Gabriele Galloni, “L’estate del mondo”. Appunti per una poesia (di Giorgio Ghiotti)

Gabriele Galloni, L’estate del mondo.
Appunti per una poesia

di Giorgio Ghiotti

L’estate del mondo è l’ultima raccolta poetica di Gabriele Galloni. Appronto una recensione, e invece l’unica operazione che riesco a portare avanti è appuntare e confrontare, incrociare, sorprendermi nel tracciare idee che forse – è possibile – non ci sono nemmeno nelle poesie di questo lavoro, pubblicato da Marco Saya Editore, ma che pure in qualche modo creano un riverbero, una vibrazione nell’occhio di chi legge e nelle rispondenze tra verso e verso. Perché l’immaginario di Galloni è preciso, non vasto, per certi versi limitato; ma gratta gratta la vernice del tema si scova un repertorio pressoché infinito di immagini e soluzioni. Se mi trovassi di fronte a un quadro (e le poesie che compongono questo libro sono, a loro modo, miniature d’arte) direi che la tavolozza di Galloni è ridotta a pochissime tinte, ma bastevoli al poeta per dipingere qualunque paesaggio. Ecco allora qualche appunto, non una vera e propria recensione, come atto di ammirazione per un libro di grande valore; parole che sono simboli, o carte di tarocchi. Ogni pesca un destino, un’idea imprecisa di mondo cui adeguarsi.
Luna. C’è la presenza lunare, nell’Estate del mondo, come cono di luce sulla giovinezza eterna.  Una luce penniana che illumina ciò che vuole e lascia in ombra il superfluo, scartando materia e accumulando gesti, tensioni, anche minime, ma fondamentali per i vent’anni dei corpi che si muovono in queste poesie.
Corpi. Luminescenti, stagliati su uno sfondo di nostalgia e eroismo, tra un cielo che non si asciuga e un mare che sembra fermo al desiderio delle giovinezze, di tutte le giovinezze. Corpi che somigliano di più a sagome, ritratte da Galloni nel momento prima che vadano perse, per un colpo di vento sulla spiaggia o per un abbandono, decretando una legge universale dell’amore e dell’esistenza: esistiamo solo quando qualcuno ci guarda, solo di faccia, mai di spalle. E, del resto, chi guarda desidera (sarà un caso che il desiderio stia a significare uno iato, una distanza tra i nostri corpi o sagome mezzo umane mezzo celesti – e comunque, certamente, goffe e inadatte alla perfezione del caso – e le stelle di cui ipotizziamo la portata e la magia, l’influenza e la morte precoce, il fine-vita più luminoso dell’universo.
Quella che viene tracciata da Galloni come un cartografo leggendario e accorto, studiosissimo di terra e cielo e flussi di maree interne e esterne all’uomo, è una sorprendente geografia degli affetti, un’urbanistica del cuore che tocca Torvaianica e il Serpentone, Fiumicino e Corviale: ultime spiagge, piste d’atterraggio, fine luce – ma tutta vastità di luce –, coagulo di vita, punto di fuga di ogni vita, miracolo.
Il ricordo sta davanti a noi, non dietro, nella poesia di Galloni, e questo è un unicum. Così quello che accade è nel futuro, e pure produce insieme una nostalgia e un’attesa, una tristezza e un’euforia.  Vista spiaggia, si compie il tirocinio delle creature alla vita; non più i morti de In che luce cadranno, ma creature nuove, fatte di sangue e leggenda, l’unico modo in cui un poeta può pensare la giovinezza. Creature così simili, a ben vedere, ai “personaggi” delle prime poesie della raccolta d’esordio di Galloni, Slittamenti. Insomma, ora come allora, tutto è simbolo. La novità non interessa questo giovane poeta, è l’immersione ad affascinarlo; recuperare i nodi di quella prima raccolta con maggiore saggezza e in stato di grazia sembra allora un passaggio obbligato, specialmente dopo una seconda prova tanto riuscita e felice come In che luce cadranno e una terza, Creatura breve, evidentemente meno riuscita, in sordina rispetto agli altri libri del poeta romano. Ho sentito dire una volta che Leopardi si salverà se riuscirà a scrollarsi di dosso il mito di Recanati. Vale lo stesso (con le ovvie e dovute differenze) per Galloni: se riuscirà a scrollarsi di dosso il piccolo mito in cui ogni percorso poetico ai suoi inizi rischia di restare intrappolato.
Ricordo, qualche tempo fa, una discussione sulla “morte in poesia”, meglio sui “morti in poesia”; che tanto impegnò giovani studiosi in attacchi e considerazioni. A me non importò nulla, soprattutto dal momento che non ho mai creduto essere la morte l’estetica di Gabriele Galloni, tutt’altro; è la vita sospesa, la vita-per-sempre, la Vita-in-lui la vera estetica di Galloni, quella vita che accade d’estate per le strade deserte e canicolari di un quartiere popolare: crediamo di vedere spiriti, e invece sono persone verissime, un ragazzo, un vecchio, una bambina, ognuno impegnato nel suo mondo tra un palazzone e l’altro, tra un silenzio di muro e l’altro, in una Roma che si direbbe surreale se non incarnasse l’anima più vera della città, delle sue creature. Credi di guardare e ti rammenti. Ci sono nato anch’io in questi spazi, e nelle pagine di Galloni, nella sua poesia, trovo casa e amore.

© Giorgio Ghiotti

Paolo Carlucci, Nella Mitteleuropa

Gustav Klimt,
Ritratto di Fritza Riedler, 1906
Museo del Belvedere, Vienna

 

Nella Mitteleuropa

Frammenti d’un viaggio tra Vienna e il Reno

Nel cuore oscuro della Bellezza

Frammenti di un viaggio viennese
luglio 2019

Andando ho confuso gli abiti
del mio tempo … Mi sono disfatto
nel cuore oscuro della Bellezza
elegante, affacciata alla crisi
di un vetro che aspetta tra i baci
schiudersi la bocca gelata di fuoco,
la guerra, l’eros dell’oro che puledra
nel cielo chiuso di un prato il piacere
delle farfalle… E il canto si offre
alla morte d’amore, sinfonia nuova
ecco mi sale il flusso delle emozioni.

