Una frase lunga un libro #99: Michele Mari, Leggenda privata

Una frase lunga un libro #99: Michele Mari, Leggenda privata, Einaudi 2017, € 18,50, ebook 9,99

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Nacqui d’inverno, e mi è già passata la voglia di proseguire.

Come fosse un racconto.

Nella mia cameretta c’è un poster sulla parete di fronte al letto. È la tigre di Mompracem, no, non è Sandokan, ma la tigre contro cui combatterà. Ho sette, forse otto anni, forse nove, mio padre mi ha regalato quel manifesto perché sa quanto io ami Salgari e i suoi personaggi. In Tv hanno dato da poco lo sceneggiato, e quindi Yanez e Tremal–Naik, e quindi il terribile Brooks (interpretato dall’immenso Adolfo Celi) e Lady Marianna. Per amore mio padre mi compra la tigre, ma la tigre ha le fauci spalancate; e si badi, io so che è una foto, che non esiste, che non devo averne paura, eppure io ogni notte ne ho terrore. I mostri non hanno motivo di non essere, e infatti sono. Dopo qualche settimana vissuta nel terrore ho il coraggio di confessare ai miei quella paura e la tigre sparisce.

Da piccolo io ho sempre detto «Ho fatto un incubo», e sempre mi sono sentito correggere: «Casomai avrai avuto un incubo». Lascio la questione ai linguisti.

Per anni ho sognato, o creduto di sognare, ho pensato, oppure è accaduto, che qualcuno mi tirasse i piedi mentre dormivo; e avevo paura e tacevo. Pensavo si trattasse di un demone, un Gesù, un morto al quale non avevo voluto abbastanza bene. Mentre urlavo senza parole pregavo che non ritornasse, che non venisse più (ma chi?) a tirarmi i piedi (va detto che il piede tirato era sempre il destro), e per qualche notte davvero non veniva. Se tornava, nel sonno (allora era un incubo?) scappavo, ma a ogni passo il pavimento si smaterializzava, allora via in fretta verso le scale, ma i gradini sparivano a ogni balzo, i pianerottoli erano piccole voragini, spariva la strada dinanzi all’ingresso del condominio. Precipitavo di baratro in baratro. Capivo che sarebbe stato meglio che il demone tornasse a tirarmi il piede destro, se si trattava di una punizione era meglio pagare. I bambini credono nella giustizia e nei mostri.

Da quando avevo sette o otto anni i miei mi mandavano a fare qualche piccola commissione come a comprare le sigarette o il pane; o addirittura a farmi spingere ancora più lontano, fino a casa delle zie che stavano nel Rione in fondo alla piazza principale del paese. I miei genitori si raccomandavano di non parlare con gli sconosciuti, e di non farmi avvicinare da un uomo in particolare. «È un po’ strano.», dicevano. Si trattava di un signore sui sessanta, abbastanza distinto, portava gli occhialini neri, montatura alla Peppino Di Capri, era leggermente stempiato. Lo si incontrava spesso in giro per il paese, sorrideva a chiunque, a me non pareva strano. Un bambino si fida ciecamente di quello che gli dicono gli adulti e perciò gli camminavo distante. Me ne stavo sull’altro lato del marciapiede, stando attento ad attraversare solo ad altezza tabaccaio. Un giorno, però, già vinto dalla distrazione che sempre mi accompagna non mi accorsi della sua presenza a pochi metri da me. Sorrise e disse: «Ciao ragazzino, come va?», accarezzandomi leggermente la testa. Avvertii come una puntura di spillo e corsi via. La paura e la suggestione fanno tanto, e da allora ogni volta che ho visto quell’uomo ho avvertito la stessa puntura di spillo sulla testa. Paura è quando ce l’hai, scriveva il mio caro amico Luigi Bernardi.

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Martingala #7: Il paese del sole

nap

fotografia di Giulia Amato

Questa terrazza ha visto nascere le migliori pagine cui io abbia mai dato fuoco.

Mia sorella telefona per chiedermi una mano col trasloco.
Il che è un modo sottile di intimarmi di tornare a prendere la scorta iniqua di libri che ho lasciato, nei mesi, nella casa napoletana in cui ho abitato prima di lei. Adesso che deve sgomberarla non vede alcun motivo per fare tutto il lavoro da sola.
Allora mi preparo. Ho provato, davvero, a immaginare Napoli nella forma della sirena che le ha dato il nome, ma ogni volta la linea del suo golfo, i suoi costoni, l’odore del suo tufo, mi riportano l’immagine di un adolescente sacro e capriccioso. Un cacciatore greco, adorato dagli dèi e morto in una di quelle maniere rocambolesche e macabre che agli dèi piace inventare per far morire i ragazzini che hanno adorato. Così guardo Roma, la magnifica signora, e la saluto per cedere al richiamo del ragazzo scuro. Né la signora né l’efebo sembrano troppo colpiti dalla mia decisione. L’unilateralità è una delle costanti dei miei slanci emotivi più sentiti. (altro…)

Lucetta Frisa, Nell’intimo del mondo

Lucetta Frisa, Nell’intimo del mondo. Antologia poetica 1970-2014. Prefazione di Vincenzo Guarracino. Postfazione di Antonio Devicienti, puntoacapo Editrice, 2016

Già dalla lettura delle prime pagine di Nell’intimo del mondo di Lucetta Frisa è stata una parola ad affacciarsi gentile alla mente, tenera eppure tenace: “inclinazione”. L’ho salutata come un’amica, il saldo legame con la quale non teme gli anni dormienti e la durata del distacco; grande, pertanto, è stata la gioia nel vedere ricompensata un’attesa, nel veder coronate le aspettative man mano che procedevo nell’itinerario tra i componimenti raccolti nella Antologia poetica 1970-2014 . Chi sfoglia le pagine di una antologia che abbraccia nove lustri, quasi mezzo secolo, ritrova e riconosce quel filo e ponte e tela e imbarcazione, che Lucetta Frisa non vuole e non può smentire; filo e ponte e tela e imbarcazione dei quali da sempre ricerca, e trova nel suo canzoniere che si va arricchendo negli anni,  la misura, complessa e ardita anche nella veste che appare più semplice e diretta.
L’inclinazione al bello e al vero diventa arte se è assecondata, se è coltivata, se è approfondita, anche quando la fedeltà ad essa costa fatica, sacrificio del sé volubile,  sofferenza, anche quando la percezione del dolore, con tutti i sensi e con le antenne più recondite del pensiero, si fa peso tremendo, lacerazione, strappo acuto. Anche per questo la poesia di Lucetta Frisa è arte, per questo suo assecondare l’inclinazione, per questo suo tenace moto in tre tempi, percepire, riflettere, creare, per quella – lei stessa sembra suggerircene il nome – esplorazione dell’intimo del mondo.
Già nella prima raccolta tra quelle riportate qui in ordine cronologico, con una scelta di testi significativi per ciascuna, emerge chiara la consapevolezza del rischio e dell’azzardo del compito intrapreso. Leggiamo così da I miti, le leggende (Rebellato, Padova 1970): «Ogni occasione, respiro, incontro, ora hanno scadenze/ come lo stretto viaggio in mezzo al vuoto/ del pendolo e il mio cuore è bianco aperto/ a ogni ritmo e ritorno» e ancora: «Solo chi sale conosce il precipizio solo/ chi ha tante braccia sa lo spazio e il ritmo./ Ad ogni cosa mi portano segreti canali/ quando le torri delle parole si rovesciano/ in pozzi.».
Ne La passione, poesia apparsa in La costruzione del freddo (Ripostes, Salerno 1990) è proprio la parola «inclinazioni» il nucleo del manifesto poetico che si configura come esortazione: «Della passione le inclinazioni/ segui quella che ti assomiglia -/ ma che sia generosa./ Il cuore delle cose è fiamma/ fiamma il tuo cuore se si spalanca/ allo spazio e accende le corrispondenze/ in eloquente calore.». Nella stessa raccolta, la poesia L’inadeguatezza evidenzia la temerarietà del viaggio che sceglie le inclinazioni come possenti, ora soavi, ora tumultuosi, nocchieri: «Dell’inadeguatezza le inclinazioni/ conducono lontano dal tuo corpo,/ l’alto desiderio innalza rupi/ e più sali, più la strada scende./ Con la freccia spuntata miri al leone/ coi piedi scalzi attraversi bufere/ leggi parole che scompaiono -/ sbagliano l’occhio o il libro?» (altro…)

Ernesto Murolo, Poesie

Ernesto Murolo, Poesie, Casa Editrice Bideri, 1942

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Accade che mio padre un paio di settimane fa mi regali il libro che vedete in foto, proprio nell’edizione del 1942; per me questo dono è una vera gioia, postare qui qualche poesia è il mio modo di gioirne con voi. (gm)

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E femmene

Quanno ‘e vvote essa traseva,
già da n’ora i’ ero venuto.
‘Na resata, nu saluto,
po’, ammentanno, me diceva:

«Ch’ ‘o marito èva saputo…
o ch’ ‘a messa mai feneva…
ch’ ‘o cavallo, che curreva
ncopp’ ‘a scesa era caduto…»

E sbatteva ncopp’ ‘o lietto,
cu ‘na mossa ‘e dispettosa
mantellina e cappelletto.

Po’ redeva… E cu’ ‘e manelle
se spuntava ‘a vita rosa
chiena ‘e nocche e nucchetelle…

*

Rosa d’ ‘o Munastero ‘e San Martino!
Loggia ca ‘ncielo fravecata sta!

Nuie ce affacciàimo, mentre, a mmatutino
‘e cchiese già sunavano;
e nuvole e calore se sperdevano
e se scetava Napule d’està!

E Ammore, Ammore!…
Tremmaie stu core tuio ‘ncopp’ ‘a stu core…
E quanno, ‘a ll’ onne chiare,
vediste ‘o sole ca spuntava a mmare,
tu… te vasaste Napule,
tu te vasaste a me!

*

Maggio. Quanno stu mese
fa ll’aria cchiù addurosa
passaie p’ ‘o vico, oi Rosa,
pe’ ffa pace cu’ tte…

E avette pe’ risposta
na resatella amara,
n’ucchiata ‘a na cummara
e… sta canzone a mme:

Chi canta vo’ ammore antico
perde ‘a voce e ‘a serenata:
quann’ammore vota strata,
nun se torna arreto cchiù!…

*

© Ernesto Murolo

Barbara Garlaschelli, Vincenzo e Milano

Milano Foto gianni montieri

Barbara Garlaschelli, Vincenzo e Milano

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Vincenzo cammina rasente i muri, sia in casa che fuori. I muri lo proteggono. Un poco, almeno. Se potesse non uscirebbe mai, ma non può. C’è sempre qualcuno – sua madre, suo padre, suo fratello, sua cognata – che gli dicono che non può restare in casa, deve uscire per andare a lavorare.
Lavora come bidello in una scuola media. Una tortura quotidiana. Tutti quei ragazzi, quelle voci, quello sbattere le porte, urlare, salire e scendere le scale. E mai che camminino ‘sti ragazzi. No, sempre di corsa.
Vincenzo, invece, avrebbe bisogno di silenzio per mettere ordine nei pensieri che si aggrovigliano nel cervello. Soprattutto vorrebbe riuscire a costruire un muro dentro la testa in modo che quelli non possano leggergli dentro.
Ha provato a spiegare ai dottori che non è lui quello pazzo ma quelli che vogliono controllargli i pensieri, ma i medici, con quel loro sussiego stucchevole e imbarazzato, gli hanno fatto fare tanti esami, e controlli, e radiografie e poi gli avevano somministrato pillole di varie colori da prendere a certi orari del giorno, preciso mi raccomando, e lo avevano mandato a casa.
Così, un giorno, aveva deciso che forse la forza pubblica poteva proteggerlo. Si era recato in commissariato, senza dire niente in casa, vestito del suo vestito migliore e aveva chiesto di parlare con la persona più importante che ci fosse lì. Aveva finto di non accorgersi dell’occhiata di sospetto compatimento che gli aveva lanciato la guardia con cui aveva parlato e che gli aveva risposto: «Si sieda e aspetti».
Vincenzo, come sempre, aveva ubbidito. Lo faceva sempre, con  tutti, sin da quando era bambino. Ubbidire però non lo aveva protetto da loro. Loro erano riusciti a entrargli nella testa e lo tormentavano.
Dopo una mezz’ora era arrivato un’altra guardia. Un signore più vecchio del primo, con una divisa più bella.
«Mi dica» aveva esordito guardando Vincenzo dritto negli occhi. Non aveva nessuna espressione. La sua faccia era come una lavagna cancellata. Vincenzo si era sentito rassicurato.
«Vorrei fare una denuncia.»
La guardia aveva fatto un cenno al suo collega giovane che nel frattempo era riapparso sbucando da  una porta e si era accomodato dietro una scrivania sulla quale stava un pc, aspettando.
«Mi dica» aveva ripetuto l’uomo senza espressione. E Vincenzo aveva cominciato a parlare e mentre lui parlava, la guardia giovane batteva sulla tastiera del pc senza spostare gli occhi dallo schermo.

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I poeti della domenica #154: Alda Merini, Ogni mattina il mio stelo…

Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d’angoscia
che non si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avvrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose di amore.

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© da La Terra Santa [1984], ora in Alda Merini, Il suono dell’ombra. Poesie e prose 1953-2009, Mondadori, 2010

I poeti della domenica #153: Daria Menicanti, Vento e vino

Vento e vino

Di nuovo il vento. In corsa via dal fondo
di via Tadino insaziabile snida
le foglie spente
e lettere e giornali
dando una vita di farfalla a cose
finite;
si insacca con un gemito
lungo le trasversali.
Rieccolo. Furtivo
come un amante rade alle pareti
di questa valle stretta
di pietre e vetrine
di lampade inquiete,
allarga fischiettando le persiane
che esclusero da poco
il buio vivo a manciata di stelle.

Poi quella forma tenera di vecchio
solo, ubriaco. Teso incontro al vento
con amicizia (ha trovato nei vini
l’esilio da se stesso)
cammina.
Ha un repertorio
di tre parole che ripete a breve
scadenza tra gli scoppi della voce.
Il giulivo paléo del suo discorso
gli rimbalza davanti di continuo
tra i muti applausi croscianti.
È un vecchio solo. Un felice.
.       Delle stanze
nel caldo buio dignitosi e tetri
noi, a gara coi respiri,
vigilando aspettiamo la luce.

novembre 1961

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© da Città come [1964], ora in Daria Menicanti, Il concerto del grillo. L’opera poetica completa, Mimesis, 2013

proSabato: Jean Baudrillard, L’illusione dell’immortalità

Ma, prima cosa, il sesso è stato svincolato dall’atto riproduttivo; oggi riproduzione e sesso sono termini opposti: la riproduzione sessuale avviene molto spesso attraverso l’asessuale, per via di modalità biotecnologiche di riproduzione come l’inseminazione artificiale o la clonazione dei corpi. Anche questa è una liberazione, sebbene antitetica alla prima. Siamo stati “liberati sessualmente” e ora ci troviamo liberati dal sesso – cioè, virtualmente “sgravati” dalla funzione della sessualità. Tra i cloni (e ben presto tra gli esseri umani) il sesso, in quanto mezzo del naturale modello riproduttivo, è estraneo, una funzione inutile. Così, la liberazione sessuale, in quanto processo più raffinato dell’evoluzione delle forme di vita sessuate, denota, nelle sue estreme conseguenze, la fine della rivoluzione che ha abbattuto i vari tabù sul sesso. Rispecchia, in un certo senso, la stessa ambiguità che contraddistingue la scienza. I benefici calcolati sia della liberazione sessuale che della rivoluzione scientifica sono inestricabilmente connessi con i loro risvolti negativi.
E la morte? Indissolubile come con il sesso probabilmente è destinata allo stesso fato. In effetti, esiste uno stretto parallelismo tra la liberazione dalla morte e la liberazione dal sesso. Considerato che abbiamo separato la riproduzione dal sesso ora cercheremo di dissociare la vita dalla morte… Per salvare e promuovere la vita, solo la vita, e ridurre la morte ad una sorte di funzione obsoleta di cui si può fare a meno, proprio come possiamo fare a meno del sesso nel caso della riproduzione artificiale.
In tal modo, la morte, in quanto evento fatale o simbolico, deve essere cancellata; deve aver valore solo come realtà virtuale, come un’opzione o paradigma mutevole nel sistema operativo degli esseri viventi. È, questa, una sorta di ri-programmazione che opera alla stregua della virtualizzazione del sesso, del “cyber-sesso” che ci dobbiamo aspettare nel futuro, come una sorta di “attrazione” ontologica. Tutte queste funzioni ormai inutili – sesso, pensiero, morte – verranno riprogrammate, riconsiderate come semplici attività ricreative. E gli esseri umani, d’ora in poi senza uno scopo reale, potrebbero essere salvaguardati in quanto “malìa” ontologica. Questo potrebbe essere ciò che Hegel ha definito come la vita mobile di ciò che è morto. La morte, un tempo funzione vitale, potrebbe così diventare un lusso, un diversivo. In modelli prossimi di civilizzazione, dai quali la morte sarà stata eliminata, i cloni del futuro potrebbero pagare per provare il lusso di morire e divenire di nuovo mortali attraverso la simulazione. Potrebbero fare l’esperienza della cyber-morte.

Jean Baudrillard, L’illusione dell’immortalità, Armando Editore, 2007, pp. 25-27.

Antonio Paolacci, Il Mago che beffava i nazisti

jasper-maskelyne (fonte archivioroncacci)

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Antonio Paolacci, Il Mago che beffava i nazisti

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Nel film The Prestige di Christopher Nolan si dice che ogni numero da illusionista è composto da tre parti o atti.Il primo atto si chiama “la promessa” ed è la fase iniziale: quando il mago ci mostra le cose che faranno parte del suo numero e ci spiega che si tratta di oggetti ordinari (un cappello, un mantello, un mazzo di carte). Il secondo atto si chiama “la svolta” ed è la parte in cui l’illusionista compie qualcosa di straordinario con quell’oggetto apparentemente ordinario, per esempio lo fa sparire. È la fase in cui noi spettatori veniamo stupiti e ci chiediamo come sia stato possibile quello che abbiamo visto. In effetti è questo il culmine del numero di magia, eppure noi non applaudiamo ancora. L’applauso è il gesto di liberazione finale, che per partire ha bisogno di un terzo gesto, una conclusione o, come si dice in narrativa, uno scioglimento. Il terzo atto è quello che chiude il cerchio e riporta tutto alla normalità, quando l’oggetto sparito riappare da un’altra parte, per esempio, e la situazione straordinaria diventa una nuova situazione ordinaria. Questo terzo e ultimo atto è chiamato “il prestigio”.

Come avrete intuito, e come il film di Nolan mostra bene, anche i racconti possono essere suddivisi in tre atti analoghi. Ogni storia narrata è composta da tre parti che banalmente potremmo chiamare “inizio, sviluppo e finale”, ma che a ben vedere hanno molto in comune con i tre atti del gioco di prestigio. Per questa ragione – e per rendere onore al suo protagonista – dividerò il racconto che segue proprio in tre parti, chiamate rispettivamente come i tre atti del numero di magia.

1. La promessa

Il nostro uomo si chiama Jasper Maskelyne, è nato nel 1902 ed è un mago da palcoscenico, un illusionista inglese, molto famoso tra il 1930 e il 1940. È figlio di un certo Nevil Maskelyne e nipote di John Nevil Maskelyne, maghi a loro volta. Jasper Maskelyne è un prestigiatore di successo. Nel 1936 pubblica un libro con i suoi trucchi che è ancora oggi un classico nell’ambiente. È un maestro dei colpi di scena. Il suo pezzo forte sono i numeri di “lettura della mente” e in genere tutti i trucchi di quell’arte che oggi viene chiamata mentalismo.

Jasper è l’ultimo di una grande dinastia di maghi. Ma, a differenza del padre e del nonno, il suo successo sembra destinato a tramontare proprio quando è all’apice, perché Jasper si ritrova al culmine della sua carriera quando esplode la Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1940, all’età di 38 anni, Jasper Maskelyne si arruola come volontario nell’esercito britannico. È già troppo avanti con gli anni per imbracciare un fucile e partire per il fronte, ma lui non ha intenzione di fare la guerra da soldato. Appena arruolato, Jasper chiede di far parte dell’intelligence militare, dichiarando di voler mettere a disposizione la propria arte in strategie di guerra. Gli ufficiali ridono. Davanti a loro c’è un mago che vorrebbe usare trucchi da palcoscenico in operazioni militari, trasformando in armi alcuni espedienti da intrattenimento come l’inganno e il camuffamento. Naturalmente, nessuno dell’esercito sembra disposto a dargli retta.

2. La svolta

Un giorno di quello stesso anno, una nave da guerra tedesca appare sul Tamigi, nientemeno che in piena Londra. L’allarme e il terrore corrono in pochi minuti, fino a raggiungere gli alti ufficiali dell’esercito. Ma no: quella che corre sul fiume non è una nave vera. È un’incredibile illusione creata da Jasper Maskelyne con un gioco di luci e specchi, grazie a un modellino di cartapesta. Di lì a poco, Maskelyne entra nell’intelligence militare per direttissima. Viene preso al Camouflage Development and Training Centre, a Farnham Castle,  e l’anno dopo (il 1941) viene reclutato nell’MI9 da Dudley Wrangel Clarke (Johannesburg, 27 aprile 1899 – Londra, 7 maggio 1974), l’ufficiale britannico che passerà alla storia come pioniere delle operazioni di inganno militare.

Il primo incarico di Maskelyne è al Cairo. Qui tiene alcune lezioni ai soldati sulle tecniche di fuga e crea piccoli dispositivi utili per fuggire in caso di cattura, come lame nascoste all’interno di pettini o mappe disegnate in modo criptico su oggetti di uso personale. Poi, nel novembre del 1941, entra nella cosiddetta unità di camuffamento a Helwan, vicino al Cairo, e viene messo a capo della Sezione Sperimentale. In realtà, Maskelyne si ritrova al comando del manipolo di soldati più inefficiente dell’esercito inglese: un gruppo di artisti come attori, musicisti e pittori, incapaci di sparare, ma molto utili per la realizzazione delle idee di un illusionista. È con loro che Jasper riesce a realizzare i suoi veri capolavori, in crescendo, fino a determinare le sorti stesse della guerra.

Il gruppo di artisti guidato da Maskelyne costruisce anzitutto delle strutture con materiali di fortuna accanto al porto di Alessandria. Le strutture posticce replicano il porto stesso con giochi di luce e specchi, mentre le luci del vero porto vengono spente. L’illusione è perfetta per gli aerei tedeschi e così, per ben nove giorni, l’aviazione nazista bombarda il nulla, mentre il vero porto di Alessandria è in salvo, un paio di chilometri a est. Dopodiché, con analoghe illusioni ottiche, Maskelyne fa sparire il Canale di Suez, e acceca ripetutamente l’aviazione tedesca con dei riflettori.

E ancora: nel 1942 Maskelyne crea una divisione corazzata di cartone, con manichini, carri armati fasulli, rumori e voci umane simulati. La divisione fantoccio viene portata in prima linea, dove subisce l’attacco nazista, mentre la vera divisione corazzata avanza lateralmente, mascherata da convoglio di trasporto, con un trucco meccanico capace anche di cancellare le tracce dei cingoli e sostituirle con quelle che lascerebbero le ruote dei camion. E così viene vinta la battaglia di El Alamein: la vittoria degli inglesi su Rommel che sancisce le sorti della guerra, consentendo agli Alleati di prendere il controllo del Mediterraneo.

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Due ninne nanne inedite di Silvia Salvagnini

copyright Vivian Maier – 1954. New York. NY

Il papà mi porta a nanna

Ninna nanna della cicatrice
ninna nanna del sola a letto
ninna nanna del coriandolo
ninna di tutto il perso
dell’azzurro caduto cemento
ninna nanna del mondo
che incontri che incontro
dello sforzo che dentro

ninna nanna che ti guardo
ninna nanna che esci quando
e rimane riflesso allo specchio
il naso mentre ti aspetto

ninna nanna papà
che ti addormenti
per primo nel letto

ninna nanna che sembra
tra le tue braccia sollevato
il senso il buio il tormento

ninna che bella papà
la mano quando la dà
ninna che mi lasci sola
ma mi lasci libera
mi lasci lanciata
ninna libellula lineare
ninna come ti pare

ninna nanna papà
mi lasci atterrare
mi lasci nella terra
sperando sia viva
docile la guerra

ninna nanna papà
che ti addormenti
la sera prima di me
ninna a me ninna a te
ninna noi in insieme

se mi dimentichi a scuola
ninna nanna non fa niente
ninna nanna alle arance
alle mele alle barbie
alle sorprese alle scomparse
ai biscotti, all’autogrill
ai biglietti delle giostre

ninna
a tutto il senza regole
e a tutte le regole

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Ninna nanna senza me

ninna nanna non lo sai
non lo sai se a me fai
meno male meno guai
non lo sai quali ferite
quali più forti farai

ma ti contenterai
ninna nanna ti gioirai
di riperdermi
pulviscolarmi
non navigare
non astronavicellarmi
non accompagnarmi?

ma ti allegrerai
di anche tu la mano
disinafferarmi
di immaginarmi
in lontananza
di rinunciarmi?

Ninna nanna del lascio andare
ninna del mi lascio abbandonare
ninna degli miei scappare. (altro…)

Elisabetta Meccariello, False Finestre n. 4: L’uomo col fiato sul collo

Foto di Elisabetta Meccariello

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Elisabetta Meccariello, False Finestre n. 4: L’uomo col fiato sul collo

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L’Uomo col fiato sul collo le aveva provate tutte: sciarpe, foulard, bandane, maglioncini a collo alto, scialli, stole. Aveva anche azzardato uno scaldacollo su consiglio di un praticante della montagna. Niente. Tessuti di cotone, lana, seta, sintetici, misto lana, misto seta. Si era buttato anche sulla pashmina anche se non sapeva esattamente cosa fosse. Niente. Non era servito a niente. Tutto ciò che faceva, che pensava, che provava. Tutto era scandito da questo costante e implacabile fiato sul collo. Come va? Benissimo! Come stai? Benissimo! Tutto bene? Benissimo! Era il suo acuto quotidiano. L’Uomo col fiato sul collo declamava per lo più superlativi assoluti, prolungava tutte le sillabe, ostentava un sorriso e inclinava leggermente il capo. Mentiva a tutti. Alla moglie, ai figli, agli amici, ai colleghi. Mentiva al conoscente incontrato per strada. Continuamente. Mentiva a se stesso. Ripeteva che c’era tempo, che poteva farcela, che non c’erano problemi. Continuamente. Ostentava un sorriso e inclinava leggermente il capo. E intanto sudava.

L’Uomo col fiato sul collo sudava tantissimo. E si preoccupava anche. Temeva che l’eccessiva sudorazione insieme a questo spiffero costante sul collo potessero compromettere la sua salute. Salute fisica. Dalle tasche straripavano fazzoletti di stoffa. La mattina erano bianchi, candidi, immacolati, freschi di bucato, ben stirati e inamidati, piegati in quattro parti. La sera si tastava i pantaloni ed erano umidi, stropicciati, avvoltolati, impregnati di sudore, ansia, costipazione. Li nascondeva per evitare domande, per non doversi guardare allo specchio. Li nascondeva nei cassetti, sul fondo del cesto della biancheria, nel cruscotto della macchina. E mentre li nascondeva sudava ancora. C’è tempo, posso farcela, non ci sono problemi. L’Uomo col fiato sul collo coltivava brutti pensieri per chiunque. Aveva un piccolo orto nella sua mente, una porzione minuscola del cervello destinata a fustigare le persone. Colpevole di pigrizia! Colpevole di favoreggiamento! Colpevole di inadempienza!, prolungando tutte le sillabe. Trovare il marcio negli altri, individuare i lati deboli, scovare le fragilità. Non era un essere spregevole ma questo sistema lo faceva sentire meglio, gli faceva credere di essere uno dei tanti, uno qualunque.

L’Uomo col fiato sul collo voleva assolutamente essere uno dei tanti, uno qualunque. Non ambiva a spiccare, a essere ricordato per qualcosa. Lui voleva solo vivere in pace, senza grattacapi, senza impedimenti. Invece questo fiato sul collo non lo abbandonava mai. Si guardava intorno cercando di capire chi fosse a respirargli sul collo. Dalla mattina alla sera. Apriva gli occhi, soffitto, crepe nel soffitto, scendeva dal letto, ciabatte, pavimento del bagno sempre bagnato, water, lavandino, specchio, oddio che faccia, cucina caffè un biscotto, camera biancheria camicia pantaloni giacca cravatta, i fazzoletti, ci sono i fazzoletti, bene ci sono, posso andare, scale portone, buongiorno come va benissimo!, parcheggio, chiavi, freno a mano specchietto prima e via, automobili automobili automobili camion autobus motorini motorini bicicletta, semaforo, ufficio, scrivania, il nulla il nulla, schermo del pc, fogli fogli, aggiorna aggiorna, pranzo panino ciao come stai benissimo!, arrivederci, parcheggio, chiavi, automobili automobili lampioni accesi semaforo parcheggio, buonasera, com’è andata la giornata benissimo!, tavola cena, facce, sorrisi, abbracci, divano, circostanze, pigiama ciabatte toilette dentifricio letto, soffitto crepe nel soffitto chiudeva gli occhi.

Tutti i giorni. Dalla mattina alla sera. Qualcosa c’è che ti segue. Che ti fa paura. Un silenzio forse. Che ti guarda da dietro l’angolo, che spia i tuoi movimenti. Qualcosa di remoto, morto, forse. Qualcosa che di notte si inginocchia al tuo capezzale e inizia a respirarti contro. Qualcosa che non rinuncia ai tuoi ricordi, ai tuoi sogni. Che ti sta alle spalle, mentre sei a tavola, soffiandoti sulla nuca. Una voce muta che si insinua. Che ti aspetta sotto casa per esalarti cattivi presagi. Eppure, non c’è nessuno. Ti volti. Una, due, tre volte. Tutti i giorni. Dalla mattina alla sera. Eppure, non c’è nessuno. Solo un tappeto di fazzoletti bianchi, umidi e stropicciati.

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© Elisabetta Meccariello

“Le pietre” di Claudio Morandini

Oggi esce per Exorma il nuovo romanzo di Claudio Morandini, Le pietre.

Claudio Morandini, Le pietre, Roma, Exorma editore, pp. 192, € 14,50

Noi le pietre ce le troviamo dappertutto, negli orti, nei prati, dentro alle scarpe, anche in casa. Abbiamo smesso di chiederci da dove vengono perché non c’è nessun mistero, basta uscire o affacciarsi alla finestra per capire che siamo circondati dalle pietre, vengono su come fungaie, il fiume, o torrente, le porta a valle dalle pietraie sotto le montagne, e lassù continuano a generarsi dal perenne sbriciolarsi delle rocce di queste Alpi da quattro soldi che si disfano appena le tocchi, si aprono come mele, se le guardi storto quelle pisciano sabbia.
Lo hanno confermato anche i geologi che sui nostri problemi si sono laureati e hanno costruito intere carriere: questa è montagna debole, anche se all’apparenza imponente, dentro queste rocce tutte scaglie si nasconde una tremenda fragilità, che ogni anno abbassa le cime e sposta i rilievi e nel giro di un milioncino di anni appiattirà tutto, ed è già tanto se rimarrà qualche collina sabbiosa. Sono stati loro a usare da subito paroloni che poi ci sono diventati familiari: parlavano di rocce sedimentarie, di rocce de⁠tritiche o clastiche, di puddinghe, di arenarie, e arricciavano il naso e scuotevano la testa. Cioè, fosse stato per loro si sarebbero divertiti un mondo a trovarsi in una zona così particolare: ma pensavano a noi, alla fatica e ai pericoli di chi vive tra Testagno e Sostigno e si sente sbriciolare la roccia sotto i piedi a ogni starnuto, per così dire.
Erano parole che colpivano noi ragazzi, al punto che le adottammo nel nostro particolare vocabolario di insulti: –⁠ ⁠Sei proprio un clastico! – ci dicevamo, oppure: – Figlio di una puddinga, faccia da conglomerato! – Sentivamo che indicavano qualcosa di sgradito e preoccupante, e alle nostre orecchie suonavano offensive, brucianti.
A proposito, guai a sbagliare le parole, con gli scienziati! Se noi, preoccupati per quello che sarebbe accaduto con il caldo, parlavamo di nevai che si sciolgono, li vedevi sobbalzare come se avessimo bestemmiato.
– La neve non si scioglie, si fonde! – dicevano. – È un passare dallo stato solido allo stato liquido.
– Ma noialtri ci siamo sempre espressi così…
– Sbagliando!
– Va bene – dicevamo.
– Ripetete con me: la neve si fonde.
– La neve si fonde.
– Scusi, e il ghiaccio? – chiedeva uno di noi con la manina alzata.
– Si fonde anche il ghiaccio, naturalmente. Dunque, che cosa volevate sapere?
– Dunque, che succederà a tutte quelle pietre lassù quando la neve si scioglierà?
– Si fonderà! – urlavano loro.
– Orca madosca, si fonderà! – urlavamo anche noi.
Tentammo di usare propriamente quei termini, tra noi, per farci l’abitudine, ma ci sentivamo strani, ci sembrava di parlare in falsetto. E smettemmo quasi subito. Con loro, con gli scienziati, non parlammo più di quel tipo di argomenti, per evitare il problema.

Passò un giorno, ne passò un altro. Ogni tanto, per periodi sempre più lunghi, la stanza chiusa a chiave riprendeva a fermentare e a produrre rimbombi sinistri e scariche di tonfi.
Ma non solo le pietre nel soggiorno turbavano le ore che i poveri Saponara trascorrevano a casa. Cominciarono i compaesani più in confidenza a bussare per piccole cose, un po’ di zucchero, il dono di un sacchetto di cicorie di prato, due chiacchiere; ma in realtà per soddisfare le proprie curiosità, e ficcare il naso in quella che era diventata “la villa degli spiriti”, “l’antro delle anime dannate”, e sentirne i clamori, i lamenti magari, e vederli addirittura questi spiriti, chi lo sa, con un po’ di fortuna… E si piazzavano in cucina, a conversare del più e del meno, pronti a zittirsi a ogni minimo rumore dal soggiorno, avidi di quello che Fornacchio definirebbe “lo strano”. Sedevano in bilico sulla sedia, con l’orecchio teso e il capo inclinato, pronti a scattare in piedi, percorsi da brividi di inquietudine.
I Saponara, che da un pezzo avevano rinunciato alle lezioni private del pomeriggio, accoglievano i sostignesi perfino con sollievo, contenti di non essere più soli, loro e le pietre, e cercavano, per lo meno i primi tempi, di intrattenerli con ogni onore, tra caffè, gianduiotti, biscottini, amari, e chiacchiere che non furono mai così distratte e oziose sul tempo e sull’estate che si avvicinava, o chissà su cos’altro, mentre di là, prigioniere e ribelli, le pietre cozzavano, sprigionando spruzzi di scintille.
All’inizio, i visitatori, imbarazzati e timorosi, non osavano affrontare l’argomento. Ma un po’ alla volta, con il passare dei pomeriggi, qualcuno prese a farsi insistente, e a sfiorare la vera questione: e il mondo è ben strano, e non tutto, nel corso della vita di un essere umano, può essere spiegato “con la sola ragione”, e quanti misteri circondano “noi poveri mortali”, pensate alle apparizioni della Madonna o dei Santi, che capitano sempre a pastorelli o ragazzini, chi sa come mai, oppure oppure pensate a… ai fantasmi ecco appunto i fantasmi a proposito… ma che cos’è questo rumore? Avete degli operai in casa?
– No – rispondeva allora docile la maestra Agnese, che prima o poi doveva anche lei confidarsi con qualcuno, – sono le pietre.
– Le pietre? – chiedevano allora, fingendo ignoranza, gli ospiti.
– Abbiamo delle pietre in soggiorno. Vengono giù dal soffitto. Svolazzano per aria come foglie, prima di posarsi. E poi, giunte a terra, strisciano e si infilano dappertutto – aggiungeva Ettore, studiando le parole e il tono.
– Pensa te – facevano i più, ricoprendosi di altri brividi irresistibili. – Ma allora quella di don Danilo non era una parabola!
Seguiva un lungo silenzio. E finivano per sentirle davvero, le pietre, di là, trascinarsi, soffregarsi le une con le altre, appiccicarsi alle pareti e salire fin sul soffitto, e da lì cadere le une sulle altre, abitare le carcasse sfiancate dei mobili, e magari rosicchiarsi a vicenda, o ingropparsi, chissà, e dopo deporre migliaia di sassolini molli…
– Ma non c’è pericolo che escano di lì? – chiedeva sottovoce l’ospite, che già immaginava di vedersene passare una sui piedi.
– E non capita mai che queste pietre piovano anche in altre stanze? Qui in cucina, per esempio? – aggiungeva un altro visitatore, sollevando lo sguardo per verificare se gli pendeva sul capo qualche minaccia.
– No, no, solo in soggiorno – dicevano in coro i Saponara, con l’espressione straziante di chi ha un morto in casa, – e di là non escono.
– Sicuri?
– Non vogliono uscire.
– Non vogliono?
– Eh, se volessero…

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