Premio letterario Profumi di poesia

Bando Premio letterario “Profumi di Poesia”

 

Il Profumo, come la Poesia, risveglia i sensi in un condensato di memorie e sentimenti.

Il Profumo sta all’odore come la Poesia sta alla parola.

Cosa rivela il connubio tra Poesia e Profumo se non un’estensione di Cultura e di Bellezza (quella che, secondo Dostoevskij salverà il mondo)? Cosa le unisce?

Per noi, il bisogno di convergere due stati ESsenziali della Physis (Natura): sensi e creatività. L’esperienza plurisensoriale tra parola e olfatto verso un medesimo significato di Bellezza d’immagine, è ciò che determina questo progetto. Inseguiamo una commistione di Poesia, Profumi, Stile e Costume, Cosmesi e Naturalità, Fotografia, per offrire un evento poliedrico e polisemico sotto l’egida, appunto, della Bellezza.

http://www.profumidipoesia.it

 

Premio letterario Profumi di Poesia

I edizione – settembre 2018

Progetto a cura di Fusibilia

Con il patrocinio del Comune di Sant’Elena Sannita (IS)

Con il patrocinio della Città di Aprilia (LT)

Il patrocinio della Fondazione “Il cammino del Profumo”

Il patrocinio e il sostegno della casa profumiera “Rancè- Profumi imperiali dal 1795”

In collaborazione con:

Antonella Rizzo

Terra Matta

L’Arco di Aprilia Ass. cult.

CulturaMente

FusibiliaLibri Edizioni

Ibdart Peace

(altro…)

Irene Sabetta, Inconcludendo

La dolente indolenza della contemporaneità: Inconcludendo di Irene Sabetta

Nel segno del «dilemma del prefisso», Inconcludendo, plaquette di  Irene Sabetta, acquista vigore là dove la forma poetica diventa epifania di ciò che vorrei chiamare ‘la dolente indolenza della contemporaneità’. È allora che, liberandosi dai grumi e dai tic incontrollati del tributo, la forma, divenuta più sorvegliata, sa fondere, di-vertire, mescidare e fecondamente mutare di senso e funzioni fenomenologie del quotidiano e incontri letterari – anch’essi, per molti versi, parte integrante del quotidiano dell’autrice, insegnante di lingua e letteratura inglese –, tanto da giungere a creare una interessante mitopoiesi, insieme familiare e straniante. In quale tempo, su quale schermo – o schermati da che cosa – si incontrano high tech e urna greca, Facebook e John Keats,  da quale sistema binario (autopoietico?) spunta, sgorga, rompe gli argini il binomio «verità-bellezza bellezza-verità»?  Il riferimento all’ora del tè non è soltanto, allora, un inchino – irriverente riverenza – a Lewis Carroll, ma si avvale di una formidabile ‘addizione’ etica. Se la parola “addizione” sia da interpretare come aggiunta o se essa sia imparentata all’inglese ‘addiction’, a una qualche forma di dipendenza, resta una questione aperta, e l’uscio è lasciato socchiuso da colei che scrive. Certo è che questa ‘addizione etica’ è  irrobustita dal richiamo non esplicito, ma avvertibile da chi ne voglia cogliere gli indizi, a quel passaggio di Aqualung dei Jethro Tull, che già nel 1971 denunciava la ‘dolente indolenza’ delle magre azioni civili: “salvation à la mode and a cup of tea”.

© Anna Maria Curci

ContemporaneaMente

Voce del verbo mentire.
Narciso ha ucciso il camaleonte.
Elogio al frammento lungo, lunghissimo
che almeno tenti di dire.
Discorso facebook illimitato, plurimo e connettivo
o rutto d’insieme sincopato.
Autopoiesi in un post.
Il tweet del tordo nella siepe in 140 caratteri.
Non vorrei non-essere
altamente non contemporanea
ma un po’ di differita…
Non per googlare, lo giuro,
per essere enciclopedica e on and on
ma: pensare!
RomanticaMente,
come J.K. che a 25 anni
prossimo alla morte e sommo poeta
sente la bellezza dei fiori dipinti sul soffitto e della fine.
Capacità di negarsi,
sparire senza i fifteen of fame
rinunciando alle donne e agli uomini, come il principe.
Riferirsi ad altro.
High tech for metaphysics:
schermo uguale urna greca,
verità-bellezza, bellezza-verità. (altro…)

