“Può darsi poesia senza narcisismo? Verosimilmente no”: intervista a Luciano Cecchinel (a cura di Giuseppina Borghese)

Il poeta Luciano Cecchinel

Immaginare la narrazione del mondo attraverso uno sguardo non umano rappresenta forse uno dei temi più stringenti del nostro tempo. Del resto, tutto ciò che si scosta dalla prospettiva antropocentrica rimane, ancora oggi, un campo sconosciuto al quale ci avviciniamo con una curiosità spesso colpevole di desiderio di addomesticamento delle “specie” diverse da noi.
Nel panorama degli autori che si pongono in un dialogo da pari a pari con il mondo circostante l’umano, nel respiro sincronico col mondo vegetale, nelle storie di territori e uomini e donne c’è sicuramente la voce di Luciano Cecchinel, autore trevigiano, considerato tra i maggiori esponenti della poesia italiana contemporanea.
Tra le sue produzioni la raccolta di poesie Al tràgol jért, in dialetto veneto, a cui hanno fatto seguito Senc (1990), Testamenti (1997), Lungo la traccia (2005), Le voci di Bardiaga (2008), Sanjut de stran (2011), In silenzioso affiorare (2015) e Da un tempo di profumi e gelo (2016).
Abbiamo incontrato Luciano Cecchinel alla vigilia del festival “Inesauribili Bisbigli”, una rassegna di musica d’autore e poesia organizzata dall’associazione culturale Artattiva, che si svolge proprio in questi giorni: dal 9 al 12 giugno nella Casa delle Fate di Goffredo Parise, a Salgareda.


Sabato 11 giugno sarà presente alla prima edizione del Festival Inesauribili Bisbigli, con uno spettacolo che prende il nome dalla sua opera Da sponda a sponda e che le vedrà affiancato il gruppo musicale “Le ombre di rosso”. Di cosa si tratta?

Si tratta di un’iniziativa che ha preso le mosse da Paolo Steffan, che stava compilando la tesi specialistica sui miei esiti di scrittura, e che, sua sponte, ”passò” cinque testi di quella raccolta a Fabio Fantuzzi, suo ex-compagno di liceo, il quale li musicò e li fece eseguire in pubblico al complesso che capitanava, appunto “Le ombre di rosso”. I riscontri furono positivi, per cui lo stesso Fantuzzi proseguì l’operazione con un altro lotto di testi, pervenendo alla pubblicazione complessiva in un bellissimo CD, che reca il nome della mia seconda raccolta italoamericana, appunto Da sponda a sponda.

Il festival si terrà nella Casa delle Fate di Salgareda, lì dove Goffredo Parise trascorse gli ultimi anni della sua vita. Una casetta rosa, sul greto del Piave. Qual è il suo rapporto con quel luogo?

Ci sono stato più volte, come spettatore di vari e sempre pregevoli eventi – ricordo al proposito la serata su Dino Campana che vide anche una performance di Roberto Vecchioni – e alcune anche come protagonista in relazione alla presentazione di qualche mio libro. Devo dire che ogni volta il pervenire a quel luogo mi dà, consentaneamente alla presenza in spirito del grande autore dei Sillabari, un senso di sospensione che ha dell’onirico, per cui la denominazione “Casa delle fate” per quel che mi riguarda assume piena cittadinanza… se poi penso che, fra tanti inconvenienti per chi la gestisce, periodicamente come per un arcano sortilegio viene sommersa dalla acque del fiume e ne riemerge… E ora essa mi attiva il mesto ricordo della grande persona di Enzo Lorenzon e di altri amici comuni mancati: Giampietro Botteon, Lucio Toniello, Irma Schweiger.

Andrea Zanzotto la definì “garante e creatore di lingua”. La lingua che caratterizza le sue opere ha una trama complessa che va dal Veneto di Revine Lago fino ai suoni angloamericani d’oltreoceano…

Secondo lei esistono dei temi che possono essere raccontati meglio con il dialetto? Premetto che nella scelta dell’uso del dialetto in poesia viene non di rado individuato il perseguimento di una maggiore possibilità di sperimentazione, in particolare la ricerca di sequenze fonico ritmiche nuove rispetto a itinerari già percorsi nell’uso della lingua italiana. E ciò è certamente vero ma non è stata certo questa per me la principale motivazione, perché, come mi corre spesso necessità di dire, per me c’è stata prima la scelta di riconsegnare a mio modo un mondo che si stava spegnendo e mi è venuto naturale farlo con la parlata che di quel mondo era propria, salvandolo innanzi tutto attraverso i suoi termini: il fatto che di quel mondo il dialetto fosse un connotato – e trattandosi di espressione verbale quale è quella della poesia, il significante essenziale, come per la pittura il colore, per la scultura la pietra o il legno – ne rendeva la scelta inderogabile. Per converso sarebbe per me stato improprio usare il dialetto per il resoconto delle mie esperienze d’oltreoceano. Come non avrei sentito vero parlare del mondo rurale senza usarne il dialetto, così non ho sentito vero usare il dialetto per Lungo la traccia e Da sponda a sponda. In questo libro io seguo la vicenda del mio nonno materno e con lui finisco, in una specie di sovrapposizione conclusiva, per identificarmi. Ora, mio nonno Ildebrando Guglielmo Maldotti era di San Pietro in Cerro, vicino a Piacenza, e non aveva mai appreso il dialetto veneto: per comunicare in terra veneta usava l’italiano e in emiliano ho potuto sentirlo solo imprecare. Usava poi l’italiano come aveva fatto in America con gli altri italiani immigrati di altre estrazioni regionali: come la terra di nessuno che si suole situare tra una demarcazione statale e un’altra, una specie di lingua di nessuno ma in quanto tale anche di tutti. Nella piccola comunità italica di Cambridge/Byesville Ohio accanto al nucleo emiliano-veneto della mia famiglia materna c’erano una famiglia marchigiana, una ligure, una calabrese: erano cinque i dialetti parlati e era inevitabile, prima di apprendere l’inglese e poi anche oltre il poco inglese inizialmente rimediato, usare l’italiano e il gergo italoamericano di prima assunzione. In considerazione di tutto ciò, il dialetto in questo mio libro compare solo eccezionalmente, “vocato”, da una reale situazione esistenziale, quella di una mia prozia che nell’agonia prese a delirare in dialetto.
Era appunto l’italiano in quel contesto del Midwest a diventare, con qualche ibrido di slang, la lingua di tutti e di nessuno. In Perché ancora poi mi sono scaturiti in dialetto – presa d’atto a posteriori – solo i monologhi in prima persona, fosse essa singolare o plurale… chissà, forse per una forma più forte di identificazione.
Per Le voci di Bardiaga, composizione totalmente in lingua, è stata decisiva la commisurazione con l’epos della letteratura classica, da Omero a Virgilio – ma, volendo, anche da Simonide di Ceo – e infine con la tradizione ottocentesca che ha inevitabilmente a che vedere anche con i modi con cui quella tradizione è stata resa nella traduzioni in italiano. Il procedimento della parte finale di quel libro è stato quello di sottomettere una forma normalmente usata per cantare la morte illustre e, nella fattispecie, anche il culto della bella morte di matrice nazista e fascista (fra i giustiziati c’erano nazisti, fascisti e presumibili collaborazionisti), al significare la morte infame, e infame in senso letterale, dato che le spoglie erano celate nel fondo di una spelonca situata in un luogo impervio per erta e infestamento vegetale. Per questo vi vigeva, voluto prima che inevitabile, il pendant con I Sepolcri foscoliani, che finalisticamente allignano sul valore delle tombe ‘personalizzate’ in ossequio alle vite illustri

Utilizzare il dialetto vuol dire anche, implicitamente, rivolgersi a un mondo più piccolo, raccolto. Nel suo caso il Veneto. Cosa rappresenta per lei questa scelta?

È vero. La mia prima raccolta ha rappresentato una specie di sprofondamento nel mio mondo “paesano”, anche se è da dire che la civiltà silvo-pastorale che, seppur ormai un po’ rarefatta, vi viveva, era analoga a quella di molte parti della nostra regione e, altresì, della nostra nazione, per cui il “paese” era ancora per molteplici aspetti il “mondo”. Il termine “raccolto” poi, esemplarmente usato nella domanda, porta a un senso di intimità comunitaria e personale, laddove le due dimensioni potevano avere vigore in piena dinamica. Da una parte il senso di un’identità collettiva pressoché generalmente sentita, dall’altro il poter ravvivare i ricordi personali in un contesto che non li contraddiceva. Allora il fenomeno poteva verificarsi senza particolari usure interiori e questo era perfettamente omogeneo al tentativo poetico: vien qui di ricordare che Pavese ha detto che la poesia è in qualche modo sempre un “saccheggio dell’infanzia”. Le cose hanno cominciato a cambiare con la cesura economico-culturale che, determinatasi dalle nostre parti a partire dai secondi anni ’60, ha portato progressivamente a una divaricazione anche drammatica fra humus interiore e realtà esteriore, per cui nel sentire diffuso e naturalmente anche nell’espressione poetica si è innescata un’inevitabile lacerazione, con inevitabili sensi di spaesamento e disagio, che ingeneravano anche reazioni di natura recriminatoria e polemica.
Tornando al confronto fra possibilità della lingua italiana e del codice dialettale, iniziato con la risposta alla domanda precedente, la mia linea di verifica/discrimine è che certe cose riesco a pensarle solo in italiano, certe altre sia in italiano sia in dialetto, altre ancora meglio in dialetto che in italiano.
Per me risulta alfine meno innaturale sentire l’italiano come lingua del cambiamento e quindi della possibile sperimentazione. È lingua nazionale e, nel regime di policentrismo dialettale della nostra penisola, è, per riprendere un’espressione prima usata, lingua di tutti e di nessuno. In ragione di tutto ciò mi è più facile assumere la lingua nazionale, quale luogo della koinè, anche di eventuali sperimentalismi. Va detto al proposito che l’ingredire nel suo contesto dei termini della modernità risulta molto meno distonico che nel dialetto, dove ingenera spesso frizioni da scintille, seppur certo lessico della tecnologia vi è divenuto di uso abbastanza comune.
Per quanto concerne la fattispecie del dialetto in poesia c’è stata poi da parte mia la volontà di essere fedele all’«autentico antico» e in questo assunto di fedeltà mi sono presto reso conto che a soccombere del dialetto nel tempo sono prima le costruzioni che i singoli vocaboli, cosa di cui ci si capacita non appena si ascolta una registrazione in dialetto d’antan. E se poi in poesia si sottomette il linguaggio alle pastoie della prosodia, quella stessa volontà mi ha indotto a limitare al massimo la violenza della metrica e della rima sulla lingua del parlato.

Nella sua poesia, in quel gioco di rimandi tra civiltà industriale e civiltà contadina, si possono intuire le tracce della crisi del paesaggio. Qual è il dramma del paesaggio ai nostri giorni?

Il nostro paesaggio, per privilegio del destino anche assai suggestivo, è per tutti noi nella sua dolcezza collegato, vien di dire in modo ombelicale, al primo sentire dell’infanzia, periodo della vita in cui si imprimono nella mente le rappresentazioni più edeniche, alle quali essa tende naturalmente, in linea con la citata frase di Pavese. Vien da chiedersi se i sensi del bello e della dolcezza che dal paesaggio emanano abbiano oggi ancora il conveniente valore. È un fatto che essi presuppongono una propensione alla contemplazione e quindi uno stato di quiete che è di questo tempi difficile conseguire pienamente tra i tanti stimoli che assediano la nostra vita. E a ogni modo se arriviamo ancora a attingere una condizione funzionale alla contemplazione, la avvertiamo come “stato di grazia” e quindi fuori dell’ordinario e non invece, come un tempo in piena immersione era, “naturalmente”, in una intrinseca essenza di pace, pur attraverso tante ambasce, fatiche e sofferenze, che col senno dell’attuale “poi” sembrano configurarsi come delle impietose condizioni della bellezza. Certo oggi si ha il senso grato di fruirne in chiave di “consumo”, fra i tanti altri della nostra tanto ritmata esistenza: ma se questa sensazione è anche un po’ amara, la sua fruizione è essenziale, quasi un residuale sortilegio, per una rivitalizzazione interiore. Se, come diceva Zanzotto, noi siamo in fondo il paesaggio che vediamo, la dolcezza paesaggistica ci riassetta in relazione alla corrosione determinata dai molti paesaggi compromessi, anche dal punto di vista etico. In un’intervista che gli feci per «Autografo» il grande poeta dichiarò: «Noi siamo infatti, anche se gli effetti sono spesso frenati e inavvertiti, ciò che vediamo e viviamo e quindi ogni deturpamento paesaggistico diviene inevitabilmente anche disorientamento personale. E su questo alligna anche certa degenerazione umana dei nostri giorni.»

