I poeti della domenica #187: Dario Capello, Centrale

 

Centrale

 

Invece li vedi
scendono dai treni si corrono incontro
dappertutto
orizzonti, punti cardinali, sillabe
sgranate.
Hanno lasciato a sé
il senso di esistere
nella spina dorsale dove entra
esce dagli uni agli altri
l’interno, l’esterno di chi si getta
al collo di qualcuno.

Ti domandi dove ha fallito
Orfeo, nell’apparizione
dei pedoni che cercano il centrocittà,
pochi isolati, poi le cabine
dei telefoni, poi nulla.

da Il corpo apparente, di Dario Capello, Cdc Poesia, 2000.

proSabato: Stefano Benni, La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 

Il racconto dell’uomo con gli occhiali neri

La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 Quando il gioco diventa duro
i duri incominciano a giocare.
(JOHN BELUSHI)

Il 
nostro
 quartiere
 sta
 proprio
 dietro 
la
 stazione. Un 
giorno
 un
 treno
 ci
 porterà
 via, oppure
 saremo
 noi
 a 
portar
 via
 un 
treno.
 Perché il 
nostro 
quartiere 
si
 chiama
 Manolenza, entri che
 ce l’hai
 ed
 esci
 senza.
 Senza
 cosa?
 Senza
 autoradio,
 senza
 portafogli,
 senza
 dentiera,
 senza
 orecchini,
 senza
 gomme
 dell’auto.
 Anche
 le
 gomme
 da
 masticare
 ti
 portano
 via
 se
 non
 stai
 attento: ci
 sono
 dei 
bambini
 che
 lavorano
 in 
coppia,
 uno 
ti
 dà
 un
 calcio
 nelle
 palle, 
tu
 sputi 
la
 gomma
 e 
l’altro 
la 
prende 
al 
volo. Questo per
 dare 
un’idea.
In
 questo
 quartiere
 sono
 nati
 Pronto
 Soccorso
 e
 Beauty
 Case.
 Pronto
 Soccorso
 è
 un
 bel
 tipetto 
di
 sedici 
anni. 
Il
 babbo 
fa 
l’estetista 
di 
pneumatici,
 cioè 
ruba
 gomme 
nuove 
e
 le
 vende
 al
 posto
 delle
 vecchie.
 La
 mamma
 ha
 una
 latteria,
 la
 latteria
 più
 piccola
 del
 mondo.
 Praticamente 
un
 frigo. 
Pronto 
è
 stato
 concepito 
lì 
dentro, 
a
 dieci 
gradi 
sotto 
zero.
 Quando 
è nato 
invece
 che 
nella 
culla 
l’hanno 
messo
 in 
forno 
a
 sgelare.
Fin 
da
 piccolo 
Pronto 
Soccorso 
aveva 
la
 passione
 dei
 motori.
 Quando 
il 
padre
 lo
 portava 
con sé
 al
 lavoro,
 cioè
 a
 rubare
 le
 gomme,
 lo
 posteggiava
 dentro
 il
 cofano
 della
 macchina.
 Così Pronto
 passò 
gran 
parte
 della 
giovinezza
 sdraiato 
in
 mezzo 
ai
 pistoni,
 e 
la meccanica
 non
 ebbe più 
misteri
 per
 lui. A
 sei
 anni
 si
 costruì
 da
 solo 
un
 triciclo 
azionato 
da 
un
 frullatore.