Su “Alla luce della luce” di F. Davoli (di L. Cenacchi)

Davoli_Alla luce della luceFilippo Davoli
Alla luce della Luce

di Luca Cenacchi

 

Sin dalla compagine linguistica Alla luce della luce (1996) di Filippo Davoli si rivela una raccolta compatta ma allo stesso tempo estremamente sfaccettata.
Difatti, quasi in ogni lirica, abbiamo la compresenza di regionalismi che vanno ad affiancare reminiscenze letterarie anche trecentesche[1] senza paura di sconfinare in rari innesti di terminologia teologica e una più vasta azione sul tessuto della parola di stampo latineggiante.[2]
Questo, unito ad alcune reminiscenze della grammatica ermetica, permette di inserire Davoli in una genealogia precisa che vede in Luzi[3] forse l’interlocutore più presente, anche se non sono da adombrare le influenze del Sereni più gnomico.[4]
In perfetta concordanza con alcuni principi della retorica cristiana, Davoli non teme la commistione di generi a livello linguistico. Anche a livello figurativo le liriche sono depositarie di questa compresenza e si registra un moto agogico, come del resto detto già da Morasso nella prefazione all’auto-antologia Poesie (1986-2016), uscita per Transeuropa (2018), che si concretizza come andamento ascendente e trasfigurativo; questo espediente riesce ad aprire il dato reale al mistero:

CARPI

Lo gridano pure le grondaie
a forza tra le chincaglierie
e le fabbriche

                               piazza

che raccogli le piogge
della Liberazione.

Torna al rione, nevica
solo cenere
da quella volta.

Nella seconda strofa si può notare come Davoli utilizzi la metafora come tropo prediletto e riesca a ottenere questa trasfigurazione facendo perno su innesti tematologici di biblica eredità.
Altra formula interessante, che ci porterà a considerare il ritmo particolare utilizzato dall’autore, è il richiamo ad alcune figure classiche della compositio che conferiscono ad alcune liriche una struttura simmetrica; espediente che darebbe al testo quella salmodia propria delle consecutio dei canti gregoriani, o quei poliptoti nelle prose dei clerici medievali. Dico darebbero perché Davoli infrange la progressione altrimenti armoniosa di questa strategia ponendo il termine richiamato a fine verso senza inarcatura.

DUE ZIE

3.

È stata una donna magra
come un macigno, secca come
le battute infelici. Una donna
di pietra come il suo nome
che si sbucciava poco. Soffriva?

La mancanza dell’inarcatura nel secondo verso, istoriato in un chiasmo, figura che viene ripresa poi nel primo emistichio del 4° verso, tende a rompere la contiguità della struttura da cui deriverebbe il ritmo salmodiante, anche a causa del fatto che il verso successivo tende a venire legato al 6° appoggiandosi alla cesura dopo la 5° sede, facendo sì quadrare il verso, ma allo stesso tempo ‘danneggiando’ il flusso logico.
Per questo credo che si possa parlare di una salmodia infranta, se non per tutta, sicuramente per questo frangente della poesia di Davoli. (altro…)

I poeti della domenica #260: Amelia Rosselli, ah così pensavi che avresti trovato la felicità

.

ha so you had thought you would have found felicity
at the corner drug-
store, and are once more deluded, o you who wait
timelessly at the fountain and are shoved
back into your own
lair. nevermore nevermore do we say upon
each division from
glory, nevermore shall we illude our senses our very
essence, that again the blood might run flesh upon the white
block. Bring in your heavy load of dry herbs bring
in your pain and keep it frozen to your own
essence, it might shind itself into
white light, if you but
dig into it.