Oggi nella poesia, ma più in generale in tutta l’arte, è presente una forte sensibilità sul tema ambientale. Quando si è avvertita l’esigenza di raccontare questo tema?

Sì, è anche e, forse soprattutto, nel mondo dell’arte che si sente in modo prorompente il tema ambientale di fronte al proliferare negli ultimi decenni di nuove e vistose costruzioni e di monocolture con alti tassi di inquinamento, a volte evidentemente determinate da mire di guadagno più che da vera necessità. Così è diventato un dovere di coscienza farsi portavoce dell’ambiente che, non avendo voce propria al di là almeno della propria bellezza e nemmeno poi molti fautori, diventa spesso soggetto minoritario nelle decisioni delle nostre comunità. È amaro al proposito rilevare da statistiche ufficiali che in provincia di Treviso il coperto industriale dal 1992 al 2002 è raddoppiato e questo in presenza di un abbondante ricorso a manodopera di provenienza esterna. Non si può non ammettere che il fattore territorio è stato sovrastato da tendenze al di fuori di condizioni di sana economia. E il tutto in pieno esercizio democratico e per di più con petizioni di base virulente e tanto più paradossali quando ci veniva continuamente ribadito che il nord-est era una delle aree a reddito pro-capite fra i più alti a livello europeo. Certo i pronunciamenti degli enti a tutela del paesaggio dovrebbero avere maggior vigore, perché almeno il loro punto di vista abbia una forza costante e non funzionale ai mutamenti politici. A questo fine questi enti dovrebbero essere di non facile accessibilità, come era in fondo, e non per tutte nobili ragioni, la vecchia Soprintendenza ai Monumenti, cui era stata delegata la tutela del paesaggio.
Tutto ciò fa riflettere sui limiti dello scaturire “democratico”. La democrazia ha una sua sacralità se difesa di fronte al pericolo del suo venir meno ma non certo attraverso la santificazione geometrica di tutti i suoi portati. Essa può essere nobilitata ove si ammetta, con un senso di umiltà oggi poco rintracciabile, il senso dei livelli di competenza: in certe cose bisognerebbe saper accettare i pareri degli esperti del paesaggio – di fronte ai quali anch’io, a suo tempo, ho talvolta a torto recalcitrato – o i pronunciamenti di enti tutori costituiti da esperti, non perché assolutizzino il loro modo di vedere, ma perché almeno esso vada in dinamica con una forza costante e non per mutazioni funzionali ai periodi politici. Questo perché il paesaggio non rimanda, come già detto e come spesso è stato, “soggetto democraticamente minoritario”. Per quanto poi – se mi è lecito esprimere oltrepassati i settant’anni questa che non è una riflessione ma un’amara considerazione – gli esperti che valutano il territorio siano soprattutto architetti e ingegneri, cioè le stesse persone deputate a farvi costruire sopra: un conflitto di interessi “in nuce”, insomma. E è purtroppo sconfortante dover talvolta constatare che esperti inflessibili nel rispetto del paesaggio in una certa aura politica sono divenuti in un’altra aura i protagonisti di varianti degli strumenti urbanistici che clamorosamente smentivano le loro posizioni precedenti e con esse metà della loro esistenza.

È possibile, secondo lei, raccontare letterariamente il mondo in una prospettiva non umana? Ponendo, cioè, l’uomo non al centro della narrazione?

Io non sono un critico – non ne ho né l’acume né uno statuto – e non saprei rispondere convintamente secondo una considerazione complessiva della tradizione letteraria. Ne dirò pertanto per quanto mi pertiene, riferendomi a una mia fase di scrittura. Dopo un’ulcerante esperienza politico-amministrativa e alla crisi interiore che ne era conseguita ero stato preso da un tale senso di rifiuto per il recente passato da rifiutare anche me stesso che ne ero stato in mia misura attore. Ecco, nella scrittura avevo cercato di annullare quello che chiamerei l’«io egotico» in un «io collettivo». E all’io egotico è senza dubbio legata in prima istanza l’espressione di tenore lirico, in chiave di più o meno marcato narcisismo. Lo sbocco, a giudicare dalle analisi dei critici, è stato verso una forma di epos e l’epica è sempre innanzi tutto la voce di una comunità… nella fattispecie un’epica povera, dei poveri.
Ma alla fine la mia operazione non ha avuto un esito totale: un margine di lirismo è rimasto.
La faccenda può alfine essere di converso sintetizzata in una domanda: può darsi poesia senza narcisismo? Verosimilmente no. Nel caso l’alternativa sarebbe stata quella di un mero trattato antropologico.

 

A cura di Giuseppina Borghese

A morte il tiranno: l’intervista a Matteo Cavezzali (a cura di Giulia Bocchio)

A morte il tiranno (HarperCollins), di Matteo Cavezzali, è un libro attualissimo, sebbene i fatti raccontati risalgano a secoli ormai passati, più o meno lontani da noi nel tempo e nello spazio.
Eppure l’uomo trascina con sé sempre i soliti tratti quando si parla di potere, denaro, politica.
È una triade che solitamente s’accompagna a derive pericolose e che innescano nella mente di altri l’idea che qualcosa da far saltare, tipo una testa, sia l’unica soluzione per dare un colpo si spugna alla situazione. Ristabilire un ordine. Frase che giustifica tutto e niente.
A morte il tiranno racconta fra capitoli ed episodi – episodi sì, perché il testo è legato all’omonimo podcast di Storielibere.fm, che potete ascoltare qui – le vicende di uomini e donne che ci hanno provato a sovvertire o vendicare un ordine. L’esito di questi attentanti ce lo racconta puntualmente la Storia, ma dietro c’è sempre un’idea di bene o di male squisitamente personale.
Da Violet Gibson, a Robespierre, da Gaetano Bresci a Luigi Lucheni, solo per citarne alcuni: i piani per colpire un tiranno fanno pensare alla letteratura, e in effetti qualcosa di brutalmente in comune ce l’hanno: il tempismo. Tutta una questione di tempo, di ritmo.
La sorte si decide in un istante. E istante ed eternità di un esito, in questo caso, coincidono.


Matteo, bentrovato. Al centro del tuo libro, A morte il tiranno, ci sono le conseguenze del potere, nonché i suoi complessi meccanismi, ma quando esso degenera, sorge una domanda ‘tentacolare’: obbedire è doveroso o è giusto ribellarsi? A questo proposito citi un esperimento classico, quello di Stanley Milgram: ricordo che all’università la docente ci illustrò ogni passaggio, e di mezzo c’era sempre la parola ‘giustificazione’, a pensarci dava i brividi…

Obbedire è l’istinto naturale dell’uomo, che è portato all’ordine e ad evitare il conflitto. Il conflitto è infatti faticoso, e va giustificato. Detto questo si può arrivare a un limite di sopportazione che una volta superato fa scattare qualcosa: una reazione che mette a rischio l’individuo e che ha come fine il cambiamento dello status quo. È tuttavia molto difficile che tale ribellione avvenga per la sofferenza di una terza persona, ma avviene quasi sempre come reazione a una sofferenza personale. Questo avviene perché, diversamente da quello che molti pensano, non siamo una specie particolarmente empatica verso gli altri. L’esperimento di Milgram è solo uno dei tanti esempi.

A questo proposito la storia è ricca di esempi, ma anche la letteratura. L’impronta di questo libro mi riporta al protagonista di Delitto e Castigo, Raskòl’nikov, che non solo uccide, ma tortura se stesso compiendo una riflessione che forse accomuna le storie presenti all’interno del testo: assassinare qualcuno per un bene più grande si può, ma pochi uomini possono farlo, quei pochi sono uomini superiori; ma, se non sei un Napoleone, poi si fa la fine di un insetto. Che ne pensi a riguardo?

L’idea che la vita umana abbia un valore inestimabile è relativamente moderna. Fino a meno di un secolo fa la vita valeva assai poco. La mortalità infantile era altissima e la criminalità e il banditismo erano molto diffuse. Per non parlare delle guerre, che in Europa erano continue, come le epidemie, che spesso ne conseguivano. Per cui morire era normale. Quindi uccidere non era considerato così grave, soprattutto se c’era una buona causa di mezzo. (E ovviamente per ognuno la buona causa era la sua). Quindi i tentativi di modificare la storia con un omicidio sono stati molto frequenti per tutta la storia d’Europa. Con la fine della seconda guerra mondiale e il lungo periodo di pace che ne è seguito in buona parte del continente, la vita (e quindi l’omicidio) ha preso un valore – fortunatamente! – diverso. Oggi le persone non si accalcano più nelle piazze per vedere impiccato un ladro o decapitato un delinquente, anche gli stati e i loro governi sono diventati più civili e pacifici. Speriamo che i nostri governanti si ricordino da quali secoli bui è uscita l’Europa.

Fra le pagine sfilano una serie di teste, alcune saltano, alcune no: ognuno degli episodi che tu racconti e che sono storia vera del mondo e della politica, hanno in comune una cosa: il tempismo. Riuscire a centrare l’attimo esatto, essere o non essere in un determinato posto: si gioca lì il destino di un regno, di una nazione, di un dittatore…

Il tempismo è tutto, ed è completamente fortuito. Nessun tirannicida ha mai saputo con esattezza che reazione avrebbe avuto il popolo al suo gesto. Quasi tutti speravano che il popolo li avrebbe seguiti, ma quasi mai questo è accaduto, salvo per quella che poi è diventata la Rivoluzione Francese, e pochissimi altri casi. La maggior parte delle volte l’attentatore è rimasto da solo. Basti pensare a Gaetano Bresci, che quando uccise il re d’Italia Umberto I era certo che il popolo sarebbe insorto contro la tirannide dei Savoia e invece scoprì che il re era molto amato, nonostante le nefandezze che aveva compiuto. Ci dimentichiamo che i tiranni sono spesso molto amati dal popolo, perché si accaniscono contro le minoranze, e non contro la maggioranza, che al contrario si sente tutelata dalla violenza tirannica; ne abbiamo prova in questi giorni in diverse nazioni non tanto lontane da noi…

E a proposito di tempo, quando si parla di derive del potere, di dittature, di tirannide, vagheggiare sul ‘come sarebbe andata se…’ è un incipit affascinante per immaginare diverse versioni possibili di una storia: come Georg Elser che pianifica l’attentato perfetto, ma lo frega la pioggia e Adolf Hitler non muore, con tutte le drammatiche conseguenze del caso…

È impossibile saperlo. Oggi Hitler viene visto come il male assoluto. Se Elser fosse riuscito nella sua impresa, e lo avesse fatto saltare in aria, cosa sarebbe successo? (Il suo piano era degno di un film d’azione, tanto era ben ideato, e per la sfortuna che ebbe). Forse la guerra si sarebbe evitata, oppure avrebbe preso il suo posto Himmler e sarebbe stato più sanguinario di lui. Non possiamo saperlo. Quello che invece sappiamo per certo è che Hitler vinse le elezioni, perché le persone volevano Hitler e condividevano la sua visione di mondo. E questa forse è la cosa che più fa paura, e che dovrebbe farci riflettere.

A morte il tiranno propone riflessioni attualissime e mette inoltre in evidenza le sfumature psicologiche di uomini e donne che in qualche modo hanno scritto una pagina di storia: eppure che si tratti di giustizia o di ideali, un rivolo di sangue scorre inesorabile: esiste sempre una nemesi, mai sottovalutare questo dettaglio…

Non sono certo che esista sempre una nemesi. Spesso ci raccontiamo la Storia per farla sembrare più sensata di quello che è. In realtà è un insieme caotico e casuale di errori e casualità. Le guerre, che sono il peggiore dei mali, sono sempre causate dall’idiozia dei governanti, ma è la povera gente a pagarne le conseguenze, mentre chi comanda bombardamenti e stermini lo fa da un posto sicuro, come se fosse un gioco. Troppo spesso abbiamo visto i veri colpevoli farla franca, e questo è il motivo per cui c’è tanto rancore represso nelle nostre società. Abbiamo capito che la nemesi non c’è, non c’è la giustizia divina, né il karma. Ci sono le persone sfruttate e gli sfruttatori. C’è chi blocca il grano al porto di Odessa, e chi morirà per questo di fame nel corno d’Africa, senza sapere nemmeno perché. La giustizia sociale non arriva naturalmente, bisogna guadagnarla, giorno per giorno.

In un periodo complesso come quello odierno dove la comunicazione, l’informazione continua e il nostro essere iperconnessi – e quindi più attenti ma anche più ansiosi rispetto a ciò che accade al di fuori dei nostri confini, come l’attuale guerra in Ucraina ad esempio -, ci pone di fronte a una realtà in cui la figura del ‘ribelle’ cambia, ma anche quella del ‘tiranno’. Politici, presidenti, influencer, oggi tutti utilizzano i social per comunicare: le guerre si combattono anche così, con una propaganda squisitamente online, pericolose fake news comprese. Approvazione e prestigio, poi, si basano sui followers, che sono una ‘nuova massa’: più ne hai, più è probabile che tu venga ascoltato, o quantomeno notato anche se blateri.
Come leggere una situazione di potere come questa?

