INDECIDIBILI SEQUENZE DEL SEMPRE (uno sguardo su “Esilio di voce” di Francesco Marotta)

La terza parte degli inediti di Esilio di voce cui questo pezzo fa riferimento sono visionabili, in un post curato da Natàlia Castaldi qui

https://poetarumsilva.wordpress.com/2010/02/18/poesie-sono-anche-doni-doni-per-le-creature-attente-doni-carichi-di-destino-francesco-marotta/

Enzo Campi

INDECIDIBILI SEQUENZE DEL SEMPRE

(uno sguardo su Esilio di voce di Francesco Marotta)

 

Parlare di questi e degli altri versi che Marotta ha disseminato nel corso della sua (r)esistenza poetica non è cosa agevole e richiederebbe un’attenzione particolare di cui questo breve e inesaustivo sguardo non è che un infinitesimo granello di sabbia all’interno di un deserto.

I fattori e gli elementi che concorrono alla configurazione della poetica marottiana sono svariati e andrebbero presi in considerazione prima singolarmente e poi nelle relazioni con gli altri. Si potrebbe parlare di una sorta di catena patemica, e in effetti, a ben guardare, nella poetica marottiana ci sono delle ricorrenze che non esiterei a definire esemplari, talvolta lampanti e, per così dire, in bella mostra, talvolta invece celate all’interno del non-detto poetico. Siamo in presenza (sarebbe più appropriato dire: siamo nell’avvento di una «venuta in presenza») di affezioni e di passioni. Come vedremo tutto quello che esce fuori di sé è destinato a rientrare, potenziato, al sé che l’ha generato. Qui si tratta di comprendere l’essenza di un percorso, la natura dell’erranza in cui l’io-particolare cerca di instaurare un rapporto con l’io-universale, o meglio cerca di presentarsi – magari omettendo il suo nome proprio – all’universale per carpirne i segreti e ridefinirsi. La presentazione di sé è una venuta, è un impadronirsi del luogo. Aver-luogo nel luogo è «venire in presenza». Questo è quello che potrebbe risultare ovvio. Ma anche mettere l’assenza «in presenza» potrebbe entrare a far parte della categoria della «venuta». Cerchiamo di capirci: l’erranza è costituita in egual misura dal qui-agisce e dal qui-giace, non solo dal movimento ma anche dall’inerzia, non solo dal transito ma anche dall’attesa.

un sintomo bianco
nel gioco del sole un balzo
d’insetti nella calma del rovo
malattia che tutto muove
e trascina a un dettato febbrile
di sensi rappresi
aggrumati per somiglianza
in soprassalti di mare
domani un letargo
memoria senza risveglio
dove riposano polvere e lampo
indecidibili sequenze del sempre

Detto questo vorrei partire da una frase di Natàlia Castaldi che inaugura la presentazione di questi inediti:

“Il poeta osserva le cose, i fenomeni, gli accadimenti, respira il pensiero del tempo, ne assimila nessi, connessioni e se ne fa portavoce consapevole di caducità e oblio, cui resiste in una battaglia al frastuono confusionale degli inganni della storia, affinché permanga una traccia che non disperda i frammenti di memoria del suo canto di vibrazione e rimembranza, sospesa nella dimora del tempo custodito”.

In che modo scorre il tempo nella poetica marottiana?

visitazioni di parole nel tempo
immaginando cosa nascondono
di gesti incompiuti le mani
pietrificate senza lume
quanta l’incuria in calce ai suoni
ripetuti in forme di abbandono
fino a scoprire il labbro
dove ripara un grido
scampato alle carte della sera
una dimora d’ombre e fortuna
in cui si recitano pensieri
a una corolla il sillabario delle api
udito alla foce del respiro

Questa è solo un’occorrenza e sul concetto di tempo ritorneremo più avanti.

Se isoliamo alcune parole possiamo riscontrare la presenza di alcune chiavi d’accesso: visitazione, pietrificazione, abbandono, dimora, sillabario, foce e respiro.

In soli tredici versi troviamo una sorta di summa atheologica delle (r)esistenze e delle ricorrenze marottiane, una summa che non è sicuramente esaustiva ma che rappresenta comunque una soglia d’accesso alla sua visione del mondo.

Come già detto ci troviamo in presenza di affezioni e di passioni. La cosiddetta catena patemica non si esaurisce nel portarsi in fuori, ma si concede il lusso di programmare il percorso in vista di un ritorno non tanto al sé quanto a un qualcosa che ha preceduto l’esistenza di quel sé, un qualcosa che potrebbe essere definito in vari e svariati modi: nulla, origine, chaos (ma ognuna di queste definizioni apre un infinito ventaglio di accezioni), tanto per abbozzare solo tre terminologie.

Alle sette ricorrenze che formano la nostra summa aggiungeremo adesso un ottavo termine, un elemento oserei dire essenziale per avvicinarsi a questa poetica: la sabbia.

impressioni di sabbia nell’annuncio
labiale arrecato dal vento
s’inclina disperso per legge d’isole
e cielo un vapore dettato da tante storie
sfigura a brani il percorso dell’occhio
più spesso il corpo di una parola
porosa che esplode
sanguinante nella mano

Se scrivo sulla sabbia una frase e poi vi cammino sopra, le orme dei miei piedi cancelleranno quella frase. La cancellazione non sarà totale e le orme, mescolandosi a ciò che resta della scrittura, daranno vita a un qualcosa d’informe, privo cioè di una forma specifica e riconoscibile, ma allo stesso tempo depositaria di più forme. In quest’ottica l’informe diviene informale. Svela o comunque lascia ad intendere una molteplicità di fondo che è strettamente riconducibile a quelle tre definizioni che abbiamo abbozzato poc’anzi : nulla, chaos e origine. Ed è all’interno di questa morphé informale che le isotopie marottiane ci fanno comprendere che qualsiasi sentimento d’appartenenza non può prescindere da una sorta di disappropriazione.

macerie in bilico e nello scollo della frana
tutto il candore
dei germogli agghiacciati
in passaggi di stagioni
materia di canto orfano dei silenzi del ramo
teso come un arco
aereo sulla superficie del pensiero
tra le grate del ciglio semplice traccia
levigata reliquia del vento 

Così all’interno della catena patemica ogni oggetto diventa soggetto, viene cioè dotato di anima propria. E Marotta, scusate l’iperbole, si fa portavoce della loro voce. Non è raro che nei suoi dettati ci si ponga all’ascolto della voce di una pietra, di una duna, di un’acqua che fluisce, di un fuoco, ecc.