(altro…)

I poeti della domenica #259: Seamus Heaney, La penisola

 

LA PENISOLA

Quando non hai più niente da dire, guida
per un giorno intorno alla penisola.
Il cielo è alto come su una pista di decollo,
la terra non ha segnali: non c’è arrivo

Ma un attraversamento, pur sempre raso allo strapiombo.
A sera gli orizzonti si bevono il mare e i colli,
il campo arato ingoia il timpano sbiancato a calce
e sei di nuovo al buio. Ricorda, adesso,

il litorale smaltato e il ceppo controluce,
lo scoglio dove i frangenti si sbrindellavano in stracci,
gli uccelli sospesi sui lunghi trampoli,
isole galoppanti nella nebbia verso il largo.

E guida verso casa, ancora con niente da dire,
tranne che ora puoi decifrare ogni paesaggio
con questo: cose fondate sulla propria forma e basta,
acqua e terra ai loro estremi.

(altro…)

“Da giovani promesse…” 2018. Il festival dal 16 maggio all’1 giugno a Padova

Dal 16 maggio al 1 giugno l’Ufficio Progetto Giovani del Comune di Padova presenta “Da giovani promesse…”, il festival letterario dedicato agli esordi letterari più brillanti e ai giovani autori del panorama editoriale italiano e internazionale.

Nella prima metà di maggio, due appuntamenti in libreria anticipano il festival vero e proprio: domenica 6 maggio, la scrittrice sudafricana Yewande Omotoso presenta “La signora della porta accanto“, mentre giovedì 10 maggio Philipp Winkler incontra il pubblico padovano con il suo esordio, “Hool“.

Il titolo “Da giovani promesse…” parafrasa l’affermazione del critico Alberto Arbasino che descrive l’evoluzione della carriera di uno scrittore che, nato come giovane promessa, spesso attraversa la fase del “solito stronzo” per poi diventare un venerato maestro.

Presentazioni letterarie, incontri di approfondimento, workshop e gruppi di lettura, senza dimenticare gli appuntamenti rivolti scuole: il festival nasce con l’intenzione di coinvolgere un pubblico sempre più eterogeneo e rendere protagonisti i giovani e i loro talenti, valorizzando, al tempo stesso, uno degli spazi culturali più importanti della città, il Centro Culturale Altinate San Gaetano.

moderatori saranno giovani professionisti dell’editoria, critici o scrittori, e dottorandidell’Università, che avranno l’occasione di portare il proprio contributo in un confronto “alla pari” con gli autori, coinvolgendo il pubblico in un dibattito sulle forme del racconto e sulla giovane narrativa italiana.

Non mancheranno gli incontri con gli studenti delle scuole superiori di Padova, che dialogheranno con gli ospiti del festival per scoprire il mestiere dello scrittore e approfondire con loro forme e contenuti della narrazione.

 

Il programma

Quando non diversamente indicato, gli appuntamenti si svolgeranno allo Spazio 35, al piano terra del Centro Culturale Altinate San Gaetano.

Tutti gli incontri sono ad accesso libero e gratuito.

Mercoledì 16 maggio – 18:30

Joshua Cohen
“Un’altra occupazione” (Codice edizioni)

con Giulio D’Antona

Giovedì 17 maggio – 18:30

Mattia Conti
“Di sangue e di ghiaccio” (Solferino)

con Ilaria Gaspari

Venerdì 18 maggio – 18:30

Marco Balzano
“Resto qui” (Einaudi)

con Emmanuela Carbé

(altro…)