Viviamo in una società del consenso in cui la simpatia vale più di qualsia altra cosa. Non a caso molti dei politici attuali hanno esperienze nel mondo dello spettacolo, da Zelensky a Trump, che aveva fatto un reality show di grande successo, da Berlusconi a Grillo. I social hanno solo amplificato la cosa, per cui oggi vale più il parere di un influencer (solitamente bello e simpatico), che non quello di un politico o di un docente universitario, magari competente, ma noioso. Non ne faccio un problema di merito, ma di sostanza. Può anche capitare che il simpatico abbia ragione ovviamente, ma dobbiamo stare attenti a non dargli ragione solo perché è simpatico. Questo è il mare in cui navighiamo oggi. L’importante è capire che quello che vediamo sui social non è la verità, altrimenti saremmo come quei primi spettatori del cinema dei fratelli Lumière, che quando videro sulla pellicola il treno avanzare, fuggirono dalla sala per paura di essere investiti.

A cura di Giulia Bocchio


Matteo Cavezzali è uno scrittore e giornalista italiano.
Ha lavorato in teatro come attore e drammaturgo. Collabora con diversi giornali tra cui il Corriere della Sera e tiene un blog per Il Fatto Quotidiano. Ha pubblicato i romanzi  “Icarus. Ascesa e caduta di Raul Gardini” e “Nero d’inferno”, che racconta la figura di Mario Buda, anarchico italiano emigrato negli Stati Uniti considerato l’inventore dell’autobomba, per le cui gesta venne scritta la prima legge anti-terrorismo al mondo.
È ideatore e direttore artistico del festival letterario ScrittuRa di Ravenna, nato nel 2014. Dal 2016 cura anche Scrittura sulle Dolomiti in Trentino e gli incontri del ciclo Riscrivere la Storia in diverse città. Dal 2020 è co-direttore di Salerno Letteratura.


 

Il demone dell’analogia #50: Quello che le donne dicono

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano». Mario Praz

Collage digitale di Dina Carruozzo Nazzaro  + immagine di John William Godward

“Chi mai vorrà una come te
chi mai si prenderà in casa
una che non cucina!
Una che non stira, non sa leggere
una bolletta della luce,
una che conosce i capitelli dorici
poi crede che cinque più nove
faccia dodici! Sei una frana,
una delusione, sei un parassita
che non muove un dito
se non per girare le pagine dei libri,
leggi tutto il giorno e non sai vivere

Chi mai vorrà una come te,
ma chi ti sposa? Sei buona da niente,
imparata l’arte mettila da parte,
imparata tutta la letteratura
fanne spazzatura! Mettiti a vivere
coi pochi capelli in testa che hai
qui volevamo una manager
abbiamo una malata immaginaria
che si perde la testa nell’aria
e fa buchi quadrati nell’acqua”

I cerchi sono perfetti e centrati,
autoleggo le bollette, sistemo
i vostri disastri col sangue e il sale
persino spolvero a morire
e con l’aceto di vino brillano
sfolgorano i rubinetti delle sale
da bagno e della cucina

In cucina faccio torte soffici,
stiro se voglio anche le camicie
(ma male), mi patento
nei veleni per le piante con successo
perché so l’italiano e non cado
nei tranelli di chi bene non legge
le domande scritte sulla carta

Ho dato al mondo una bambina
che vi ruba gli orari per giocare
e le dita le uso se piange
per correrle tra i capelli e cantare
con l’amore che non ho avuto
tutto l’amore che so dare

E se un giorno mi chiederà
la differenza tra un dorico e gli altri
capitelli dei greci le dirò
l’amara verità: amore mio,
ho dimenticato tutto, impara
tu l’arte di stare al mondo tra i vivi
e da parte non metterla mai

inedito di Lara Pagani

 

Una figlia cattiva senza radici,
una madre di vento e di fumo,
una moglie di carta e di luna:
così dicevano, però tutti entrarono:
i padri, le madri, il figlio, lo sposo.
Mi abitarono un poco, mi derubarono
mi mordicchiarono il cuore
e poi mi abbandonarono
lasciando più sassi che carezze.
Ma che lungo spavento
è stata la storia dei miei sentimenti.
Però quante emozioni,
quanti ricordi e che bellissime rose
sono nate da questo roveto.
Adesso sono stanca, sola e piena di anni.
Tuttavia sto ancora sulla soglia di casa,
la porta spalancata.
Aspetto.

da Elogi di Franca Alaimo

 

Consentitemi di immaginare, dal momento che i fatti sono così difficili a ottenersi, che cosa sarebbe accaduto se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, chiamata Judith, poniamo.
Molto probabilmente Shakespeare frequentò – perché sua madre era un’ereditiera – la scuola secondaria, dove è probabile che avesse imparato il latino – Ovidio, Virgilio e Orazio – e gli elementi-base della grammatica e della logica. Era, come si sa, un ragazzo irrequieto, il quale cacciava di frodo i conigli, e forse anche i daini; e dovette anche, prima di quanto avrebbe voluto, sposare una donna dei dintorni, che gli diede un figlio un po’ più presto del solito. Questa avventura lo spinse a cercare fortuna a Londra. Si interessava, a quanto pare, di teatro; dicono che abbia cominciato facendo la guardia ai cavalli presso l’ingresso degli attori. Presto imparò a recitare, divenne un attore di successo, e si trovò al centro della società contemporanea; vedeva tutti, conosceva tutti, sfoggiava la sua arte sulla scena, il suo spirito per strada, e riuscì perfino ad essere ricevuto nel palazzo della regina. Nel frattempo quella sua sorella straordinariamente dotata, immaginiamo, rimaneva in casa. Era altrettanto desiderosa di avventura, altrettanto ricca di fantasia, altrettanto impaziente di vedere il mondo quanto lo era lui. Ma non venne mandata a scuola. Non ebbe la possibilità di imparare la grammatica e la logica, men che mai quella di leggere Orazio e Virgilio. Di tanto in tanto prendeva in mano un libro, magari uno di quelli di suo fratello, e ne leggeva alcune pagine. Ma a quel punto arrivavano i genitori e le dicevano di rammendare le calze o badare allo stufato e smetterla di fantasticare fra libri e fogli di carta. Avranno certo parlato con tono brusco ma gentile, perché erano gente concreta che sapeva come debbono vivere le donne e amavano la loro figlia – anzi, più facilmente di quanto non si creda, lei era la prediletta di suo padre. È possibile che
scrivesse di nascosto qualche pagina, su in soffitta, ma stava bene attenta a nasconderla o bruciarla. Molto presto, però, ancor prima che fosse uscita dall’adolescenza, dovette essere promessa in moglie al figlio di un vicino mercante di lane. La ragazza gridò che il matrimonio le era odioso, e per averlo detto venne picchiata con violenza dal padre. Ma poi l’uomo smise di rimproverarla. Piuttosto la supplicò di non darle questo dolore, di non disonorarlo rifiutando il matrimonio. Disse che le avrebbe regalato una collana o una bella sottogonna; e aveva gli occhi pieni di lacrime. Come faceva a disobbedirgli? Come faceva a spezzargli il cuore. Fu la forza del talento che era in lei, da sola, a indurla a compiere quel gesto. Una notte d’estate la
ragazza preparò un fagottello con le sue cose, si calò giù con una corda e prese la strada di Londra. Non aveva ancora diciassette anni. Gli uccelli che cantavano nel verde non erano più melodiosi di lei. Come suo fratello, lei possedeva il dono della più viva fantasia per la musicalità delle parole. Come lui, aveva una inclinazione per il teatro. Si fermò davanti alla porta degli attori; voleva recitare, disse. Quegli uomini le risero in faccia. L’impresario – un uomo grasso, dalle labbra carnose – scoppiò in una risata sguaiata. Urlò qualcosa a proposito dei cani ballerini e delle donne che volevano recitare – nessuna donna, disse, avrebbe mai potuto fare l’attrice. L’uomo fece intendere invece – vi lascio immaginare che cosa. Non avrebbe mai trovato qualcuno che le insegnasse quell’arte. E, del resto, avrebbe forse potuto cenare nelle taverne o andarsene in giro per strada a mezzanotte? Eppure il suo talento la spingeva verso la letteratura e desiderava ardentemente potersi nutrire in abbondanza della vita di uomini e donne e studiarne i costumi.
E alla fine – poiché era molto giovane, stranamente somigliante nel volto a Shakespeare, il poeta, con gli stessi occhi grigi e le sopracciglia arrotondate alla fine Nick Greene, l’attore impresario, ebbe compassione di lei; la ragazza si ritrovò incinta di quel gentiluomo e così – chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna? – si uccise, in una notte d’inverno, ed è sepolta nei pressi di un incrocio, là dove oggi si fermano gli autobus vicino a Elephant and Castle. Così, più o meno, sarebbe andata la storia, io credo, se una donna, ai tempi di Shakespeare, avesse avuto il genio di Shakespeare.

da Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf

 

‘Gli scomparsi’: Enrique Vila-Matas

Gli scomparsi sono i libri che non abbiamo mai saputo di voler ritrovare: libri dimenticati, libri fuori edizione, libri introvabili, libri mai tradottilibri trascuratiOgni settimana qualche brano da un libro“scomparso”, nella speranza che questo piccolo spazio nascosto possa contribuire a riesumarne qualcuno.

Edoardo Pisani

Le Muse, Jan Toorop

Il libro di oggi è doppio: Hijos sin hijos, di Enrique Vila-Matas, uno dei suoi libri più belli, pubblicato nel 1993 e mai tradotto in italiano, e Dietario voluble, sempre di Vila-Matas, uscito nel 2008 e anch’esso inedito in Italia. Hijos sin hijos, cioè Figli senza figli, è una raccolta di racconti che ruota intorno a diverse citazioni di Franz Kafka; è al tempo stesso un gioco e una passeggiata letteraria, come sempre in Vila-Matas. Traduciamo un brevissimo racconto intitolato Segnali di identitàDietario voluble invece è una specie di diario letterario (e filosofico) di cui proponiamo un brano riguardante un divertente incrocio fra Vila-Matas e Claudio Magris.


Segnali di identità, da Hijos sin hijos

L’America è soprattutto una grossa farsa.
Walter Banjamin

Non ho conservato alcun ricordo di quell’anno se non che ci furono delle elezioni e che qualcuno, in una notte che mi parve infinita, giurò e rigiurò che ero catalano. Svoltavo all’angolo di una strada. La tramontana soffiava forte, e mi ricordai che nella mia giovinezza desideravo essere molte persone e molti luoghi alla volta, perché essere una sola persona mi sembrava ben poco. Svoltando a un altro angolo di strada e facendomi frustare più violentemente che mai dal vento, constatai qualcosa che sospettavo da tempo. Siamo troppo simili a noi stessi, e corriamo il rischio di finire per assomigliarci troppo. Man mano che avanziamo nella vita le stesse manie e lo stesso insignificante personaggio si fissano sempre di più. Svoltavo ancora a un angolo di strada e da allora non mi sono ancora svegliato da quest’incubo che consiste nello svegliarmi da un incubo e nel vedere che sono sempre nel circo di Oklahoma, e che non c’è via d’uscita.

da Dietario voluble

Claudio Magris di notte a Roma, appena arrivato dalla Finlandia. Sa che quest’estate ho trascorso una settimana a Helsinki. Si mischiano i rispettivi ricordi e confermo che la Finlandia unisce perché crea dipendenze e entusiasmi. È sabato sei ottobre. Piove in una Roma grigia, malinconica, con uno strano cielo color cenere. Ci troviamo nel mezzo di un ballo di ombrelli che entrano nel teatro Parioli, dove si consegnano i premi Elsa Morante di quest’anno, che Magris riceve nella modalità “alla carriera” (per la totalità della sua opera), modalità sulla quale ironizza dicendo che la distinzione gli ricorda una ragazza che l’altro giorno gli ha detto: “Sa che si è diplomato con mia nonna?” Dice che nemmeno ventiquattro ore fa vagava con suo figlio maggiore in un bosco finlandese, cercando funghi, e che per distinguere fra quelli commestibili e quelli velenosi si lasciava guidare dalle istruzioni di un libro ben ragguagliato sul tema. E io me lo immagino con il libro in una mano – è incredibile fin dove può arrivare la fiducia nella parola scritta – e l’altra libera per strappare il fungo appena incontrato e farlo passare per il filtro dell’esame libresco. Vita e letteratura, più unite che mai, legate strette da questa perfetta scena di un’escursione finlandese. La vita che dipende pericolosamente da un filo, o meglio, la vita che dipende da un libro apparentemente pieno di senso. E come non pensare a qualcosa che sentii dire dallo stesso Magris, lo scorso aprile? “La letteratura non salva la vita, però può darle un senso.” Non c’è citazione che sintetizzi meglio la sua visione del rapporto intimo fra vita e esistenza. D’un tratto si ricorda di quando l’inverno scorso confuse il mio cappotto con il suo. Gli rispondo che da quel giorno indosso il mio cappotto con grande orgoglio e a chi vuole saperlo dico: “Mi chiamo Claudio Magris, come tutti quanti.” Magris sorride, probabilmente sconcertato.