 Faceva venti 
chilometri
 con 
un
 litro
 di
 frappè:
 dovette
 smontarlo
 quando 
la 
mamma 
si
 accorse
 che
le fregava
 il
 latte.
Allora 
rubò 
la 
prima 
moto,
 una
 Guzzi
 Imperial
 Black
 Mammuth
6700. 
Per
 arrivare 
ai
 pedali guidava
 aggrappato
 sotto
 al
 serbatoio,
 come
 un
 koala
 alla
 madre:
 e
 la
 Guzzi
 sembrava
 il vascello 
fantasma,
 perché 
non 
si 
vedeva
 chi
 era 
alla
 guida.
Subito
 dopo
 Pronto
 costruì
 la
 prima
 moto
 truccata,
 la
 Lambroturbo.
 Era
 una
 comune lambretta 
ma
 con
 alcune 
modifiche
 faceva 
i
 duecentosessanta.
 Fu
 allora
 che
 lo
 chiamammo Pronto
 Soccorso.
 In 
un
 anno
 si 
imbustò
 col
 motorino 
duecentoquindici
 volte,
 sempre 
in
modi diversi.
 Andava 
su 
una 
ruota
 sola 
e
 la 
forava,
 sbandava 
in
curva, 
in 
rettilineo,
 sulla 
ghiaia
 e
 sul bagnato, 
cadeva
 da 
fermo, perforava
 i
 funerali,
 volava 
giù 
dai 
ponti, 
segava 
gli 
alberi.
 Ormai
 in ospedale 
i 
medici erano 
così 
abituati
 a 
vederlo 
che 
se 
mancava 
di
presentarsi 
una 
settimana telefonavano 
a 
casa 
per 
avere
 notizie.
Ma
 Pronto 
era
 come
 un
 gatto: 
cadeva, 
rimbalzava 
e 
proseguiva.
 A
volte
 dopo 
esser
 caduto continuava
 a
 strisciare
 per
 chilometri:
 era
 una
 sua
 particolarità.
 Lo
 vedevamo
 arrivare rotolando
 dal 
fondo 
della 
strada 
fino 
ai
 tavolini
 del
 bar.
‐ Sono 
caduto 
a 
Forlì ‐
 spiegava
‐ Beh,
 l’importante 
è
 arrivare ‐
 dicevo 
io.
Beauty 
Case 
aveva 
quindici 
anni 
ed 
era 
figlia 
di
 una 
sarta 
e
 di 
un
ladro 
di
 Tir.
 Il 
babbo 
era 
in galera 
perché
 aveva 
rubato 
un
 camion 
di
 maiali 
e 
lo 
avevano 
preso 
mentre
 cercava
 di
 venderli casa
 per
 casa.
 Beauty
 Case 
lavorava 
da 
aspirante
 parrucchiera 
ed 
era
 un 
tesoro di
ragazza.
 Si chiamava
 così
 perché
 era
 piccola 
piccola
,
 ma
 non
 le
 mancava
 niente.
 Era
 tutta
 curvettine deliziose 
e
 non
 c’era 
uno
 nel
 quartiere 
che 
non 
avesse
 provato 
a
 tampinarla,
 ma 
lei 
era 
così piccola 
che
 riusciva
 sempre 
a
 sgusciar
 via.
Era 
una
 sera 
di 
prima 
estate,
 quando 
dopo 
un
 lungo 
letargo
 gli 
alluci
vedono
 finalmente 
la luce
 fuori
 dai
 sandali.
 Pronto
 Soccorso
 gironzolava
 tutto
 pieno
 di
 cerotti
 e
 croste
 sulla Lambroturbo
 e
 un
chilometro 
più
 in
 là
 Beauty 
mangiava 
un 
gelato 
su 
una
 panchina. (altro…)