Francesco Lorusso, Il secchio e lo specchio

Francesco Lorusso, Il secchio e lo specchio. Nota di Guido Oldani, Manni 2018

Il secchio e lo specchio, raccolta pubblicata nel marzo 2018, è una conferma della solidità del percorso poetico di Francesco Lorusso. Le cinque sezioni che la compongono – Il secchio e lo specchio, Sette interpunzioni strette, Erosioni marine, Bottino dei naviganti, Se torna il temporale – sono testimonianza di una cura anche nell’architettura di un’opera che già nel suo titolo scopre le carte: essa è giocata, infatti, sulla mescolanza di suoni contigui e sulla pluralità di significati, sul potere evocativo delle parole e, ancor prima, sulla loro capacità di farsi specchio – immagine riflessa, ma anche specchio ustorio – di un mondo da tempo ormai secchio, vale a dire portato di scorte e di scorie. Più riuscita appare l’espressione là dove allitterazioni, assonanze e richiami interni ed esterni trovano esito felice in un respiro del verso meno contratto dall’umor nero, più duraturo e universale pur nella constatazione, necessariamente malinconica, dell’avvenuta ovvero dell’imminente perdita, come avviene nel verso finale, nel magistrale endecasillabo del III componimento della prima sezione: «da una balbuzie digiuna e diversa» o nell’ossimoro rivelatore del VII componimento della stessa sezione: «dentro gli specchi doppi oramai grigi di luce».
Le cronache dell’oramai: questo potrebbe essere un sottotitolo alla raccolta, che, tuttavia, non di rado sa donare lucentezza, proprio per contrasto e per una sapiente composizione del contrasto, alla “parola alla deriva”. Sì, perché è chiaro, che è il logos, tutto parola e pensiero insieme, di cui si narrano naufragi, erosione, risucchiare di gorghi, impantanamenti in infida fanghiglia, sfracellarsi su scogli. Lo specchio contiene anche coscienza del rischio del narcisismo, o, per essere più precisi, del compiaciuto permanere tra le secche della fine. E su questo limite Il secchio e lo specchio di Francesco Lorusso sa conservare un suo equilibrio, delicato e allo stesso tempo allenato da un esercizio quotidiano di osservazione e riflessione.

© Anna Maria Curci

 

Rapsodie diffuse silenziano la notte
ti trascinano fuori dalle acque aperte
da questo fiato inceppato nell’onda.

Sono i corpi che muovono la paura
sul mare delle parole marchiate
da una balbuzie digiuna e diversa. (altro…)

ProSabato: Michele Mari, Io venía pien d’angoscia a rimirarti

9 febbraio 1813

Se il mio signor Padre sapesse che sono ormai alcune settimane ch’io vo disertando la Santissima Scrittura del Diodati per attendere a coteste carte, oh allora sì che sarei servito! Quanto alla signora Madre, nemmen oso pensare al tremendo castigo cui mi serberebbe, chè certo saprebbe scovarne uno buono de’ suoi! Ma in cotesta casa è sempre andato e sempre andrà che si debba vivere come sorvegliati da’ birri, e che non s’abbia pace neanche nel chiuso della propria stanza.
Tardergardo sta studiando in Biblioteca. Dover tener celati cotesti fogli anche a’suoi occhi è un affanno che si aggiunge al precedente, a tacer che osservarlo cosìun po’ da lungi, e secretamente (io che gli ho sempre aperto le porte del mio cuore, fidandomi seco non come a un fratello, ma come a un altro me stesso), m’equivale a carpirne la fede, e a far di me un terzo birro che s’aggiri per casa. Ma come svelargli il mio animo, senza distruggere lo scopo della mia osservazione? Se l’oggetto di questa non è altri che lui, e il suo comportamento sempre più strano da qualche tempo in qua? o infingere, simulando, e tradirlo, e rinunciare a giovargli, non se ne esce. Sento de’ passi. Addio.

(altro…)

Alessandra Fichera, “Per vederti fiorire”. Nota e scelta a cura di D. Campanari

copert (1)Per vederti fiorire
di Alessandra Fichera

 

 

Alessandra Fichera è giovane. Essere giovani – e poeti – è una fortuna se si possiede uno sguardo attento e concentrato sulle cose che accadono: «Tu mi guardi, con il viso del crociato […] la fierezza di aver conquistato/ la tua Gerusalemme», dice Alessandra in una poesia che guarda a se stessa, che inizia con «Mi hai devastata dall’interno». Come a dire che nessuna conquista è possibile se non c’è stata, prima, devastazione, se tutto non è riportato all’origine. In questo caso, nel caso dei versi in questione, a rendere mansueti gli organi – riconducendoli allo stato iniziale – è «la delicatezza della mantide che succhia […] fino al sangue».
Una netta contrapposizione sta al significato delle parole come all’utilizzo che se ne fa. I versi allora colpiscono come in un’equazione devastante, appunto: devastatadelicatezzasangue; dove sangue e devastata trattengono una X che è proprio la delicatezza.
In questa traduzione della tragedia – a che livello, poi, si vedrà – appare una costante della letteratura in versi o prosaica come la morte. È la morte della vergine, una bambola con le labbra tumefatte, che raccoglie – soprattutto da senza vita – tutti intorno.

