Manolis Glezos nel ricordo di Helene Paraskeva

©Imago Images / ZUMA Press / V. Evangelou
Manolis Glezos
(1922-2020)

 

Avevo 10 anni quando mia madre mi raccontò di quel ragazzo che durante la guerra, nel 1941, si arrampicò sull’Acropoli, prese la bandiera del tiranno con la svastica, la gettò via e al posto suo innalzò la bandiera greca. Credetti a questo atto eroico, come credono i bambini. E la storia confermò. Non era una favola, bensì un pezzo di Storia vera. Persino il generale de Gaulle riconobbe quel gesto di enorme coraggio definendolo «il primo atto della Resistenza contro l’occupazione nazista in Europa».
Manolis Glezos fu catturato insieme al suo amico, Apostolos Santas, con cui aveva compiuto il gesto ed entrambi furono torturati. Manolis fu rilasciato perché aveva contratto la tubercolosi. Da allora entrò e uscì dalla galera innumerevoli volte, sempre per motivi politici, seguendo la travagliata Storia greca.
Nel ’43 fu detenuto per tre mesi dalle forze di occupazione italiane e fu rilasciato dopo la caduta del fascismo.
Nel ’44 fu arrestato dai collaborazionisti greci fino al ’47, quando scoppiò la guerra civile. Nel ’48 fu processato e condannato a morte. Nel 1950 la pena fu ridotta all’ergastolo. Nel 1954 fu finalmente rilasciato e nel 1958 fu di nuovo arrestato con l’accusa di spionaggio.
Vorrei qui aprire una parentesi: essere processato e condannato a morte allora in Grecia, era morte sicura. Lo testimoniano le decine di partecipanti alla Resistenza durante la guerra civile che furono giustiziati.
Il 21 aprile 1967 Manolis fu arrestato alle due di notte come tanti altri leader politici greci di destra e di sinistra. Era il colpo di stato dei colonnelli. Manolis trascorse quattro anni al confino in un’isola dell’Egeo.
Finalmente, dal 1974, con la caduta della giunta militare, Manolis iniziò la sua carriera politica come deputato parlamentare e sindaco del suo paese natio nell’isola di Naxos.

 

Eroi come te

Gli eroi della nostra Storia
Pietre che sfarfallano vicino.
Quelli che hai conosciuto
E ci hai raccontato
Ad altri, più giovani
Noi racconteremo.
Quelli che ti hanno conosciuto
E ti hanno amato
Non sono più
Ma vogliono ballare
Vogliono cantare
Ridere vogliono
Vivere la vita che hanno perso
Tramite te.
Tramite noi.
L’alito del vento
Metteremo in parole giuste.
Gli eroi della nostra Storia
Eroi come te, vivranno ancora.

 

΄Ηρωες σαν κι εσένα

Της Ιστορίας μας οι ήρωες
Πέτρωσαν κάπου εδώ κοντά.
Αυτούς που τότε γνώρισες
Κι αυτά που μας ιστόρησες
Σ’άλλους, πιο νέους
Εμείς θ’αφηγηθούμε.
Αυτοί που σένα γνώρισαν
Κι αγάπησαν
Δεν ζούνε πια.
Μα να χορέψουν
Να πουν τραγούδια
Να γελάσουν θέλουν
Να χαρούν ό,τι δεν πρόλαβαν
Μέσα από σένα
Μέσα από μας.
Τις πνοές του ανέμου
Θα ερμηνέψουμε σωστά.
Της Ιστορίας μας οι ήρωες,
Ήρωες σαν κι εσένα, θα ξαναζήσουν.

 

© Helene Paraskeva

Davide Zizza, “Piccolo taccuino occasionale”. Nota di Paola Deplano

NOTA DI LETTURA A PICCOLO TACCUINO OCCASIONALE DI DAVIDE ZIZZA
di Paola Deplano

 

È recentemente uscita presso l’Editore Ensemble di Roma la terza raccolta poetica di Davide Zizza, dal titolo Piccolo taccuino occasionale.
Al di là del tono dimesso del titolo, siamo di fronte a un’opera profonda e consapevole, che lascia trapelare al lettore attento tutta la ricca serie di riferimenti poetici e letterari dell’autore.
Tali riferimenti sono esplicitati sin dal titolo, che ovviamente risuona con Le occasioni di Montale. La filiazione dal grande ligure è presente sin dall’origine, com’è stato a suo tempo osservato nella prefazione di Enrico Testa alla seconda raccolta di Zizza, dal titolo Ruah, che è uscita presso la medesima casa editrice nel 2016.
Fra i poeti rievocati dall’autore, direttamente o allusivamente, troviamo Borges, Mandel’štam, Rilke e Kavafis. Ma molti di più sono quelli che si nascondono dietro le parole, senza essere esplicitamente menzionati. Non diremo oltre per non rovinare, nel futuro lettore, la magia del disvelamento. Molto del fascino di questo libro è, infatti, anche la sfida che il poeta fa al suo lettore, lasciando ovunque lievi tracce di poesia vissuta e rivissuta, prima ancora di essere scritta e riscritta, con la speranza che il suo alter ego al di là della pagina riesca a ritrovare le tracce che lo riportino all’origine del canto.
Si tratta ovviamente di omaggi e dichiarazioni di appartenenza quasi amorosa, come nella seconda strofa di Due quartine: «Se ferisci il tempo della pagina/ ne conquisti l’ostia e il sangue,/ ti riappropri dell’ironia e dell’anima/ baciando labbra d’inchiostro».
Dichiarazioni d’amore, quindi, ma non solo quello. Ciascuna evocazione poetica è anche e soprattutto epifania di ciò che Zizza stesso definisce la sua “ossessione”: la metapoetica. Era già, del resto – e molto significativamente – il titolo di una sezione di Ruah.. Si assiste quindi a una riflessione sulla propria e sull’altrui poesia, in un continuo e mai banale riflettere e riflettersi attraverso parole e temi condivisi. In tale contesto si inseriscono le ricreazioni consapevoli di personaggi del mito in vesti al contempo tradizionali e innovative.
Il “Finto caronte all’uscio” di Ri.Ma, la Filomela de Il mito di Filomela abitano con nochalanche in spazi e tempi attuali. Particolarmente riuscite ci sembrano, a tal proposito, le liriche dal titolo L’ironia di Ulisse e Orfeo, che qui riportiamo:

L’ironia di Ulisse

La gomena levata via dall’ormeggio,
nella mente chimere ed esotismi.
Laggiù sogno o delusione?
Alfabeti ignoti, etimologie,
razze, lingue, colori diversi da qui,
abissi emersi dal ribollio delle acque,
richiami di sirene, altri approdi
per i sensi, àncore del corpo.

Il cuore è un portolano
che non vuole arrendersi
alla tela ricamata.

 

Orfeo

La tua testa ancora canta dall’Ebro
là dove le Menadi ti gettarono

(ogni gesto un secolo, ogni secolo un secondo) –

Qualcuno vide il corso del fiume trascinarti via
e tu da allora ancora canti, canti…

Da rilevare il fatto che Orfeo è una vecchia conoscenza che, mutando volto e intenzione, trasmigra dalle pagine di Ruah (cfr. Orfeo senza Euridice) a quelle del Piccolo taccuino occasionale.
Detto ciò, sarebbe tuttavia riduttivo vedere Zizza solo come un ricreatore di miti e un metapoeta. Lievi suggestioni paesaggistiche – la grande tradizione degli Idilli – abitano in queste pagine insieme alle meditazioni poetiche:

Annuso questo tempo, questa sera –
sa di richiamo e leggerezza.
Quelle foglie cadute spazzate tutte via.
La primavera tocca il lembo della giacca:
ogni giorno chiede di sostare,
ogni ora ci soffia qualcosa nell’orecchio.

Questa lirica sul finire del libro è l’implicita risposta alle inquietudini dell’autoironico Ulisse. Odisseo deve imparare che l’unico richiamo possibile, il più profondo, il più duraturo, è quello della leggerezza. Ben venga, allora, la saggia leggerezza di questo taccuino piccolo, segno tangibile di multiformi occasioni poetiche.

© Paola Deplano

 

Felicia Buonomo, Cara catastrofe

Cover

Felicia Buonomo, Cara catastrofe (Miraggi Edizioni, 2020), euro 10

 

Cara Catastrofe,
m’innamori
come il gelo sul lungolago di Mantova,
le luci dei lampioni di Milano,
le onde sul porto di Genova
e la strada oscura dei vicoli di Napoli.
Trova nuovi colori e tratti
che m’incantino.
Dipingi la geografia del mio sentire.
Io credo solo agli incantesimi.

*

A mio fratello

Il cibo spinto nello stomaco dalle mie lacrime.
I tuoi pugni alla porta della mia quiete.
Sigillata nel mausoleo
costruito sui miei traumi,
ti attendo un giorno ai piedi
del mio sepolcro,
con un fiore alla promessa del mio nome.

*

Non è il tocco livido a fare male,
ma il ricordo del suo alone.
Dormiamo insieme ogni notte,
ma è nella crepa che dovrai recuperarmi.
Fai piano, che anche la luce è dolore,
dopo la culla di un buio così violento.

*

Mi parli del tempo che distrugge,
della ribellione che non c’è,
della dignità frantumata
sotto il peso di parole rabbiose.
Fai l’elenco delle mie colpe
con la stessa voce di chi urlava “Barabba!”.
Mi ricordi che anche il figlio di Dio
è fatto di carne che sanguina e muore.
E che nessuno aspetterà, per me,
il terzo giorno.

*

I vicini di casa hanno sentito il mio dolore
e – come tutti – lo hanno ignorato.
Non so nulla delle pareti delle loro case.
Mi domando se anche io colpevolmente ignoro,
o se sono solo distratta dall’oppressione
del mio supplizio,
che ha occhi celesti e profondi.
Profondi come il rosso. O il nero.
Non mi sono mai interrogata
sul colore dell’inferno.

*

A Tommaso Bernardi
 
Ci sono le orme dei miei pensieri
su queste scale che portano
alla stanza del saluto finale,
alle ultime tracce della tua presenza.
Di te mi rimane un’istantanea rubata.
Cerco il tuo cuore caduto, mentre l’albero
della pioggia mi germoglia negli occhi.
Anche se non ci legano né cognome né sangue.