proSabato: Dino Buzzati, Ricordo di un poeta

proSabato: Dino Buzzati, Ricordo di un poeta

Ero già un bambino completamente formato di fuori e di dentro, durante la notte facevo ormai dei sogni complicati e terribili; di giorno poi partivo per le grandi avventure, galoppando per esempio sul cavallo a dondolo con la lancia, la spada, la corazza, via per il deserto, invincibile principe indiano, oppure scavando nel fienile, sotto il culmine del tetto, misteriosi cunicoli che portavano alla stanza segreta del tesoro. Già ero insomma un bambino scatenato e fantastico. Ma lui non era ancora nato.
Andavo a scuola, sapevo già scrivere correttamente sotto dettatura parole come interpretazione, querceti, fescennini, alla mamma che veniva a prendermi, la maestra diceva che ero abbastanza bravo, d’autunno risalivo armato di Flobert le lunghe siepi, strisciando, dietro un povero pettirosso spensierato e sulla riva del fiume, al tramonto, quando il murmure della natura si leva dal silenzio (sempre meno voci d’uccelli, sempre meno richiami di mandriani attraverso le praterie, le nubi si raggelano, un pipistrello impaziente, e dietro la cresta delle montagne quell’alone scuro che si espande), sulla riva del fiume, dicevo, qualcosa di nuovo e struggente mi tratteneva immobile a guardare l’acqua scintillante di pagliuzze d’oro fra i sassi all’ultimo sole, e in quel moto instancabile, in quel flusso che andava, andava, forse confusamente, percepivo il tempo, il quale si era già impadronito di me e aveva cominciato a divorarmi. Tante cose insomma bellissime e insensate nonostante la mia breve età. Ma lui non era ancora nato.
Poi, un certo numero di anni essendo trascorsi, io dalla finestra socchiusa nascostamente guatavo le ragazze godendo lo strano modo in cui muovevano le membra e di conseguenza pensavo a cose mai pensate, d’altro canto in un mattino di aprile, sulla cima nevosa del Resegone, solo, assaporai le prime grandezze spirituali, e nei tardi pomeriggi libri spalancavano le porte verso città sterminate, oceani, valli deserte, templi in rovina, corti imperiali, alcove, giungle, fatalità immense, tutto questo depositandosi nelle profondità dell’animo a formare un mondo mai esistito prima, e col batticuore scrivevo su una busta: “alla Gentile Signora Mariuccia Ciropellini (si chiamava proprio così), viale del Carso 43, Città”. Ma lui era ancora un bambinetto scemo, brutto per giunta, che faceva lunghi capricci a motivo di un gelato.
Un altro piccolo salto. Io uomo fatto, lui appena adolescente. Ma una sera all’improvviso, in solitudine, all’insaputa della intera umanità, con una matita in mano, egli scrisse alcune righe, e subito cominciò a staccarsi da terra.
Volava un po’ sghembo, librandosi simile a falco giovanetto sopra le case e gli alberi, entrava e usciva dalle grandi nuvole bianche del cielo, si sentiva a casa Sua lassù; macché ali, un mozzicone di lapis copiativo fra le dita gli
bastava. Nel frattempo io percorrevo la strada dall’ufficio a casa, ero socio vitalizio del Touring Club, al circolo scacchistico godevo una certa estimazione, e la gente diceva che complessivamente avrei fatto la mia strada.
Io mi ordinai, ricordo, un paltò da sera blu e durante le prove mi rigiravo dinanzi allo specchio a tre luci cercando inutilmente di trovare decente il mio profilo, mentre il sarto stringendo gli spilli fra le labbra mi saltabeccava intorno e faceva dei segni col gessetto.
Inoltre mio zio Enrico, morendo, mi fece inopinatamente erede del suo negozio di tessuti in via Baldissera all’angolo col corso Libertà: ne fui felice, certo, ma personalmente non me ne curai e ad accudirlo misi un certo Invernizzi, onesto uomo. Nello stesso tempo lui viveva, il giovane visitato dagli dei. E ogni sua parola scritta cadeva come goccia di piombo nel mare del silenzio e dell’apatia che attornia l’uomo come se precipitasse a picco dalla suprema vetta del Goisantan e onde concentriche se ne dipartivano allargandosi sempre più per gli spazi abitati e oltre, finché battevano col tonfo selvaggio della risacca contro i cuori ; quelle buie, sanguinanti scogliere! (altro…)

#PoEstateSilva #18: Sofia Fiorini, La logica del merito

PoEstate Silva #18: Sofia Fiorini, La logica del merito – InternoPoesia, 2017

*

Io aspetto i giorni liberi
poi spreco le estati.
Programmare di sbocciare
nelle ore bianche,
utile come sperare nel vino;
non c’è bocca che rifiuti questo calice
né labbro che lo baci mentre beve.
La gentilezza degli estranei
nei miei passi
– sono ospiti che non rovinano la casa.
Al mio sorriso divino non penserai
quando altri ti sorrideranno bene.

*
Quando dicevi di odiare le porte
per sbatterle di più, farti sentire,
e maledicevi alle stagioni
gli stessi fiori rossi che accudivi,
sappi, io ho ascoltato ogni bestemmia;
te lo vedo ogni volta sulla faccia
che è la tua infedeltà concessa.
Se è così che provi a non morire,
ancora ti permetto di guardare:
sarò per te il ciclamino cremisi,
ti ripeterò nel tenermi al caldo.