© Daniele Campanari

da Per vederti fiorire, CartaCanta, 2017

 

Mi hai devastata dall’interno,
la delicatezza della mantide che succhia
dal fiore il suo frutto, fino al sangue.

La cesura tra me e te è stata abbattuta:
vinta mi accascio a ricompormi,
stiro le gambe per rimetterle in vita.

Tu mi guardi, con il viso del crociato
vittorioso che torna a casa.
la fierezza di aver conquistato
la tua Gerusalemme.

 

La morte della vergine

Eravamo tutti attorno a quella bambola
a toccarne per l’ultima volta la dolcezza
a sistemare i capelli
mettere il rossetto
spruzzare il profumo.

Morivano le labbra tumefatte
sotto quel rosso fatale
e gonfio era il ventre.

Non più respiro –
non più un nome
da quella bocca che tanto aveva riso:
sembrava solo un lieto ricordo
le ore di sole lontane dal letto
le candeline, i compleanni
e ogni anno la preghiera
di ritrovarti sempre.

 

alessandra fichera fotoAlessandra Fichera. Nata a Caltagirone (CT) il 4 novembre del 1994, si è laureata in Storia dell’Arte presso l’Università degli Studi di Siena. Segnalatasi in occasione di vari concorsi e premi di poesia, Per vederti fiorire (CantaCarta, 2017) è la sua prima raccolta di poesia.

Le mani di Simone Burratti. Una nota di Andrea Detoma

«”Non scrivere: il Re dei Giudei, ma che egli ha detto: io sono il Re dei Giudei.
Ed egli rispose: “Ciò che ho scritto, ho scritto”»
Giovanni 19, 21-22

Questa iscrizione apre le porte di Progetto per S., col suo lapidario «Quod scripsi, scripsi» e con questa figura – Pilato – passata alla storia come pusillanime, ma che qui emerge come custode, come garante di questo libro.
P. protegge S. dal bigottismo.
Perché Pilato ha qualcosa in comune con Simone Burratti? Entrambi si inseriscono in un meccanismo sociale schiacciato dalla morale e, con la loro autorità, portano a termine con giusto sdegno il loro ruolo ordinario, schivando l’incudine e il martello con un unico scopo: salvare la propria coscienza. Perché Simone Burratti fa poesia per se stesso, prendendo una via propria, altra dalla morale, per spalancare la voce della propria innocenza. C’è chi, per aver coscienza pulita, cancella ogni giorno la cronologia del proprio computer, e c’è chi scrive Cronologia (p. 42), documentando per esteso una lunga serie di materiale pornografico. Dopo una prima lettura ho voluto rileggere questo libro, facendo attenzione alle mani, oltre che per Pilato, che, come nella vulgata, se ne lava le mani – nel capitolo 19 del Vangelo secondo Giovanni le mani compaiono solo quando il Cristo interrogato rivela a Pilato che il suo potere deriva da Dio, che glielo ha posto in mano −, ma perché le mani sono strumento essenziale di scrittura e di masturbazione.
Le mani nel Nostro compaiono diciassette volte: p. 21 «mani pulite», p. 22 «mani bianche», p. 31 «le tue mani, dammi quelle mani», p. 34 «come se la tua mano fosse troppo precisa per le misure sopra le molecole», p. 39 «le mie piccole mani da dinosauro», p. 50 «quando S. scrive a mano […] da un gesto con la mano […] tiene la porta chiusa con la mano […] sente il cielo sopra di sé come una mano inerte e gigantesca », p. 52 « la mani luminose», p.54 «il palmo della mano», p.57 «ti stringo la mano per il viaggio […] ma capisco che la mia mano possa anche prescindere da me […] ti stringe la mano», p. 59 «mi è venuto da premermi l’inguine con la mano». Ma i numeri contano poco, se non si capisce la centralità che le mani assumono come organo di affrancamento, come strumento di verifica che tutto non accada soltanto nella testa del poeta, esse sono il punto in cui la retta tangente della società incontra la circonferenza solipsistica dell’autore. Queste mani tentano di allungarsi, ma afferrano le incertezze e in ciò si riverbera un sentimento nichilistico che riproporziona l’agire del poeta nel mondo. Quando dico ciò, penso a Progetto per S. (p.34-35), dove già l’incipit «ci sono cose che non potrai mai prendere come se la tua mano fosse troppo precisa per le misure sopra le molecole» e più avanti «Una stupidità che si misura con l’altezza della voce. Ci sono cose che non potrai mai prendere – cerca di ricordarlo.»; ma per completare il quadro leggiamo oltre, prendiamo il punto 4. di questa poesia, Masada, antica roccaforte 100 km a sud est di Gerusalemme, teatro di un leggendario assedio, che terminò con il coraggioso suicidio di massa dei Sicarii guidati da Eleazar, che è inglobato nella poesia:

Salirai attraverso ciò che hai distrutto
dentro una luce simile a quella che ti ha scritto
per arrivare nel punto in cui tutti sono morti
senza più combattere, non essendo ………………..(11)
abbastanza, o per eccesso di sole. ………………….(11)

(altro…)

Goliarda Sapienza, tra Sicilia e continente

Questo testo di Alessandra Trevisan è frutto dell’elaborazione di quanto espresso durante la conferenza omonima all’interno della rassegna © «Ottobre poetico 2017» curata da Fabio Michieli per il Comune di Cavallino-Treporti (VE).

L’aver intrapreso lo studio dei testi di Goliarda Sapienza, che prosegue da oltre sei anni, ha molto mutato il mio approccio critico antecedente. Va da sé che tutto il lavoro svolto sinora proprio su «Poetarum Silva», insieme a Fabio Michieli (che qui si è occupato dell’autrice) e a tutta la redazione, ha modificato, nel tempo, il mio modo di scrivere. La ragione per la quale ho scelto quest’autrice molto diversa da me è triplice; Goliarda Sapienza mi ha messa ‘in crisi’ sin dalla prima lettura de L’arte della gioia, e posso dir d’aver iniziato da subito insieme a Fabio a leggere i suoi libri e la critica prodotta su di lei. Era il 2010. In quel momento c’era una grande attenzione da parte del pubblico ma anche da parte dell’accademia nei confronti delle sue opere; si stavano iniziando a pubblicare i volumi postumi di cui dopo parlerò. Quando parlo di “crisi” intendo che non ho trovato, da subito in Sapienza, un’appartenenza; c’è voluto del tempo per individuare quegli elementi critici che mi spingevano verso di lei con passione. Spesso nel mondo della critica la sovrapposizione tra biografia e letteratura ha portato a un’identificazione critico-autore che io invece non sentivo. L’attrazione nei suoi confronti non mi era del tutto comprensibile rispetto a quella che avrei potuto nutrire per altre scrittrici. Poi ho capito che il suo coraggio intellettuale è stato un grande motore per me: il coraggio di essere schietta, di dire ciò che ha detto senza badare alle conseguenze. Ciò mi è servito in Una voce intertestuale: riuscire ad evidenziare punti d’interesse trascurati, nodi di cui non si era occupato nessuno, fornendo anche nuove interpretazioni dei testi. Ma il suo coraggio è stato soprattutto “vitale”, come lo è quello da lei trasmesso nell’arte attoriale. La sua fu un’esposizione artistica dal vivo, cosa che riguarda anche la mia vita come cantante e sperimentatrice vocale.

Un terzo aspetto che si è rivelato sin da subito nella sua opera è quello della ‘realtà’; mi è sempre sembrata un’autrice lontana dall’immaginazione. Tutto ciò che ha scritto è fortemente autobiografico ed è vero; c’è poca mediazione tra il vissuto e il narrato. Poi, negli anni, credo d’aver assunto una posizione ambivalente rispetto a questo nodo – una parte della critica odierna tenta una continua attinenza tra biografia e critica, non sempre appropriata secondo me. Eppure, questo continuo sguardo sulla realtà ha trovato significato anche nel mio fare artistico personale, nel mio modo di scrivere e fare musica, secondo diverse forme. La voce, in effetti, che ho posto la centro come “tema” della monografia per La Vita Felice, non solo mi riguarda ma è un aspetto cruciale per leggere Sapienza.

Nell’affrontare la proposta “tra Sicilia e continente” – rispetto ad altre studiose tengo a precisare che non mi sono mai davvero occupata dei luoghi – si può avere un punto d’inizio complesso, che tocca diversi livelli di difficoltà che tenterò di sviscerare.

Partendo da tre parole chiave tracciamo il percorso nella proposta; esse sono: paesaggio, luogo e spazio. (altro…)

Nel tempo e nell’urto, di Alessandro Bellasio

a.bellasio

Alessandro Bellasio, Nel tempo e nell’urto,
LietoColle, Como 2017, pp. 68, € 13

 

La tragica sorte della parola nella poesia di Alessandrio Bellasio

di Lorenzo Babini

 

Nel tempo e nell’urto rappresenta l’esordio poetico di Alessandro Bellasio, una voce di rara forza espressiva che sembra scaturita dalle braci delle più estreme, forti e radicali esperienze post-simboliste europee (Celan, Benn, Esenin).
L’evidente frammentazione del verso mediante il ricorso a misure minime, disposizioni a scaletta, frequenti separazioni strofiche, corsivi e spaziature interne realizza e incarna sulla pagina quello che può essere considerato come uno dei temi centrali della raccolta, cioè quello di una parola ferita e incrinata, tragicamente consegnata al dominio della morte e del nulla: «scheggia di purezza/ senza protezione,/ giunta da un altrove/ invocante luce –/ ultima, assiderata dea/ dei tuoi inchiodati:// notturna, polverizzata/ parola
A partire dal titolo della prima delle tre sezioni che compongono la raccolta, Alfabeto del nulla, Bellasio riconosce come unica possibilità di espressione quella che sappia portare in sé la cifra del proprio fallimento e della propria impossibilità, rimanendo esposta alla pervasiva minaccia di una totale disintegrazione: «Canto/ che non è canto/ ma vento venuto via dal petto// atomo di freddo, graffio nella pietra/ patria congelata// rovo/ della mente// spina,/ sterpo,/ quasi/ niente.»
Il motivo, mutuato da Heidegger, dell’uomo come essere-per-la-morte viene tradotto sulla pagina in versi lucidi e struggenti che, posti in posizione terminale, assumono la funzione di sentenza ultima e definitiva: «il buio, il nulla/ incide/ in noi la sua testimonianza»; oppure: «è questa la morte/ questo il regno cui dobbiamo ubbidire.» Anche la parola è irreparabilmente danneggiata, consegnata a questo implacabile destino, ma, prima di rassegnarsi e tacere, nell’attimo prima di precipitare, sa farsi incandescente e raggiunge gli esiti più alti di tutta la raccolta: «e tu/ prendi fuoco, tu/ sei il fuoco divampi/ alla tua coscienza d’incendiato.»
Mentre la figura del poeta si eclissa, identificandosi sempre più come colui che scompare dentro il suo silenzio per non ritornare, la parola continua a scavare e a lanciare scintille, a trovare forse, per sottrazione e negazioni successive, in un contesto in cui è abolito persino il principio di non contraddizione («Non è/ tempo il tempo,/ non/ pensiero il pensiero»), una feroce e disperata affermazione dell’esistenza; parola-chiave, questa, dell’ultima sezione della raccolta, intitolata Il sangue delle date. La non rassegnazione ad essere un puro nome che scompare nella morte e la timida, eppure forte e significativa, affermazione di un’evidenza dell’esistere si esprimono in versi di grande originalità e forza espressiva: «Qui ci accadde, addosso,/ l’esistere come in mezzo a una slavina»; «Non vi sarà parola, nome, data/ vita che non sarà scontata –/ tutto è scritto, per sempre, su questo/ referto senza verità.» La lotta incessante e senza tregua tra l’esistere e la sua fine conduce ad un inquietante e pacato finale in cui, forse sotto il segno di Pascoli (Nebbia) o di Montale (Forse un mattino andando…), la vita appare in termini di illusione e ignoranza e questo traguardo rappresenta una sosta fragile e provvisoria, in attesa che si riapra la partita, oppure l’ultimo, soffuso, silenzioso movimento di una caduta a precipizio nel buio.

Lorenzo Babini