Se ogni cosa ha un’anima, la voce di quest’anima ci permette di entrare in contatto non tanto con la cosa ma con il cuore della cosa. Se poesia significa “toccare la cosa delle parole”, ebbene Marotta ci permette di toccare il cuore poematico di tutte quelle cose che, attraverso il suo tocco, si fanno portavoce di poesia.

In questa pluralità di voci, nonostante l’infinita propagazione di echi e di risonanze,  vive una sorta di esilio. Perché? Forse perché la ricerca marottiana verte non solo sulla disseminazione di tracce ma, anche e soprattutto, sulla loro cancellazione. Non a caso ho fatto l’esempio della scrittura sulla sabbia che è, a tutti gli effetti, prima una cancellazione meta-poetica e poi una cancellazione metafisica.

Cosa si intende qui per cancellazione?

Bisognerebbe che fosse lo stesso Marotta a rispondere (o a riproporre, in termini altri, l’interrogazione). Noi possiamo abbozzare la possibilità che ci si volga al nulla da cui si proviene, a un inizio che prefigura quei processi che andiamo a definire come «spartizioni» e «spaziamenti».

all’inizio è una forma d’onda
una cresta aerea che si offre
alla spartizione del moto poi
il caso che si libera tra ipotesi
ed evento forse la lettera finale
di un ricordo una vela che si oscura
negli specchi franati di ieri
in cambio di un accordo muto
di una lenta consunzione
senza cenere

Cosa abbiamo qui?

Evidenziamo almeno due elementi: la “spartizione del moto” che genera tutti gli spaziamenti a venire, e la “lettera finale”, la parola ultima, quella parola che non sarà mai trovata, non alla fine almeno, ma solo nell’ “ipotesi” di un nuovo e rinnovato inizio: l’arco arcuato (“forma d’onda”, “cresta aerea”) ove rendere precario il proprio equilibrio. Non la parola ultima quindi ma, forse, la traccia che dissolvendosi ne conserverà la memoria. Siffatta traccia,  sia incoativa che terminativa, è (e deve essere) effimera. Si consegna all’erranza non per sparire del tutto, ma per rinnovarsi, per risorgere dalla sua stessa cancellazione.

Una significativa ricorrenza che certifica il lavoro sulla cancellazione è riscontrabile in un termine che andiamo ad aggiungere al nostro palinsesto patemico: fuoco.

Il carattere fortemente isotopico della poetica marottiana implica la correlazione semantica dei vari elementi e offre la possibilità di una decodificazione lungo una linea (magari non retta, ma pedissequamente e lucidamente smussata) sulla quale l’erranza dell’autore non preclude l’erranza del lettore. Sia l’asse paradigmatico che quello sintagmatico condividono lo stesso spazio, anzi sembrano spaziarsi. Creano come dei buchi, aggiungono spazialità allo spazio, si declinano anche attraverso effrazioni il cui compito principale è quello di rischiare il continuo rinnovarsi di una delle aporie più ricorrenti e significative: luce / buio.

cammina pensando una deriva
la corrente paziente delle ombre
il suono che trascorre
inascoltato
alle tue spalle immagina
con quale lingua il deserto
racconta la piaga dove premeva
la lama della luce il varco
dove precipita il respiro
di una terra libera dal dolore
del nome

“La corrente paziente delle ombre” e “la lama della luce” sono qui proposizioni oppositive ma  semanticamente equivalenti perché concorrono alla spartizione e allo spaziamento di un concetto. Ho scelto questa occorrenza perché si confà anche a quanto appena accennato sui buchi e sulle effrazioni : “con quale lingua il deserto / racconta la piaga” ; “il varco / dove precipita il respiro” (ma, naturalmente, le occorrenze in tal senso si moltiplicano a vista d’occhio in tutti i dettati che compongono questa raccolta di inediti).

La ricorrenza del fuoco è pressoché lampante: “in lente forme d’incendio” – “per essere ancora fuoco / sotto il foglio che regge il giorno” – “un fuoco che nell’inguine s’accende / come il faro di guardia / a un mare deserto”. E possiamo leggere ancora di un “ritmo del fuoco”, di una “cera bruciata”, della “superficie di una fiamma”, di “fuochi di caduta”. Ma al di là delle occorrenze ciò che vorrei sottolineare è che se il fuoco è luce, la cenere che ad esso sopravvive potrebbe essere considerato come l’elemento che ne certifica la cancellazione. Una doppia cancellazione: il fuoco che distrugge e il fuoco che viene distrutto.

È forse questo il compito della luce?

C’è sempre un dare / ricevere, un agire / subire. Per dirlo alla Nancy la cenere rappresenta il qui giace del fuoco. Ma è anche vero che in quel qui giace ristagna, solo apparentemente allettata, la possibilità di reiterare il misfatto.

La cenere, come residuo del fuoco originario (della scrittura originaria?) può essere usata come elemento per tracciare una nuova scrittura. Non si tratta di una fenice che rinasce dalle sue ceneri, ma di una fenice che usa le sue stesse ceneri per riscrivere e rinnovare il suo verbo. Un verbo effimero, la cui traccia è comunque destinata a un’ulteriore cancellazione.

Sembrerebbe un gioco senza fine, ma la chiave non è il gioco bensì il senza-fine in cui sfinirsi nella riproposizione  – ad aeternum –  dell’interrogazione.

A questo punto bisogna introdurre anche il procedimento della «licura».

Cos’è la licura?

Nell’antica Roma si cancellava uno scritto coprendolo con uno strato di cera, per poi riscrivervi sopra (una sorta di gesto della cancellazione dei codici, dei segni, delle rivelazioni che metteva al bando lo scritto originario per favorire la diffusione del nuovo scritto).

In poche parole: cancellare per riplasmare.

E quella “cera bruciata” di cui si è appena accennato non è forse riconducibile anche a questo?

sulla pagina svuotata di segni
la notte incide formule e gesti
poi tenta gli occhi la pelle un idillio
di voci sgranate quando dici
il mio corpo ancora mi svela
quando reggi spenti equinozi
che sarebbe cera bruciata
per chi ha nuotato a ritroso
intera la superficie di una fiamma
per chi ancora respira della luce
deposta solo l’ora che imbianca
in mezzo al guado la sua ombra
che parla con lingua di sete
da un labirinto di acque murate

Jabès: “Un giorno arriveremo a leggere gli spazi bianchi tra le parole, grazie ai quali soltanto possiamo avvicinarle”.

Ho sempre avuto l’impressione che gli spazi bianchi tra le parole marottiane non fossero mere pause del dettato. Quel bianco si concede l’onere e l’onore di farsi depositario del non-detto. Quel bianco si apre accadendosi.

Cos’è che accade?

Accade l’accadimento che non è manifestato e che vive all’interno di quei buchi, di quei varchi, di quelle piaghe cui si accennava poc’anzi. Accade la spartizione. Accade lo spaziamento. Accade l’inconosciuto. Accade l’inderogabile, e via dicendo.

È come se quel bianco contenesse i resti di una prima scrittura le cui tracce (impronte), quasi impercettibili, sopravvivono a qualsiasi procedimento di licura.

La scrittura di Marotta è, idealmente, sovrascritta sulla scrittura originaria. È questa la sua grandezza.

È difficile trovare una scrittura che cancelli il tempo originario per innestare un nuovo tempo che, a sua volta, tende a ritrovare proprio quel tempo che ha cancellato per meglio cancellarsi. Ma questo è proprio quello che accade, questo è l’accadimento che si apre spartendosi e spaziandosi. E, beninteso, qui non si tratta del classico e abusato serpente che si morde la coda, qui si tratta di certificare l’urgenza dell’erranza e di riproporre un’interrogazione sempre ultima ma mai definitiva. Una poetica fortemente escatologica, ma allo stesso tempo incoativa. L’ennesima aporia da disseminare. Un’aporia fortemente correlata al tempo e ai tempi in cui produrre transiti ed effrazioni.

Questa poetica difatti non può permettersi il lusso di adagiarsi sugli allori della consueta tripartizione del tempo (passato-presente-futuro).

Non c’è un inizio che non sia ri-cominciamento, non c’è una fine che non si configuri nel senza-fine, non c’è un durante che non si presti ad essere ri-attraversato. L’erranza è pressoché continua ed è condizione necessaria anche per il fluire del tempo.

Sembra quasi che sia lo stesso tempo ad adattarsi al fluire di questa poetica, che tenda cioè a ri-modellarsi sulla base degli elementi che Marotta mette al lavoro.

Questo è forse il dono più importante e pregnante: donare tempo al tempo.

Jacques Derrida inaugura il suo Donare il tempo così:

«“Le roi prend tout mon temps; je donne le reste à Saint-Cyr, à qui je voudrais le tout donner.

È una donna a firmare. Si tratta infatti di una lettera, e di una donna a una donna. Madame de Maintenon scrive a Madame Brinon. Dice, insomma, questa donna, che al Re dona tutto. Donando tutto il proprio tempo, infatti, si dona tutto, si dona il tutto, se tutto ciò che si dona è nel tempo e si dona tutto il proprio tempo»

Quando Derrida, in una mirabile trasposizione, trasforma Madame de Maintenon in Madame de Maintenant (ora, adesso, in questo momento, presente, immediato), non fa altro che ribattezzare quella donna in una sorta di “signora dell’adesso”. Questa donna fa un presente (regalo, dono) impegnando tutto il suo presente (tempo). In un certo senso si priva del proprio tempo per donarlo al tempo del Re; così facendo dona anch’essa tempo al tempo.

Il tempo nuovo di Marotta è un dono per il tempo precostituito, un presente nel presente, lo è “adesso”, in quell’immediato in cui la scrittura si manifesta, e lo sarà in futuro nella sovrascrittura conseguente alla licura dei testi dell’adesso, e tutto questo sempre all’insegna dell’effrazione, in nome di quell’urgenza che non può esimersi di produrre tagli, incisioni, squarci, di scavare e di aprirsi dei varchi.

solo una maglia slabbrata
uno squarcio nella rete del tempo
incurabile misura del guardare

In questo dare/prendere c’è tutta l’apologia del poeta che si priva del suo tempo per donarlo al tempo, o meglio ancora per donarlo al tempo della scrittura e del libro.

“La” scrittura e “il“ libro, una disseminazione al femminile in un «corpo» al maschile. Sulla falsariga delle «ricorrenze» che caratterizzano la poetica marottiana penso, come già accennato, alla cenere («la» cenere) e al fuoco («il» fuoco). Entrambi gli elementi vivono in una sorta di corrispondenza biunivoca, in un regime di co-appartenenza; sembra quasi che ognuno dei due serva l’altro. Se il fuoco si fa tramite per la cancellazione, la cenere (le reste, il resto del tempo che fu, che è stato) non si limita solo a tramandarne il ricordo, ma si fa portavoce di una sorta di resurrezione.

Jabès: “Scrivere, scrivere, per mantenere vivo il fuoco della creazione! Far risorgere, dalla quieta notte dov’erano sotterrate, le parole ancora stupite dalla loro resurrezione!”

Scusate l’autoreferenzialità ma vorrei citare me stesso:  “psyché / estesa in lungo / si sfalda al largo / di punto in punto / ancorandosi / al lumen depauperato / e recita il peana / in cui pervertire / la cenere in fuoco”.

Spetta alla cenere, in quanto residuo di ciò che fu, il compito di ri-pervertirsi in fuoco, di riscrivere cioè “il fuoco della creazione”, di ri-celebrare il chaos, lavico e sorgivo, da cui la poetica marottiana è destinata e a cui, nella sua erranza circolare, si destina.

Ma il libro è anche luogo del deserto e la cenere che si perverte in fuoco è la luce che lo investe.

Una luce al nero, una luce che accade, che dissemina simultaneamente fuoco e cenere, che non può concedersi il lusso della sola armonia, che è originariamente portata a disseminare e a far parlare l’esilio dei buchi che la contraddistinguono.

Difatti, in questo Esilio di voce, c’è una certa tendenza a evidenziare gli strappi e le strozzature. Gli enjambements si moltiplicano corposi, non tanto per vanificare un’armonia e una musicalità (che comunque persistono e resistono) ma, forse, per far scendere in campo l’impossibilità di un percorso che sia lineare. Si potrebbe parlare di un’erranza claudicante, fortemente aporetica, caratterizzata da un’indecidibilità di fondo che consenta ad ogni singolo passo di interrogarsi in sé prima di esportare verso un fuori il contagio dell’interrogazione.

Abbiamo parlato più volte di «spartizione» e di «spaziamento». Questi due termini rappresentano due accezioni del francese partage che viene generalmente tradotto con «condivisione».

Jabès, in apertura de Il libro della condivisione (Le livre du partage), dichiara:

“Molto presto mi sono trovato di fronte all’incomprensibile, all’impensabile, alla morte. Da quell’istante ho capito che niente quaggiù si poteva condividere perché niente ci appartiene…

C’è una parola in noi più forte di tutte le altre – più personale anche. Parola di solitudine e di certezza, così nascosta nella notte che a malapena è udibile da se stessa. Parola di diniego ma, al contempo, del coinvolgimento assoluto. Parola che forgia i suoi legami di silenzio nel silenzio abissale del legame. Questa parola non si condivide. Si immola.”.

Ora, se è lo stesso Jabès a dirci che non tutto può essere condiviso, non ci resta che agire per propagazioni ed estendere le accezioni di quel partage alla «spartizione» e allo «spaziamento».

La poetica di Marotta non cerca solo la prossimità e il contatto tra l’uomo-soggetto e l’oggetto-soggetto, ma cerca anche di mettere a nudo uno scarto, ovvero il dispiegamento degli scarti che intercorrono tra due soggetti: quello che si presuppone pensante e agente e quello che si presuppone invece privo d’anima e inerte. In questa messa a nudo persiste comunque una volontà di condivisione che implica una «spartizione», ed è per questa ragione che il dispiegamento degli scarti produce uno «spaziamento». In questo spartirsi e spaziarsi Marotta crea i suoi buchi, apre i suoi squarci, mette al lavoro le sue lame e comincia a scavare nel cuore degli oggetti-soggetti con cui si rapporta. C’è quindi un doppio movimento di estroiezione verso l’altro e di inframissione nell’altro. Un movimento che si declina ulteriormente perché quell’inframissione nell’altro serve per ritornare al sé e per innestarvi i segni e le tracce accumulate nell’erranza.

Vorrei chiudere riproponendo quella che Marotta definisce “la lettera finale” per metterla sullo stesso piano di quella  che Jabès definisce “parola in noi più forte di tutte le altre”. Entrambe, in un certo senso, non possono essere condivise. Possono solo spartirsi e spaziarsi. Possono solo immolarsi al loro destino di luce. Possono solo consegnarsi alla «venuta in presenza» della cancellazione.

(Enzo Campi – Reggio Emilia –  prima stesura Febbraio 2010)

47 comments

  1. aspettavo questo tuo sguardo ed è arrivato puntuale ad illuminare.
    grazie Enzo, sto meditando alcuni punti del tuo discorso e spero di intervenire più avanti.

    Le foto del post sono elaborazioni grafiche di Enzo che ha preso in prestito i versi di Marotta “in licura”

    grazie!!

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  2. Spero di poter intervenire domani.

    fm

    p.s.

    I puntini sono un segno di sospensione, di rispetto e di silenzio: abbracciano tutte le parole che un “grazie” non potrebbe mai contenere.

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  3. riconoscere il valore è facile quando questo è tale da sorprendere. la poesia di Francesco è davvero straordinaria e il rilievo che ne dà Enzo è della stessa portata.
    complimenti a entrambi!

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  4. A…V : (leggo avi)

    visitazione – voce
    dimora- sabbia -mare
    foce- respiro -vita
    morte.

    http://www.lexiline.com/lexiline/cassfog1.gif

    I primi due segni:antichissimi(sin dal neolitico). Rinvenuti sulla pietra delle rocce e poi, più tardi, anche nei vasi e nelle statuette. Segno del femminile e della vita, oltre che della morte.
    La rapidità del segno che scruta e riassume in sè il midollo, persino il non visto ma percepito con nitore, anche quando è labirintico.
    C’è un bellissimo segno, letto come labirinto, in cui la sintesi di nascita e morte è vista come rigenerazione nel continuo, non come fine o perdita.
    E’ lo stesso simbolo che apre alla rosa, altro simbolo che indica la verginità, non tanto e solo della donna (come ha fatto poi la chiesa con Maria:strano no che il suo nome inizio con M, la stessa di Ma-re, Ma(d)re)ma di quella sostanza che ci lega inscindibilmente al c-osMos.
    Rosa simbolo del sesso femminile, rosa dell’ombelico,rosa dei venti, rosa madre dei viventi,rosario, rosa del sangue…
    I versi di Marotta, ogni volta risvegliano in me l’inizio perché hanno in sé un germe vitale, che non si è assopito nel tempo, in questo tempo di confusa ME-moria (costume,usanza,storia).
    Grazie ad Enzo per la lettura e la ricerca di quelli che sono gli avi, quelli che con-sentono il “porta-re”.ferni

    http://www.segnicreativi.it/s3.gif

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    1. la “verginità” è in quell’anima che si sente come la depositaria di una “missione”: è questo quello che si legge tra le righe dei dettati marottiani.
      verginità della fonte, delle radici, della luce, del “libro”.
      è quella verginità che gli permette di co-abitare la “cosa” delle parole.
      è quella verginità che gli permette di “sentire”, con-sentire e con-dividere.

      il con-sentire è caratteristica imprescindibile della sensibilità.
      e tu in questo sei maestra.
      grazie Ferni!!

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  5. Molto interessante, una disamina appassionata e appassionante, come i versi di Marotta.
    l’erranza, il luogo, la distruzione, i segni cancellati, il fuoco, la cenere … la poesia nasce dalle ceneri di una distruzione, questo credo è quel che Marotta mette “in atto” nei suoi versi

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  6. Caro Enzo, hai fatto un lavoro splendido – e l’aggettivo non è certo riferito ai testi che hai analizzato. Un mio amico dice che ci sono lettori capaci di restituire il volto segreto di un’opera, tutta la “bellezza” che quell’opera contiene, ma che le parole utilizzate dall’autore per darle forma spesso non riescono ad esprimere pienamente.

    E questo è quello che succede, inevitabilmente, quando si ha la fortuna di imbattersi in uno “sguardo” come il tuo. Cristina Bove l’ha fatto notare, molto acutamente, io ho cercato di esprimere questo “sentimento” con un post che contiene una domanda la cui risposta è “qui”.

    Penso che un lavoro di analisi come il tuo, può scaturire unicamente da due fonti: da chi conosce in profondità l’opera e ha seguito, da sempre, tutto il percorso creativo dell’autore, “intenzioni” comprese; oppure, da una pupilla esercitata all’assenza e al grido, che in quegli spazi intermin/ati/abili dimora: capace, in modo affatto naturale, umile e familiare, di trasformare in rovello critico e lume d’indagine,la devozione di chi leggendo in quella carne si immerge, recupera dai fondali i suoni che danno voce a quelle labbra, le radici che danno immagini a quegli occhi – la sostanza che immette sangue, respiro e movimento in quella creatura d’aria”.

    Solo un poeta eccellente, quale tu sei, può avere la forza di ri-creare, di riscrivere un’intera vicenda, una materia dove sangue e segni sono un grumo, un intrico inestricabile, consegnando nelle mani di chi l’ha vissuta il “filo” da cui si origina l’ordine e la forma dei suoi passi.

    Ti ringrazio.
    Un abbraccio a te, a Natàlia e a quanti hanno letto e sono intervenuti.

    fm

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    1. mi fa piacere di essere riuscito a cogliere e a restituire alcuni aspetti della tua ricerca,
      ma come ho scritto in apertura del post questo è solo un piccolo granello di sabbia e la tua poetica consta di miliardi di granelli.

      … senza il tuo lavoro a monte non potrebbe esistere nessuno sguardo a valle…

      grazie a te!

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  7. Mi permetto di condividere il commento di Liliana perché si è fatta voce di quel che penso.

    Una simbiosi che arricchisce sicuramente entrambi gli autori :)
    Grazie!

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  8. Ancora grazie a tutti.

    Una connessione precaria non mi consente di essere presente come vorrei. Devo qualche risposta. Proverò domani con altri mezzi.

    Buona serata a tutti.

    fm

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  9. Recupero in questo post, scusandomi per l’assenza.Grande Enzo,come sempre stupisce la tua qualita di analisi e, complimenti a Francesco Marotta, un poeta che fa e farà ancora tanto per la poesia contemporanea.Sfido chiunque a dire che questo secolo non avrà talenti da ricordare!Un caro saluto;)

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  10. Un solo lavoro critico sulla poesia, ho sempre pensato, che faccia emergere la competenza e la preparazione del critico, molto più di quanto una poesia non dica la ricchezza o bellezza dell’autore. Occorre il corpo poetico per sentire il poeta, basta un commento come questo per restare stupiti di quanto egli riesca a spremere dalla poesia. Analizzata. Dipanata. Intrecciata. Intercettata. Ne fa distillato di luce, la penetra con la stessa capacità di infiltrazione che (anche) inconsapevomente la poesia esercita sul lettore. Di una poesia si percepisce che è bella, che risuona, che commuove, che incanta. Non trovando altrimenti più appropriate parole. Ma è dal lavoro critico che emerge ogni risvolto, spigolo, onda. La vibrazione del testo, la sua frequenza, le rifrazioni in cui il raggio si scompone ricomponendosi vivo nell’oltre della lettura, nel pensiero acceso, nelle molteplici sue sfaccettature. Grazie.

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    1. grazie Loredana!
      quasi quasi mi commuovo.
      ma, ribadisco, che senza un lavoro a monte non potrebbe esserci nessuno sguardo a valle.
      e il lavoro a monte, qui, supera – in forza, spessore e fertilità- di gran lunga qualsiasi approccio e qualsiasi lettura.
      che poi ci siano dei punti in comune e un percorso di ricerca che potrebbe condividere alcuni sentieri specifici è cosa che sicuramente aiuta il mio tentativo di restituire almeno una briciola della “forza” che Marotta ci dona con il suo lavoro.

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  11. stai facendo un grosso lavoro Enzo, che svela e tiene, e Francesco un po’ti assomiglia

    io sempre sbalordita dalle possibilità di elaborazione dei/sui/con testi
    vi abbraccio

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    1. grazie Silvia!

      magari sono io che somiglio un po’ a lui….

      lo spessore e la fertilità delle cose che Francesco dissemina da anni rappresenterebbero, per ognuno di noi , un insperato e anelato punto d’arrivo…

      comunque direi che abbiamo affezioni e passioni in comune che partono da una visione della “cosa” che non può accontentarsi né della superficie né del profondo.

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  12. Credo che uno dei punti centrali, essenziali, dell’articolatissima ricostruzione operata da Enzo, al di là della sua indubbia, invidiabile capacità (direi di stampo “vocazionale”) a riannodare fili, a restituire il percorso sotterraneo dell’acqua, il suono originario della “sorgente”, decifrandone l’intera mappa/spartito a partire da una sola sparuta nota emersa o superstite (e, non a caso, la “procedura” di de-terminazione del “luogo delle tracce” è anche una delle costanti più originali e suggestive della sua scrittura creativa), sia da ritrovarsi nell’intuizione della pro-cessione aporetica, in movimento circolare (evidentemente frastagliato, vista la natura erratica dei vettori) pre-dialettico (e/o a-sintetico) di tutti gli elementi – in sembianti singolari o duali – che definiscono (o tentano di farlo) il rapporto “scrittura-cancellazione” da lui splendidamente esemplato nell’operatività dei procedimenti di “licura” (una vera e propria polisemia figurale – quest’ultima).

    E’ estremamente “facile”, per me che ho scritto i testi, meditando lungamente intorno a questi snodi – teorici e di organizzazione “pratica”, testuale, della materia poematica e dei suoi “residui”- , riportare a questo centro l’ordine del (suo) discorso e le sue necessitanti articolazioni: facile, anche perché non dovrei fare altro che ripercorrere il sentiero “in”-interrotto del “suo” argomentare. Ma è anche un esercizio di re-gressione, materia di stupore continuo, perché, fin dal primo momento in cui ho letto queste note, ho avuto l’impressione – nettissima – che siano state scritte da un occhio che mi ha seguito per tutto il processo creativo, e che conosce di ogni struttura poiètica prodotta finanche le chiose ai margini di ogni parola, le “cancellature”, le “in-versioni”, le varianti, tutti i materiali di cui sono ampiamente costellati i fogli che le contengono.

    E poi, poiché è già di per sé, almeno per quanto mi riguarda, un’operazione pregiudizialmente ridicola (e per moltissimi versi (!) lo è davvero: sia come desiderio/sintomo che come estrinsecazione fattuale) parlare della propria scrittura, cerco di limitare i danni (ma forse non faccio altro che accentuarne il carico) rimandando a queste pagine

    http://rebstein.wordpress.com/2009/03/14/cio-che-passa-rischiara-il-cammino/

    che, forse, contengono qualche ulteriore elemento/risposta.

    Mi intriga moltissimo anche il discorso sulla “scrittura-in-quanto-femminile”, perché (e qui siamo all’outing più totale) io ho sempre “partorito” ogni volta che ho scritto – e ne ho avuto la *riprova* (almeno per me ha avuto questo “effetto”) nel transfert totale vissuto assistendo alla nascita dei miei figli.

    Ancora un grazie a tutti per l’estrema bontà e attenzione.

    fm

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  13. “movimento- inerzia-transito – attesa-
    Mettere l’ASSENZA in PRESENZA potrebbe entrare a far parte della categoria della VENUTA.”

    Francesco mi emoziona ogni volta in modo diverso.
    Enzo…grande scrutatore che tanto mi intimidisce.
    E’ vero, ci sono delle somiglianze, tra i due giganti ma…
    in Francesco Marotta, avverto sempre quel fremito di ali….
    Grazie ad entrambi.
    Enzo: ammirazione tanta!
    A Francesco rapimento.. e un abbraccio.
    Marlene

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  14. Ringrazio ancora tutti voi, da Fernanda (che mi ha costretto a rileggere alcune pagine del “mio” Villa) a Marlene e Stefania – a Enzo: per la sua “presenza”, sempre e comunque.

    Buona serata a tutti.

    fm

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  15. ma sai cosa ho pensato nel godimento (si può dire? nn mi viene adesso un termine migliore), cioè godendo non poco, a questa bellissima lettura?
    che anch’essa attraversa e continua
    quello che dici ottimamente (e in modo esaltante) del bianco e del nero inchiostro (anche del rosso – giusto per stare sui colori, ma qui le ri-velazioni- movimenti di erranza presenza assenza cancellazione nel tempo e nello spazio- sono davvero moltissime) della scrittura di Marotta:

    “È come se quel bianco contenesse i resti di una prima scrittura le cui tracce (impronte), quasi impercettibili, sopravvivono a qualsiasi procedimento di licura.

    La scrittura di Marotta è, idealmente, sovrascritta sulla scrittura originaria. È questa la sua grandezza.”

    Beh,cavolo, tanto di cappello!

    ciao

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  16. Cosa dire? Bravo il poeta Francesco Marotta che scrive dei versi così intensi e intrisi di significati; ma a te Enzo che conosco (non ancora molto) dico sinceramente complimenti. Hai fatto un’analisi critica dettagliata e seria, hai lavorato molto e molto bene!

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  17. Grazie per quest’altro testo così intenso di immagini, suggestioni, analisi, riferimenti al pensiero di filosofi e poeti fondamentali anche per me.
    Mi piace molto come analizzi il concetto degli spazi bianchi… l’urgenza dell’erranza… il rapporto tra tempo originario e nuovo tempo… E poi ancora grazie per aver ricordato di Jabes le parole “scrivere, scrivere per mantenere vivo il fuoco della creazione”.
    Un caro saluto.

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  18. È fantastica questa vostra –fusione- momentanea.
    Ho sempre pensato che la visione del Poeta sfugga a se stessa nel tentativo di –raggiungersi: “l’urgenza dell’erranza”.
    Dall’urgenza dell’erranza una profusione d’immagini che il Poeta sottrae all’idea e che divengono dimensione atemporale. È qui che trova modo d’inserirsi tutta l’analisi di Enzo che infatti ne certifica tutta la profondità, la spazialità.
    Rallentando i fotogrammi, osservandoli da vicino,e infine, dopo aver operato quella che lui chiama effrazione (stupenda questa definizione che prelude a un possibile furto),dopo l’attenta analisi con ampio dispiegamento di mezzi (sei straordinario)infine intervenendo la variabile dell’accelerazione smodata che appartiene non al critico ma al Poeta le certificazioni vengono così ammantate di una permeabilità superiore che riesce a trafiggere l’occhio del lettore in modo da fornire una doppia visione dell’opera presa in esame. Una contemporaneità di soluzione infiltrante, una perfetta -fusione bifocale-.
    Immagino che perfino Francesco sia riuscito a cogliere delle sfumature che non aveva ancora realizzato. MOLTO bello leggervi !!

    Doris

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  19. Ogni testo è, sostanzialmente, una delle “varianti” infinite di quell’atto intenzionale che tende a ridurre ad “unità” segnica una “molteplicità di possibili”. E l’unità, in quanto nucleo originario dell’intenzione – che sia soltanto presentita o esplicitamente espressa e formalizzata in un preciso “di-segno” e in precise strutture – è presente anche quando il testo fa della sovrapposizione e della stratificazione, polisemica e immaginale, l’orizzonte della sua emersione verso la “dicibilità”.

    L’intero ventaglio delle dimensioni e delle allusioni contenute in quel “possibile” (lessicali, semantiche, ritmiche, sintattiche), non va mai perduto, non può – per sua natura – rientrare nella categoria residuale del materiale inerte, a nessun livello – perché la sua” in-dicibilità/in-decidibilità” è solo apparente: esso rappresenta, infatti, il “margine” oltre il quale il testo infinitamente sporge: in una parola: la “pre-condizione” e il “fine” della sua esistenza in quel particolare “corpo di parole”.

    Questo “margine”, nell’atto della lettura, è lo specchio “verso il” quale la pupilla altra (quella del lettore) “naturalmente” tende, e “nel” quale inevitabilmente si riflette (con modalità e tempi mai univocamente dati o prefissabili), con un effetto di “risonanza” che si riverbera dalla pagina-al senso-all’autore: dilatando a dismisura lo “spazio” di un paesaggio che dislaga e muta ad ogni successiva approssimazione.

    Solo il lettore possiede la “chiave di esistenza” del testo (spesso il “possesso” è solo presentito) – ed ogni lettura ne aggiunge un’altra: che, in quanto “sguardo”, dilata o restringe il confine a misura della sua estenzione, della quantità di echi che riesce a suggerire individuandone “una” fonte.

    Questo fa, di regola, un lettore attento – affidando la ricezione non al suo equilibrio o a quello dell’autore (dei quali si spoglia, accantonandone le suggestioni e le aspettative), ma alle “coordinate sonore” che il testo stesso gli offre nel suo incessante fluttuare sulla pagina. Ciò che ne consegue, di solito, è una “percezione altra” inviata in dono all’autore (della stessa sostanza di quella ricevuta quando gli è stato offerto il testo – uno “scambio simbolico” senza il quale la poesia “non” è): una “chiave” capace di aprirgli porte inimmaginabili, squarci mai prima osservati, con/in quella particolare luce, pur all’interno della dimora che lui stesso aveva costruito.

    E “questo” già basterebbe.

    Ma quando poi si dà il caso che il lettore possegga chiavi e strumenti capaci di definire la natura e la profondità stessa del margine, la “pupilla” che dall’immersione risale deposita sulla carta non il tracciato di uno o più echi raccolti nella “discesa”, ma la mappa precisa della sorgente da cui tutti i suoni si generano: in parole povere, riscrive il testo “ri-nominandolo” con l’alfabeto del primo segno e della prima pronuncia impressi dall’autore sulla carta (o sulla sua pelle).

    Ma “il primo segno e la prima pronuncia” (dell’autore) sono sempre il frutto di una “scelta tra possibili”: questo lettore, invece, gli restituisce l’intero arco dello “scarto” – la misura esatta del margine o dell’abisso.

    E’ quello che è successo qui.

    Un grazie a Margherita, Nicoletta, Elvira e Doris (alla quale spero di aver risposto).

    Un saluto a tutti.

    fm

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  20. Sì Francesco, mi hai risposto, e non riesco a non lasciare qui il mio grazie. È un intervento prezioso (bellissimo, salvato e stampato), che rileggerò di sicuro più volte. Un saluto a tutti. Pagina magnifica questa (grazie anche a Natalia).

    Doris

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  21. Mi scuso se arrivo con un po’ di ritardo.
    Mi unisco a Francesco e ringrazio Margherita, Nicoletta, Elvira e Doris per la presenza, l’attenzione e i commenti.

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  22. Assocerei il “godimento” di cui parla Margherita alla “risonanza” cui accenna Francesco.
    Un insieme di propagazione e ricezione cui consegue una reazione.
    Qualsiasi testo che fomenta una reazione è, in sé, riuscito.

    C’è un passo di Ermini che recita così: “[…] va posto orecchio all’appello che il mondo ci rivolge, in quanto parlare vuol dire prima ascoltare”.
    La questione di “porsi all’ascolto” è cosa da non sottovalutare.
    Il senso è nella sensibilità che si concede il lusso di far co-abitare tutti e cinque i sensi in una “dimora” ove ciò che conta è il gesto di far risuonare la risonanza (e l’eco cui fa riferimento Marotta consiste anche in questo gesto, per così dire, incosciente ed efferato che ci permette di propagare la propagazione – includendo anche l’inevitabilità della sua dissoluzione).
    Si tratta di gesti sovradeterminati, ma necessari, dettati anche da quella cosa che abbiamo definito urgenza e che, in alcuni autori, assume la dimensione di una sorta di missione.
    A questi autori, talvolta, bisogna aggiungere una certa categoria di lettori/ascoltatori la cui personale urgenza pretende la ri-propagazione della propagazione.
    Se io raccolgo una pietra e la lancio verso un qualsiasi oggetto compio un gesto.
    Quella pietra impattando contro l’oggetto produrrà un rumore.
    Ci sono lettori che si accontentano di porsi all’ascolto di quel rumore.
    Altri lettori invece si potrebbero chiedere qual è il pensiero di quella pietra destabilizzata dalla sua condizione di inerzia e costretta a transitare, a compiere un movimento che esula dalla sua natura. Se quella pietra compie un volo, attraversa l’aria, ebbene: quel lettore non rivolge il proprio orecchio al suono provocato dall’impatto ma pretende di ascoltare la voce interiore di quella pietra a cui è stata donata una “possibilità” di transito e di propagazione.
    Per cui a quell’affermazione che recitava: “poesia è toccare la cosa delle parole” bisognerà aggiungere almeno: “poesia è donare la parola alle cose”.

    Nancy:
    “Il senso è innanzitutto il rimbalzo del suono, rimbalzo coestensivo a ogni piegatura/spiegatura della presenza e del presente, che fa o apre il sensibile come tale e che apre in esso l’esponente sonoro: lo scarto vibrante di un senso, in qualsiasi senso lo si intenda. Ma questo significa, di conseguenza, che il senso consiste, innanzitutto, non in un’intenzione significante, ma piuttosto in un ascolto in cui solo la risonanza giunge a risuonare (dove è del tutto indifferente che questo ascolto sia quello della risonanza in sé o quello di un ascoltatore teso verso una sorgente sonora: nella risonanza c’è la sorgente e la sua ricezione…). Il senso mi giunge ben prima di partire da me, anche se mi arriva solo a partire dal movimento stesso. Di più: non c’è “soggetto” (il che vuol dire sempre: “soggetto di un senso”) se non risonante, in quanto cioè risponde a un lancio, a un appello, a una convocazione di senso”

    Questo è quello che fa l’autore, egli “lancia” la pietra, si fa portavoce di un “appello”, inaugura la possibilità di una “convocazione di senso”, trasforma gli oggetti in soggetti. Fatto questo sta alle singole sensibilità dei lettori/ascoltatori mettere al lavoro la ricezione e reagire.
    Da qui la necessità di quelle che siamo soliti definire “letture” e che io chiamo “sguardi”, ovvero della disseminazione di altri “possibili”, di supplementi che non esauriscano il loro compito nell’atteggiarsi a mere protesi del testo ma che esplorino la possibilità di un transito ulteriore a cui il testo è, per sua stessa natura, destinato.
    A costo di risultare prolisso e ripetitivo devo ripetere e confermare che, in letteratura, non c’è una fine, ma solo il senza-fine in cui sfinirsi.

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  23. Caro Enzo, ancora grazie per questo ulteriore carico di riflessioni che ci/mi passi, per la tua presenza e per la preziosa attenzione con cui hai seguìto questo thread.

    Grazie a Natàlia e a tutta la “selva” per l’accoglienza e l’ospitalità.

    Un cordiale saluto a tutti, con l’augurio di buon lavoro.

    fm

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    1. Francesco, mi sento di dire per tutti che qui sei a casa tua, anche io ringrazio Enzo, per tutto quello che ha scritto e per l’amore con cui si “dona” alla poesia.

      a tutti voi infinite grazie.
      n.

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  24. La poesia di Marotta, riletta e commentata amabilmente da Campi, acquista una contestualizzazione particolare. Non la vediamo inserita nel “qui ed ora”, ma pervasa dalla dimensione del “sempre” che tutto valorizza, fagocitando i tentativi di escludere, classificare, secondo ragione, anche le allusioni taciute, i sensi proibiti. Questi ultimi affiorano tra le righe, destando ammirazione nel lettore che intraprende un cammino in modo dilemmatico e mai passivamente. La parola s’imprime, per la sua metalinguisticità. E’ presente, in larga misura, il bisogno di meditare sul linguaggio, protagonista della battaglia per la poesia, del gioco di illusioni e disillusioni che investe l’esistenza umana e viene mediato attraverso la porta magica della parola-evento in controluce. La proposta di Marotta non cade dunque nel vuoto di emozioni e propositi. Si sedimenta nell’anima, cresce un mondo alternativo nel silenzio, puro e agognato, oppure sofferto e fragile, come la natura umana. E’ giusto osservare l’analiticità con cui Enzo Campi si appropinqua al testo marottiano, lo interroga ed estrapola vaticini mirabili. Un interesse, in particolare, scatta quando è in gioco, nel testo, l’idea di un divenire, pieno di presagi, nel dinamismo cosmico, ma anche nella sofferta interiorità, segnata, percorsa con selvaggia bellezza e pudore. A ben vedere, la perizia del critico non esprime cesure tra i due universi. Marotta, nelle intenzioni del suo interprete, veicola infatti un sorta di umanissima ( forse anche, per contrasto, un po’ inclemente) assiologia, mai didascalica, piuttosto vicina a quell’idea del “Socrate velato” che appare nella filosofia platonica ed è mancata poesia “per un soffio”. Il poeta e il suo critico sono vicini, lo scandaglio è riuscito, si entra nel testo accolti da una meditazione di livello elevato. Marzia Alunni

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