*

Perché mai dovrei contare
quanto dista la pena dal giorno
– la luce tra te e un nuovo bosco di scale,
finché tornarti addosso è tornare alla terra
e dormirti in mano scendere in strada
senza chiudere la porta,
come fidarsi del mare che viene?
Tu che ricevi così bene
la mia stanchezza,
che crederti è come una resa:
che in Te si chiuda il giorno
è metodo e gioco delle mie ore,
che tregua e nervi stia tutto
tra il buio e il tuo nome.

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#PoEstateSilva #17: Tomas Bassini, tre inediti

Non ho voglia di lasciarti questi tipi di giardino
da fine estate, questi parchi nel centro
che sono solo ortensie.

Non ho voglia di lasciarti le piste ciclabili−
pedonali, ancora questi parchi nel centro
che perdono in altalene.

Lo sai che è più che altro per te se non ne ho voglia
solo per te e per la santa figura che faresti
per come staresti meglio in altri posti
in altri modi. Lo sai

………………………………non moriremo democristiani
è bello poterselo dire e poi suona ancora bene
come una volta
non moriremo mai democristiani.

* (altro…)

PoEstate Silva #16: Gianluca Pirozzi, Nomi di Donna

PoEstate Silva #16: Gianluca Pirozzi, Nomi di Donna, Perrone, 2016

*

AGATA

Trenta righe sono troppe o, piuttosto, sono poche per raccontare com’è andata a finire con Agata. Allora, non ne spreco neanche una e dico subito che stamattina lei, Agata, si alza, fa finta di mettere a posto quelle due cose che tiene in giro per la casa, così da dare un senso a quel suo dannato bisogno di ordine, e mi dice subito, senza neanche accennare ad un buongiorno, «Ezio, io vado. Tu ricordati che oggi, alle tre, devi accompagnare Carlo da tua sorella perché Guido ha promesso di portare i figlioli al cinema… All’Olimpia danno quel cartone animato, come si chiama, ah sì, I quattro cavalieri del vento – e noi… noi… beh, insomma, è inutile che ti dica che noi non possiamo permetterci nulla, neanche un cavolo di film per il bambino una volta al mese. Perciò, Carlo al cinema è meglio che ce lo porti lui, Guido… lui ch’almeno può!» ha concluso Agata con la sua solita aria di sfida. Io ho provato a dirle che proprio non ci riuscivo ad accompagnare il bambino da mia sorella, perché era già una settimana ch’avevo promesso a Gianni di passare a casa sua entro le cinque, per riparargli lo scaldabagno e che lui di più non poteva aspettare.

Allora Agata m’ha aggredito con il suo primo «Ma sei scemo?» ed è stato in quel momento, penso, che l’ho capito: la situazione era satura e non poteva più andare avanti così. Mi son detto «adesso basta, le do sette pugni, proprio lì, dritti sul muso, così la chiude quella bocca e la smette una volta per tutte di dirmi in continuazione che sono scemo e, magari, aggiunge pure: «Sono otto anni che non trovi lavoro!». Non è passato neanche un secondo, infatti, e lei mi fa: «Ezio, ma ti rendi conto che a maggio faranno nove anni, dico, nove anni, che non hai più un lavoro!». «Agata» ho provato a spiegare cercando di restare calmo «ok: sono nove… nove anni. Però, tu sai benissimo che io non ho mai smesso di cercare, di darmi da fare, di arrabattarmi così da trovare almeno dieci – dieci fottutissimi euro – da darti ogni sera quando rientri! È per questo che vado da Gianni… magari me ne sgancia il doppio per quel lavoro».