 

(“Per questo me ne vado. Ma resto qui.” Enrique Vila-Matas, Dalla città nervosa. E con queste parole la rubrica de Gli scomparsi si concede una piccola – forse non meritata – pausa estiva).

 

Francesca Mattei: Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa ( a cura di Raffaele Calvanese)

 

“Mi annoio come ci si può annoiare solo in presenza di altre persone,
di quella noia insofferente che forse è tristezza
o forse rabbia o forse rassegnazione”

Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa è l’esordio di Francesca Mattei, il libro è una raccolta di racconti editi da Pidgin edizioni. Proprio la Mattei è stata la prima autrice italiana ad essere pubblicata dalla casa editrice napoletana. E, non è un caso, che questa raccolta abbia visto la luce tramite proprio Pidgin, una delle realtà editoriali italiane capaci di creare una sua voce riconoscibile in mezzo al marasma editoriale.
I racconti di Francesca Mattei ricordano a tratti quelli di un altro titolo pubblicato da Pidgin, Viscere, di Amelia Gray. Le storie sono sottratte al tempo e allo spazio e i personaggi che le abitano vivono ai margini della società che noi reputiamo tale. Le tracce della scrittura di Francesca Mattei si potevano intravedere con estrema chiarezza già nelle sue precedenti pubblicazioni su riviste come Verde Rivista, l’Elzeviro, Clean, Split della stessa Pidgin, e Malgrado le Mosche. Su questi spazi della narrativa online si rintracciano spesso le nuove voci più interessanti del panorama italiano e la Mattei è una di queste.
Bastano poche righe del primo racconto, Muta, per entrare nel mood che l’autrice sa riversare in ogni sua storia. I racconti sono brevi e taglienti, le storie puntano il dito verso gli angoli delle strade che spesso noi evitiamo di guardare, ci portano nelle case che non vorremmo mai abitare, ci fanno vivere le giornate tipo di persone che forse avremmo paura a frequentare. I racconti de Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa abitano la malattia, le zone umide, il degrado non solo fisico ma dell’animo. Le storie si muovono spesso al buio o in posti scarsamente illuminati. C’è un dolore reale ed un dolore fantastico, la vita quotidiana e il surreale si mescolano col fango e il vomito, col sudore e con il sangue. Sono storie che scorticano la pelle del lettore e attingono ad increspature presenti prima sulla pelle di chi le scrive.
Il titolo mi ha riportato alla mente una canzone degli Amor Fou, Se un ragazzino appicca il fuoco, una colonna sonora che mi è girata in testa durante la lettura di questo libro. Pagine che non mettono nessuna coperta rassicurante. Invece i racconti ci inducono ad uscire di casa quando piove, quando fuori è brutto e c’è un vento che ti scompiglia i capelli e i pensieri. Proprio il fuoco, però, durante tutto l’arco narrativo di questa raccolta, può essere una soluzione, un modo di distruggere ma anche di sanare, come se le fiamme potessero cicatrizzare le ferite aperte dal racconto. Ognuno affronta le proprie angosce come può e come vuole, i personaggi sembrano correre decisi verso i precipizi, pronti a saltare, consapevoli che questo salto potrebbe farli sprofondare definitivamente, ma anche rivelargli la capacità di volare.
“sbircio mamma che guarda la TV mentre sbuccia le patate. Ha la faccia grigia e i capelli dello stesso colore e io la saluto e la lascio sola in una casa vuota e umida che è come una foresta pluviale o come una pozza di sabbie mobili.”

Le pagine dell’autrice proliferano nei pantani della mente e dell’anima. Le parole sono la goccia che scava la roccia della routine, si disperdono poi in mille rivoli, in giornate passate a calarsi o a strapparsi la pelle da dosso fino a rinascere in forma luminescente. Queste storie sono incidenti stradali, sono graffi, hangover prolungati e capogiri. Nel racconto Salvo, sembra di tornare al Posto Ristoro raccontato da Tondelli ma ora abitato dai nipoti di quei personaggi. Ordinarie storie di periferia che non fa sconti e che ti propone la sottomarca di un’esistenza degna di questo nome. Ma è in quella zona grigia che la letteratura vive davvero, che arde, per tornare al titolo della raccolta. Alla fine della lettura ci sentiamo come la protagonista dell’ultimo racconto, che dice del suo gatto mi rovina tutti i vestiti, ma io lo lascio fare. Non riesco a dirgli di no.
Così continuiamo a leggere e a farci attrarre dai cambi di scena, dai dialoghi veloci e decadenti e a prenderci i colpi ben assestati dai cambi di direzione repentini tra le pagine.
Una visione a tratti nichilista della vita da portare sulla pagina, ma questo percorso è l’unica via percorribile per uscire dal pantano in cui molti di noi sentono di essere.

A cura di Raffaele Calvanese


Ma tu non la senti
Francesca Mattei
(racconto tratto da Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa)

La scorsa notte la voce nel condotto dell’aria mi ha detto Corri e io ho corso. Ho spalancato gli occhi e mi sono sollevata dal letto con la schiena rigida. Sono uscita senza mettermi le scarpe. Il terriccio all’esterno era freddo, freddo il marciapiede, freddo l’asfalto, fredda l’erba umida del parco. Non mi sono fermata neanche quando una scheggia di vetro si è infilata nella pianta del piede. Ho calpestato alcuni lombrichi e diversi mozziconi di sigaretta. In riva al laghetto artificiale mi sono arrestata di colpo perché il ronzio di un lampione mi stava parlando. Brava ragazza, diceva, Brava: adesso torna a casa. Ansimando ho guardato la notte che ingoiava ogni
cosa, lo specchio d’acqua scuro e piattissimo. Ho visto tutto con una lucidità nuova, improvvisa.
Poi mi sono voltata e sono tornata indietro. Il cielo ha cominciato a schiarirsi gradualmente, variando dal nero al blu e dal blu al rosa. La luce era ancora sopportabile. Sui viali, stormi di uccelli cinguettavano tra le fronde, un suono acuto e penetrante. Ho scavalcato qualche staccionata per seguire un gatto maculato, poi lui è scappato via e io ho preso la direzione di casa. Ho varcato la soglia mentre il Sole faceva capolino dal monte. Sono andata in camera senza guardarmi attorno, gli occhi fissi sui miei piedi polverosi e insanguinati che salivano un gradino dopo l’altro. La voce nel condotto dell’aria mi ha detto Dormi e io mi sono addormentata.
Mi risveglio sul pavimento, senza che nessuno me lo abbia ordinato. Mi accorgo che è pomeriggio inoltrato dal fatto che la stanza è immersa in un calore asfissiante. In bagno svuoto la vescica e mi lavo i denti. Dalla bocca esce una bolla minuscola e trasparente che va a schiantarsi contro lo specchio. Mi siedo sul bordo della vasca e resto a fissare i miei alluci malconci, che si muovono come vermi senza che sia io a controllarli. La voce risale le tubature del lavandino come un fiume in piena. Quando arriva in superficie mi dice che non ho più le ossa. Mi accascio sul pavimento del bagno, dove resto immobilizzata. Sento i capelli crescere, gli occhi roteare nelle orbite. La carne molle preme contro le mattonelle fresche, che si scaldano piano piano a contatto con il mio corpo inutile. La stanza intorno si muove come se respirasse. Verso l’ora del tramonto la voce arriva dalla plafoniera e mi dice Brava ragazza, bravissima: adesso alzati. Mi sollevo come un serpente ammaestrato. In cucina preparo il caffè. La moka borbotta, mi avvicino con un orecchio per capire se sta cercando di dirmi qualcosa e mi ustiono il lobo. Bevo una tazza di caffè amaro e acquoso, mi vesto, infilo gli occhiali scuri ed esco.
Non esco mai prima delle sette di sera, perché la voce mi ha detto che la luce mi fa male. In casa tengo sempre le tende tirate per restare in penombra. La luce elettrica non è un problema perché mi hanno staccato la corrente settimane fa.
In strada cammino svelta. Il modo in cui mi guarda una ragazza mi fa pensare di avere le labbra sporche di dentifricio rappreso. Apro la fotocamera interna del cellulare per controllarmi la faccia. È pulita. Al tabacchino compro due pacchetti di sigarette e un gratta e vinci. Gratto ma non vinco. Gioco alle slot machine seduta su uno scomodo sgabello in metallo. Infilo una moneta dopo l’altra per ore, finché non è notte. Allora il tabaccaio chiude e io esco senza togliermi gli occhiali da sole. In piazza c’è una folla folta, organizzata a gruppetti. La voce fischia per farmi andare in una direzione o in un’altra, il lobo mi fa male e sento che si sta formando una vescica.
Quando mi avvicino a tre ragazzi seduti su una panchina, la voce mi dice Sei arrivata. Li saluto e bevo con loro, offro delle sigarette e loro mi lasciano fumare la loro erba. Sono tutti magrissimi e alti, sembrano fratelli.
Beviamo e fumiamo per ore; arrivano delle ragazze e poi se ne vanno. La gente mi parla, ma non riesco a sentire niente perché il lobo mi brucia e la voce mi dice continuamente AttentaallaluceAttentaallaluce, sempre più forte.
A un tratto mi ritrovo in un bar, stiamo cantando una canzone al karaoke e io cingo la vita di una donna. La voce mi dice Baciala e io obbedisco. La donna mi porta in bagno e mi offre un tiro di coca. La sniffo sulla superficie del lavandino e la donna sta a guardarmi. Ha i denti brutti e il mascara colato. Fisso lo specchio, che riflette la luce fredda della plafoniera. La voce mi dice Ora e io spacco lo specchio a pugni, urlando. La donna indietreggia spaventata. Io sbavo e scappo con ancora addosso gli occhiali da sole.
In strada l’aria è fresca e tutto è completamente oscurato dalla notte senza Luna. Cammino lungo il marciapiede, sento le nocche bagnate di sangue, la scheggia nel piede e il lobo pulsare, ma la voce mi dice Brava ragazza. Allora salgo in macchina con un tipo biondo dal viso ovale. Durante il tragitto mi parla incessantemente di quello che ha bevuto e sniffato e io gli chiedo di offrirmene un po’. Tiriamo un altro po’ di coca e quando entriamo nel locale la musica fortissima mi rimbomba nell’orecchio marcio. Bevo un cocktail allo zenzero e fumo una sigaretta. Prima di spegnerla, ne accendo un’altra con la punta di quella che ho appena finito e vado avanti così per ore o giorni o minuti o chissà. La voce non mi parla più e non so cosa devo fare. Ho perso il ragazzo biondo, ma ne ho trovato uno che mi offre continuamente della speed e io accetto.
D’improvviso la stanza intorno a me sparisce, sento i rumori ovattati, come sott’acqua.
Mi riscuoto e sono nel bagno, il ragazzo della speed mi sta spogliando e io lo lascio fare, ma quando arriva agli occhiali la voce urla NOOO e non smette fino a quando non finisce anche lui, che si riveste in fretta e mi lascia lì, seduta sulla tavoletta del water, con le mutande alle caviglie.
Per un attimo il tempo rallenta, la voce tace e sento il mio corpo abbandonarsi, allontanarsi dalla notte, dalla voce, dalla coca e dai cocktail.
Esco solo quando la discoteca è semivuota. In strada la voce sibila ma non dice niente. Il sangue si è rappreso lungo le dita, le mie dita bianche, ossute e corte. Cammino senza una meta, una direzione vale l’altra. Perdo la nozione del tempo e mi accorgo d’un tratto che il Sole sta per spuntare. Il cielo a est è di un rosso intenso, spaventoso. L’azzurro si espande inesorabile.
La voce esce dalle crepe dei muri e mi dice Corri, l’unica salvezza è nel buio, la luce è vicina, non farti prendere.
Ma è troppo tardi. Il mio corpo, succube, pallido, indifeso, è già colpito dal sole. Mi lascio cadere senza far rumore. L’asfalto è butterato e grigio, immobile. Mi rannicchio come un animale nella sua tana. Chiudo gli occhi e la luce scompare.