 

Felicia Buonomo (1980) è giornalista e si occupa principalmente di diritti umani. Alcuni dei suoi video-reportage esteri sono stati trasmessi da Rai 3 e RaiNews24. Parallelamente all’attività giornalistica, porta avanti un progetto di streetpoetry sotto lo pseudonimo di Fuoco Armato. Alcune sue poesie sono apparse su Atelier Poesia, Argo – Poesia del nostro tempo, La rosa in più, Limes Lettere, Versante Ripido, ClanDestino Rivista, IrisNews e altrove. Un suo testo poetico è stato tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti.

Lettura in limine di “Baie” di Bruno Di Pietro (di Roberto Gaudioso)

90915290_240789453725688_6902247680030801920_n
Guardo tutto con la schiena. Lettura in limine di Baie di Bruno Di Pietro

di Roberto Gaudioso

 

Ho avuto il privilegio di veder nascere questo scritto e assistere – seppure da lontano – alle sue espansioni, rimaneggiamenti, al ripensare l’ordine e lo spazio all’interno dell’opera, a legare e dare forma e misura a quello che ritengo nucleo dell’opera: come se il sole. La prima stesura dell’opera constava di sedici componimenti per lo più della sezione Come se il sole e questa poesia ne era l’incipit. Il lavoro successivo intorno alla forma e alla ricerca della misura sono caratteristica dell’autore e arricchiscono l’opera di elementi narrativi, lirici e filosofici costituendo un’architettura sapiente con una perizia estrema, quasi da artigiano. Ma se il poeta è stato così disciplinato, io come lettore e studioso lo sono meno: la mia lettura sarà indisciplinata. Potrei scrivere – e lo scrivo brevemente – che l’opera è divisa in quattro sezioni, una introduttiva, In limine e le altre tre: Baie, Come se il sole calasse ad Oriente e Tanti quanti chicchi ha la granata. Le ultime due sezioni prendono il nome da due versi di poesie lì contenute. Potrei scrivere – e lo scrivo brevemente – che il tema sul quale l’io lirico dibatte con sé stesso e con l’altra presenza amorosa alla quale si rivolge è il tempo. A livello strutturale l’opera è scandita in quattro parti, come stagioni, poco importa se immaginate o meno – il tempo reale vissuto potrebbe riferirsi a tre o quattro mesi, a tre o quattro anni – e poco importa che la prima stagione sia costituita da una sola poesia. Il lettore potrà certamente trovare le tracce di queste stagioni tra le parole e i versi di Di Pietro. In questo senso il poeta suggerisce il movimento che ci danno le stagioni, quello di rivoluzione della Terra intorno al Sole, quest’ultimo eternamente presente in Baie, quasi come un personaggio o una divinità da quale dipende l’intera opera: «ci voleva un giardino forse una serra/ terra buona fuori stagione» (2019:21); pure da questo punto di vista Di Pietro non gioca con false mitologie, è estremamente reale dal punto di vista scientifico: sono le baie che girano intorno al sole, non il contrario (è bene esplicitarlo oggi che la parola si trova impigliata nel tessuto virtuale composto anche da fake news e complottismi vari). Le stagioni, le sezioni di Baie, constano di diciotto poesie ognuna, tranne la prima. Questa unica poesia contenuta nella prima sezione, In Limine, la considero una stagione al pari delle altre perché non è solo un’introduzione nel senso narrativo di quello che Di Pietro mette in scena, ma soprattutto premessa filosofica (2019:9):

non ci sono più siepi
ad escludere lo sguardo
e l’ultimo orizzonte
è ai tuoi piedi
(siedi
e guarda per terra) Continua a leggere

I poeti della domenica #448: Nelly Sachs, Coro dei salvati

 
Coro dei Salvati / Chor der Geretteten

 

Noi salvati,
Dalle cui ossa cave la morte ha già intagliato
.                                                     [i suoi flauti,
Sui cui tendini la morte ha già fatto scorrere
.                                               [i suoi archetti –
Risuona ancora il lamento dei nostri corpi
Con la loro musica mutilata.
Noi salvati,
Pendono ancora i cappi ritorti per le nostre
.                                                                  [gole
Dinanzi a noi nell’aria azzurra –
Ancora le clessidre si riempiono del nostro
.                                             [sangue stillante.

Noi salvati
Ancora si cibano di noi i vermi dell’angoscia
La nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi salvati
Vi chiediamo:
Mostrateci pian piano il vostro sole.
Di stella in stella riportateci al passo
Fateci apprendere di nuovo, a voce bassa,
.                                                               [la vita.
Potrebbe darsi, altrimenti, che il canto di un
.                                                              [uccello,
Il secchio che al pozzo si riempie
Forzino il nostro dolore sigillato malamente
E come schiuma ci spazzino via –

Vi chiediamo:
Non ci mostrate ancora un cane che
.                                                       [morde –
Potrebbe darsi, potrebbe darsi
Che polvere diventiamo –
Dinanzi ai vostri occhi ci disfiamo in polvere.
Che cosa tiene insieme la nostra tela?
Noi divenuti senza respiro,
La cui anima volò a Lui dalla mezzanotte
Molto tempo prima che portassero in salvo
.                                                 [il nostro corpo
Nell’arca dell’attimo.
Noi salvati
Vi stringiamo la mano,
Riconosciamo il vostro occhio –
Ma insieme ci tiene ancora soltanto il
.                                                         [distacco,
Il distacco nella polvere
Ci tiene uniti a voi.