Fanciulle per sempre, solfeggiano
note d’ansia poi le donne inquiete
dai quadri di Klimt scendono nuove…
Tra dettagli d’estetica al tramonto
Loro mi stanno sfarzose d’abbracci
non dati, raffinate ladre di baci
al valzer d’ogni ombra della sera
così tra le sale del Belvedere viennese
oggi ho raccolto profumati quei dolci
ventagli di vita, i loro ritratti famosi
sospesi al muro del tempo dell’arte.

Il nero di Giuditta, ecco, lussurioso
mi ribolle ricordando il mio primo
lontano, liberato piacere: il nudo sesso
in cammino verso l’abisso di Eva; la foresta
rossa del primo bacio, mi fu turbine di vento
sulla bocca ancora adolescente… Tralci e
vitigni, grappoli d’amore nelle nostre mani
curiose, vive e golose di pubertà infinita.
Così di me ho lasciato affiorare nel cielo
d’un quadro il sole furioso d’amore, aritmie
d’ombra i passi del mio stesso cuore, qui
diviso tra pianeti di ricordi e agonie d’affetti…

… Ma dove avanza ora lo sfacelo del viso
di mio padre lontano, al confine, quasi
al fronte dell’estremo silenzio nel video
speditomi per cellulare dalla nuova badante
in affanno tra rantoli, guaiti: e i gesti sono
gli armadi aperti della nuova follia, il coltello
rosso, domestico, da frutta, diventava
la rabbia inconscia, irruenta dalle mani
di un vecchio, educato uomo in cravatta
che nel tempio dell’insulto resta insonne,
in veglia, orante d’infamie e bestemmie…

Così va questo mio viaggio, e doppio sogno
sovrapposto di Secessione: dorata inquietudine
ora il cielo su Vienna m’accompagna nel museo
dell’angoscia, muto crepuscolo, voci perturbate.
Interno vellutato di mostri, la famiglia ci sta
caso clinico di vita reale nella terra oscura
del Professor Freud. Ora un nuovo racconto
mi sale dal cielo degli occhi pazienti di Irina,
che lontana regista si fa d’un ennesimo video
di dolori, l’insonnia cresciuta smisurato albero
alla luce macabra, contagiosa della luna d’estate.

Metallo d’inquietudine la luce del suo sorriso,
Fritza Riedler in cerca d’aiuto nel mare dei sogni,
con la cenere inconscia dipinta nelle parole. Poi
l’occhio s’incanta su altri nervi in poesia, incontro
torvo lo sguardo: un ritratto di Schiele è lampada
oscura, fotocamera accesa sul porto ferito di pianto:
il mare del nostro cuore diviso al girasole della notte,
ai quattro alberi, insonni come le nostre voci chiocce
al telefono, nude di pietà, estreme come le righe o
sbarre della città inferno. Senza prati, senza Dio
tra voci di madri malate, il bene maremoto di verità
scordata tra i libri al macero della pazzia lucida
che afferra le nostre comuni viscere di sangue
in cerca di voci rincuoranti i dissidi del viaggio,
del bagaglio trasportato in fuga, viaggiatori stanchi.

La notte pulsa In fermento nella casa lontana
fino all’inferno che qui mi torna in ogni dipinto.
Montagne incantate di solitudine: nudo, senza schermi
di sogno, il dolore mi si mostra su due fronti: accesa
ombra di verità il tempo della mente, ora disfatta
al raggio dell’arte, che per due volte m’ha reso ospite
e testimone insieme – pittore di parole in spine di follia
raccolta tra le tele in mostra e i siti di WhatsApp…

E il viaggio riprende tra storici, paludati caffè-specchi.
I cacciatori di Brueghel guatano frammenti di gioia
nel vasto silenzio della neve, fra caldi giochi d’inverno.
Il bianco si contorna di nero, è pista al museo tra selfies
leggeri, videoclip di smaniosa riproducibilità tecnica.
Dono evoluto all’uomo che tace intanto, scattando,
ma osserverà forse dopo, nel vetro/schermo Samsung
touch screen; senza più tempo e spazio il nostro mondo
oggi fermo moto-perpetuo in cerca di social-condivisioni:
il mi piace virale, codici e voci smarrite fra le reti….

Mi restano le rocce dei paesaggi, le case a pergola,
liberty-moderniste, di Otto Wagner… La libertà
nella storia ha la sua musica. Ora meglio la sento,
la eseguo: marcia dolorosa e nuova verso la salvezza,
che mi altalena gli occhi nella soffitta del sogno.
Aereo, lo scialle bianco dell’appello allarmato in video
di Irina, domestica ucraina e lontana: in video-sofferenza
lei quasi dà il tempo allo splendore della Donna di Klimt,
algida e vogliosa, che alla finestra della fine mi saluta.

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“Tutto è sempre ora” di Antonio Prete. (rec. di Roberto Lamantea)