Costruire la casa come metafora del fare poesia: Thierry Metz, ‘Dire tutto alle case’ (A cura di Annachiara Atzei)

Un precario equilibrio tra il sì e il no, tra il passo e la caduta, tra l’essere qui o altrove: questa è la prima impressione che si ha nel leggere Dire tutto alle case (Interno Poesia, 2021), che raccoglie le poesie del francese Thierry Metz.
Campione di sollevamento pesi prima, manovale e operaio poi, l’autore si sposa a ventun anni e comincia a scrivere incoraggiato dalla famiglia. Nel 1988, con l’uscita della sua prima raccolta poetica, mostra al pubblico la sua non comune sensibilità. In quello stesso anno, la morte improvvisa del figlio di otto anni lo fa crollare: da quel momento inizieranno depressione, alcolismo e ricoveri ospedalieri, fino al suicidio, solo quarantunenne, nel 1997.
Metz scrive come costruisce. Il suo vissuto si condensa in un tempo interiore che lo fa parlare – come scrive Celan – “sotto l’angolo di incidenza” della sua esperienza personale. Fare poesia, per lui, è come cavare un manufatto dalla pietra: scava in fondo al proprio io alla ricerca delle ragioni che muovono l’agire umano e fissa sul foglio la sua visione della realtà: “Io estraggo dal giorno/ parola per parola/ con la forcella e la carriola/ ma senza chiedere/ come se/ un giorno/ avessi dovuto parlare”. Nei suoi testi si legge il continuo tentativo di dare una spiegazione ai fatti della vita e di starle, pur con difficoltà, attaccato: “C’è forse un centro/ che ogni parola prova a dire/ cancella il perché/ ma ne lascia intatti i dintorni”.
Nel far ciò, il poeta incide le parole nel silenzio, le giustappone ad esso in un dialogo che man mano li unisce intimamente.
Se costruire è l’arte di togliere, scrivere è per Metz la capacità di sottrarre e di usare la parola esatta che combaci col sentire, in quella tensione alla precisione che tiene in piedi qualsiasi opera umana. Per questo, nella raccolta si percepisce ad ogni pagina l’intento di far convivere vita e morte: “L’immane fatica di dire tutto alle case/ Lo sforzo di estrarle dall’argilla”.
L’immaginario di Metz è tangibile, fatto di muri e portoni, legna e fogliame. Persino il piccone racconta.
L’argilla e la cazzuola sono strumenti indispensabili come la parola e il libro: con i primi, il manovale edifica la casa, con gli altri, il poeta dà voce alle proprie emozioni attraverso i suoi componimenti. Le due operazioni sono entrambe faticose: “Una crepa/ nell’inverno/ che scrivere e vivere/ sono solo un viso/ contro una porta”.

T. Metz

Talvolta, il verso è composto da una sola parola oppure lo spazio tra i termini si allarga in modo tale da farli sembrare sospesi, isolandoli. Questa sequenza di pieni e di vuoti conferisce al testo una geometria ricercata e personalissima e conduce il lettore a soffermarsi su ciascuna parola come sul bianco della pagina. L’esito è quello di un testo policromo che, pur nell’essenzialità della lingua, genera continue domande e rimandi a infiniti significati.
Numerosi sono i versi che rivelano il tormento del poeta causato dal peso di un’esistenza spezzata e da un permanente senso di solitudine: “Scrivere una poesia/ è come essere solo/ in una via tanto stretta/ da non poter incrociare/ che la propria ombra”. Così come nel non-finito michelangiolesco vi è la liberazione dell’anima dalla materia, anche in questi testi la parola è lo strumento per liberarsi da una realtà che opprime, e tutto ciò che la intrappola – il passato e la quotidianità, la pietra grezza – conferisce ancor più drammaticità a una scrittura fatta di luci e ombre, di paure e prese d’atto, che testimonia lo sfinimento dell’autore nel cercare di riconoscersi dentro la vita: “bisogna morire già morti”, ammette consapevolmente Metz.
La sua poetica fa ripensare a quanto scrive René Char in Fogli d’Ipnos: “Questo tempo mai raggiunto è un baratro estraneo agli atti del mondo”: anche Metz focalizza il proprio sguardo verso il sé, scava al centro per recuperare la propria voce, flebile e potentissima: “Qualcosa è stato raggiunto/ non per superarlo/ ma per raggiungerlo ancora”. Se davvero il reale non esiste e se non può esserci un unico sguardo sulle cose, attraverso la sua poesia Metz trova il punto di rottura dell’ordinario in quel vivere che è continua ricerca di qualcosa che si allontana per inseguirlo ancora e che, in fondo, non è altro che ritirarsi da sé.

A cura di Annachiara Atzei


Cinque poesie da Dire tutto alle case (Interno Poesia, 2021)

Vagavo tra losanghe
Con tutti gli alfabeti della terra
Nelle tasche
E scrivevo sui muri
Sui portoni
Incollavo grandi lettere alitanti
Come rospi
Cifre color spiga
Che suonavano la pietra con i tacchi
Immane la fatica di dire tutto alle case
Lo sforzo di estrarle dall’argilla.

(1984)

*
Amo questo ramoscello
dall’albero al rovo
scoperto dai nostri passi
in cammino
tormentato da uccelli
poi gettato nel fuoco.

(1995)

*
La poesia cerca ogni volta la poesia
ogni tentativo la riporta alla poesia
a quello che di vicino si può dire
che esige lo sguardo
il silenzio.

(1995)

*
C’è forse un centro
che ogni parola prova a dire
cancella il perché
ma ne lascia intatti i dintorni.
Questa casa è abitata solo un istante
da chi non è entrato
non è uscito.

*

La cosa più semplice qui
l’erba la lega
la avvolge l’ortica
è bruciare

rendere alla voce
acque proprie
il proprio letto.

‘Gli Scomparsi’: Curzio Malaparte

Gli scomparsi sono i libri che non abbiamo mai saputo di voler ritrovare: libri dimenticati, libri fuori edizione, libri introvabili, libri mai tradottilibri trascuratiOgni settimana qualche brano da un libro“scomparso”, nella speranza che questo piccolo spazio nascosto possa contribuire a riesumarne qualcuno.

Edoardo Pisani

Le Muse, Jan Toorop

Il libro di oggi è L’arcitaliano e tutte le altre poesie, di Curzio Malaparte. Le poesie di Malaparte, invero non sempre riuscite, sono sparite da tempo dalla circolazione. Nel volume che ricordiamo, edito da Valecchi nel 1963 (in questo ritrovo di libri perduti – per scelta – di rado nominiamo gli editori), sono compresi anche alcuni testi molto acuti del Malaparte poeta. Ne proponiamo uno agguerrito e polemico che data del 1935, cioè poco dopo il confino a Lipari, e che forse è stato scritto proprio durante il confino, come molte delle poche poesie di Malaparte.


Parnaso inaccessibile

Sullo stato presente della poesia in Italia molto è stato detto, ma il meglio si tace. E quel po’, e quel meglio, che resta ancora da dire, moltissimi sono quelli fra gli stessi poeti, che se lo confidano fra loro in privato, a bassa voce, per quel gusto della conventicola e del segreto che sembra essere il gusto dominante nel mondo della poesia pura.
Sarebbe ingiusto negare ai poeti d’oggi il diritto di figurarsi il Parnaso non già come un monte, ma come un convento, e di coltivare i propri segreti a modo loro. È più semplice farsi frasi di quel convento, che scalare quel terribile monte. Ma sarebbe altrettanto ingiusto pretendere dalla critica un religioso rispetto per i loro segreti, personali e poetici, come se si trattasse dei grandi, eterni, inviolabili segreti della poesia. Fra segreto e mistero v’è un’immensa differenza, in questa nobile e delicata o, come si diceva fino a qualche anno fa, divina materia. Ed è caratteristico della poesia del nostro tempo, proprio di questa d’oggi, il non avere in sé nulla di misterioso, e l’esser piena di segreti: e, quel ch’è peggio, di segreti alla portata di tutti.
Né mi si accusi d’empietà profana se attento dir cose chiarissime in argomento così poco oscuro. Ma in paese come il nostro, che di Apollo e delle muse è patria altrettanto legittima quanto la Grecia, la poesia è cosa seria, è patrimonio comune; i suoi problemi son quelli stessi della nostra civiltà che è civiltà essenzialmente poetica o. come dice il Leopardi “poetichissima”. E van trattati seriamente. È cosa troppo semplice affermare, come si fa, che il nostro gusto poetico sia a tal punto corrotto che più nessuno è in grado d’intendere la poesia: e che anche in Italia, come in tutta l’Europa, ciò che v’è di veramente morto non è la poesia, ma l’amore per la poesia. Sulla generale corruzione del gusto non vi può essere discordia, e i poeti fanno bene a lagnarsene ad alta voce, anche oggi, come hanno sempre fatto, in ogni tempo e paese. Chi volesse trarne una qualche consolazione potrebbe osservare, a questo proposito, che il gusto poetico non è mai stato tanto corrotto quanto in tempo di grande, autentica poesia. Si pensi all’età di Orazio o del Carducci, del Petrarca o del Parini. Ma il gusto dei più, sia buono o cattivo, non influisce sulla formazione, sulla vita in sé e per sé, dell’autentica poesia, che nasce e si sviluppa e vive autonoma, indipendente, libera dai gusti del suo tempo. E poco importa che i più siano, o no, in grado d’intenderla, e che i gusti poetici del carducciano “vulgo sciocco” siano corrotti o no. Ciò che importa è che sia vera, autentica poesia, ché allora, e soltanto allora, il suo destino è anche quello di riscattare il gusto corrotto dell’età sua.
Ma è poi, quella d’oggi, vera, autentica poesia? A leggere quel molto, e quel troppo, che ne scrivono gli stessi poeti per difenderla e giustificarla (e conviene sempre diffidare della poesia che ha bisogno di giustificazioni) si dovrebbe credere di sì. La fede dei poeti, anche di quelli d’oggi, nella poesia, o almeno nella propria, è così grande, e sincera, e ingenua, che scusa molte malizie e molte ambizioni. E fra le maggiori e più maliziose ambizioni v’è senza dubbio quella di elevare a dignità di poesia l’annotazione rapida, l’appunto fugace, l’allusione, l’accenno impressionistico, l’eco, o il suggerimento, di un colore, di un suono, di uno stato d’animo: quello sparso, labile, frammentario materiale lirico, nel quale i poeti nuovi fanno consistere, a quanto sembra, il meglio dell’opera propria e, si potrebbe aggiungere, la loro opera omnia. Materia informe, documenti di esperienze varie, frammenti di un mondo in fieri, dovizioso di accenti e di toni, eppur poverissimo di spiriti vitali che attende ancora il suo ordinatore o, come si diceva un tempo, il suo poeta.
So benissimo che il tasto è delicato, e che le estetiche correnti giustificano ambizioni ben più maliziose di quella. Ma non vedo in nome di quale estetica si possa sostenere che questo materiale spurio è vera, autentica poesia, e non, piuttosto, poesia allo stato di desiderio, di aspirazione, di proposito: allo stato, diciamo pure, latente. Quel che si prova leggendo le liriche dei poeti d’oggi è simile in qualche modo a ciò che proverebbe per esempio (benché l’esempio sia sproporzionato), chi leggesse gli Scritti vari del Leopardi, o gli appunti del Foscolo, ignorando l’esistenza dei Canti e dei Sepolcri. E l’unica nostra consolazione è il pensare che dei poeti contemporanei, per ora, non ci sia dato di leggere se non le carte migliori, gli scritti, chiamiamoli così, inediti, e che il meglio della loro opera poetica lo leggeremo postumo. È pur vero che da qualche tempo a questa parte una cert’aria nuova spira nei boschi di lauri del Parnaso contemporaneo, e che c’è di tutto da aspettarsi, anche un gran bene, da un po’ d’aria fresca o, come dicono alcuni, da un ritorno alle forme (per ora si tratta solo di forme) della poesia classica. Ma è appunto nei modi di questo ritorno, già avvertibile nei migliori, che mi sembra si riveli chiaramente il disagio di cui soffre la moderna poesia italiana. E i sintomi più caratteristici son proprio quelle oscure parole, tradizione, spirito classico, modernità classica, che in bocca ai poeti stan già sostituendo quelle, in voga per tanti anni, prese in prestito ai simbolisti e ai surrealisti di Francia e agli espressionisti tedeschi.
Alle parole vaghe son da aggiungere i nomi propri: e già quelli di Baudelaire, di Mallarmé, di Rimbaud, di Apollinaire, di Valéry, van celando ai nomi del Petrarca, del Foscolo, del Leopardi, quando non addirittura a quelli di Orazio e di Virgilio. Rispettabili nomi, non c’è dubbio: sia detto senza far torto né a Baudelaire, né a Valéry, né agli altri.
Ma se, fino a ieri, il richiamo al Simbolismo, al Surrealismo, all’Espressionismo, alle estetiche decadenti di Rimbaud e di Valéry, alle tante esperienze e alle tante scuole di cui la Francia è stata prodiga in questi ultimi ottanta o cento anni, legittimava, nella nostra poesia, ogni specie di tentativi, anche quelli più in contrasto con lo spirito della nostra tradizione lirica, e con quello stesso della lingua italiana, se perciò, fino a ieri, tutto era ammissibile in fatto di poesia, e se la confusione medesima che ne derivava era accettabile in quanto frutto di esperienze, sempre utili ai fini di uno sperato rinnovamento, è chiaro che l’attuale, sensibile ritorno alle forme della nostra poesia classica lascia ben scarso margine all’arbitrio, all’ignoranza, alla confusione e alla malizia.
Dopo quasi vent’anni d’esilio, l’endecasillabo riappare fra noi con l’andatura claudicante di quei nobili, emigrati a Coblenza, che rientravano in Francia al seguito degli eserciti della coalizione. Ed è veramente il caso di dire che l’endecasillabo ritorna nel nostro Parnaso al seguito degli stranieri, e proprio per merito di quegli stessi poeti nostrani che più si sono distinti nella così detta “invenzione” di forme e di spiriti nuovi, cioè nel trasporre, nella lirica italiana, le forme e gli spiriti in uso nella modernissima lirica di Francia. La tradizione classica alla quale si richiamano discretamente questi restauratori dell’endecasillabo non è infatti se non una tradizione di seconda mano, un classicismo tradotto dal francese. Il che non è senza inconvenienti, quando si rifletta che i francesi son forse il popolo più negato alla comprensione del classicismo, che per loro vuol dire accademia: sempre, e in qualunque modo, accademia, sia che si tratti di Ronsard, di Corneille, o di Racine, sia che si tratti di Valéry o dell’ultimo Cocteau. È un fatto, ahimè, lamentato da almeno due secoli, che per quei nostri letterati di media cultura, i quali vorrebbero riecheggiare l’umanesimo a orecchio, senza troppa fatica, è più facile appropriarsi della tradizione classica francese che di quella italiana.
Non si vuol certo pretendere che ai poeti del contemporaneo “stil novo” sia indispensabile, della lirica greca e latina, la stessa diretta conoscenza che essi hanno della lirica francese: ma non si può negare che assai gioverebbe loro una più profonda e intima conoscenza della lirica classica italiana. Se non altro dei suoi problemi formali: e mi sembra che non sia questa un’eccessiva pretesa. Finché si trattava di dar vita a una poesia assolutamente libera da ogni legge metrica, da ogni tradizione formale, da ogni convenzione di numero e di rima, qualsiasi ragione era buona, e tutti i pretesti erano ottimi, per credersi e dichiararsi poeta, magari grande poeta innovatore. Bisognava proprio esser nati disgraziati per trovarsi dalla parte del torto.
La poesia non essendo più retta dalle leggi tradizionali della misura, degli accenti, ecc., ma da leggi sue proprie, da sue misure particolari, erano le immagini, le idee, la musica stessa, per così dire, delle immagini e delle idee, che governavano quella poesia.
Ma da quando si è venuto delineando, dapprima quasi in segreto, larvatamente, poi in modo più aperto e più ingenuo, questo lento e cauto ritorno alle nostre forme liriche tradizionali, il disagio di cui soffre la moderna poesia italiana ha rivelato all’improvviso la sua vera natura. Si è potuto finalmente scoprire ciò che si nasconde dietro la comoda facciata di certe estetiche attuali, tanto più complicate tanto più semplici sono i problemi che esse pretendono risolvere. (Ed è proprio questa la caratteristica del barocco, del marinismo, e, in genere, di ogni estetica decadente, antica e moderna.) Quando si è detto che di tanti endecasillabi che vengono a galla oggi, ancora frammisti ai detriti delle più recenti, e non tutte inutili, esperienze liriche, rari son quelli, non dico perfetti, ma semplicemente in regola con le leggi elementari della metrica, è detto molto, se non proprio tutto. Pericoloso ponte, l’endecasillabo!
Specie per i poeti, e non sono i più, che avrebbero qualcosa da dire, e non lo sanno dire. Che è poi altrettanto grave, quanto il non aver nulla da dire.
Ed è questa, si badi, una visione ottimistica dell’avvenire della poesia italiana: certo assai più di quella che vorrebbe accreditare la leggenda di un Parnaso up to date inaccessibile ai profani, cioè a tutti, meno pochi iniziati disdegnosi, facondi e, bontà loro, incomprensibili.
La verità è più semplice, e molto più consolante. Il Parnaso veramente inaccessibile ai profani non è quello dei poeti del contemporaneo “stil novo”, nel cui linguaggio tutto è chiaro, chiarissimo, anche ciò ch’essi vorrebbero ermetico: bensì l’altro, il vero, quello ch’è monte, non convento, il sacro Parnaso inaccessibile non soltanto ai profani, ma, per fortuna, anche ai poeti che han poco o nulla da dire, e quel poco o quel nulla non lo san neppur dire.

(Un breve passo di quel grande romanzo che è La pelle: “‘La letteratura italiana è marcia’ disse Jeanlouis lisciandosi i capelli con quella sua mano piccola e bianca, dalle rosse unghie lucenti. Uno fra quei giovani disse che tutti gli scrittori italiani, tranne gli scrittori comunisti, erano falsi e vigliacchi. Io risposi che il solo, il vero merito dei giovani scrittori comunisti, e dei giovani scrittori fascisti, era quello di essere figli del loro tempo, di accettare le responsabilità della loro età e del loro ambiente, cioè d’essere marci come tutti quanti. ‘Non è vero!’ gridò il giovane con astio, fissandomi in volto con sguardo irato e minaccioso, ‘la fede nel comunismo salva da ogni corruzione, è, se mai, un’espiazione.’ Io risposi che tanto valeva andare a messa.”).

Tutti i nostri corpi: Georgi Gospodinov (a cura di Giulia Bocchio)

Viene dalla poesia, la prosa di Georgi Gospodinov, autore classe 1968, oggi considerato lo scrittore vivente più importante e originale della Bulgaria.
Originale, lo è certamente, per la maniera raffinata e tagliente con la quale gioca con il linguaggio. Una raffinatezza, la sua, apparentemente naturale, in stile impressionista quasi, ma che a una lettura più attenta, però, rivela uno studio ai limiti della meditazione, che irradia ogni aspetto dell’interiotà impalpabile del vivere e dell’esistere.
Ogni frase potrebbe essere tradotta in una domanda dalle risposte più varie, vaghe e cocenti. Avrebbe un senso.
C’è chi lo accosta a Milan Kundera, per questo magnetismo nei confronti del mondo interiore e dei vari modi per potersi perdere all’interno dello stesso, chi invece rivede in Gospodinov, Friedrich Dürrenmat, non solo per il Minotauro, ma anche per una certa velocità-rallentata della scrittura. Personalmente propendo per il secondo accostamento. 
La panne
  o La morte della Pizia di Dürrenmat, ad esempio, potrebbero rientrare benissimo nella raccolta Tutti i nostri corpi (Voland), per diventare a pieno titolo il centoquattresimo e il centocinquesimo  racconto. Mimetismo discreto.
Questa raccolta di storie superbrevi non è il testo di riferimento per conoscere un autore come Gospodinov, vengono certamente prima Fisica della malinconia (Voland) finalista nel 2014del Premio Von Rezzori e del Premio Strega Europeo –  e , in generale, Cronorifugio (Voland) con il quale lo Strega Europeo l’ha vinto, nel 2020.
Tuttavia la raccolta Tutti i nostri corpi, è essenziale (non solo in termini di lunghezza dei racconti) per riflettere sulle assurdità del mondo, sulla banalità di un problema quando lo guardi con gli occhi di qualcun altro, le angherie quasi risibili che la modernità ci sferra.
Qui non c’è onirismo, c’è insonnia lacrimante. Di chi si sforza a tenere gli occhi aperti per poter comprendere sino a che punto siamo semplici esseri mortali, condannati al relativismo delle cose, con una concezione mai risolta del tempo, un pò come succede al moscerino del vino, che vive un giorno solo, o alla tartaruga delle Galápagos, che può viverne cento di anni: la percezione ritmica dell’esistere è un flusso che ha caratteristiche sfuggenti, ma non per quel che riguarda il finale, beh quello è un pò una condanna per tutti.
Sono spigoli le riflessioni di questi brevi testi,  e quello più appuntito e leale è certamente questo :

Preterintenzionale

Ovvio che ogni nascita è un omicidio con la data differita nel tempo. Il grilletto è premuto, una pallottola silenziosa vola verso di te e un giorno ti raggiungerà. I sospettati dell’omicidio ti prendono in braccio e sono felici e tu ti dimeni e piangi.
Mamma, papà, siete stati voi…


A cura di Giulia Bocchio

Purché sanguini: riflessioni sulla poesia di Federico García Lorca (a cura di Giulia Bocchio)

Purché sanguini: riflessioni sulla poesia di Federico García Lorca
a cura di Giulia Bocchio

Canta! Gemi! Canta!
Basterebbe questo verso per riassumere l’intera produzione poetica di Federico García Lorca. Due voci verbali potenti, imperative, che ricordano il labile confine fra il dolore e il gaudio.
La poesia di Lorca è una poesia di verità ma anche e soprattutto una poesia “umorale”, piena di quella bile, di quel sangue e di quegli elementi tanto cari a Ippocrate. Tutta la sua produzione, d’altra parte, è una cascata di versi che colano verso il basso, come una resina aggrappata a un tronco d’albero, che lenta scivola e inesorabilmente invischia.
Esponente della Generazione del ’27, Federico García Lorca è il poeta dell’amore vissuto, il poeta che consuma l’amore e dall’amore è consumato. Il tema è il classico di tutti i classici, non c’è turbamento amoroso che non abbia dato all’artista materiali, immagini e rime su cui lavorare e creare: dall’intenso Catullo, ai Capei d’oro a l’aura sparsi, ai tormenti di Gaspara Stampa, senza nulla omettere delle tempeste e dell’impeto dei romantici sino allo spleen di Baudelaire, l’amore in tutte le sue forme e le sue ferite è la Musa stessa della poesia.
L’amore ha meritato odi e oltraggi e quando non era puro spirito diveniva erotismo pulsante, ma a una condizione: purché sia esso vero. Sempre. Purché sanguini. Questo assioma sembra valere soprattutto per i versi di Lorca, che paiono scritti solo perché il loro autore ne ha accettato in prima persona la potenza e la condanna. Lorca “subisce” la forza della sua stessa vena poetica, annega in quell’inchiostro lubrico, è uno spasmo il suo impeto creativo, Lorca è la vittima sacrificale di tutte le sue crudeli metafore.
La raccolta Sonetti dell’amore oscuro è un trionfo di liriche pubblicate postume che da sempre commuovono generazioni lontane e diverse fra loro, leggere diviene un duello di morsi e di gigli, qualcosa di immondo e di puro attraversa quei versi di perenne calore, di perenne bacio e perenne pena; senza per nulla involgarire o svilire l’amplesso fisico, né la necessità di darsi a un altro essere umano pur cantandone le crudeltà e i dispetti.
Eppure, Lorca non è il cantore del dolore e della disfatta, nulla di tutto questo; è piuttosto un cantore della passione, intesa nel suo senso più antico e complesso, ovvero pàthos, sofferenza che non è necessariamente condanna ma impulso, sentimento vivo, travaglio, qualcosa che in Lorca è anche libidine ed erotismo esplicito: monumento all’ardore e alla frenesia.
Siamo nei tumultuosi anni Trenta, c’erano le avanguardie artistiche, c’erano l’università e le prime amicizie importanti, fra le quali Salvator Dalì e c’era soprattutto La Barraca, il suo teatro popolare itinerante; di villaggio in villaggio Lorca portava in scena in maniera semplice e diretta il repertorio classico spagnolo e i suoi stessi componimenti vestito d’una tuta azzurra, sempre la stessa: rifiuto del divismo, ricerca dell’essenza la sua.
Tanti i progetti e gli ideali, ma la poesia rimase per García Lorca l’unico linguaggio possibile per esprimere l’amore che inesorabilmente si fa lacerata carne, l’amore che è carezza dopo un brindisi di cicuta, amore che ruberà sussurri e sussulti per poi fuggire nella notte oscura. Il poeta è solo, ma anche nelle notti di umide e fredde lenzuola il tormento e la sofferenza del cuore diventa sonetto: sublime e disperato atto apotropaico contro l’oblio.
La grande e generosa universalità della sua poesia è un dono d’arte e di natura, sì perché la natura è un altro elemento essenziale nei versi di Lorca, metafora privilegiata e immaginifica, sempre efficace, sempre pronta a nascondere uno spirito carezzevole ma pieno di veleni e spine «norma che muove insieme carne e astri»,[1] scrive lui stesso.
Ogni poetico dramma è un dramma che conserva anche l’ancestrale appartenenza dell’uomo alle fronde nomadi della natura, ogni malinconia ha qualcosa che ricorda un fiore oscuro, un miele velenoso, una luna glaciale e questo basta in eterno, lì c’è tutto ciò che un cuore cerca e che la poesia esprime: la bellezza, il sangue, il sospiro, il tormento… il piacere.

 


1 Federico García Lorca, L’amore dorme nel petto del poeta in Sonetti dell’amore oscuro, Einaudi 2018.

Il demone dell’analogia #49: Spiriti

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano».
Mario Praz

Collage digitale by Dina Carruozzo Nazzaro da foto NASA con
ritaglio di Felix Vallotton


Morti spariti si mostrano.
La madre dell’amico
mai vista in vent’anni
oggi, morta da un mese,
torna a metà del mattino:
i ricci sulla fronte ossigenati,
il ridere breve.

da Simmetrie di Elio Pecora

 

FANTASMI

Il signor Brown ha un aspetto molto migliore
di quando era all’obitorio.
Mi ha portato una grossa carpa
in un giornale macchiato di sangue.
Che strana visita.
Non penso a lui da anni.
Ci sono con lui anche Linda e Sue.
Due evanescenti ricordi, pallidi ed eleganti,
che si tengono per mano.
Anche il loro rossetto è fresco
per quante prove scientifiche si possano trovare
del contrario.
Linda vuol preparare il pesce?
Si volta e guarda in direzione
della cucina mentre Sue
continua a osservarmi dolorosamente.
Non voglio crederci
eppure sono paralizzato dalla paura.
Non so come reagire,
perciò non faccio niente.
Le finestre sono aperte. L’aria è pregna
del profumo delle magnolie.
Gocce di pioggia serale stillano
dalle foglie scure e pesanti.
Faccio un respiro profondo; chiudo gli occhi.
Cari spettri, non credo neppure
che voi siate qui, e allora com’è che
mi state facendo capire
cose che preferirei non sapere proprio adesso?
È il modo in cui guardate al di là di me
quello che deve esser già il mio fantasma,
prima di congedarvi,
all’improvviso come arrivaste,
senza che nessuno di noi rompa il silenzio.

da Club Midnight di Charles Simic
(traduzione di Nicola Gardinio)

 

LA MORTA

Successe davvero.
La Morta sentì l’ultimo rintocco della mezzanotte, alzò le braccia e sollevò il coperchio della bara.
Uscì piano piano e roteò gli occhi dalle pupille spente; gli altri morti – morti del tutto – dormivano profondamente. Tirò verso di sé la porta del sepolcro che si apriva sulla notte. Il suo vestito era una macchia bianca nel nero fitto delle ombre. Come funebri cipressi, le anime di alcuni tisici ballavano in una radura un macabro girotondo. Avanzò lentamente lungo il viale lugubre, rivolgendo loro i globi vitrei dei suoi occhi spenti. Unico bagliore fra le ombre, si fermò un attimo a guardare un bambino, nudo e bianco come una statua greca, che teneramente riempiva di lacrime un’urna rotta, dove le colombe si sarebbero dissetate di giorno. Un suicida affondava le unghie nella terra in cerca del sogno per il quale si era perso.
Le statue, a riposo, abbandonavano la solita postura artificiosa. La Saudade si lisciava le lunghe vesti per poi sedersi col viso fra le mani a guardare distrattamente la notte. Sulla tomba di un poeta, una musa dalle curve sensuali chiudeva gli occhi languidamente e con la bocca accennava un bacio.
Un rospo enorme, gli occhi lucenti come due stelle, posato su un soffice letto di gigli, lanciava il
suo verso rauco.
La morta camminava con il suo passo da morta, un fruscio di brezza fra le foglie; le scarpette di raso bianco a malapena sfioravano il sentiero lastricato; inespressive, le pupille spente ci vedevano.
La Morta sapeva dove andare.
La Morta stava ricordando, ché anche i morti ricordano: nella solitudine del sepolcro c’è tempo e calma per ricordare; è lì che le vergini tessono coi loro sogni i broccati più preziosi: Per chi è
capace di sentirle, ci sono vibrazioni di carni morte nelle tombe bianche delle donne che morirono pure, come un dolce fremito d’erba che cresce…
La morta stava ricordando:
Al tocco caldo delle dita che le richiusero le palpebre sulle pupille immobili, aveva provato
un’estasi sovrumana, una misteriosa sortita dal corpo, una magica trasfigurazione di tutte le fibre del suo essere, Una bocca, morbida e fresca come non mai, aveva sfiorato la sua, pure morbida e fresca, con piccoli baci, carezzevoli e casti come le goccioline di pioggia che, nei pomeriggi estivi, raccoglieva per gioco nelle mani tese.
L’avevano vestita di bianco, cosparsa di bianco, avvolta in una nuvola bianca. Bianco il cuscino di pizzo su cui le avevano adagiato la testa, con la sacralità di chi posa una reliquia santa sui fronzoli di un altare. Bianche le scarpette di raso, le stesse che ora sfioravano il sentiero lastricato. Bianca la ghirlanda di rose centifoglia infilata fra i suoi capelli di seta. Bianco il vestito, l’ultimo vestito del suo ultimo ballo. Bianchi i boccioli di lillà, rose e garofani che come ali la ricoprivano. Bianca la piccola bara di sette palmi in cui la madre l’aveva stesa come per anni aveva fatto nella culla bianca.
E le lettere del fidanzato, il ritratto del fidanzato, i dolcissimi ricordi del fidanzato. Con pietà e
premura, perché non dimenticasse neanche un petalo, neanche un capello della bella chioma nera, né un biglietto su cui le amate mani brune avevano tracciato il suo nome, le avevano portato tutto, come un’offerta divina a un essere divino. E tutto aveva portato con sé. D’improvviso pareva diventare più piccola, eterea, accogliente per far spazio a tutto, per non dimenticare e non lasciare nulla fuori, al freddo e al gelo di questo mondo indifferente che trafigge anime e cose. Potevano riporre tutto nella bara, di certo non si sarebbe appesantita…L’oro copioso di chimere misteriose, i broccati lucenti, intessuti di metalli preziosi e decorati da gemme scintillanti dei miraggi d’amore, le alti torri bianche dei sogni: era tutto così leggero, così leggero che la piccola bara di sette palmi pesava meno della piuma d’un uccello.
Poi il coperchio della bara si era richiuso dolcemente fra i singhiozzi soffocati, e tutto il biancore si era spento, come una notte di luna piena inghiottita dalle ombre…
Se n’era andata…Aveva disceso i gradini della scala cullata dal feretro bianco, stordita dal profumo dei fiori e dei sogni d’amore rinchiusi con lei, come se lì dentro avessero rinchiuso, come un dono sublime, tutte le primavere del mondo che sarebbero fiorite dopo di lei.
L’avevano lasciata lì. L’onda che l’aveva trasportata si era infranta sulla spiaggia, il feretro bianco senza vele dormiva in porto al riparo dai venti, dai terribili inverni, dai cavalloni che s’infrangevano lontani, in un mareggiare incessante, nell’alto mare della vita. La Morta poteva dormire, la Morta poteva sognare.
Silenzio. Un silenzio fatto da fluidi sonori, del vago aleggiare di un profumo, un lieve fumo
d’incenso nell’aria. Silenzio, come il pallido bagliore d’un fuoco fatuo, la traccia, la polvere di un
desiderio immateriale, silenzio intorno alla grande cattedrale d’ombre dove ombre vestite di bianco pontificavano ogni notte.
Gli altri morti, di fianco, dormivano sonni pesanti e riposanti. Un giorno le loro braccia erano
crollate per lo sforzo, restando penzoloni per i secoli dei secoli. La Morta li vide tutti, ma non
ricordava nessuno, il mondo era lontano.
Poi era cominciato l’incantesimo. Ogni sera, all’ora in cui il crepuscolo, vestito di glicini, calava
dolce come una palpebra, il profumo delle rose, dei boccioli di lillà e dei ricordi d’amore rinchiusi in lei si faceva più intenso, prendeva corpo in una nuvola, in un balsamo divino che la inondava tutta, profumandola. I passi, come versi di una poesia imparata a memoria, si sentivano a malapena, perduti nel cuore della città urlante, l’allucinata città dei vivi…poi si avvicinavano, più nitidi, un calpestio che avanzava sul sentiero lastricato nella silenziosa città dei morti.
Nei sette palmi bianchi in cui la carne bianca della vergine dormiva con i fiori, c’era uno sciame
dorato d’api: lì dentro ronzavano tutte le litanie d’amore, battevano all’impazzata i cuori dei
garofani, si aprivano assetati i mille boccioli di lillà, e sui pallidi seni delle rose affiorava una lieve venatura di carminio.
La mano del fidanzato spingeva la porta del sepolcro. Gli altri morti, di fianco, non lo sentivano
entrare; dopo lo sforzo le braccia erano rimaste penzoloni per i secoli dei secoli.
Fra il vivo e la morta, un dialogo d’inestimabile bellezza.
Essenza d’anime, le anime si toccavano, un tocco così candido e profondo che le forze misteriose di quel fluido creavano altri fluidi. Soffi, aliti d’anime come ali invisibili che a volte nell’oscurità sfiorano il volto degli eletti. Un dialogo di bocche mute, di suoni immateriali e gesti intangibili, avvolto da un profumo – l’anima dei sentimenti – lieve come un’essenza.
Il vivo e la morta parlavano, ma i vivi non avrebbero capito cosa si dicevano, forse neanche i morti che di fianco dormivano profondamente. Le braccia penzoloni per i secoli dei secoli.
Il profumo, più tenue, quasi di narcisi, palpitava simile a un fruscio d’ali stanche giunte finalmente al nido…La mano del fidanzato tirava a sé la porta del sepolcro…i passi si perdevano lontano, nella silenziosa città dei morti, poi nell’allucinata città dei vivi, e tutto si acquietava. Il silenzio si avvicinava portando per mano lentamente, per non inciampare, la notte cieca.
Ma una sera la Morta aveva atteso invano, e aveva atteso ancora e ancora, per ore infinite d’infinite sere. Nella piccola bara di sette palmi, dove i garofani e i lillà erano sempre rigogliosi e freschi, umidi di rugiada di un’alba eterna, si spegnevano i profumi, sfiorivano i seni nudi delle rose, s’ingiallivano le lettere d’amore, e le braccia della vergine accennavano il gesto stanco degli altri morti che, di fianco, dormivano profondamente.
Fu allora che, in una notte ancora più cieca, portata per mano dal silenzio, sentendo cadere le
lacrime d’un mondo intero ormai dimenticato, alzò le braccia, sollevò il coperchio della bara e uscì piano…fu allora che tirò a sé la porta del sepolcro aperta sulla notte.
La Morta camminò lungo il viale lugubre, con il suo passo e il mantello frusciante. Spinse la porta appena accostata – perché chiudere la porta ai morti? – e uscì fuori…e nella città addormentata i vivi sentirono sbocciare il fiore di un miracolo. Furono più teneri i baci delle spose; le madri videro i figli dormire sonni più sereni, come se sulle culle scendesse clemente la benedizione divina; le teste stanche trovarono più accoglienti le braccia delle amanti, e chi era sul punto di morire ebbe nostalgia della vita.
Attraversò viuzze erme, strade solitarie popolate d’ombre più vaghe e fuggevoli di lei; le sue pupille spente cercarono il chiarore che un tempo le aveva accese; tese le braccia a ogni grido, andò di porta in porta, entrò in ogni focolare, rivoltò tutte le agonie, si affacciò su ogni abisso, penetrò il mistero di ogni sogno. Sempre più vaghe e fuggevoli le ombre, mentre le luci si spegnevano, stelle cadenti nel buio fitto di quel Golgota. Niente!
Fu allora che le giunse all’udito un bisbiglio sommesso…Erano forse passi? Un fruscio d’ali?
Foglie d’autunno cadenti?
La Morta si fermò.
Un lieve mareggiare d’onde. Il fiume.
Nella coppa d’argento, cesellata con magnifici fregi dai geni delle acque, sollevata in alto da mani misteriose e invisibili, giaceva l’azzurro infinito. Attorno al suo vestito bianco si formò l’aureola di un sogno dai toni azzurri della madreperla, luminosità fosforescenti d’un fuoco fatuo; come se riflettesse la luce lunare di cieli lontani, sembrava il manto della Vergine; le mani, in un gesto di grazia, divennero due minuscole conchiglie azzurre. Era lì.
Si affacciò…Un mareggiare d’onde…e la morta divenne un’altra onda, un’onda piccola, un’onda
azzurra nella coppa d’argento scintillante…
Successe davvero.
Al mattino, quando le colombe andarono a dissetarsi con le lacrime raccolte nell’urna rotta, quando il rospo dagli occhi lucenti come stelle lasciò il suo fresco letto di gigli, la Saudade s’inginocchiò di nuovo a singhiozzare sulla sontuosa tomba di marmo, quando la bocca della musa dalle curve sensuali tornò alle sembianze austere e fredde, rigida e immobile, dopo una notte di baci, quando alla fine le ombre svanirono nella silenziosa città dei morti, una tomba fu trovata vuota, una piccola bara bianca di sette piccoli palmi, in cui le lettere d’amore ingiallivano e i pallidi petali dei fiori pendevano appassiti.

da Le maschere del destino di Florbela Espanca
(traduzione di Jessica Falconi)

 


A cura di Paola Deplano

‘Gli scomparsi’: Michele Mari

Gli scomparsi sono i libri che non abbiamo mai saputo di voler ritrovare: libri dimenticati, libri fuori edizione, libri introvabili, libri mai tradottilibri trascuratiOgni settimana qualche brano da un libro“scomparso”, nella speranza che questo piccolo spazio nascosto possa contribuire a riesumarne qualcuno.