Come se non avessi parlato, Agata ha cominciato a gridare… a gridare sempre più forte. «Ma quando mi decido? Ma quando mi decido davvero a mandarti a quel paese e ad andarmene da questo inferno! Tutti uguali gli uomini! Ed io che per sfuggire a mio padre son venuta via con te, sono una povera scema. Me lo diceva anche mia sorella di non fidarmi di te: uno che si chiama Ezio, m’ha avvertito Aristea, non può prometterti nulla di buono!». «Buona quella! Lo sanno tutti che mestiere fa tua sorella e si permette pure di sentenziare sugli uomini altrui!». «Lascia stare Aristea! Lei sì che ci aveva visto lungo… come ho potuto pensare che fossi diverso? Ma adesso basta: tanto un posto ce l’ho: me ne vado da questo incubo. Ho deciso stavolta. Filo via da qui a mi trasferisco sul serio a Faenza. Lì – lo sai anche tu – non avrei alcun problema di soldi, perché lì Rosa, mia zia, m’ha detto di nuovo che non c’è problema anche se mi porto via il bambino e vado a stare da lei, ha già pronta una camera per me e Carlo. Ma quando mi decido? Cazzo! Quando?» ha sospirato appena un attimo e poi ha riattaccato: «Adesso è arrivato il momento: mollo tutto – cioè, mollo te che sei un buono a nulla e me ne vado da mia zia. Sarà vecchia, avrà le sue fissazioni ma è una persona onesta e, sicuramente, se le do una mano in casa, lei mi aiuterà!».

«Sai Ezio? Le ho telefonato proprio ieri e le ho detto di preparami la stanza perché io, Carlo e quelle due poche cose che mi occorrono andiamo a stare da lei. È così che si cambia vita Ezio caro, mica restandosene lì come un cadavere il giorno intero steso in quel cavolo di letto a guardare il soffitto e a fumare… Perché tanto è inutile restare qui, continuare questa vita di merda, solo tu puoi invece pensare che per noi tre siano sufficienti dieci euro al giorno! Ezio, te ne stai sempre qui dentro a ciondolare, dalla mattina alla sera. Mentre io… io, ogni santa mattina, pure la domenica, devo alzarmi e andare a pulire undici piani, uno di fila all’altro, e schizzare prima che si facciano le dodici, senza neanche il tempo di un caffè o una cavolo di sigaretta, correre ad acchiappare un 13 per attraversare tutta ’sta città – da un capolinea all’altro – e per fare cosa? Per andare a pulire il culo a una povera vecchia che mi dà quattordici euro per tre ore al giorno!». «Per la verità, te ne dà quindici di euro!» l’ho corretta come se questo potesse cambiare la mia condizione. Agata allora è tornata di là e non le ho sentito più dire nulla.

(altro…)

#PoEstateSilva #15: L’Elefante di Martina Bonciani

L’Elefante

Le sue sciabole chiamavano la morte, lo sapeva. Difatti erano un ingombro minerale sul suo corpo già poco pieghevole. Era una conoscenza più simile a un sentimento, tanto familiare da esser destinata a rimanergli, forse per tutta la vita, oscura. Probabilmente per questo non attese tempi meno convulsi per presentarsi ai nuovi uomini come pittore, ma afferrò il primo bastone che poté trovare e iniziò a esibire le sue abilità quanto prima.
Gli etologi avevano potuto confermare come la sua specie, similmente alla nostra e alle grandi scimmie, possieda un senso dell’identità personale, dimostratasi chiaramente nel riconoscimento della propria immagine allo specchio e – cosa più mirabile ancora – nella capacità di tracciare segni iconici sulla tela, abilità appresa anche dal nostro pachiderma sfuggito all’incendio del centro di ricerca.
I bracconieri fiutarono il potenziale della preda distinta e istruita: vendettero l’elefante, anche se non guadagnarono neanche la metà di quanto avrebbero potuto con l’avorio; con ogni probabilità la scelta si dovette alla fretta di fuggire, quando, dopo aver fatto a pezzi altri quattro animali storditi dal fumo, si resero conto di essere a loro volta braccati, e che svellere le zanne dalla carne di quell’ultimo elefante li avrebbe impegnati per un tempo eccessivo.
Lo caricarono sul camion vivo e lo portarono da quello strambo europeo che era lì per acquistare animali da circo. L’elefante non si fece pregare e sciorinò il suo repertorio con emozione e concentrazione. Tracciare segni iconici su tela non era facile quanto appariva nelle relazioni dei ricercatori – l’elefante doveva forzare l’attenzione a restare vigile, accettare di introdursi, con la sua mole gigantesca eppure impotente, in un avviluppato mondo di mistero e districarvisi a fatica. Le ricompense qui erano d’altro tipo, ma pensò che certamente le ragioni dovevano esserci, ed essere perfettamente giuste; non sorrisi e applausi e noccioline squisite, ma caschi di banane con pochi complimenti.
Più tardi però nessuno gli chiese più il laborioso sforzo che la sua mente e la sua proboscide consumavano con orgoglio: il circo aveva le sue prassi e non le avrebbe stravolte, la particolare attitudine al ragionamento dell’Elefante veniva sfruttata per insegnargli senza fatica i numeri più comuni. Da una parte, fu un alleggerimento enorme della sua vita, tanto che pensò di averlo guadagnato con tutte quelle discipline e inquietudini della sua vita precedente. Dall’altra parte, si incolpava di aver scelto un mestiere futile. (altro…)

#PoEstateSilva #14: Valentina Calista, Carne sacra

PoEstate Silva #14: Valentina Calista, Carne sacra, Alter Ensemble poesia, 2015

*

Il merlo, nell’attimo spezzato
dal silenzio tra un aereo e un altro
aereo, canta. Solo è il suo stare
sull’antenna del tetto senza nome.
Anche noi senza nome?
Servirebbe
(un nome)
per ripristinare
la vita.

*

Lanterne, le mani
cercano nel buio di oggi.
Laviamoci le mani per rimanere
un poco puri, senza fango nelle linee.

Linee, indicatrici di vita,
– di morte chissà, quella non si legge mai –
ci guardano dal basso sapendo tutto, già.

Non è una zingara che legge austera.
Sono io a regalarmi un’ora di occasione.

*

Del deserto non conoscere le dune,
non aver passato la mano sull’orizzonte
di ieri, è morire senza la vita
aver respirato dagli angoli polverosi.
Ritorna la tua voce cantare, fioca
nel mio orecchio la Canzone del servo
pastore, quando il buio si desta
e abbraccia le notti che fanno tremare.
Ricordo il pagliaio, la tristezza e
il fiume, le piume di mio padre falco e
il vento lasciato scorrere nelle distanze.
Il tuo vago perimetro di madre nell’ombra
è pagliaio della mia memoria notturna.
La tua assenza ha penetrato i giorni
fino alla luce.

(altro…)

#PoEstateSilva #13: Lorenzo Foltran, In tasca la paura di volare

berlino foto gm

PoEstate Silva #13: Lorenzo Foltran, In tasca la paura di volare

 

*

Brest

Polvere e calcinacci,
cani e padroni in un cantiere
sempre aperto.
Rovine battute dal vento,
dal tempo che fucine
salvate dal bombardamento
mantengono in vita.
Gli altri non capiscono.
Mattoni su mattoni,
siamo tanti e siamo soli.

*

Le Barcarès – Saint Laurent de la Salanque

Si danno gli anni alla disperazione
nell’avvicendarsi dei posti,
nello svanire scomposto dei volti.
Chi legge abbassa gli occhi.
Alla fine del viaggio
restiamo soli
e con un nome, banale talvolta.
Ci si volta al buio della foresta
come ciechi al richiamo di una voce
pensata come nostra
e che invece cerca il passaggio
per l’altro lato del bosco.
Qualche passo in comune,
frasi di circostanza.
Scostate le fronde ultime,
un saluto e ciascuno alla sua strada.
Le prime luci, rade,
(è notte e la più parte dorme)
fanno sicuro l’accesso al villaggio.
Massa uguale di case,
pareti di cemento.
Ci si imbatte nel carnevale
che ha paura del silenzio.
Stesse facce, medesime le maschere.
I corpi che nel bordello si ammassano,
ritmato baratro, “divertimento”.
Si esce dalla radura, dallo stadio,
dal castello, dal teatro.
Lunga è la notte e anche il cammino.
L’aria odora di cloro.
Della calca dimentiche,
le piscine tracimano vapore.
La calma della luce artificiale
si stagna intatta sulla superficie.
Muto il coro delle onde.

In un secondo, a caso
e col dubbio di aver sbagliato strada,
di aver tralasciato qualcosa
nella tabella che ci è stata imposta,
ancora vestiti, si esala,
guardando il cielo, l’ultimo respiro
certi di non aver nulla capito.

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#PoEstateSilva #12: Chiara Alessandra Piscitelli, Un bene Palindromo

PoEstate Silva #12: Chiara Alessandra Piscitelli, Un bene Palindromo, Lietocolle 2017

*

Più neri di fuliggine gli occhi,
più piccoli di luce gli zigomi
lo sconosciuto che divide con me il passo
non è più chi un tempo diceva ” Vai piano, non ti seguo” .
Ruba la mia ombra, non mi mostra la via.
Non di più vorrei, ma sempre,
in ogni buio essere la polvere che danza lenta l’aria,
non coprirti mai;
una sete sul fondo del bicchiere,
l’angolo bruciato di una mappa.
Non darmi geografie,
più di tutto vorrei sconosciuto il mondo.

*

Nella ruggine dell’alba guardavo in gola il mattino
vedevo camere esposte al sole
di qualche anno prima.
Il giorno era vissuto in corsa, un’attesa
delusa che non paventa il tempo.
Della tenerezza degli sciocchi era fatta la sera.
Ora, non forzando la memoria, non così
nemmeno al buio questa notte siamo uguali.

*

Il pendio dell’abbandono, una vertigine eterna.
Chi scala sale in punta di piedi,
risale le stesse vie, chi guarda sotto
si specchia nel dolore ma non conosce riflesso.
Il pendio dell’abbandono è un pendolo sicuro
tra un vuoto e un’aria che non vuole riempirlo
Sono io che mi prendo per mano –
“Non sono sola”.

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#PoEstateSilva #11: Gaia Ginevra Giorgi, Manovre segrete

PoEstate Silva #11: Gaia Ginevra Giorgi, Manovre segrete, InternoPoesia, 2017, € 10,00

*

lettera a mio padre

mentre riunisco i pezzi
di questi pochi anni
penso a cosa resterà
degli orizzonti bruciati
del sentore di salmastro
dei vigneti invecchiati
come te

che hai l’odore
di queste bestie di collina
che hai il calore
delle persiane rigate di sole
la mattina

mi chiedo che ne sa
la tua generazione
di una terra che non ha sudato
che ne sa la tua generazione
dell’abbandono

io so il fiato bollente dell’asfalto
io so il sole che c’è nella terra screpolata
io so a memoria le cicatrici della luna

non mi rimane che da fare i conti
con la penombra imprestata dalla sera
con l’intima e dolente posa di ogni notte

con i sonniferi e la solitudine – più che mai
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::luccicante –

dei tuoi sguardi

e mi chiedo che ne sa
la mia generazione
del buio

*
pensiero meridiano

qualche volta ripenso al tuo corpo
separo un suo dettaglio
la linea alta dell’anca – per esempio
le natiche aperte – le spalle larghe

così faccio per la tua pelle
cotta dal vento del Dodecaneso
dal sole di una terra senz’ombra

lo stesso per gli spigoli della tua bocca
quando s’increspa
nell’espressione docile
di certe onde basse
ripenso al sale che si deposita ai margini

quando poi penso alla tua bocca che fa
elenchi interminabili di gesta
di pirati misconosciuti del Novecento
mi viene in mente solo la tua bocca

picco di rosa nel blu selvaggio di Donousa

*

(altro…)

#PoEstateSilva #10: Jennifer Poli, da All’ombra del grembo

 

Limbo

Rinchiusa
nel limbo della mia memoria,
ore, mi insegnate l’assenza.
Cammino intorno a me
in cerchio
come la bestia
con la sua preda.
Sono il cervo
e il cacciatore
l’arma e la ferita.

*

Notte

Di notte
sono un arco che fai vibrare
con la tua voce,
freccia di fuoco
nel lago oscuro.

La tua voce strazia i sensi
di un dolore dolce
e insaziabile.

*

Resurrezione

Ritorna e riempi le mie mani
di mille orizzonti di fuoco.
Fammi risorgere come vergine delle acque,
cancella, con mano certa, tutto il mio terrore.
Lavami da ogni lordura e fammi bere
dal tuo puro calice d’amore.
Così rinascerò cerva forte,
e correrò nei boschi, colma d’oro.

(altro…)