Antonio Prete, Tutto è sempre ora, Torino, Einaudi, 2019, pp. 128, euro 11,50

Cantano l’infinito le nuove poesie di Antonio Prete – Tutto è sempre ora, nella “bianca” Collezione di poesia Einaudi, 128 pagine – l’infinito del dettaglio, del frammento di sguardo, del “tempo” del cielo, del paesaggio, dello scorrere dei giorni. L’infinito di cui lo scrittore salentino è cantore ed esegeta, l’infinito leopardiano, il limite che prelude agli «interminati spazi» dell’immaginario. Ma il libro è anche cantico delle creature, coro del mondo, contemplazione di un paesaggio solitario dove le figure – siano case, prospettive o persone – hanno la fluidità del sogno o la luce innamorata del ricordo.
Gli autori che Prete tanto ama e a cui ha dedicato studi fondamentali – Leopardi su tutti, Baudelaire, Celan, Jabès – tornano controluce in queste liriche: sono intonazioni, velature, in uno stile che è rarefazione della scrittura, voce del silenzio (e il silenzio è uno dei temi-tessuto di questo libro).
Le citazioni non sono innesti eruditi, entrano nella scrittura – vedi il «nero latte dello sterminio» (p. 43) di Azzurro, nero che rinvia al «nero latte dell’alba» della celaniana Todesfuge.
Il titolo, Tutto è sempre ora, cita l’Eliot dei Quattro quartetti («And all is always now»), epigrafe in Nel respiro dell’ora che intona anche il pensiero del libro – viene da citare il titolo, bellissimo, del saggio di Prete sullo Zibaldone leopardiano, Il pensiero poetante (Feltrinelli, Milano 1980) esplicitato dal frammento della Bhagavagītā, VI «…e stima uguali una zolla di terra, una pietra e l’oro»: «Il transito, la cenere, l’aurora / tutto è sempre nel respiro dell’ora»; «Gonfio di tempo, e profondo, è l’istante» (p. 50).
Alida Airaghi, in una breve nota su sololibri.net (3 ottobre 2019) scrive dello stile di Prete: «La rarefazione, l’immaterialità, la “perlata trasparenza” in cui cose e persone si trasformano, divenendo quasi evanescenti, è evidente nel riproporsi di alcuni termini: ombra, chimera, piuma, nuvola, sabbia, soffio, profumo». E, rispondendo a una domanda di Massimo Cappiti nel saggio-intervista ”Il respiro poetico del sapere” (“L’ospite ingrato”, 24 ottobre 2018) il poeta salentino dice che «il compito (o il miracolo?) dell’arte […] è quello di nominare le cose accogliendo la loro presenza, la luce del loro esserci, e allo stesso tempo mostrando la loro intima appartenenza all’orizzonte della sparizione. Un movimento che porta ogni forma dell’apparire nel ritmo del vivente». E il «ritmo del vivente», in questo libro, è in ogni pagina. In Solstizio d’inverno (p. 10), dopo un quadretto trakliano – «Lungo il ciglio, sopra il muschio, / cadono foglie morte dai noccioli, / Sul tronco del cipresso il lichene / ha figurato sagome d’animali. / Il canale ristagna lungo gli olmi» − annota il poeta: «Il ritmo del mondo, sai, pare dica / priva di voce una voce, è anche in questo / andare prima di sera, tu e il cane, / lungo uno stradone, gli occhi sul ciglio / d’erbe, sugli alberi spogli di tempo, / sulle tracce che fanno disegni sulla mota». Il paesaggio – che non ignora il dolore della storia, come nella poesia sui migranti e il naufragio di Lampedusa (3 ottobre 2013) sotto un cielo (una natura) leopardianamente indifferenti dove «il cielo guarda con occhi di pietra» (p. 12) o è un cielo silenzioso (p. 17) – è teatro del dolore o di una domanda destinata a restare senza risposta, come la Natura che non risponde all’Islandese ma si dissolve in una tempesta. Ma il paesaggio è anche lingua, anzi «giardino della lingua» (p. 14; a p. 27 l’autore scrive «il nido / della parola»; a p. 72 «in un cantuccio tra il silenzio e la parola») mentre Prete è anche un paesaggista (si veda la bellissima “Dicembre” di p. 18). Continua a leggere

I poeti della domenica #426: Narda Fattori, Non mettere malinconia dentro gli occhi

 

Non mettere malinconia dentro gli occhi

Non mettere confini al pensiero
ricorda i granelli d’oro caldi sotto i piedi

l’Adriatico prima del carnaio
era dune e tamerici su onde appena sorte

era un gioco una giravolta una pista
per palline di terracotta da soffiare
una spiaggia da vivere un mare da osare.

Non mettere malinconia dentro gli occhi
i ricordi non fuggono si annidano
in territori vergini fuori dai letamai.

 

© Narda Fattori, Dispacci, Editrice L’arcolaio 2016, p. 63

I poeti della domenica #425: Narda Fattori, Mai la civetta mi cantò il destino…

 

Mai la civetta mi cantò il destino

io rubo a mazzi i raggi di sole
per scaldarmi sottopelle i giorni bui

non ho visto il volto della nemica
la sento a fianco attratta dai miei passi
e non so quando
mi farà lo sgambetto e saranno musica
le note e le parole vuoti i cieli
senza presa e nuda la terra che amo
gli amati scagliati a immemore distanza
le afflizioni sedate i desideri
scomparsi in un rantolo di fiato
che appena appanna lo specchio sulle labbra.

Non chiamatemi a voi
lasciatemi il silenzio la grande quiete
.                                               torno a torno.

 

© Narda Fattori, Le parole agre, L’arcolaio 2011, p. 66

Stefano Taccone, Profeta ragazzina (inedito)

Profeta ragazzina

idea fissa
pensiero dominante
potrebbero risponderti
che non ne hai viste tante
ma parla il profeta
meno per esperienza
che per chiarore
della coscienza

sospetto di un’aliena
certo non per l’aspetto
come nelle fantasie
di qualche mentecatto
e neanche perché
ti astieni dalle carni
e dai suoi derivati
perché non compri vestiti
e lo smartphone te l’hanno regalato
sei anni fa e da allora
non lo hai mai cambiato
piuttosto perché credi davvero
non per vana gloria
che ciascuno ti possa imitare
e chissà se di tanto in tanto
ti soffermi e ti domandi
quanti tuoi coetanei
lo stanno già facendo

il tuo popolo
ti loda con la voce
ma è lontano
dal prendersi la croce
forse non l’hanno compresa
forse non la vogliono comprendere
forse non la vogliono prendere
la loro lotta
non pare solida
la loro lotta
appare episodica

i politici progressisti
ti onorano con la mano sinistra
ma poi con il piede destro
spingono ancora
sull’acceleratore
come se fossimo in tempo
per eludere il muro
anche pigiando adesso
il pedale del freno