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Wir Geretteten,
Aus deren hohlem Gebein der Tod schon
.                                       [seine Flöten schnitt,
An deren Sehnen der Tod schon seine Bogen
.                                                              [strich –
Unsere Leiber klagen noch nach
Mit ihrer verstümmelten Musik.
Wir Geretteten,
Immer noch hängen die Schlingen für
.                                     [unsere Hälse gedreht
Vor uns in der blauen Luft –
Immer noch füllen sich die Stundenuhren
.                      [mit unserem tropfenden Blut.

Wir Geretteten,
Immer noch essen an uns die Würmer der
.                                                               [Angst.
Unser Gestirn ist vergraben im Staub.
Wir Geretteten
Bitten euch:
Zeigt uns langsam eure Sonne.
Führt uns von Stern zu Stern im Schritt.
Laßt uns das Leben leise wieder lernen.
Es könnte sonst eines Vogels Lied,
Das Füllen des Eimers am Brunnen
Unseren schlecht versiegelten Schmerz
.                                 [aufbrechen lassen
Und uns wegschäumen –

Wir bitten euch:
Zeigt uns noch nicht einen beißenden
.                                                    [Hund –
Es könnte sein, es könnte sein
Dass wir zu Staub zerfallen –
Vor euren Augen zerfallen in Staub.
Was hält denn unsere Webe zusammen?
Wir odemlos gewordene,
Deren Seele zu Ihm floh aus der Mitternacht
Lange bevor man unseren Leib rettete
In die Arche des Augenblicks.
Wir Geretteten,
Wir drücken eure Hand,
Wir erkennen euer Auge –
Aber zusammen hält uns nur noch der
.                                                      [Abschied,
Der Abschied im Staub
Hält uns mit euch zusammen.

 


Da: In den Wohnungen des Todes (Nelle dimore della morte), Aufbau Verlag, Berlin 1947

I poeti della domenica #447: Nelly Sachs, Se i profeti irrompessero…

Se i profeti irrompessero… / Wenn die Propheten einbrächen…

 

Se i profeti irrompessero
per le porte della notte,
lo zodiaco dei dèmoni
come orrida ghirlanda
intorno al capo,
soppesando con le spalle i misteri
dei cieli cadenti e risorgenti,
per quelli che da tempo lasciarono l’orrore.

Se i profeti irrompessero
per le porte della notte,
accendendo di una luce d’oro
le vie stellari impresse nelle loro mani,
per quelli che da tempo affondarono nel sonno.

Se i profeti irrompessero
per le porte della notte,
incidendo ferite di parole
nei campi della consuetudine,
riportando qualcosa di remoto
per il bracciante
che da tempo a sera ha smesso di aspettare.

Se i profeti irrompessero
per le porte della notte
e cercassero un orecchio come patria.
Orecchio degli uomini
ostruito d’ortica
sapresti ascoltare?

Se la voce dei profeti soffiasse
nei flauti-ossa dei bambini uccisi,
espirasse l’aria bruciata da grida di martirio,
se costruisse un ponte
con gli spenti sospiri dei vecchi.
Orecchio degli uomini
attento alle piccolezze,
sapresti ascoltare?

Se i profeti entrassero sulle ali turbinose dell’eternità
se ti lacerassero l’udito con le parole:
chi di voi vuole far guerra a un mistero,
chi vuole inventare la morte stellare?

Se i profeti si levassero
nella notte degli uomini
come amanti in cerca del cuore dell’amato,
notte degli uomini
avresti un cuore da donare?

[trad. di Ida Porena]

Wenn die Propheten einbrächen
durch die Türen der Nacht,
den Tierkreis der Dämonengötter
wie einen schauerlichen Blumenkranz
ums Haupt gewunden –
die Geheimnisse der stürzenden und sich hebenden
Himmel mit den Schultern wiegend –
für die längst vom Schauer Fortgezogenen –

Wenn die Propheten einbrächen
durch die Türen der Nacht,
die Sternenstraßen gezogen in ihren Handflächen
golden aufleuchten lassend –
für die längst im Schlaf Versunkenen –

Wenn die Propheten einbrächen
durch die Türen der Nacht
mit ihren Worten Wunden reißend
in die Felder der Gewohnheit,
ein weit Entlegenes hereinholend
für die Taglöhner
der längst nicht mehr wartet am Abend –

Wenn die Propheten einbrächen
durch die Türen der Nacht
und ein Ohr wie eine Heimat suchten –
Ohr der Menschheit
du nesselverwachsenes,
würdest du hören?

Wenn die Stimme der Propheten
auf dem Flötengebein der ermordeten Kinder
blasen würde,
die vom Märtyrerschrei verbrannten Lüfte
ausatmete –
wenn sie eine Brücke aus verendeten
Greisenseufzern baute –
Ohr der Menschheit
du mit dem kleinen Lauschen beschäftigtes,
würdest du hören?

Wenn die Propheten
mit den Sturmschwingen der Ewigkeit hineinführen
wenn sie aufbrächen deinen Gehörgang mit den
Worten:
Wer von euch will Krieg führen gegen ein Geheimnis
wer will den Sterntod erfinden?

