico, sempre e comunque, come fare film o scrivere romanzi. Rileggete le idee di Pasolini a riguardo, imparate qualcosa da Gramsci o da Bertold Brecht sulla coerenza richiesta dal poeta, dall’intellettuale, e sugli stratagemmi “astuti” per provare a raggirarla. Non c’è niente di più patetico che uno scrittore di sinistra tentato dai privilegi e dai valori della destra che cerca di goderli senza perdere il rispetto dei suoi lettori. Li perderà di sicuro, non c’è niente da fare. E merita di perderli, perché commette un tradimento grave e cerca di farla franca.
Ogni periodo storico ha la sua Gestapo e la sua Krupp. A volte viene utilizzata la violenza diretta, brutale, come a Genova nel 2001, e a volte si tenta di cooptare e di comprare gli intellettuali (e non di rado ci si riesce, facendo leva sulle loro difficoltà economiche, ma più spesso ancora sulla loro vanità. È il narcisismo che li frega quando cominciano a credere, per autogiustificarsi, di essere al di sopra del bene e del male e di poter prendere assegni impunemente dalle ditte che fanno capo ai Berlusconi).
Argomenti ridicoli infatti non mancano agli scrittori venali. C’è anche quello che dice che “non si può lasciare case editrici così tradizionali, con un nome storico e rispettato, nelle sole mani di quelli della destra, perché sarebbe una sorta di resa, quindi bisogna fare il ‘sacrificio’ di non mollare e continuare a pubblicare da loro”. Ma, domando io, non te ne accorgi che a questo punto sei diventato anche tu uno di “loro”? Che dietro questa fragile ipocrisia stai soltanto cercando di preservare il tuo posto di lavoro ben remunerato e la nutrita visibilità nei media, proprio come quei “loro” che fai finta di condannare? E poi, non c’è logica più oscena come quella dei “mezzi che giustificano i fini” quando è chiaro che in questo caso sono proprio i mezzi ad inquinare e a cancellare i fini, o meglio a trasmutarli in fini di ben altro tipo, pro domo sua. Non si tratta di un “conflitto di interessi”, ma di interessi puri e semplici. E poi, il nome di una impresa editoriale è rispettato non a causa di una fantomatica “eredità” canonica, ma per quello che oggi fa o non fa, pubblica o non pubblica, per i suoi legami e appartenenze, spesso oscuri e pericolosi, per i fili visibili o invisibili che la tirano, insomma per quello che è diventata. E nel caso in questione già da parecchi anni questo rispetto si è dissolto e quelle case editrici sono diventate strumenti di affermazione e di propaganda di un potere ignobile.
Ma di tutti gli argomenti, il più ridicolo – quasi comico se non fosse tragico – è quello che insiste nel dire che “se i Berlusconi lasciano quelli che sono i loro oppositori liberi di pubblicare quel che vogliono e non fanno alcuna pressione perché cambino il contenuto dei testi, non c’è alcuna ragione perché uno se ne debba andare”. Bene, bravo. Sdogani il “liberale” Berlusconi e gli regali l’ingiusta legittimazione a cui aspira. Ma non ti sei mai chiesto perché interessa tanto ai Berlusconi avere scrittori “di sinistra” – e anche siti internet culturali tradizionalmente “di sinistra” sono oggi colonizzati da funzionari della Mondadori – orbitando intorno al loro potere? O ti sei fatto la domanda e la risposta vera non ti conviene? Comunque collabori (nel senso proprio di “collaborazionismo”) con il deterioramento dello scenario culturale italiano. La strategia di questa destra spavalda è comprare tutti gli spazi per non fare lavorare i loro oppositori, quelli veri, quelli che non sono riusciti a cooptare. E non dimentichiamo che quando l’egemonia culturale è onnicomprensiva e si rigonfia al punto di sfiorare l’unanimità passa a chiamarsi non più egemonia ma totalitarismo. Le parole giuste servono. E ricordati: sarà anche tuo il sigillo morale del totalitarismo.
Così, tra poco non resteranno più spazi che non appartengano in un modo o nell’altro a Berlusconi, e sarà regime. Ai pochi rimasti “desberlusconizzati” non rimarrà alcuna visibilità pubblica, saranno resi invisibili.
Questa anomalia viene ammessa e metabolizzata da alcuni scrittori italiani come normale ma normale non è, perché in altri paesi raramente si trova una tale dissonanza tra la visione di mondo degli autori e la linea editoriale delle case editrici che li pubblicano. Penso alla Francia, alla Spagna, alla Germania certamente, al Brasile, al Messico e all’Argentina, ma anche agli Stati Uniti, dove un autore come Samuel Beckett ha scelto una casa editrice alternativa newyorkese, la Grove Press, per pubblicare la sua opera, e lo stesso fece Jean Genet e William Burroughs, ma anche Lawrence Ferlinghetti e il suo gruppo che da sempre pubblicano per la piccola City Lights Books.
Inoltre, quando un ambiente editoriale diventa complessivamente asfittico, tocca agli scrittori creare dei poli alternativi, come riviste, siti internet e anche case editrici. Molti di loro, forse i più bravi, quando nel loro paese si dilagano i miasmi del regime, creano case editrici indipendenti – gli esempi del Messico, del Brasile e degli Stati Uniti degli anni ’60 sono eloquenti – oppure si organizzano in modo da fare appelli collettivi perché si pubblichi solo per quelle case editrici indipendenti o in sintonia con le loro proposte. Domando, non è arrivata l’ora che gli scrittori italiani prendano posizioni pubbliche comuni, anche riguardo a chi dovrà pubblicare i loro libri? Bisogna far chiarezza anche sull’aspetto pratico, su cosa significa essere un autore impegnato, e magari questa polemica sulla Mondadori e le altre case editrici di appartenenza dei Berlusconi sarà il divisore delle acque.
Dallo scrittore impegnato uno si aspetta giustamente coerenza e onestà. E non esiste “coerenza relativa” né mezza onestà. Puoi chiamare il tradimento e la corruzione con mille nomi, il dizionario è pieno di sinonimi e la fantasia può produrre molti eufemismi carini, ma si tratterà pur sempre di tradimento e di corruzione. Forse è l’ora di tornare al dizionario per cercare il senso di parole come “venale” e “prezzolato” e tenerlo ben vivo nella coscienza.
Circa otto anni fa è stato pubblicato un volume storicamente importante, un’antologia di testi di intellettuali, scrittori e registi italiani con il significativo titolo di “Non siamo in vendita!”. C’era anche un racconto mio ispirato al massacro di Genova del 2001. Oggi, dopo un decennio in cui la destra ha imposto la sua egemonia con le buone e con le cattive, con il contratto ben farcito regalato all’artista “addomesticato” o la spietata censura ai talk show televisivi, quanti di quegli intellettuali del “Non siamo in vendita!” possono ancora confermare di non essersi messi all’asta? Meno della metà, sicuramente. Gli altri sono diventati tutti funzionari più o meno mascherati della stampa berlusconiana, di Panorama, Libero o Il Giornale, di Mediaset, di Fininvest o della Mondadori e delle sue sussidiarie.
Invece aveva ragione Brecht:  solo quelli che lottano tutta la vita sono gli imprescindibili. Gli altri, quelli che hanno cambiato bandiera, che hanno allungato il muso per le briglie del padrone in cambio dello zuccherino e ora cercano di giustificare l’insanabile contraddizione con goffi ragionamenti arzigogolati, come li dobbiamo chiamare?
Lasciamo perdere i dizionari. La parola giusta la conosciamo tutti.
 
[Julio Monteiro Martins]

12 comments

  1. Invece aveva ragione Brecht: solo quelli che lottano tutta la vita sono gli imprescindibili. Gli altri, quelli che hanno cambiato bandiera, che hanno allungato il muso per le briglie del padrone in cambio dello zuccherino e ora cercano di giustificare l’insanabile contraddizione con goffi ragionamenti arzigogolati, come li dobbiamo chiamare?
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    Personalmente mi sono sentita dire che sono una idealista assolutista e per questo inconciliabile.
    Quanto a Saviano la trovo una manovra commerciale.C’è gente che muore senza scorta e non ha la possibilità di dire ciò che ha recitato per mesi lui,sulla eco di un libro pompato che non ha portato acqua a nessun altro mulino che la casa editrice e la sua visibilità, che ha messo in moto una casa cinematografica e ciò che consegue per un film che poi ha avuto grosso strascichi non certo positivi. Un gran can can come il solito,ma il vuoto fondamentale dentro. f

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  2. Molto chiaro. Sarebbe interessante riflettere (tengo sempre molto agli esempi pratici) quindi sul caso di “Gomorra”, pubblicato dalla Mondadori, e sui rapporti diretti e indiretti del proprietario della Mondadori con la Mafia e con il clan dei Casalesi di cui si parla nel libro, in una regione dove l’uomo di punta del padrone della Mondadori, On. Cosentino, è stato inquisito proprio per rapporti con la Camorra… Cosa risponderebbe Saviano? Io ho letto il libro, e non c’è il nome di un politico… E Saviano ha anche dichiarato che andrebbe a vivere in Israele, paese giudicato più civile del nostro, e che l’ETA basca commerciava in droga, smentito perfini dal governo spagnolo. Gomorra mi è sembrato un libro discreto, ma a me, napoletano, non ha detto nulla di nuovo. Inoltre la parte romanzata, letteraria, la dice lunga sulla furbizia dell’operazione editoriale… Sono impopolare?

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  3. Assolutamente no, secondo me. Oppure siamo in due.

    http://www.stroboscopio.com/il-silenzio-assenso-degli-innocenti/2010/01/31/

    http://www.stroboscopio.com/petizioni-2-0-saviano-e-le-proteste-ai-tempi-di-facebook/2010/01/23/

    Ho sempre pensato che il successo (inspiegabile) di Gomorra è il frutto dei tempi che corrono, vista il mediocre valore letterario e il trito e ritrito contenuto (perché Trent’anni di mafia, un saggio di più di 400 pagine di Lodato, non ha ottenuto lo stesso successo anche se fatto molto ma molto meglio?).

    Ma la questione scrittori impegnati-editori dispotici riguarda anche altre personalità. Come Saramago, ad esempio, che ha smesso di pubblicare con Einaudi solo quando Einaudi ha scartato il suo Quaderni. Dunque Saramago è un mentecatto? In teoria no, in pratica si.

    Sartre scrive: “Ma siccome la distruzione sistematica non va mai oltre lo scandalo, ciò significa in fondo che lo scrittore considera come suo principale dovere provocare lo scandalo, e come suo diritto incontestabile sfuggirne le conseguenze. La borghesia lascia fare; sorride di queste stramberie. Non le importa che lo scrittore la disprezzi; è un disprezzo che non andà molto lontano, perché sa di essere il suo solo pubblico; solo a lei parla, a lei fa le sue confidenze; questo, in certo qual modo, è il legame che li unisce. (…) Quanto al resto la borghesia sa bene che lo scrittore ha preso dentro di sé le sue decisioni; ha bisogno di lei per giustificare la sua estetica di opposizione e di rancore; da lei riceve i beni che consuma; vuole che l’ordine sociale si mantenga per potersi sentire straniero in patria; è un ribelle insomma, non un rivoluzionario. E i ribelli sono fatti proprio per la borghesia. In un certo senso, anzi, ne diventano complici”.

    Se torniamo indietro nel tempo, le overdosi di citazioni di Pasolini a destra e a manca sembrano dimenticare che l’ultimo poeta del 900 facesse il comunista con la decappottabile, parlava di ragazzi di strada seduto sul divano della sua villetta al mare con alle pareti qualche modigliani, andava in televisione a dire quanto era brutta la televisione, parlava dello sfruttamento sociale mentre viveva nel più completo parassitismo (come tutti gli intellettuali d’altronde). Dalla sua aveva le sue origini umili, a differenza di Hugo, ad esempio, che assieme ad alcuni altri inizio la letteratura d’opposizione ed impegnata a favore del popolo senza però conoscerlo e parlando del popolo vendendo i libri alla borghesia.

    Vogliamo parlare dei lettori? Io sono pieno (purtroppo) di libri della mondadori e della Einaudi. Cosa sono? un mentecatto? No, però anche si. E molto.

    Il problema, a mio avviso, è la società globalizzata, dove ogni elemento è funzionale al funzionamento del sistema a cui appartiene e che essendo globale è unico. E quando dico ogni elelmento, intendo tutti gli elementi, anche quelli di contrasto/opposizione. In altre parole: siamo fottuti, almeno per il momento.

    Possiamo stare qui a discorrere ore ed ore su quale sia la funzione dell’arte, dell’artista o della letteratura nel mondo. Ma una cosa è certa: nel momento in cui l’opera di un qualsiasi artista viene commercializzata, la sua funzione, ça va sans dire, è solo una: commerciale. Dunque il capitale artistico (come il capitale umano, finanziario, immobiliare e quello che vi pare) come elemento di vincolo tra produzione (produttore) e consumo (consumatore). Con questo non voglio dire che l’arte dovrebbe essere gratis. Sto solo dicendo che se io sono il Beppe Grillo di turno o il popolo viola e poi finisco seduto in parlamento non sono più Beppe Grillo o il Popolo Viola.

    Rifletto da moltissimo tempo su tutte queste questioni, come anche sul fatto che non mi piace la guerra né il nucleare ma non mi sognerei mai di vivere senza energia elettrica, mi piace spendere poco per i vestiti ma i cinesi dovrebbero avere i loro diritti tutelati, mio cugino ha la playstation e in darfur la gente muore per l’estrazione del minerale conduttore che serve per la costruzione della playstation etc. Siamo tutti mentecatti? Si. La differenza che si può fare, per il momento e fino a che non si trovi un’altra soluzione, sta tra chi lo sa e lo ammette e chi non lo sa o fa finta di non saperlo e rompe i coglioni.

    Luigi

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  4. bisogna schierarsi.
    vero. così come è vero la confusione sotto al cielo….
    e di questa confusione siamo tutti figli.

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  5. Concordo sul fatto che il sistema fagocita tutto, o quasi, anche alcune voci apparentemente dissenzienti. Non concordo sul durissimo giudizio su Pasolini, che era uno degli intellettuali di sinistra meno conformisti, dava fastidio pure al PCI (che già tradiva i lavoratori). Inoltre concordo sul velato invito a cambiare, anche individualmente, per quello che si può, il proprio stile di vita che avalla lo sfruttamento di milioni di lavoratori in tutto il mondo. Discorso lunghissimo…

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  6. Discorso lunghissimo ma che va fatto altrimenti parliamo di parole e buonanotte ai suonatori come si dice dalle mie parti.

    Il durissimo giudizio di Pasolini, nonostante non sia critico di un bel niente né lo conosca approfonditamente, non sono mai riuscito amodificarlo (probabilmente sbagliandomi). Cosa ci posso fare se mi infastidisce chi da filo da torcere a tutti e poi torna a casa con la decappottabile? così come mi dava fastidio Bertinotti con i suoi completi di valentino a Porta a Porta così mi sta sulle palle Pasolini che mi parla e alle sue spalle ha un modigliani. Mi sento un poco preso per il culo. Il problema è che Pasolini magari tutto questo lo faceva in buona fede. Il che è peggio, poiché ciò indica quanto siamo vittime di noi stessi nonostante tutto. Semplicemente non ha senso, è un perenne mentire e mentirsi. Poi c’è chi, come Pasolini, esorcizza la sua sofferenza costruendo una poetica impiantata proprio su questo. Però non basta, ed è solo funzionale al sistema che non cambia mai.

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  7. personalmente non mi piace Modigliani,l’idea che uno ha dell’arte è diversa.Avere in casa un oggetto di mercato, dell’arte, quando li si produce pure (pezzi d’arte,ma non quotati come una tela o una scultura…ma che senso ha? Una scarpa di Elton Jhon costa come una tela di Rosai? Una mutanda di Marylin costa come una fusione di Mitoraj?C’è chi vuole la mutanda, chi la tela,chi la scultura, chi vuole tutto perché costa un capitale)Amare le cose belle,amare le cose belle che piacciono, non significa prendere per il culo nessuno,altrimenti dovremmo essere dei poveri cristi (i diavoli amano le cose belle)vestiti col saio. Il fatto che certe cose costino prezzi fuori di testa, questo fa girare le scatole!Questo fa sentire di essere presi per il culo. L’arte non si deve misurare a cm, a ml, o al Kg. L’arte è una forma di espressione che percorre una strada, chi crede che l’arte faccia diventare ricchi non è un artista,è un affarista, un mercante, altro insomma.
    Per il resto, chi ama una cosa non vedo perché non possa comunicare con tutti e permettersi di criticare e spiegare le sue critiche. Quanto a Bertinotti che veste Armani o non so cosa, non mi interessa, so solo che la sua conduzione politica non ha portato a scelte ponderate e diverse al paese. Dormono a sinistra, fingono di non vedere? dove stanno accasati?Il fatto che non sollevino nemmeno una critica e indossino gli abiti dei mercanti di idee questo da fastidio. f

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  8. Condivido ciò che Fernanda ha scritto. Non è ciò che si possiede, il problema. Altrimenti il figlio di uno ricco non potrebbe mai essere di sinistra, a meno di non devolvere la sua eredità in beneficenza per poter fare “coerentemente” il proletario rivoluzionario…
    Bertinotti è un traditore, ma non per gli abiti che indossa…

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  9. Continuo a non essere d’accordo, mi spiace.

    Il figlio di un ricco può essere sicuramente di sinistra, nel momento in cui la fabbrica del papà pensa agli interessi degli operai. Ma ciò non pu`accadere, perché significherebbe perdere punti sulla competitività: il profittto prima di tutto. Ergo: tu puoi essere di sinistra quanto ti pare, però io non ci credo.

    Un politico può essere di sinistra, ma se veste armani quando va a parlare con gli operai e i sindacati io mi sento offeso nell’intelligenza. Se non pensa ad abbassarsi lo stipendio e a dimezzare i suoi compagni di banco non è di sinistra.

    Pasolini ce l’aveva a morte con la borghesia ma ha sempre vestito i panni del borghese, ha vissuto grazie alla borghesia, ha comprato i suoi quadri borghesi ed ha vissuto nella sua villa borghese con una decapottabile borghese. Scusate se un attimo mi sento preso per il culo.

    Per riprendere il discorso di Sartre, non servono Ribelli per cambiare le cose, ma rivoluzionari.

    Fernanda, anche io amo le cose e l’arte. Però non la compro. E sai perché? Perché in primis non me la posso permettere, in quanto non mi pagano abbastanza per fare il critico dei quadri che ho alle mie spalle, né mi pagano abbastanza per scrivere i libri in cui critico a morte tutti quelli che mi sostentano comprandoli e permettendomi di vivere proprio come loro. Poi, non la compro perché pensare di spendere svariate centinaia di migliaia di euro per un quadro (che potrebbe e dovrebbe essere di tutti) mentre il mio vicino di casa ha una moglie tre figli e non ha un lavoro e muore di fame mi fa sentire uno stronzo dalla testa ai piedi. Se a questo aggiungo il fatto che poi mi chiamano in televisione per dire quanto è brutto il mondo e quanto è ingiusto…

    Non so se mi sono spiegato.

    L

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    1. Credo che la base da cui si parte sia diversa.
      Stare a sinistra significa forse stare dalla parte degli operai? E gli operai, se ascolto meglio, hanno DIETRO A LORO, gli INDIGENTI, quelli cioè che non hanno una fabbrica e non hanno alcun lavoro, non hanno una casa, non hanno uno straccio di vestito,hanno ancora la vita e le malattie e l’aria che respirano e la strada e il futuro e tutta la spazzatura che scarichiamo dove non hanno casa…Cazzo che ricchi che sono!

      ma la storia l’hai studiata?
      RUSSIA CINA CUBA …ne vuoi delle altre?
      Nessuno è mai stato dalla parte dell’uomo, e tu, come i borghesi, continui a tracciare caste:CATASTE di caste e questo non serve a nulla, una vuota blaterazione. Serve trovare un nuovo modo di vivere, di formare davvero quelle famiglie umane di cui in tante I-DEO- LOGIE hanno parlato (purtroppo solo parlato perché in pratica nessuna religione PRATICA quanto asserisce.NESSUNA)
      – Mettere tutto e tutti sullo stesso livello? Ma scherzi? Io lavoro, io produco, io ho diritto a questo e quello, gli altri che si arrangino, …_
      Questa è la traccia di ogni risposta perché l’i-DEA di base è la stessa a destra e sinistra ANZI E’ COSI’ SINISTRA e scura che si sposta sempre più a DESTRA, dove c’è il FARE.
      Anch’io dico che bisogna fare: bisogna fare una scelta, una scelta sostanziale e radicale. Ma tu, sei disposto a dire no anche solo al motorino, e al motore di ricerca?Sei disposto a non andare in vacanza? sei disposto a promuovere campi di lavoro cooperativo?Sei disposto a farti maestro, all’interno di quei campi, dove hai da vivere, da abitare, e non c’è un soldo che paghi nulla?Sartesti capace di trovare un modo per dire che le abilità sono paritarie? E quali sono tali abilità, escludendo il blaterare dei politici?

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  10. FErnanda, devo essermi espresso male. Il mio discorso non è in difesa del comunismo né tantomeno classista. Purtroppo, però, le caste non le ho mica inventate io?

    Si, un po’ di storia l’ho studiata anche se non abbastanza. E per quanto ne so, il comunismo ha fallito lì dove fallisce il capitalismo perché sono due facce della stessa medaglia: entrambi si basano sull’industrialismo e sulla produzione.

    Quello che ho detto e che da sempre sostengo è che siamo inevitabilmente, nel bene come nel male, vittime di noi stessi. E questa è una cosa che non possiamo evitare.

    Per quanto mi riguarda, si: sarei tranquillamente disposto a rinunciare a quel poco che ho. Da molti anni sto cercando di esercitare il sentimento del possesso il meno possibile: tutto ciò che ho è assolutamente lo stretto necessario per vivere hic et nunc nel mondo in cui sono nato e cresciuto. Sarei disposto a mollare in un batter d’occhio tutto quanto nel momento in cui mi trovi a vivere, qui o in un altro mondo, in un luogo che non pretenda da me che io possieda certe cose o che mi comporti in un certo modo. Eggrazzie tante, dirai tu. E io ti rispondo: porca miseria, lo so! È per questo che mi sento un verme, il primo, quello che porta la bandiera! Il punto è rendersi conto del contrappasso dantesco che è la nostra vita e, nei limiti delle proprie possibilità, contrastare tutto sempre e comunque. E non per spirito di contraddizione o per l’attitudine al bastian contrario, ma semplicemente per evitare di giustificare qualcosa di orribile, se non al mondo, almeno a se stessi. Almeno questo è come cerco di vivere io.

    Il modo di far fronte allo status quo dipende molto dalla posizione sociale che una persona occupa. Perché ci si può illudere di tutto quello che ti pare, ma io posso esprimere il pensiero più bello e profondo del mondo, ma non chiamandomi Pasolini può rimanere aria fritta o comunque nessuno se ne accorge (soprattutto oggi). Se invece sono Pasolini, ciò che dico e faccio è una responsabilità piuttosto che una mera azione. Detto ciò, non vedo perché io che sono un misero sconosciuto non compro la playstation pur sapendo che ciò non fermerà la guerra in Darfur, mentre un Pasolini qualsiasi che fa la guerra alla borghesia non può evitare di comprarsi una decappottabile o un castello in quel del Lazio, o se un Saviano non può proprio evitare di pubblicare i suoi libri contro la mafia per la Mondadori. Chiedo venia se mi sento ingiustamente preso un attimo per il culo.

    Certo ci vuole coraggio a mollare tutto e vivere dei frutti della terra, però tra il lavoro cooperativo e la segregazione in una Comune e il comprarsi una decappottabile mentre scrivi La religione del mio tempo credo si possa trovare anche una via di mezzo. O no?

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