Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre: una lettura pedagogica (di Cristina Polli)

Elena, Ecuba e le altre. Una lettura pedagogica.

Nella sua ultima raccolta, Elena, Ecuba e le altre (Arcipelago Itaca, 2019), Maria Lenti segue tracciati intenzionalmente divergenti e rappresenta miti e storie del patrimonio culturale occidentale in una versione inedita dando voce alle donne.
Versi sapienti e curatissimi stroncano tante delle motivazioni addotte dagli dei e dagli eroi per le loro azioni di cui rivelano mancanza di ascolto e di empatia; rivoltano le vicende e i vissuti ponendoli su scenari aperti dal sentimento, dal dialogo, dalla predisposizione all’ascolto e all’inclusione dell’Altro; cesellano la grazia del dono e l’ironia che distanzia e amplia la visione. Insegnano.
Leggendo diventiamo consapevoli della possibilità di una interpretazione plurale e sfaccettata, della possibilità di un mutamento delle consuetudini di lettura nel segno di una ricezione attiva che implica il principio della scelta, il vaglio critico che consente di andare oltre.
“Oltrecanone” come scrive Alessandra Pigliaru nella sua precisa ed efficace prefazione riportando in nota il riferimento a un lavoro omonimo del 2015 a cura di Anna Maria Crispino. Oltrecanone come moto che in questa raccolta oltrepassa con un doppio movimento, percorso e sguardo interno ed esterno, il sistema e il canone in cui siamo soliti rispecchiare la nostra personale immedesimazione di lettori.
Ma la poetessa ci avverte subito che l’immedesimazione qui non è inconsapevole e che il lettore ha un ruolo attivo di analisi e valutazione. Le figure vengono poste in una collocazione prospettica che le distanzia e crea lo spazio per la nostra riflessione (11):

Arianna a Nasso

“Teseo al largo già
 dolente e fiero

Arianna a Nasso
leggera e liberata”

Oppure prendono la parola ed esprimono un pensiero altro che porta a un atto libero dall’appropriazione (73):

Policasta a Telemaco

A Pilo nella vasca d’oro
ti ho lavato
non furtiva accarezzato.

Ricorderò che tu ricorderai.

Per ragioni legate a motivi professionali mi viene alla mente una raccolta di scritti che ho molto amato: Il conoscere. Saggi per la mano sinistra, di Jerome Bruner, di cui è uscita nel 2005 la seconda edizione.[1]
Bruner sostiene che alla formazione della persona concorrano sia il pensiero razionale che il pensiero narrativo. La narrazione contribuisce a sviluppare la capacità di giudizio e lo spirito critico, spalanca le porte al possibile, al plurale. Nella sua opera di psicologo e di pedagogista crea un’apertura, dice che l’istruzione razionale, su cui era basato il sistema scolastico americano, non basta. Rendendo esplicita questa evidenza, crea consapevolezza. (altro…)

Martina Campi, Quasi radiante (recensione di Giorgio Galli)

 

Martina Campi, Quasi radiante

Un libro doloroso, un libro che fa bene. Si sta meglio dopo la lettura di Quasi radiante (Tempo al Libro, 2019, con prefazione di Fabio Michieli e postfazione di Sonia Caporossi). E ciò accade sia per le misteriose magie della poesia, che non mi azzardo a sminuire sovrapponendovi il mio commento, sia perché Martina Campi ha il dono di una purezza del sentire e del dire per cui ogni sofferenza contiene già la sua catarsi. Il percorso di Quasi radiante potrebbe essere sintetizzato così: se Nadia Campana procedeva “verso la mente”, Martina Campi si muove verso il corpo, verso la sensibilità e le sensazioni: non per autobiografismo narcisistico, ma perché la mente sembra aver fallito la sua presa sul contemporaneo, perché l’intelletto non è abbastanza a rendere più umana la contemporaneità, perché «ci vuole anche il sudore per ritrovare il proprio posto sotto il patio e poi ore di silenzio, per averne la certezza; quella che non illude ma illumina lo stomaco e ha già aperto le mani»; perché occorre l’apporto della sensibilità e della dimensione sensoriale per riscoprire i benefici della comunicazione e dell’empatia.