Wenn die Propheten aufständen
in der Nacht der Menschheit
wie Liebende, die das Herz des Geliebten suchen,
Nacht der Menschheit
würdest du ein Herz zu vergeben haben?

 


© Nelly Sachs, Poesie, a cura di Ida Porena, Einaudi 2006

proSabato: Alberto Arbasino, da “Certi romanzi”

Solo per te, Lucia

 

Forse i lettori o rilettori occasionali dei Promessi Sposi staranno incominciando soprattutto adesso a gustare quel sublime manufatto lombardo tutto intero – e perfino in quei tratti del «nostro Anonimo» sovente saltati-perché-noiosi fino a poco fa – giacché una certa squisita voga per il Barocco piú capriccioso sta sospingendo ad assaporare come pernici frolle i ghiotti pastiches stilistici alle spalle del Buon Secentista, e la buona chicca e neoretorica della biblioteca di Don Ferrante. Magari, perfino, il mortificante antiromanzetto sulla formazione del Cardinal Federigo: del resto, si sa, W. H. Auden ha sempre sostenuto dalla sua cattedra di poetica a Oxford che è incapace di intendere la Vera Poesia chi non subisce il fascino del Catalogo delle Navi nell’Iliade o respinge la seduzione delle «complicate strofe arcaiche di gran difficoltà tecnica, anche se il loro contenuto è stupido».
Pero, acquietatesi le celebrazioni centenarie, come trattenersi dal domandarsi – naturalmente dietro affrettate e orecchiate suggestioni di Charles Mauron e di Jacques Lacan – quali siano in realtà i ‘fantasmi’ che sospingono il Manzoni nella sua ostinata operazione romanzesca? E continuando a lasciar correre libere e selvagge le care trouvailles dei docenti francesi, quali saranno le metafore ossessive piú rivelatrici delle sue pulsioni inconsce, delle sue coazioni profonde?
Partendo dai personaggi, infatti, non soltanto Flaubert può sentirsi autorizzato ad annunciare «Madame Bovary» sulle proprie carte da visita. Ogni autore di opere romantiche e sentimentali, anche nel cinema, tende sovente a identificarsi in una propria eroina favorita, e non ha troppa rilevanza che questa sia una Anna Karenina o una Marlene Dietrich. E in quanto al fantasma che preme sull’autore cedono all’invadente indagine sia Mallarmé sia Voltaire, sia Stendhal sia Chateaubriand.
Nel caso del Manzoni, sembra tuttavia improbabile sovrapporlo in controluce a Don Abbondio, e alle sue motivazioni, malgrado ogni affinità e tentazione e malgrado quella illuminazione di Gadda: «se un Dio estetico mi domandasse in quale personaggio manzoniano vorrei identificarmi, risponderei subito: in Don Abbondio!» (Né sembra lecito, forse, malgrado tutto, ravvisarne come un ammicco infernale nella ‘cameo appearance’ hitchkockiana di quel «vecchio malvissuto, che, spalancando due occhi affossati e infocati, contraendo le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica, con le mani alzate sopra una canizie vituperosa…»)
Nella figura di Lucia, invece, convergono apertamente le due pulsioni fondamentali dei Promessi Sposi. La prima dev’essere la cupidigia sessuale, anche se non si sente, perché dopo tutto è questa che mette in moto la trama con le voglie di don Rodrigo, e poi la ricarica a metà romanzo con le pâmoisons della Monaca di Monza. La seconda sarà evidentemente la religiosità che affanna e consola e dunque può risolvere un buon numero di problemi come uno stimolante o un tranquillante ‘che fa miracoli’. Continua a leggere

Dylan Thomas, Dieci poesie. Traduzioni di Mattia Tarantino

 

Prima che bussassi

Prima che bussassi lasciando
entrare la carne, con mani fuse a pestare
il ventre, io che fui informe come l’acqua
che tracciava il Giordano accanto casa mia
fui fratello della figlia di Mnetha
e sorella del verme capostipite.

Io che ero sordo a primavera ed estate,
che non chiamavo sole o luna per nome,
sentivo avanzare sotto l’armatura
della mia carne aggrovigliata le stelle
plumbee, il maglio piovoso
scagliato dalla grande casa di mio padre.

Compresi il messaggio dell’inverno,
le frecce della grandine, la neve
bambina, e il vento
attraversava mia sorella;
il ventò balzò in me, rugiada corrotta;
le mie vene attorcigliate all’Oriente;
non nacqui, e conobbi il giorno e la notte.

Tuttavia, ingenerato, fui testimone;
torturate dai sogni le mie ossa liliali
caddero contratte tra i sussulti di un libro
antico, e la carne
fu tagliata a incrociare le linee
di croci da mannaia sul fegato.
E rovi, nel cervello grondante

La mia gola conobbe la sete prima del tempio
di pelle e di vene intorno al precipizio
dove parole e acqua formano una mistura
infallibile nell’incedere del sangue.

Il mio cuore conobbe l’amore, il mio ventre
ebbe fame, e sentii
il tanfo del verme nelle feci.

E il tempo scaraventò la mia forma
mortale alla deriva, oltre le acque;
esperta, all’avventura salata
di maree che non conoscono rive.
Io che ero ricco fui reso il più ricco
trangugiando il vino basso dei giorni.