i politici sovranisti
ti coprono di improperi
più neri dei loro cuori
ti invitano a tornare a scuola
come se ci fosse un futuro

i rivoluzionari da tastiera
dicono che Thunberg
non fa rima con Luxemburg
quando loro non sono
neanche Bertinotti
che non sei una proletaria
come se Che Guevara
fosse nato ottentotto Continua a leggere

proSabato: Luigi Cecchi, Tread

© Luigi Cecchi

TREAD

Alfonso Wingman, ovvero Wingalf. Un disegnatore straordinario. Qualcuno di voi potrebbe già averlo sentito nominare. Ha disegnato almeno cento numeri del fumetto noir più venduto in Italia, e le sue collaborazioni con l’editoria francese sono innumerevoli. Un disegnatore straordinario davvero. Nel mondo del fumetto, poche volte si distingue il mestiere del disegnatore da quello del “fumettista”, ma ad essere veramente pignoli (e Alfonso Wingman lo era, accidenti se lo era), la parola “fumettista” era piuttosto vaga. Nel fumetto spesso c’è chi scrive la storia, e chi la disegna. Molte volte addirittura c’è un disegnatore per le matite, uno per l’inchiostrazione e un altro ancora per i colori. Quali di questi è un “fumettista”? Lo scrittore? Chi traccia i disegni a matita? Chi li ripassa a china? Chi aggiunge la colorazione alla tavola?
Forse lo sono tutti e quattro, o forse lo è solo chi fa tutto da sé, come in Giappone, dove la maggior parte dei manga sono scritti e disegnati dallo stesso auto… ma cosa? Non è vero! Hanno mille assistenti che li aiutano, altrimenti non riuscirebbero mai a rientrare nei tempi di consegna. L’editoria dei fumetti nel sol levante, è un inferno. Un inferno! Alfonso Wingman era ben felice di non aver mai lavorato per il mercato giapponese (peraltro molto poco interessato ad autori stranieri), ed era addirittura orgoglioso di definirsi non “fumettista” ma disegnatore. Ecco, “disegnatore” era una parola che gli calzava a pennello. Se la sentiva addosso, comoda come un gilet su misura. Alcune volte lo avevano chiamato anche “artista”, o “maestro”, ma non gli sembrava appropriato. Non si sentiva un artista perché non sempre produceva arte. Per Alfonso Wingman infatti, l’arte era una cosa seria, precisa: un intento comunicativo, qualcosa che trasmette qualcosa, un pensiero, un concetto, un’emozione, una sensazione, una filosofia. Qualcosa. Spesso Alfonso Wingman lavorava su commissione, o disegnava quello che uno sceneggiatore gli scriveva di disegnare. In quel caso, secondo lui, gli era impossibile produrre arte, perché l’atto creativo che metteva in campo era privo di qualsivoglia intento comunicativo che non fosse semplicemente la rappresentazione della scena in questione, né più, né meno. Eppure molti suoi colleghi gli contestavano di aver provato forti emozioni di fronte alle sue tavole più belle, e che se anche Alfonso avesse calcato il pennino sul foglio senza alcun estro artistico, indubbiamente il risultato era un’opera d’arte, persino per la sua ristretta definizione.
Glielo fecero notare durante una cena, subito dopo aver ritirato il premio per “miglior disegnatore di fumetto drammatico/thriller/horror”, ed Alfonso andò su tutte le furie, abbandonando la sala nel bel mezzo dei festeggiamenti. Poco prima, era stato applaudito per ben cinque minuti ininterrotti mentre stringeva mani e alzava in cielo lo strano trofeo a forma di mostro di Frankenstein. C’erano stati scatti a ripetizione e i flash l’avevano costretto a coprirsi gli occhi più di una volta. Il suo nome era apparso grande alle sue spalle, proiettato sulle pesanti tende di velluto rosso del teatro che ospitava la premiazione: Alfonso Wingman.
Sì, certo, non era esattamente il nome con cui si firmava, usava più che altro lo pseudonimo “WINGALF”. Nel mondo del fumetto, quasi tutti avevano uno pseudonimo. Aiutava a ricordare l’autore. Nessuno ricorda il vero nome e cognome di Crepax, Magnus, Bonvi o Silver, ma tutti sanno chi sono. Alfonso non era un autore, era un disegnatore, ma un grande disegnatore, ed era affezionato al suo pseudonimo. Sperava che qualcuno, un giorno, aprisse persino una pagina di Wikipedia a lui dedicata. Ci aveva provato da solo ma gli avevano dato del piazzista e l’avevano cancellata. Bastardi. Continua a leggere