Edoardo Pisani

Le Muse, Jan Toorop

Il libro di oggi è Rondini sul filo, di Michele Mari, romanzo céliniano semmai ve ne furono, almeno apparentemente, perché a una lettura più attenta la verve stilistica di Mari è troppo poco istintiva per avvicinarsi al Céline di Guignol’s band o della Trilogia del Nord. Rondini sul filo è un romanzo illeggibile e folle, ossessivamente prolisso; è il punto più estremo – anche narrativamente – dell’opera di Mari. È un libro scomparso da anni dalle librerie, che un giorno o l’altro, ne siamo sicuri, sarà ripubblicato e riscoperto, salvo poi essere dimenticato ancora e ancora riscoperto e ancora dimenticato e ancora riscoperto da giovani e vecchi e mai stanchi
e mai morti lettori oggi non ancora nati.


Allora, vedete anche voi, la mia vita, radicalmente cambiata, l’ingresso del mistero, nella mia vita… dirlo così sembra bello, non l’avessi pagato salato sto svago, che ci son rimasto ustionato, ah se ne porto la pena! da piangere, e piango! adesso basta però, brutto menarla così, all’infinito… posso no girarci intorno a sta cosa… a sto cancaron d’un cancaro che m’ha segato la vita! mi ci devo buttare! Per filo e per segno che do inizio alla conta! la conta grave! basta con le preistorie, la storia! solo quella, alla cruda! se la volete la conto! è deciso, la conto! adesso! più tempo di pentirsene, dopo! una volta partito anderò! mi fermerò più! vi avverto è penosa! avete saputo niente finora! bagatelle, al confronto! non dite che non vi avevo avvertito! Oh basta un po’, su, che incomincio! davvero!

§

Cammino di notte sotto la pioggia, la città è deserta… in fondo a un vicolo cieco, fra bidoni di spazzatura, intuisco una sagoma, ferma… dev’essere lui, lo sto braccando da ore… mentre avanzo si apre la finestra di una casa, si affaccia la madre di lei, in gramaglia, come una prefica calabra… sull’altro lato si solleva una saracinesca, esce il Wolmer, dietro di lui Maggiolini, poi il Vito… per ultimo esce l’Enrico, si schierano tutti quattro a metà del vicolo, formano una linea che mi sbarra il passo… là in fondo la sagoma resta immobile in un cono d’ombra, seminascosta dai bidoni… apro la bocca a fatica, le parole escono penosamente, Ora farò, dico, quello che doveva essere fatto subito, ora vi vendicherò dell’oltraggio che vi fu fatto quando vi è stato associato… serrano i ranghi, mi impediscono di avanzare… Perché? urlo, urlo, lui non c’entra con voi, lasciatemelo, o eliminiamolo insieme… Non insistere, la voce della madre lassù dalla finestra, oracolare, egli appartiene al passato, essi appartengono al passato, sono tutti fratelli, sono tutti miei figli, diglielo Vito, diglielo anche tu che la famiglia è sacra… alza il capo, il pugile, mi guarda con occhi lontani, Quello che vorresti fare a lui, sentenza, lo vorresti fare a noi, vattene, se tocchi mio fratello sei morto… cerco gli occhi del Wolmer, Anche tu? anche tu sei con lui? non mi risponde, malinconico, dolce, segretamente spietato… Vattene ora e non tornare più, l’ultimatum della Mater Matuta… la sagoma, là, sta sorridendo, non riesco a
vederla ma lo so, che sorride…

§

… vi porgo pari pari l’idea che l’afflige, che in tutto questo ci sia la zampa adunca di Bardamu, sti tre puntini m’avrebbero consegnato a lui e alla sua cattiveria, organo-zimbello che sono, ch’io lo scimmiotti lo compiace e insieme lo disgusta, così mi cucina a suo modo… conviene con me che un libro non potevo scriverlo solo così, ergo era meglio non scriverlo… ma se anche, azzardo, non dovrebbe essermi grato Destouches, l’esplicito omaggio io dico? almen l’intenzione mi va riconosciuta, e se c’è… se vede, da lassù o da laggiù… sa anche che nessuno lo ama quanto me… qua le legnate dialettiche che prendo! céliniano da quattro soldi! se non ho ancora capito che quell’uomo era nato per fare male a se stesso e ai suoi cari… per rovinare tutto ciò in cui credeva, per non creder più a niente… essere adottati da lui è allora che devi tremare! che ti regala qualche tonnellata del vomito in cui ha sguazzato tutta la vita! diritti al martirio, di tre punti in tre punti… qualche esclamativo qua e là, ohp! è tanto che voleva dirmelo, adesso lo dice… da quando mi conosce mi vede sempre con un suo libro in mano, quando sono incominciate le apparizioni infernali leggevo Guignol’s band, quando officiai la Macumba rileggevo Nord, quando ci siamo conosciuti rileggevo per la terza volta il Voyage… un momento! che la interrompo, se le cose stanno così… un sospetto, corro ad uno scaffale ne prelevo Mort à crédit, la mia copia che portai da Milano, lo sapevo! Milano novembre 1981 la mia postiglia sul foglio di guardia, incominciai a leggerlo allora, in concomitanza col fatto, asse Roma- Milano… si stupisce per niente lei, anzi rincara… mi chiede quando nacque, l’écrivain… che domanda, 27 maggio 1894, Courbevoie, Seine… 27 maggio, sì, quando… sobbalzo, possibile non me ne fossi mai accorto? quando ci siamo conosciuti noi due! Pavia 27 maggio 1992 giornata di studio su Giorgio Manganelli, già…Manganelli, il citofono… ohp revenons! m’invita a leggerlo meno adorarlo di meno quel pazzo, temperarlo con un po’ di antidoti, mi raccomanda in special modo Cervantes,,, in effetti ci son episodi accertati che dan da pensare… quando nell’estate del ’48 il professor Milton Hindus andò a trovare Céline a Korsör, Danimarca, divenne improvvisamente e per sempre un insonne, contrasse una serie impressionante di tic e di smorfie facciali… mai più lo stesso, che fu… e gli era amico notare, uno dei pochi che l’esule accettò di ricevere nel suo tugurio… mi sta chiedendo di rinnegarlo è evidente, più evidente è che mai! lo rinnegherò mai…

(“Mah! Pubblichi il tale un tal anno, sei un mostro! Gronda sangue quel testo, come hai potuto! Corruttore! Traditore del popolo! Lo pubblichi trenta, cinquant’anni dopo, bravo! Si doveva! Un classico del Novecento, e che diamine! Con tutti i servigi della filologia, bravo editore!” Così dice il primo editore di Céline, Robert Denoël, in un altro libro di Michele Mari fortunatamente non scomparso, Tutto il ferro della Torre Eiffel. Quanto a Céline stesso e al suo tormentato rapporto con gli editori, ricordiamo una frase di Colloqui con il professor Y: “Tirate le somme, a farci caso, vedrete un bel po’ di editori andare in malora, mentre di rado sotto i ponti ci troverete un editore…” Eppure Denoël morì assassinato).

Sara Vergari racconta ‘Estate corsara’ di Alessandra Corbetta

Renoir, Bal au moulin de la Galette

Un frammento di vita apre Estate corsara (Puntoacapo, 2022) di Alessandra Corbetta, uno di quelli che restano attaccati alla memoria del cuore ma che solo la poesia rende immortali. Ci sono momenti irripetibili che si fanno già mito mentre li stiamo vivendo, e se non si possono rivivere almeno raccontare sì. È l’estate di una ragazza, con gli ombrelloni blu sulla spiaggia, l’aria libera e un po’ incosciente, è la bella estate per dirla con Pavese, fatta di scoperte ed emozioni forti, di delusioni e dolore. «Stavamo sul finire dell’estate come fosse / la Stagione – pochi anni e braccialetti colorati / a tenere il conto di muretti nomi cuori / trafitti da una freccia di indelebile», così in quest’estate senza tempo dei vent’anni sta accadendo silenzioso quel qualcosa che aprirà una soglia tra un prima e un dopo. Di fatti, il libro stesso è diviso in tre sezioni dai titoli “Prima”, “Durante” e “Dopo”, scansione che ruota attorno a un incontro, a un amore, ma anche a una cognizione inevitabile, quella del dolore e della nostalgia. In “Prima” ricorre il tema e l’area semantica dell’attesa, che piano piano si fa sempre più nitida e assume la forma di un volto. Ma, più di altro, l’attesa è il sentimento di una certa stagione in cui la vita è solo futuro, fibrillazione, speranza. E se tutto l’universo obbedisce all’amore, come cantava Battiato, è l’amore il punto in cui l’attesa diventa il momento che accade, il “Durante” della seconda sezione: «L’incontro ha indicato / l’esistenza, il punto più alto della giostra. Per questo / amare è stato il bianco tra un verso e l’altro». Inizia allora un nuovo tipo di attesa, quella di rivedersi, quella alla stazione dei treni per raggiungersi. Un amore in movimento quello descritto, in giro per luoghi che assumono nuovi volti, rinascono e rimangono per sempre segnati da quel passaggio con le mani intrecciate, simbolo di un legame che sarebbe potuto non finire mai. Firenze, Siena, Pietrasanta, sono molte le geografie toscane attraversate, molti i passi fatti con una leggerezza che ora devono essere ripercorsi a ritroso come un viaggio postumo tra le macerie. Proprio perché chi scrive lo fa nel dopo e non nel mentre, il ricordo non può non essere segnato da un filo sottile di consapevolezza che, nel riguardarsi, trova i germogli del dolore che sarebbe arrivato: «Non volevo sapere e non l’ho saputo / quanto è veloce la parola addio, / come passa inosservata in mezzo a una gioia brevissima». Il Dopo è un’altra stagione in cui, certo, l’estate torna ma con diversi sapori e colori, quasi a tradimento o come una voce che chiama il nome di altri: «È arrivata da dietro l’estate, sei passi / e poi un colpo alle spalle. Ci ha chiamati / con nomi più corti, non ci siamo girati». Invece la voce della poesia si fa più grande, sa di doversi assumere il compito di ricostruire. Niente è semplice ora, e neanche immediato, ma carico di un sostrato di memorie, allusioni, intaccato dall’imperfezione della disillusione. “Dopo” è una sezione certamente in continuità progressiva con le precedenti, che prova a guardare avanti cercando di capire come si fa. Ritornano i treni, gli spostamenti, magari le stesse destinazioni, ma diverso è l’Io che le percorre, che ora non può fare a meno di vedere, segno di una consapevolezza raggiunta anche attraverso la poesia.

A cura di Sara Vergari


Estate 2006
Così il mondo stava
nel succedersi esatto degli ombrelloni blu.
Una ragazza li attraversa con le gambe lunghe
che reggono sfacciate il senso dell’estate.
Un’altra al tavolino ordina acqua e menta,
le trecce more scese sulle spalle
e su anni uguali a frasi che iniziano con forse.
Chi le guarda beve succo d’ananas con ghiaccio
e medita qualcosa da aggiungere al ricordo
di chi ha provato a essere ma poi non è mai stata

*
Monteriggioni
Da dentro la chiesetta la Madonna ci osserva:
credere o non credere è una ragione
che non possiamo dare.
Alla luce accesa per uno scambio equo
il blu divampa
fa’ che abbia le sue mani
è un petalo di margherita che cade
o magari una preghiera antica.
La camminata a Monteriggioni resterà
l’unico parto: dire l’indicibile con convinzione
è stato mettere al mondo qualcosa

*
Ricostruzione
C’è un libro, un anello, una città lontana.
C’è da ricostruire il luogo
del patto che è stato
violato. E perdonare, l’estate.
Non dalla sfera avvolta su stessa
ma dalla sfera che in sé stessa ripristina l’ordine.
Dall’uno e dopo il due. Dall’altezza dei palazzi.
Il verdeazzurro dell’infanzia.
Chi resta vince. Chi resta sopravvive
e traduce la memoria. Chi scappa
dimentica la strada. Le cose venute prima.
Scolorare i segni. L’acqua non punisce
chi è stato benedetto.

Estate corsara, Alessandra Corbetta, Puntoacapo, 2022

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