Io, nato di carne e spirito, non fui
né spirito né uomo, ma un’anima mortale.
E fui straziato dal fiore della morte.
Io fui un mortale fino all’ultimo
sospiro che recò a mio padre
la parabola del suo Cristo moribondo.

Voi, genuflessi alla croce, all’altare,
abbiate memoria di me e compiangete
colui che per corazza usò la mia
carne e le ossa.
E ostacolò, feroce, il ventre di mia madre.

 

Questo pane che spezzo una volta era avena,
questo vino su un albero straniero
precipitava nei suoi frutti;
L’uomo di giorno o il vento a notte
piegò i piccoli raccolti, spezzò la gioia dell’uva.

Un tempo in questo vino il sangue dell’estate
bussava nella carne che addobbava il vigneto,
un tempo in questo pane
l’avena stava allegra nel vento;
l’uomo spezzò il sole, abbatté il vento.

Questa carne che spezzi, questo sangue che lasci
rovinare le vene, erano avena
e uva, nate
dalla lussuria della radice e della linfa:
bevi il mio vino, rompi il mio pane.

Continua a leggere

Vieusseux200: 1820-2020

VIEUSSEUX200: 1820-2020. Due secoli di cultura europea
di Fabio Michieli

 

«Chi conosce e potesse descrivere tutte le difficoltà che, durante quarant’anni, ebbe nelle sue imprese Giampietro Vieusseux a superare, e dicesse quale accorgimento e franchezza, qual posatezza e calore usò il superarle, e come in senno si mostrò pari ai vecchi, ai giovani in ardimento; chi numerasse di quanti il valore egli abbia estimato, indovinato, promosso, di quanti educato le sperare ora stimolandole e ora frenandole, di quanti alleviate le angustie e compinti amicamente i dolori; chi potesse tutte raccogliere delle innumerabili lettere da lui scritte le parole savie e cordiali, di tutti i colloqui della sua vita i giudizi retti e a lui proprii; quegli direbbe le lodi di lui degnamente. Io, lasciando a ciascuno de’ molti illustri che lo conobbero dappresso e l’amarono, narrare di lui quel che sanno, soddisfarò, quanto da me posso, al debito dell’affetto; e, acciocchè non pajano dall’affetto esagerate le lodi, ne recherò in prova le cose da lui pubblicamente dette, o per sua cura stampate, o per sua mediazione operate: e così mi verrà fatto di dimostrare quando debba alle buone intenzioni su la Toscana, che fu tanta parte d’Italia sinora, e spero che minore non sarà nel tempo avvenire.»

Con queste parole Tommaseo esordiva nel suo Di Giampietro Vieusseux e dell’andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo (Le Monnier, 1863), sorta di ‘instant book’ col quale intendeva celebrare sia l’amicizia sia l’importante ruolo svolto dal ligure di origine ginevrina Giovan Pietro Vieusseux – uomo animato da una profonda fede nel progresso scientifico ed economico, col solo intento di promuovere una nuova civiltà – nell’Italia dei decenni centrali del XIX secolo, quelli che porteranno all’Unità nazionale.
Fondatore di giornali e riviste volte a informare, educare, civilizzare per l’appunto, una società desiderosa di sprovincializzarsi. Basti pensare all’«Antologia», rivista che dal 1820 al 1833 seppe raccogliere nelle sue pagine il fiore non solo della cultura liberale italiana, ma il meglio che Francia, Inghilterra e Germania producevano in tutti gli ambiti dello scibile umano; rivista nata con l’intenzione di tradurre in italiano il meglio di quanto non si producesse in Europa, quasi accogliendo la provocazione della famosa polemica romantica per antonomasia animata da Madame De Staël; rivista che nel giro di pochi anni invece seppe radunare attorno a sé un cenacolo di menti eccelse non solo toscane (il «crocchio», come lo definì qualche lingua malevole).
E prima ancora del giornale, di cui era l’emanazione, Vieusseux fondò il celeberrimo Gabinetto di Lettura fiorentino che festeggia proprio quest’anno i suoi 200 anni di attività e di storia, ed è a tutti gli effetti l’ultimo gabinetto di lettura rimasto attivo in Europa. E se penso al Gabinetto Vieusseux ecco ritornarmi alla mente il nome di Niccolò Tommaseo, che ne frequentava le sale solo quand’era certo di non fare spiacevoli e non desiderati incontri (evitando accuratamente lo scalpiccio dei passi del conte Leopardi), e che vi si recava per leggere le riviste francesi là in consultazione, nonché per ritirare, salendo dal primo al secondo piano di Palazzo Buondelmonti, a Santa Trinita, le pagine destinate all’«Antologia» della quale dal 1827 sarà a tutti gli effetti redattore e correttore di bozze e soprattutto promotore e procacciatore di sottoscrittori, come riportano i molti suoi carteggi (con lo stesso Vieusseux, con il marchese Gino Capponi e con l’amico Antonio Marinovich, di Sebenico come lui).
Ma il Gabinetto Vieusseux – e qui compio un salto temporale di un secolo esatto – mi riconsegna pure il nome di Eugenio Montale. Se Tommaseo arrivò a Firenze sul finire dell’ottobre 1827 (lo stesso anno in cui nacque Eugenio, il nipote di Giovan Pietro Vieusseux, che erediterà l’impresa di famiglia alla morte dello zio) rammaricato di non aver potuto così rivedere Manzoni, passato a Firenze per “risciacquare i cenci” nelle acque dell’Arno, Montale, giunto sul finire dell’ottobre 1927 per iniziare a lavorare per Bemporad, si ritrovò due anni dopo a ricoprire l’incarico di direttore del Gabinetto Vieusseux, nominato dal podestà Giuseppe della Gherardesca, colpito più dal fatto che il giovane ligure (di nuovo un ligure dopo il fondatore dell’istituzione) non fosse iscritto al partito fascista che non dall’essere l’autore di un libretto di versi intitolato Ossi di seppia. Eppure sarà proprio questo libretto che spingerà una giovane dantista americana, Irma Brandeis, a cercarlo nei primi anni Trenta nelle sale umide di Palagio di Parte Guelfa. E anche non fosse stata la curiosità di conoscere il giovane poeta, la futura Clizia sarebbe ‘naturalmente’ approdata alle sale di lettura dell’istituzione culturale di riferimento per ogni anglofono a Firenze, sin dai tempi della sua apertura. Continua a leggere