Giovanna Amato, Viviana del lago

Giovanna Amato, Viviana del lago, Robin 2019, euro 12, copertina di Giulia Amato

Giovanna Amato, Viviana del lago, Robin Edizioni 2019

L’ansia d’infinito, costante nutrice di opere d’arte, fomenta ricerca, genera dedizione. Viviana del lago di Giovanna Amato è un romanzo sulla dedizione.
Dedizione, già: un concetto, un termine, un punto di raccordo, un nucleo che addensa forze insospettate, ma concetto, termine, punto di raccordo e nucleo che ci scaraventa nel tempo andato, che attira e rievoca categorie apparentemente superate e comunque appartenenti, così pare al primo sguardo, a contesti lontani, sia dal punto di vista storico-letterario, sia da quello antropologico, sia, ancora, da quello relativo alla scala dei valori sociali.
L’intenzionale inattualità del centro da cui si dipartono linee, fughe, intrecci, snodi e colpi di scena delle vicende narrate in Viviana del lago ne costituisce, tuttavia, il motore di una riflessione, rigorosa e sorprendentemente attuale, su fenomenologia e possibilità della dedizione nel piccolo mondo contemporaneo, a petto di un “piccolo mondo antico”, menzionato esplicitamente tra le fantasie e le associazioni del protagonista, Alessandro, al quale capita di collegare il pensiero della piccola Sofia, figlia di Chiara e nipote di Viviana, a Ombretta, la bambina dalla tragica fine nel romanzo di Antonio Fogazzaro.
Ma ancor prima del tardo Ottocento italiano, occorre risalire, a proposito di “dedizione”, all’epos cavalleresco. Giovanna Amato sa, e tutta la sua opera narrativa mostra di saperlo, che dedizione, devozione, omaggio, tributo, sacrificio di sé sono forme, declinazioni e coniugazioni dell’amore per le quali occorre chiamare in gioco quel periodo della condensazione in opere letterarie di intuizioni e rappresentazioni di una classe sociale allora in ascesa (il ceto dei cavalieri), che va sotto il nome di “letteratura cortese”.
Ora, l’avventura che narra Viviana del lago è l’impresa di Alessandro, trentenne laureando all’Accademia delle Belle Arti, ai giorni nostri, nel terzo millennio. La formazione di Alessandro, il quale non è a digiuno degli scontri, dei fallimenti e dei successi di Tristano, di Lancillotto, di Iwein e, soprattutto, di Parzival, è formazione, nonostante tutto, esemplare per l’oggi, per chi, nell’oggi, continua a tenere uno sguardo attento alla realtà in mutazione e, insieme, ad anelare all’infinito, ad aspirare a un dire universale. Viviana del lago, il romanzo sulla dedizione, va letto – come può essere letto il medievale Parzival di Wolfram von Eschenbach – come romanzo di formazione.
La quête di Alessandro, scandita nelle quattro stagioni, Estate, Autunno, Inverno, Primavera, che danno il titolo alle quattro sezioni del romanzo, è particolare, la sua ‘rocca del Graal’ è l’analisi critica sull’opera d’arte di Viviana Santeremo, analisi che la ricerca di esperti ‘affermati’ ha lasciato finora scarna, se non addirittura inesistente. Il re della rocca del Graal non è un malato Amfortas, del cui stato di salute occorre informarsi mostrando compassione, ma un critico rinomato, tanto popolare quanto vanesio, il Giovanni Rodan del quale la pittrice oggetto della dedizione di Alessandro Giordani beve ogni singola parola e mendica anche la più superficiale menzione. Per la propria ricerca, invece, Alessandro è disposto a riempirsi di ridicolo, a superare il timore della derisione, come il giovanissimo Parzival che lascia tutto per inseguire i cavalieri della Tavola Rotonda. Rimproverato da Donatella, la ragazza con la quale divide l’appartamento in città, una versione contemporanea e molto più comprensiva della madre di Parzival, lascia tutto per trasferirsi nella cittadina sul lago nella quale risiede Viviana. Qui, oltre a Viviana, conosce altre due donne: la sorella minore di lei – Chiara, che propone una soluzione avvincente al dilemma tra contemplazione e azione, Marta e Maria insieme – e la figlia di Chiara, la piccola Sofia, che diventa allieva di Alessandro: «Le tre età gli sfilano attorno: la bambina, la madre e infine lei, la Misteriosa che lui è venuto a stanare e che si ritrae nella sua grotta più profondamente ogni giorno».
Nelle vicende che porteranno al dénouement finale, un ruolo di primo piano è rivestito, ai miei occhi, dal “Trevrizent” di questo romanzo: il professore di Alessandro, Corrado D’Amedeo, che brilla per la sua quieta e solida dedizione al suo lavoro di insegnante e di ricercatore.

© Anna Maria Curci

 

«Professore, un pacchetto per lei» dice il portiere quando vede passare D’Amedeo a passi lunghi per il cortile. «Mette una firma?»
E ora Corrado soppesa la novità, fermo in ascensore. Lo diverte sempre quanto un pacchetto che dalla forma e dalla flessibilità non può che essere un libro debba dichiararsi come tale. Piego libri. E in quanto libro, pensa entrando in casa, il suo posto sarà la scrivania dello studio, bene impacchettato, almeno per la prossima settimana.
È stato il suo ultimo giorno di lezione dell’anno solare.
Dà da mangiare a Winckelmann ancora con le scarpe ai piedi. Lo accarezza sull’attaccatura della coda, cosa che il micio adora; mangiare ed essere accarezzato gli procura un piacere che lo costringe a impastare il pavimento con le zampe.
È stato il suo ultimo giorno di lezione dell’anno solare. Continua a leggere

Anna Elisa De Gregorio, L’ombra e il davanzale (rec. di Marina Giovannelli)

Anna Elisa De Gregorio, L’ombra e il davanzale. Con tredici illustrazioni di Francesco Pirro. Prefazione di Maria Grazia Calandrone. Postfazione di Luigi Oldani, Seri editore, 2019

Il passo leggero di Anna Elisa

DIE NULL

Capitiamo ogni giorno dentro il nulla:
conciliante sospensione
nell’attimo in cui il sonno ci sorprende
e ultima boccata di vuoto al risveglio
prima di arrendersi ai pensieri.
Ma sempre dentro il vuoto
lo spillo di un’ape si aggira:
è quella punta di risentimento
quando si affaccia l’ombra della morte
al davanzale mentre stiamo vivendo.

Nei versi del più recente libro di Anna Elisa De Gregorio, L’ombra e il davanzale, Seri editore, riconosciamo qualcosa che fa parte del comune sentire: l’ambivalenza che contrassegna spesso giornate e notti, tra serenità cercata e assalti del pensiero, che non è mai del tutto privo di inciampi.
La leggerezza, solo apparente, delle poesie, ottenuta anche attraverso una sapiente attenzione formale, nasconde qualcosa di preciso: il tremore che si prova rispetto a un ‘ignoto’, peraltro fin troppo noto, che ci affatichiamo a tenere lontano. Il tono è lieve, persino un po’ scherzoso, a volte, ma quell’ombra tra sonno e veglia, quello ‘spillo’, quella ‘spina’ che si fanno sentire e inquietano, segnalano lo stato di allarme.
Eppure, per quella grazia che arride ai poeti, prevale la dimensione della fiducia nel domani, (abito nella possibilità – scriveva Emily Dickinson), anche se saranno minime le consolazioni – si accettano persino travestimenti delle “moleste voci” che agitano le notti – né del resto si vorrebbero fatti eclatanti, emozioni troppo sconvolgenti: “Confesso dal canto mio non sono in vena / di rivoluzioni”. Col tempo il passo rallenta e, come il vecchio Strand citato con affetto, vicino alla fine e “quasi invisibile”, ci si sente un po’ a rischio, anche noi sul punto di perdere consistenza.
Un altro aspetto che caratterizza questa raccolta di Anna Elisa De Gregorio, ulteriore segnale di raggiunto equilibrio fra pensare e sentire, è la consapevolezza d’una appartenenza ad una dimensione più ampia di quella riconducibile alla diretta esperienza. Questo potrebbe indurre sgomento ma anche, al contrario, dare un senso più profondo alle nostre esistenze. Sulle tracce di Primo Levi, Anna Elisa segue la via che implica maggiore responsabilità, sia nell’interrogarsi sulle ragioni ultime, sia nel compiere le inevitabili scelte di vita:

STARDUST

Abbiamo bocca e cuore pieni di stelle provenienti da lontanissime galassie: l’intrecciata ragnatela di ogni vita terrestre è materia intergalattica ormai accaduta, proveniente da centinaia di migliaia di anni luce. Siamo stazioni d’inquinata polvere terrena e ricordi di stelle già state, siamo quasi universo, quasi eternità. E dentro quel “quasi”, fra il nulla e l’infinito, s’affollano i rovelli: che spessore stellare hanno le voci di dolore e di gioia, le attese, le percezioni insignificanti o di smisurata bellezza di ogni essere in vita o già passato? Da quale buco d’indifferenza cosmica sono costantemente inghiottite, in che diversa sostanza o in che identica polvere trasformate? Consiste in questo vuoto che ci circonda il male organico che ci macchia tutti, il nostro mai rassegnato domandare?” Continua a leggere

«Cadere nell’ebbrezza degli slegati»: nota su ‘Quando non morivo’ di Mariangela Gualtieri (di Giorgia Zanierato)

Mariangela Gualtieri, Quando non morivo, Torino, Einaudi, 2019, pp. 128, euro 12

«Espormi a tutte le correnti/ cadere nell’ebbrezza/ degli slegati»1 , sono versi ripresi più volte da Mariangela Gualtieri in Quando non morivo (Einaudi, 2019); ed è proprio nella caduta sguarnita di corde in un vuoto senza fondale che il lettore viene spinto, in balia di tutti i flussi, abbandonato all’inebriamento tanto quanto all’inevitabile spavento. Ogni novità appresa, ogni rivelata verità espongono al brivido, alla meraviglia così come alla paura, ed è un’inedita seppur antiquata realtà quella con cui la poetessa costringe a confrontarci: Il quotidiano innamoramento2 verso la vita in ogni sua forma e sfaccettatura.
Quando non morivo è un inno alla bellezza dell’esistere, dello stare al mondo il quale, come la Gualtieri scrive in una poesia-epistola rivolta ad una bambina, non è fatto soltanto di «ira» ma manifesta «splendore in ogni cosa». Attraverso la lettura di questa raccolta si viene pervasi da un senso di pace interiore, un globo di calma e incanto in cui il tempo cessa il suo logorio e lascia immersi in una dimensione senza tristezza, nella gentile stretta delle «sacre lentezze», come fuochi fatui alla ricerca di quel mai esplicitato «frutto sepolto se non ti affanni». Una volta riemersi da questo inabissamento si «torna nuovi», grazie a tale sprofondamento che è in primis un respiro profondo, un minuto dedicato a lanciare uno sguardo al cielo, opera che troppo spesso dimentichiamo di necessitare, ma che dovrebbe essere per noi – bestie, congenito e naturale.
Il viaggio che non ci si aspetta di affrontare, appena impugnata la raccolta, consiste in un primordiale tornare a ricordare, una sorta di retrospezione intrauterina che rievoca la nostra vera natura, sepolta dal ritmo affannoso dell’«ammassato mondo» in cui, crescendo, siamo rigettati. Non manca infatti una disillusa analisi nei confronti della società contemporanea, verso il morbo maligno che contamina da sempre l’animo umano, bestia tutt’altro che incruenta. La considerazione è antonima al lodevole: l’uomo di oggi anziché avanzare arretra, viene esibito come «tumore o febbre passeggera del globo», il quale prepara per i propri figli un habitat infausto e avvelenato. Va però rimarcato quel ‘crescendo’ – divergente rispetto ad un ‘nascendo’, in quanto i bambini, divinità domestiche cui è dedicata la terza sezione, conservano ‘granelli di sabbia’ negli occhi (simili a quelli di chi riemerge appena da un lungo sogno) definiti «pollini d’altro mondo», che non rimandano soltanto al loro modo di guardare ingenuamente trasognato, ma conservano un intimo legame con la totalità del creato, a partire dal microbo primo, dal batterio che divenne anfibio e poi animale e poi scimmia, fino a giungere all’uomo in tutte le fasi della sua evoluzione. Continua a leggere

Tommaso Di Brango, «Ma infine, quale segreto?» – Il “Racconto d’autunno” di Tommaso Landolfi

«Ma infine, quale segreto?»Il Racconto d’autunno di Tommaso Landolfi *
Reso timido dall’incidente e non sapendo che pensarne, non spinsi oltre la mia ricognizione, mi affrettai anzi a battere in ritirata fino al pianerottolo di legno e a scendere senza più la scala. Così, malgrado le mie buone disposizioni odierne, la casa mi riavvolgeva nella sua cupa atmosfera. Dal poco vedutone m’era tuttavia facile concludere che essa era di quelle che i loro stessi proprietari non si illuderebbero di possedere interamente.
Landolfi, Racconto d’autunno 
La storia, disse Stephen, è un incubo da cui sto cercando di svegliarmi.
Joyce, Ulisse 

Premessa

Il rapporto tra Tommaso Landolfi e il grande pubblico non è mai stato dei migliori. I lettori landolfiani sono infatti sempre stati affezionatissimi ma pochi, al punto che più volte lo scrittore di Pico Farnese è stato considerato un autore “per letterati” o, tutt’al più, “di nicchia”. A questa non felicissima regola fa tuttavia parziale eccezione il Racconto d’autunno. Questo romanzo breve, scritto nel 1946 tra le mura della casa paterna e pubblicato un anno dopo presso l’editore Vallecchi di Firenze, andò infatti incontro a un buon successo di vendite e conobbe una fortuna abbastanza duratura nel tempo, tanto che nel 1980 il regista Domenico Campana realizzò una sua riduzione cinematografica e, circa un decennio fa, lo scrittore Leonardo Bonetti ha preso da esso spunto per realizzare una trilogia narrativa dedicata al ciclo delle stagioni[1]. In questa relazione ci confronteremo soprattutto con due temi presenti nel romanzo: il primo è il rifiuto della storia; il secondo è il confronto con una realtà interpretata come enigma.

Il rapporto col neorealismo

La vicenda narrata nel Racconto d’autunno si svolge sullo sfondo di una guerra durante la quale «Due formidabili eserciti» si contendono un territorio che, malgrado le sofferenze impostegli dal conflitto, si mostra in grado di produrre una «resistenza armata»[2]. A quest’ultima fazione in lotta appartiene il protagonista del racconto, un anonimo soldato che, fuggendo da un gruppo di militari nemici, si imbatte in un misterioso maniero nascosto nel bosco.
In un primo momento la dimora gli sembra solo un buon rifugio. Tuttavia, col passare dei giorni, essa muta di funzione diventando, per lui, una vera e propria ossessione. Il fascino emanato dal maniero cattura infatti l’attenzione del soldato fino a fargli addirittura dimenticare i suoi obblighi di combattente e a farlo spendere anima e corpo nel tentativo di capire le ragioni della sua attrazione. Nel corso delle sue indagini dovrà confrontarsi con personaggi, oggetti e situazioni perlomeno singolari: si pensi all’anziano padrone di casa – un vecchio aristocratico rimasto vedovo diversi anni prima – o all’enigmatico dipinto della sua defunta moglie; alla coppia di cani dall’aspetto vagamente demoniaco che fanno la guardia al maniero o alla seduta spiritica con cui il vecchio tenta di rievocare lo spirito della consorte.
Ad ogni modo, dopo varie peripezie il soldato scoprirà che, oltre che dal vecchio, la dimora è abitata da sua figlia Lucia, una ragazza dalla mente offesa nel cui passato si nascondono le sevizie e gli atti incestuosi a cui l’hanno sottoposta i genitori. Tra i due nasce un amore tanto intenso quanto breve, perché di lì a poco il maniero verrà assaltato da un gruppo di militari africani che, dopo aver tramortito il protagonista, violentano e massacrano orrendamente Lucia, volgendo in tragedia il finale della vicenda.
Già da questi brevi cenni sulla trama è facile capire che il Racconto d’autunno è un romanzo in cui la presenza della storia contemporanea ha una funzione significativa. Pur senza fare alcuna menzione esplicita di nomi o avvenimenti realmente accaduti, infatti, Landolfi fa trasparenti allusioni alla guerra appena conclusa e, in particolar modo, al conflitto tra Alleati e nazi-fascisti, alla lotta partigiana, alle sofferenze patite dai civili e alle “marocchinate” che, nel 1944, flagellarono il basso Lazio. Se si pensasse che questi riferimenti storici – abbastanza anomali in Landolfi – sono una sorta di “cedimento” o “concessione” dell’autore alle istanze del coevo neorealismo si sarebbe, tuttavia, in errore.
La narrativa di guerra prodotta in Italia tra gli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta tende infatti a porre il conflitto in primo piano e a interpretarlo come il contesto di un’esperienza al tempo stesso formativa ed esemplare. Si pensi, ad esempio, a racconti e romanzi resistenziali come Dentro mi è nato l’uomo di Angelo Del Boca o Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, nei quali la lotta armata appare come un’occasione di maturazione etica e civile per una generazione cresciuta all’ombra della retorica fascista. Oppure, ancora, si pensi ai molti resoconti della campagna di Russia – tra i quali spiccano Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern e La guerra dei poveri di Nuto Revelli -, dove l’esperienza bellica coincide con la demistificazione dei miti propagandati dal regime mussoliniano[3].
Ecco, nulla di tutto questo fa il suo ingresso in Racconto d’autunno. In questo romanzo, anzi, il lettore si trova di fronte a un narratore interno protagonista che, pur avendo preso attivamente parte alla lotta armata, rievoca gli anni della guerra raccontando quel che ha visto accadere in un oscuro maniero nascosto nella foresta – una soluzione narrativa tipica del racconto fantastico[4] con cui, in questo racconto, Landolfi mira implicitamente a trasmettere l’idea che ad apparire significativa agli occhi del soldato non è tanto l’esperienza di combattente quanto quella di ospite della tenebrosa dimora.
La presenza della storia in Racconto d’autunno, insomma, va intesa come un espediente messo in campo da Landolfi per evidenziare non la sua prossimità, ma proprio la sua distanza dal clima dominante nella cultura post-bellica e dalle sue retoriche. Mentre i narratori italiani andavano celebrando l’avvenuta liberazione dal nazi-fascismo e sentivano il dovere di partecipare alla ricostruzione nazionale, infatti, Landolfi sentì l’esigenza – assai coerente col suo temperamento schivo e appartato e col suo profondo e, oserei dire, “leopardiano” disincanto – di recuperare una dimensione congeniale nello spazio della sua fantasia.

Il maniero-labirinto

Volgendo lo sguardo dal terreno letterario a quello ideologico è opportuno sottolineare che il rifiuto del neorealismo, delle sue poetiche e delle sue retoriche non comporta, in Landolfi, un contestuale rifiuto dell’antifascismo. L’esperienza della carcerazione per attività antifascista, vissuta dall’autore negli anni della guerra, dovrebbe essere sufficiente a fugare ogni dubbio in proposito. Da questo punto di vista è più opportuno notare, piuttosto, che il rifiuto della storia presente in Racconto d’autunno è un epifenomeno del rifiuto della contemporaneità che coinvolge l’opera e il profilo culturale di Landolfi nella sua interezza. Per tutta la vita, infatti, lo scrittore di Pico Farnese si sentì estraneo al proprio tempo e vagheggiò un ideale ma impossibile ritorno alla vita di quell’aristocrazia meridionale ottocentesca a cui riteneva di appartenere.
Da quest’atteggiamento deriva l’adozione di quella che Paolo Zublena ha definito una «lingua-pelle», che già in Racconto d’autunno – ma anche nei libri precedenti -, pur senza raggiungere i picchi virtuosistici dei futuri Racconti impossibili, fa sentire il suo timbro inconfondibile[5]. Si tratta di una veste linguistica ricercatamente arcaizzante e ottocentesca, assolutamente distante dal documentarismo neorealistico, con cui, in questo romanzo, Landolfi finge[6] di articolare una voce proveniente da un tempo e da uno spazio diversi da quelli che gli è toccato in sorte di vivere, come se la fantasia e la scrittura potessero in qualche misura restituirgli quel che la storia gli ha sottratto. Ma, a ben guardare, le funzioni e i caratteri di questa «lingua pelle» – che può essere a tutti gli effetti considerata una lingua-rifugio – sono perfettamente analoghi a quelli del maniero che domina la scena del Racconto d’autunno.
Anch’esso, infatti, si presenta come un nascondiglio dal caos della storia, e anch’esso viene descritto, fin dal suo primo apparire, come una residenza dalla bellezza aristocratica e decadente, che con tutta probabilità fa da pendant col titolo del romanzo – ispirato al Racconto d’inverno di William Shakespeare e teso a evidenziare la volontà di raccontare una bellezza sfiorita come quella di un paesaggio autunnale:

Giunsi a piè della facciata principale; essa si ergeva livida nell’aria bruna e aveva davanti un vasto terrazzo, cui si accedeva per una doppia rampa e su cui si apriva una grande porta. Notai, sulla balaustra di pietra di questa rampa, alcune piramidi e palle anch’esse di pietra, come ne aveva, tre o quattro secoli fa, quasi ogni rustica dimora dei nobili in quei paraggi. Sul piano della terrazza, intravidi ciuffi d’ortica o altre erbacce, che crescevano di fra le commessure del lastricato; accanto al portone, il muro aveva perduto un largo pezzo d’intonaco. Per quanto, in una parola, si poteva giudicare alla prima, era quella una vecchia casa caduta in abbandono.[7]

Potrà essere opportuno, a questo punto, notare che il maniero del Racconto d’autunno è frequentemente oggetto di descrizioni assai minuziose. Le sequenze descrittive dominano infatti le pagine del romanzo, al punto che i passaggi narrativi – connessi perlopiù al girovagare del protagonista nei meandri della casa – sembrano quasi finalizzati a garantire al narratore la possibilità di fornire ricostruzioni, inventari, cataloghi, elenchi di oggetti ecc., determinando peraltro una dilatazione del tempo del racconto a scapito del tempo della storia che comporta un significativo rallentamento del ritmo narrativo.
Questa ipertrofia descrittiva non garantisce però al lettore un’immagine più chiara del maniero. Al contrario, il narratore del Racconto d’autunno indugia spesso in minuzie che fanno perdere la visione d’insieme o, viceversa, fornisce immagini complessive che però non fanno cogliere i necessari dettagli, al punto da far pensare, con Giacomo Debenedetti, che Landolfi impieghi «tutta la chiarezza al servizio del massimo di procurata oscurità, o meglio occultamento»[8]. L’immagine che, in ultima istanza, resta del maniero è quella di un labirinto in cui non solo il protagonista, ma anche la stessa parola letteraria è destinata a perdersi, incapace com’è di restituirne un’immagine complessiva:

Qui sì che mi persi in un laberinto di stanze e di passaggi e ripostigli e corridoi e scale, alcune palesi, altre segrete o che lo erano state un tempo. Basti dire che mi ritrovai un paio di volte nella soffitta, un suggestivo luogo pieno di vetusti oggetti, inutili e curiosi, e una addirittura sul terrazzo merlato.[9]

Quello del maniero-labirinto è un tema dal forte coefficiente di letterarietà, e certamente Landolfi conosceva troppo bene la Caduta della casa degli Usher di Edgar Allan Poe o il Castello di Franz Kafka per farci pensare che non vi avesse posto mente mentre descriveva con tanta foga il maniero del Racconto d’autunno. C’è tuttavia da dubitare che questo atteggiamento narrativo derivi esclusivamente da quei rimandi intertestuali che per molto tempo hanno relegato Landolfi all’ingeneroso ruolo di epigono, mentre c’è da tenere in debita considerazione l’ipotesi che a monte dell’intera operazione si nasconda un movente autobiografico. Continua a leggere

I poeti della domenica #424: Carlo Betocchi, Campobasso-Salerno

CAMPOBASSO-SALERNO

Il Sannio era ricco di querce
poi cominciarono i noccioleti
dell’Irpinia: e sempre tra i monti.
Ingiallivan le stoppie e le saggine

nei campi; le viti vendemmiate
festeggiavan la morte, con quel loro
cuore a pampini, sventolante.
Ed io tra la morte e la viva salute

del mio viaggio, nel pigro andare di stazione
in stazione, mi staccavo come
una corteccia dal vecchio tronco,
lasciavo che l’anima cedesse,

nel sole d’ottobre, a scaglie, come
corteccia di pino, all’intimo odore
del suo mutarsi in aria balsamica,
finché dai monti sboccai sul mare.

 

Carlo Betocchi, da L’estate di San Martino, Arnoldo Mondadori Editore I edizione maggio 1961, III edizione marzo 1978, pp. 115-116
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