Comunicare se ne va da noi,
qui ci fermiamo con le bandiere abbassate
alla chiarificazione arida come le sponde
all’indietro su bicchieri tenuti
con i gesti antichi dell’abitudine.

Scrive Fabio Michieli nella Prefazione che il discorso dell’autrice «assume i contorni di una confessione e i tratti di una preghiera laica al contempo, scandite in sequenze di tre componimenti introdotti, o anticipati se si preferisce, da una sorta di breve prosa poetica, un ‘argomento’ diremmo se trattassimo del primo Dante; un’architettura solida a cui fa da contraltare (paradossalmente) una sintassi frammentata, franta, disgregata, nella quale agiscono forze di rottura con la tradizionale struttura della frase (frequenti, per esempio, le dislocazioni a destra), ‘quasi’ a voler marcare il territorio cedevole, caduco, indeterminato, della parola che tenta di costruire il pensiero, catturarlo, proprio nel momento in cui ascende; e questo perché la poesia ha bisogno principalmente di interrogare il linguaggio per poter interrogare le cose, poiché ‘la parola poetica – ci dice Guglielmi – resta più che mai una parola improbabile in un mondo retto dalla necessità’». (altro…)

Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste

La vendetta di Oreste (Fazi Editore), nona indagine del commissario Ponzetti, nato dalla penna di Giovanni Ricciardi, è da oggi, 11 luglio 2019, nelle librerie.

Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste, Fazi Editore 2019

Quando, esattamente otto anni fa, nel luglio 2011, conobbi Giovanni Ricciardi, in occasione della presentazione, avvenuta proprio nel quartiere Giuliano-Dalmata, della terza indagine del commissario Ponzetti, Il silenzio degli occhi, ebbi modo di individuare, in quel primo libro che lessi avidamente e, in seguito, in tutti i volumi precedenti e successivi, alcune caratteristiche che rendono prezioso e di portata rilevante il progetto che Giovanni Ricciardi va svolgendo, collocando gli scenari delle vicende da lui narrate, di volta in volta, tra luoghi del mondo e quartieri di Roma: tra queste, la capacità di coniugare la cronaca contemporanea alla memoria individuale e collettiva e la volontà di sottrarre all’oblio storie travolte e sommerse.
La vendetta di Oreste, la nona indagine del commissario Ottavio Ponzetti, creatura di Giovanni Ricciardi, ha tra gli scenari il quartiere di Roma che si chiamava “Villaggio Giuliano” – ora quartiere Giuliano-Dalmata – e che accolse gli esuli dell’Istria e della Dalmazia (i primi sfollati non avevano ancora lo status di profughi) dopo il 10 febbraio 1947, a partire dalle prime famiglie che furono ospitate nei padiglioni dell’ex Villaggio Operario dell’E42, lungo la strada che oggi ha il nome di viale Oscar Sinigaglia e che occupa un posto importante nelle vicende narrate.
Oreste, il personaggio che appare già nel titolo del romanzo, è giunto a Roma nel 1954, mentre la moglie, Nina, è arrivata al Villaggio da bambina. Storie simili le loro? Se il sipario si apre sulla rottura del femore ‘quasi gemellare’ di moglie e marito, su infanzie e giovinezze segnate dal trauma della perdita e della fuga, Nina e soprattutto Oreste hanno parlato ben poco con il figlio Marco. Anche su questi silenzi, di drammatico realismo, si costruiscono le storie narrate che, di capitolo in capitolo, tra viaggi, incursioni e agnizioni – non solo i nomi di molti personaggi, ma anche cornici e cadenze hanno sovente la solennità del mito e della tragedia greca – si chiariscono progressivamente grazie alle indagini condotte da Ponzetti, che ha conosciuto e apprezzato Oreste come geometra. Ponzetti è coadiuvato non solo dal fido Iannotta, ma anche, in questo caso, dalla figlia minore Maria e gli itinerari di ricerca portano dalle vie, dalle case e dalla biblioteca di San Marco Evangelista al Giuliano-Dalmata e dai corridoi dell’ospedale Sant’Eugenio, per altri punti ‘nodali’ di Roma – l’Esquilino tutto, con citazioni importanti del Museo di Palazzo Merulana e della Biblioteca Nelson Mandela – a Trieste, in un Istituto Tecnico, e oltre confine, nei territori una volta italiani.
La materia trattata è incandescente, come già quel nome, “vendetta”, fa intuire. C’è un mistero da risolvere – e forse più di uno – dopo il ritrovamento di una pistola e di una lettera, ci sono colpi di scena e rivelazioni, ma sarebbe riduttivo ingabbiare in un genere questo libro, che entra a pieno titolo in quel progetto al quale ho fatto riferimento in apertura. Tanto maggiormente, allora, colpisce la scelta di Giovanni Ricciardi di affrontare una questione delicata e attualissima come quella degli incontri-scontri nelle zone di confine.
In un romanzo nel quale appaiono personaggi storici, alcuni protagonisti di vicende singolari e tragiche, altri  testimoni di umanità viva e della ricerca operosa di verità e pace, in un romanzo in cui si portano a conoscenza ulteriori realtà occorse e tuttora sconosciute ai più, mi preme sottolineare come la visione storica di Giovanni Ricciardi sia frutto di una volontà di grande valore etico, quella di dare voce a chi voce non l’ha avuta, restituire la memoria dei doppiamente schiacciati e deprivati della dignità, ancor prima che della vita.

© Anna Maria Curci

 

1.

Nina non torna a cena

Il vecchio Oreste era diventato abitudinario. Non si era più allontanato dal suo quartiere dopo l’età della pensione. Aveva anche smesso di guidare la macchina per via della vista troppo fioca, che lo spingeva a stringere progressivamente il cerchio delle sue frequentazioni. Del resto, aveva viaggiato anche troppo da quando era approdato a Roma negli anni Cinquanta, ma sempre e solo per lavoro e, a sentir lui, malvolentieri.
Ogni viaggio è dolore e fatica, amava ripetere: lo sanno bene gli inglesi, e per questo dicono travel, quello che in italiano è travaglio, il dolore del parto. O del partire? E i francesi? Per loro travail è la dura legge del lavoro. Ma gli inglesi lo sanno più di tutti, e lo condensano in quel termine perché per loro il viaggio è sempre attraversare un mare e non sapere se ci sarà ritorno.
Così diceva Oreste per giustificare la pigrizia della sua vecchiaia. Poi, una sera di marzo, sua moglie non tornò a casa per la cena: la prima volta dopo tanti anni di matrimonio.
A lungo Oreste rimase alla finestra a osservare un’avanguardia di primavera tra i rami del pruno rosso che spiccava nel giardino di fronte, fantasticando un non so che, fin quando il sole non fu tramontato e più in là si accesero i lampioni della sua piccola via. Allora si accorse che era trascorso troppo tempo e si destò dal torpore, imbambolato.
Cominciò a chiamarla ad alta voce, come se il suo nome gridato alla finestra avesse il potere di farla spuntare improvvisamente all’angolo della strada. Ma la via era vuota.
Oreste sentì nel profondo di sé che Nina non gli era mai parsa indispensabile: era sempre stata lì, tutta la vita, come l’orizzonte sulla linea del mare o la risacca che d’inverno sfianca gli scogli
.
Oreste pensò che c’erano state poche parole in quel lungo amore. Ma adesso che provava – troppo tardi – che cosa significasse la sua assenza, avrebbe voluto dirle l’unica parola che gli saliva alle labbra, e se fosse arrivata a consolare quel vuoto improvviso, gliel’avrebbe senz’altro detta, per la prima volta nella vita: «Mi sei mancata». (altro…)

Corpo a corpo con Sotirios Pastakas, di Emiliano Ventura

Corpo a corpo con Sotirios Pastakas

di
Emiliano Ventura

Sono passati molti anni da quando Mario Luzi mi parlava di Kostantinos Kavafis; oggi è Isabella Vincentini a parlarmi della poesia di Sotirios Pastakas; è sempre un poeta italiano, o una poetessa, a condurmi verso la Grecia.
Il maggior poeta greco è venuto a Roma, il 29 giugno scorso, per un incontro-lettura sulla sua poesia, introdotto da Elio Pecora e Marinella Linardos della Comunità ellenica di Roma.
Si registrano le solite, attese, defezioni. Mentre l’accademia è intenta a costruire carriere sull’algoritmo di indicizzazione, la stampa italiana si bea dei suoi maestri (Biagi, Montanelli, Barzini) senza capire che chi cerca ancora maestri rimane per sempre allievo. Nessuno presta attenzione all’evento di poesia greca, e non solo, lo si lascia passare inosservato senza un riscontro adeguato, opportuno, dovuto, mentre si celebrano le chiacchiere e le cronache sentimentali dell’ultimo letterato à la page. Fortunatamente risponde il pubblico dei cultori, degli appassionati e amanti della poesia.
Conto i decenni da cui un incontro con un grande poeta non fa notizia, una ventina dall’indifferente accoglienza delle Operette morali, una quindicina dal processo a I fiori del male. Eppure la modernità agonica del poeta si declina da quei nomi da due secoli. In questo il Corpo a corpo di Pastakas non fa eccezione, ma gode di ottima compagnia.
L’incontro è stato organizzato grazie alla volontà di Isabella Vincentini e di Marinella Linardos (comunità ellenica di Roma), dalla disponibilità di Pastakas e dalle comuni risorse personali. In Italia le cose migliori vengono sempre fatte dalla volontà dei singoli, finché ce ne sono, e non più dalla responsabilità delle istituzioni, ma tant’è, ne dobbiamo prendere atto con attonita lucidità.
Elio Pecora è in gran forma nel presentare la poesia di Pastakas, ci racconta delle cinquanta poesie perfette di Sandro Penna, mentre il poeta greco, da par suo, non si risparmia nella lettura in greco della sua opera e ricorda la necessità di Walt Whitman di esprimersi in versi liberi. I due poeti sono legati da amicizia ed Elio Pecora è stato particolarmente generoso, sia nei commenti che nel fornire nuovi spunti di letture e approfondimenti.
L’evento, al Book store del Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale, supera le due ore senza che nessuno se ne accorga, grazie alla poesia ironica, quotidiana, ma così enormemente straripante di vita vissuta.
Sotirios Pastakas parla perfettamente italiano, ha studiato a Napoli e a Roma, ha vissuto a lungo in Italia e ha iniziato prima come traduttore dei nostri poeti, Penna, Sereni, Pasolini, Saba. Solo in un secondo momento è nata la sua poesia che oggi è tradotta in dodici lingue.
Mentre Einaudi pubblica le poesie di Eugenio Scalfari, la poesia di Sotirios Pastakas viene edita dal coraggioso Multimedia Edizioni (Salerno 2016); Corpo a corpo è un’antologia che raccoglie le varie parti delle sue raccolte da L’esperienza del respiro (1986) all’Incipiente Alzheimer (Inedito).
Egli stesso si definisce «psichiatra fallito alcolista»[1] e afferma: «Sono cattivo e lo sapete tutti […] sono un felice uomo cattivo».[2] Il sorriso di Aristofane mentre scrive, ne Le rane, l’agone tra Eschilo e Euripide deve essere stato simile a quello di Sotirios mentre legge e commenta le sue poesie, non credo sia solo un personale pregiudizio filologico, ma una semplice affinità somatica.
Scrivere di un poeta contemporaneo, che abbia solo trenta anni di poesia alle spalle, consegna inevitabilmente pochi strumenti critici su cui fare affidamento, una ancor meno nutrita storiografia. (altro…)

Sandro Abruzzese, da Mezzogiorno padano

 

Da Mezzogiorno padano

Cara Terra,

mi trovo nella stanza dove sono cresciuto. Riallaccio i fili di anni di partenze e arrivi. Rifugio contro il gelo: sembrano di latta, ovatta e lana, queste quattro mura, queste pareti di ovile. Al solito non faccio nulla di importante. Infilo un quaderno di recriminazioni e pagine sbiadite di parole. Lo faccio per colmare la distanza. Intarsio una cornice fredda di chilometri. Metro dopo metro le parole traghettano ogni singola giornata. L’orologio della camera, in alto, sopra la porta, scandisce i minuti con le sue lancette. In fondo a uno specchio, osservo i miei occhiali, la barba rossa, pochi capelli bianchi all’altezza delle tempie, il resto ancora neri e ricci. Lo spazio aumenta, il tempo non ritorna, questo ho inteso. Così, immobile, ti allontani, mentre né io né tu ci muoviamo. Ho un piede fermo e l’altro gira su se stesso, tu sei un’isola abbandonata, circondata da una profonda fossa. Io profugo o superstite, a piccoli passi, con la penna finisco col disegnare un cerchio attorno al baricentro: è il compasso della mia esistenza.
Credevo fosse una giornata normale, questa. Una giornata di sole in cui fare due passi. Invece leggo un articolo di giornale che parla di te. I decessi superano le nascite, dice l’articolo. In precedenza era accaduto solo alla fine di due guerre: nel 1867, dopo la Terza Guerra d’Indipendenza e nel 1918, data conclusiva del primo conflitto mondiale. Queste appena citate, mi viene da pensare, avevano la dignità di essere guerre dichiarate, palesi, alla luce del sole. La guerra che mi piomba in casa oggi, in tempo di festa e pace, nessuno la nomina. Nessuno se ne occupa. È come se non esistesse perché dura da sempre. Una terra in cui ci sono più morti che nati, dove si esporta una città di medie dimensioni all’anno, questo è il posto dove sono nato. Ma oggi è Natale e chi, come me, ha potuto, è tornato. Le case sono illuminate, il traffico ha ripreso la sua consueta andatura.
Questa stanza non è dissimile da qualsiasi altra. Ci sono le foto di quando ero bambino, la sedia, la scrivania, il poster dei Pink Floyd, e i dischi di Springsteen, dei Pearl Jam, dei Led Zeppelin. Nella libreria poso gli occhi su Steinbeck. Non gli perdono il finale di Furore, quando il bambino di Rosa Tea nasce morto. Nella mente infilo una serie confusa di morti ingiuste: Gisella in Paesi tuoi di Pavese, Billy Budd di Melville, moglie e bambino in Addio alle armi di Hemingway. Esiste poco al mondo peggio di una morte ingiusta. Forse solo una vita ingiusta può far male di più. Altri libri in disordine: Lussu, Gobetti, Calvino, Cassola, Nabokov, Capote, Gramsci, De Sanctis. In basso, all’altezza dei miei piedi, un vecchio mangianastri, un’enciclopedia, una cornice. (altro…)

Caregiver Whisper 79

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Variazioni bianche #4: Direzioni

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

 

«Tutto, tutto ciò che so lo so perché amo», diceva probabilmente Tolstoij, dove la probabilità è nel fatto che ho trovato la frase su internet e non mi sale alla memoria nessuno scritto da cui potrebbe essere tratta. Vi sarei grata se approfittaste dello spazio qui sotto per chiarirmi le idee.
So perché amo. È il motivo per cui Mozart mi scorre sereno ma non riesco a suonare Chopin. Per cui mi perdo andando a fare la spesa ma conosco la Merulana fino ai suoi civici (a patto di non arrivarci da Piazza Vittorio, perché Piazza Vittorio ruota di notte, non c’è altra spiegazione). Non molto tempo fa ho dato indicazioni al millimetro a una signora torinese, indicazioni bastanti per un’ora di passeggiata nel quartiere, ma quel quartiere era Testaccio. Amo Testaccio con le viscere: la casa di Elsa Morante, la tomba di Amelia Rosselli. Prima di doverlo raggiungere ogni giorno per due anni per questioni lavorative, il quartiere era per me solo il cimitero e la strana bianchezza della sua piramide, l’aria di paese e la facciata splendida della sua chiesa. Ora lo amo e lo so, nella sua aria pigra e sfrontata che sembra fare spallucce ai suoi stessi motivi di pregio, come un ragazzo incompiuto che mastica un filtro di sigaretta con la scarpa sporca appiccicata al muro.
Ishmael non ama la terra, si vede dal suo modo goffo di ricevere indicazioni: (altro…)

“Sono state le correnti”. Su “Un nome in meno” di Vincenzo Frungillo

Frungillo ci ha già mostrato in passato come la terra talvolta si rivolta ed esplode, soprattutto se caricata di segreti criminali e velenosi da parte degli uomini. Lo ha fatto ad esempio in un progetto poetico tutto napoletano, La disarmata (CFR 2014), con un contributo di sei titoli, poi parzialmente confluiti tra Le pause della serie evolutiva (Oèdipus 2016), che fra le altre cose toccavano il tema dei rifiuti tossici e del tumore. Nel primo di quei testi, Il lago Patria, un pescatore di frodo, ironicamente chiamato Pietro, otteneva una pesca miracolosa con la complicità degli scarichi. Si potrebbe dunque dire che l’impulso a una narrazione che ha molte delle caratteristiche del giallo Frungillo lo debba anche a queste storie recenti della sua terra di origine, dove segreti criminosamente seppelliti si sono poi manifestati in forme terribili, costringendo all’indagine, allo scavo e al racconto. Nel suo primo romanzo, Un nome in meno (Ensemble 2019), affiora un tipo di reperto che non consiste in un portato dell’inquinamento, ma che testimonia ancora una volta una reazione della terra (non sembri strano parlare di un’etica materialista per questo autore, che ha dedicato a Lucrezio alcuni fra i suoi versi più belli) all’orrore che le è stato somministrato: il ritrovamento in questione è quello di una vertebra umana, e al lettore risulta da subito evidente che non si tratta di una pacifica sorpresa archeologica. A trovarla durante una delle sue immersioni è l’adolescente Sofia, figlia di Pietro (che qui non fa il pescatore, ma è comunque imbarcato). Ci troviamo nella zona dei Campi Flegrei, vasta area storicamente in subbuglio vulcanico, e sembra quasi trasparire la figura di Plinio il Vecchio (già trattata da Frungillo sempre nelle Pause della serie evolutiva), un corpo che scompare (“gli fu testimone Plinio il giovane,/ su una tavoletta di cera annotò la sparizione”) inoltrandosi nel disastro. Il corpo spinto al limite è un’altra immagine centrale nella riflessione poetica di Frungillo: i fisici dopati delle campionesse di nuoto dell’ex- Repubblica Democratica Tedesca (Ogni cinque bracciate, Le Lettere 2009); la ricerca del piacere portata all’estremo nulla del desiderio tra i lacci del bondage (Il cane di Pavlov, Edizioni D’If 2013). Anche al centro di un importante saggio critico sulla poesia recente (Il luogo delle forze, Carteggi letterari 2017), Frungillo pone l’idea del corpo esemplare come grande rimosso del contemporaneo, e del “corpo nero” come negazione essenziale di un senso condiviso. Un nome in meno nasce dunque all’incrocio tra le due figure ossessive dell’autore: affiora dalla terra (dal mare) che reagisce respingendolo (“Sono state le correnti di Cuma”, p. 178) il resto di un corpo, la mancanza di un corpo, e con essa il dovere di cercarlo. (altro…)

Viviana Fiorentino, In giardino. Nota di lettura

Viviana Fiorentino, In giardino, Controluna edizioni 2019, pp. 72, euro 9,90

Non sono soltanto i riferimenti dichiarati, a Paul Celan e a Franco Fortini “maestri di poesia”, a introdurre il lettore alla raccolta di Viviana Fiorentino In giardino (Controluna edizioni 2019): nello spazio del giardino che pare lo stesso affrontato da altre voci di donne − vengono in mente la poesia di Silvia Salvagnini, con gli slanci vitali e prosastici de Il giardiniere gentile (qui) e Francesca Brandes con le sue Storie dal giardino (qui), accoglienti e liriche − l’autrice insedia natura e guerra, viaggio ed esperienza, dialogo e lentezza ma anche la mancanza di parola di fronte alla morte dei migranti (nella sezione dedicata alla Siria) o il silenzio del distacco umano dall’altro.
Testi ancorati alla tradizione anche nella scelta metrica, immersi nella realtà e in grado di strapparne i contorni, senza mai procedere verso una sperimentazione fine a se stessa né rieducare il proprio dire. I temi naturali non sono inselvatichiti dalla sovrabbondanza del poetare ma riuniti dentro la “terra straniera” in cui l’autrice (siciliana) ha trascorso anni: sono paesaggi di neve ma anche sponde marine dove l’io si riconosce, acque di altre città e luoghi altri in cui muoversi, alla scoperta dell’altro per cercare il sé.
In una selezione di poesie apparse qualche mese fa (qui) si attraversano tempi e spazi di ri-costruzione, di “a perdere”; versi in cui la presenza manca di nome o si sottrae semanticamente, fatto che coinvolge l’intera raccolta. Ed è il “dove” a descrivere questo andirivieni tematico, un “dove” che crea e re-inventa le proprie direzioni senza dimenticare gli ingredienti principali e fondativi cui Fiorentino si rifà, anche nella sintassi poetica generativa.
Una nota non di poco conto: l’autrice è una pluriartista ed ha realizzato la propria copertina; scrittrice in prosa (ha da poco pubblicato il romanzo Tra mostri ci si ama per Transeuropa), si occupa di traduzione e insegna letteratura italiana al Crescent Art Centre di Belfast, città in cui vive.

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© Alessandra Trevisan

Bustine di zucchero #3: Attilio Bertolucci

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Old Crumpled Paper

C’è una chiarezza pittorica nei versi di Attilio Bertolucci che sembrano ricordare Marzo, la poesia di Giorgio Caproni che apre la raccolta Come un’allegoria: «Dopo la pioggia la terra/ è un frutto appena sbucciato.// Il fiato del fieno bagnato/ è più acre – ma ride il sole/ bianco sui prati di marzo/ a una fanciulla che apre la finestra». Scopriamo una parola in comune nei versi dei due poeti, ed è ‘fiato’, con la differenza che per Bertolucci è il «fiato nebbioso dell’aria», per Caproni quello «del fieno bagnato», riconducibile alla terra, ma comunque un fiato diventato umido grazie alla pioggia, (notevole, nel caso di Caproni, l’allitterazione che fiato stabilisce con fieno e ‘bagnato’). Troviamo, inoltre, le figure della ragazza e della fanciulla, colte in due azioni diverse; nei versi di Bertolucci è la ragazza attardata, in corsa, in quelli di Caproni è una fanciulla nell’atto di aprire la finestra, quindi due attimi o movimenti, due differenti dinamicità capaci di conferire ancora più delicatezza al dipinto che intendono restituire. Certi poeti hanno il dono di scrivere versi ariosi, recitativi, lievi e profondi insieme, discreti e intimi, così com’è la loro vocazione a osservare la vita, lieve e profonda, discreta e intima. Quest’osservazione si traduce, in Bertolucci, in una spinta a narrare, rubando i fotogrammi di una giornata o di un luogo (la giornata, il luogo a volte inosservati, spogli di qualsiasi gesto significativo o tangibile). L’arte di vedere si sedimenta in uno stato meditativo e meravigliato e reca in sé un sentimento di amorevole corrispondenza verso la realtà cui il poeta stesso è legato (Parma nel nostro caso). Al poeta non sfuggono le caratteristiche delle persone e dei luoghi, diventano anzi terreno florido della sua riflessione. La poetica di Bertolucci, nel destare in poesia un presentimento di fatti e cose in procinto di accadere, partendo dalla realtà a lui più vicina, insegue, rincorre, afferra un guizzo, una rievocazione, un luogo remoto e tuttavia collettivo, un luogo serbato in ognuno di noi.

Bibliografia in bustina
A. Bertolucci, Lettera da casa, 1951; ora in A. Bertolucci, Le poesie, Milano, Garzanti, 1990 (2014), p.129.
G. Caproni, Come un’allegoria, Genova, Degli Orfini, 1936; ora in G. Caproni, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 1983, p.13.

I poeti della domenica #372: Luciana Frezza, Bisenso

Luciana Frezza by Dino Ignani

BISENSO

Il rogo ardente di Mosè era quasi
certamente un pozzo di petrolio
il petrolio è il prelievo
dai buchi dell’anima per farne poesia

il petrolio è pericolo
il petrolio è vicinissimo a Dio
da un capo della storia
ora dall’altro.

 

da Agenda [1994], ora in Comunione col fuoco. Opera poetica, EIR, 2013, p. 498

I poeti della domenica #371: Luciana Frezza, Una poesia

Una poesia

Una poesia
è un pensiero trovato
come un fungo mangereccio
sotto le foglie fradice;

è la notte che imbianca
il mandorlo difronte al davanzale
o affastella la neve
sui rami e le ringhiere,

è la passeggiata in cui fummo
più felici – nel gelo
o in riva al mare,
il ricordo
che meno si stanca.

 

da La farfalla e la rosa [1962], ora in Comunione col fuoco. Opera poetica, EIR, 2013, p. 113