Roland Barthes, quarant’anni dopo – di Fabio Libasci

Roland Barthes, quarant’anni dopo
di Fabio Libasci

 

È raro che un critico possa assicurarsi una memoria duratura presso un vasto pubblico, ancor più raro che questa memoria assuma i colori e i contorni del mito. Eppure è quello che è successo a Roland Barthes dall’indomani della sua morte, il 26 marzo 1980, quarant’anni fa. Un incidente banale all’uscita dal Collège de France un sabato pomeriggio alla fine della sua lezione lo lasciò sospeso tra la vita e la morte per un mese; poi, di colpo, i suoi polmoni indeboliti dalla tubercolosi giovanile lo lasciarono andare. Molti in quel mese seguirono con apprensione la sua lotta con la morte, o la sua serena accettazione a seconda degli amici che andavano a trovarlo e indugiavano sul suo sguardo muto, chiuso come una sfinge.
Chi era Roland Barthes, perché è stato così importante e perché esiste e persiste, se davvero poi è cosi, il suo mito?
Nato in un paesino della Normandia nel 1915 e orfano di padre ad appena un anno, si aggrappa alla madre e alle parole che lo cullano nello spazio beato di Bayonne dove si trasferiscono subito dopo. Bayonne è una cittadina di provincia bagnata da una luce particolare, quella del sud-ovest della Francia che ricorderà sempre con affetto. Tornato a Parigi è uno studente brillante al Liceo Louis-le-Grand ma poco meno che ventenne è costretto a ritirarsi in un sanatorio per curare i suoi polmoni; il soggiorno forzato diverrà il primo tempo della scrittura: lì scopre Brecht, legge Gide e Mauriac, il suo amato Proust che non abbandonerà più e assorbe i classici, da Racine a Eschilo.
Negli anni del secondo dopoguerra sarà lettore di francese a Bucarest e Alessandria d’Egitto, in seguito ricercatore presso il CNRS e poi presso l’EHESS dove resterà fino al 1977. Intanto comincia a collaborare con importanti testate e a comporre le “mythologies” che poi raccoglierà in volume nel 1957. Barthes comincia a praticare una disciplina nuova, la scienza dei segni, la semiologia e la applica a “prodotti culturali” diversi: la pubblicità Panzani, le parrucche che indossano gli attori dei peplum tanto in voga, la Citroën. Miti d’oggi, come giustamente li chiamerà Einaudi nella sua traduzione italiana, che il semiologo prova a smontare mostrandone il funzionamento. Contemporaneamente scopre Robbe-Grillet e il “nouveau roman” e accanto continua a scrivere su Racine dandone una lettura profondamente intrisa di psicoanalisi. La pubblicazione dei saggi raciniani gli vale un duro attacco da parte della critica sorboniana, da quel Picard che chiamerà la “nouvelle critique”, “nouvelle imposture”. Barthes col suo attacco frontale, ma che non pensava così fragoroso, scopre che ci sono autori intoccabili, metodi non applicabili, oggetti non degni di indagine; la scoperta però lo rende più solitario e testardo nella sua ricerca e nella sua scrittura. Vicino fin dal principio al gruppo “Tel quel”, non ne abbraccerà mai del tutto l’ideologia e la deriva maoista alla fine degli anni’60; dallo strutturalismo si allontana prima che la parola diventi un’accusa e dopo averne esaurito il metodo in un’opera eccentrica e oggi dai più dimenticata: il Sistema della moda. In S/Z, la serrata lettura, parola per parola, della novella Sarrasine di Balzac, all’analisi strutturale aggiunge una parola eretica per quegli anni “scientifici”: l’interpretazione e forse recupera anche la funzione classica del commento. Quando tutti sembrano apprezzare la Rivoluzione culturale di Mao, Barthes volge poi gli occhi al suo oriente, il Giappone. L’impero dei segni è un viaggio nella cultura millenaria, nei riti e nei miti di un Giappone antichissimo e sconosciuto all’Occidente; la mappatura dei luoghi del desiderio che Barthes regala ambiguamente al suo lettore. Continua a leggere

Veronica Chiossi, Candeggina. Nota di lettura

Veronica Chiossi, Candeggina, Roma, Edizioni Ensemble, 2019, pp. 54, euro 12

 

La prima cosa che la mente associa al sostantivo “candeggina” è il titolo di un album dei Nirvana del 1989, appunto Bleach. Cos’abbia questo a che fare con la raccolta Candeggina di Veronica Chiossi (Edizioni Ensemble 2019) non è difficile da spiegare: è quella ruvidezza asciutta, uno stile “stropicciato” – “grunge” se vogliamo – che si fa in una ricerca lirica non retorica né scontata. Uno stile che non tenta di costruisce impalcature di maniera: piuttosto lascia libertà alla lingua inglese di fluire e trasporta l’italiano dentro sé, talvolta a fianco. In questo suo primo libro di poesie l’autrice pesca da un groviglio familiare e dall’esperienza tra Italia e USA – dove ha vissuto per quasi dieci anni – costruendo i propri testi in inglese con auto-traduzione: una poesia che nasce bilingue e attraversa alcuni dei repertori della realtà più cari alla quotidianità senza renderli emblematici né metafisici − del tutto estranea, perciò, alle prove di Amelia Rosselli. Aeroporti, parchi, centri commerciali, strade, downtown non come “non luoghi” ma ‘nuove posizioni’ per esistere e ripensarsi, attraverso la forza del ricordo, tra la Sicilia della famiglia e la Venezia dove è cresciuta. Un ricordo, però, con cui fare i conti, non privo di un peso organico e sostanziale, ad esempio nel rapporto col materno: «Mother is a vague word./ her love is sunbaked, saturated, a magma/ pumping “I still feel you in my womb!”» ossia «Madre è parola vaga./ Il suo amore è cotto al sole, saturo, un magma/ ribollente “Ti sento ancora nel mio grembo!”» (da My mother and the ocean, p. 12). Un linguaggio più vicino a quello della poesia-canzone statunitense che della poesia letteraria: più vicina a certi testi di Suzanne Vega e PJ Harvey. In questo senso Veronica Chiossi sarebbe una songwriter che non canta.
Se questo libro fosse uscito negli Stati Uniti forse potrebbe essere incluso in quella produzione italo-americana che muove da un bagaglio irrinunciabile: la memoria che si reincarna due volte, nell’inglese e nell’italiano, si avviluppa, mai stride; si fa forza, anche in un certa solitudine che sembra echeggiare nel fondo, fare da substrato. C’è lo ieri e il qui ed ora, un tempo passato, metabolizzato. Forse questa scelta delle due lingue diventa, a pensarci, l’appiglio perfetto per ridirsi e per ascoltarsi, e per risignificarsi senza indulgenza.

 

Maladjusted waiting instructions

Pieces of me lay on the paint-bombed Eastside,
last rampart against yoga crusaders,
pieces in the suburban south,
spawning Victoria’s secrets
and Assyrian-themed shopping malls,
suitcases and dilemmas and conditioners.
My first name in In between houses,
my last name In between jobs,
which is why I rent a PO box
I’d like to stuff myself in −
into that smooth metal hole,
clean.

Disadattata attende istruzioni

Pezzi di me sparsi nell’Eastside bombardato di graffiti,
ultimo baluardo contro i crociati dello yoga,
pezzi di me nelle periferie del sud
che sfornano Victoria’s Secrets
e centri commerciali in stile babilonese,
valigie, balsami, dilemmi.
Il mio nome: Sto traslocando,
il mio cognome: Sto cercando lavoro,
è per questo che noleggio una casella postale
in cui mi infilerei −
dentro quel buco metallico
liscio, pulito.

.

© Alessandra Trevisan 

#Dantedì 2020. Due componimenti dalla “Vita nuova”

dalla 
Vita nuova

 

 

Ne li occhi porta la mia donna Amore,
.  per che si fa gentil ciò ch’ella mira;
.  ov’ella passa, ogn’om ver lei si gira,
.  e cui saluta fa tremar lo core,
.  sì che, bassando il viso, tutto smore,
.  e d’ogni suo difetto allor sospira:
.  fugge dinanzi a lei superbia ed ira.
.  Aiutatemi, donne, farle onore.
Ogne dolcezza, ogne pensero umile
.  nasce nel core a chi parlar la sente,
.  ond’è laudato chi prima la vide.
.  Quel ch’ella par quando un poco sorride,
.  non si pò dicer né tenere a mente,
.  sì è novo miracolo e gentile.

Color d’amore e di pietà sembianti
.  non preser mai così mirabilmente
.  viso di donna, per veder sovente
.  occhi gentili o dolorosi pianti,
.  come lo vostro, qualora davanti
.  vedetevi la mia labbia dolente;
.  sì che per voi mi ven cosa a la mente,
.  ch’io temo forte non lo cor sì schianti.
Eo non posso tener li occhi distrutti
.  che non reguardin voi spesse fiate,
.  per desiderio di pianger ch’elli hanno:
.  e voi crescete sì lor volontate,
.  cche de la voglia si consuman tutti;
.  ma lagrimar dinanzi a voi non sanno

 

 
Da Vita nuova, in Dante Alighieri, Opere minori, Volume I, Tomo I (Vita nuova. Rime), a cura di Domenico De Robertis e Gianfranco Contini, Ricciardi-Mondadori 1995, pp. 138-41, 222-24.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: