Il sabato tedesco #12: Georg Maurer, Mattino lieto

Il sabato tedesco”, rubrica da me curata per Poetarum Silva, prende il nome da un racconto di Vittorio Sereni e si propone di raccogliere riflessioni, conversazioni, traduzioni intorno a testi letterari. (Anna Maria Curci)

Georg Maurer. Qui la fonte dell’immagine.

Georg Maurer (Reghin, 11 marzo 1907 – Potsdam, 4 agosto 1971), nativo della Transilvania, si era trasferito nel 1930 a Lipsia per motivi di studio. Proprio in quella città, nella quale fece ritorno dopo la guerra, divenne poi una delle figure di maggior spicco come docente al Literaturinstitut “Johannes Becher”, dove, in qualità di direttore del “seminario creativo sulla poesia”, diede un’impronta rilevante a tutta una generazione di poeti della Repubblica Democratica Tedesca e, in particolare, alla cosiddetta “sächsische Dichterschule”, “scuola sassone di poesia”; tra i poeti ‘vicini’ al sentire di Georg Maurer vanno menzionati Sarah Kirsch (che fu sua allieva proprio al Literaturinstitut di Lipsia), Volker Braun e Heinz Czechowski.
La dodicesima tappa della rubrica “Il sabato tedesco” presenta Georg Maurer con le parole dell’autore ed editore Wieland Herzfelde e con la mia traduzione di Froher Morgen, “Mattino lieto”. (Anna Maria Curci)

 

«Come studente, come docente e traduttore, come uno al quale piaceva perdersi in strade, corridoi, paesi e libri – e come amante non smise mai di sorprendersi e di provare meraviglia. E così con la sua opera sorprendente ci ha lasciato un mondo meraviglioso.»

Wieland Herzfelde su Georg Maurer (traduzione di A.M. Curci)

Als Student, als Lehrender und Übersetzer, als einer, der sich gern in Straßen, Fluren, Ländern und Büchern verlor – und als Liebender hörte er nie auf, zu staunen und sich zu wundern. Und so ließ er uns in seinem erstaunlichen Werk eine wunderbare Welt zurück.

 

Mattino lieto

Stiracchiatevi rami, sveglia!
Un uovo ho mangiato e pane bianco.
Tutto il mio corpo ride.
Gli affanni della notte sono morti.

Sono sgusciato fuori dagli affanni della notte
come un uccello da un uovo.
Ho rotto il guscio
e libero ora me ne vado a zonzo.

Ora so quello che sanno i polli
quando becchettano.
So chi salutano i corvi
quando col capo annuiscono.

Georg Maurer
(traduzione di Anna Maria Curci)

Froher Morgen

Streckt euch, Zweige, erwacht!
Ich habe ein Ei gegessen und weißes Brot.
Mein ganzer Leib lacht.
Die Nachtsorgen sind tot.

Ich bin aus den Nachtsorgen gekrochen
wie ein Vogel aus dem Ei.
Ich habe die Schale durchbrochen
und spaziere jetzt frei.

Ich weiß jetzt, was die Hühner wissen,
wenn sie picken.
Ich weiß, wen die Raben grüßen,
wenn sie mit dem Kopfe nicken.

Georg Maurer
(la poesia si può leggere nel volume Ich sitz im Weltall auf einer Bank im Rosental, pubblicato nel 2007, anno del centenario della nascita di Maurer, dalla Connewitzer Verlagsbuchhandlung)

L’arte in tutte le sue forme. Giulia Bocchio dialoga con Vittorino Curci

Arte: la parola singolare più plurale di tutte.
Inutile e probabilmente irrealizzabile riassumerla in una sola forma, in una sola visione (e qualora qualcuno riuscisse nell’impresa, davvero potremmo chiamarla arte?) perché essa somiglia ai moti della sensibilità, che sono tanti, tantissimi. Le potenzialità del pensiero dilatano addirittura i cinque sensi che ci competono, il pensiero sceglie e quando inconsciamente non sceglie si adegua all’atto creativo: è l’atto creativo. Non senza un lato marcatamente estetico e viscerale.
Vittorino Curci è tutto questo.
Artista poliedrico e sensibile, visuale e musicale, nonché poeta, nonché prima persona singolare dedita a tradurre l’insondabile in una maniera plurale, servendosi di un tratto inconfondibile, ad oggi fra i più riconoscibili nel panorama culturale italiano.
Vittorino Curci, nato nel 1952 a Noci (Bari), utilizza la cavalleria della parola, intensa e intramontabile sinestesia capace di contaminare tutto, basta osservare i suoi quadri. Sì, perché in lui anche l’aspetto estetico-figurativo di un determinato messaggio passa attraverso la funzione catartica della mano che, quando non compone versi, quando non danza su note jazz, si perde nel colore, nella tempera, nelle infinite possibilità di un tratto, di una linea, in una danza di codici espressivi in continuo mutamento. E senza dimenticare la spinosa questione del “tempo”: la ragione non è tutto per il poeta, non può essere tutto, e il presente sembra sempre protendersi verso l’immortalità, questo perché l’arte ha un’attitudine alla sopravvivenza che l’artista quasi invidia, anche quando ne è lui stesso il creatore.
Tutto, in fondo, è processo per Vittorino Curci.
Poesia, musica e pittura, la grande cultura classica del passato sarebbe fiera della sua opera. E fiera di lui lo sono i suoi lettori e in special modo la sua terra, Noci, dove ogni origine è meta. E ogni parola trova una sua impronta: da Liturgie del silenzio, a L’ora di chiusura, passando per l’irriverente esposizione Stookatzart (sì provate a leggerlo ad alta voce!).

Vittorino bentrovato. Qual è a tuo avviso il ruolo del poeta in una società che tra frenesia quotidiana e sovraesposizione al superfluo fa i conti con un incantamento artistico la cui potenza è spesso sottovalutata?

Il ruolo del poeta è quello che è sempre stato sin dalle origini della storia umana: essere strumento della parola per consacrare alla vita la potenza e il mistero del linguaggio. Questo ruolo si carica oggi di un’ulteriore responsabilità poiché assistiamo ogni giorno a una programmatica distruzione della verità. Tipica manifestazione di una società agonizzante. Mi tornano in mente tre versi da Composita solvantur di Fortini: «Rivolgo col bastone le foglie dei viali./ Quei due ragazzi mesti scalciano una bottiglia./ Proteggete le nostre verità». Continua a leggere

Le trame della lingua. Appunti su Michele Mari (di Edoardo Pisani)

Le trame della lingua. Appunti su Michele Mari
di Edoardo Pisani

…vieni, nuotiamo nel poema interiore delle vaste balene…
Michele Mari, La stiva e l’abisso

Il libro più bello di Michele Mari è anche il suo libro meno letto: La stiva e l’abisso. La vicenda del romanzo è semplice: il galeone del capitano Torquemada è bloccato in mezzo al mare da una misteriosa bonaccia, come il capitano stesso, bloccato sul proprio letto da una cancrena alla gamba. Siamo in un periodo imprecisato del sedicesimo o diciassettesimo secolo, nei mari di Melville e del capitano Achab, di Stevenson e di Long John Silver. Creature colorate e affascinanti assurgono ogni notte dalle profondità del mare e si accoppiano con i marinai alla deriva, raccontando loro le storie di tutti gli uomini che hanno posseduto e di cui si sono nutrite. I marinai divengono apatici, disinteressandosi della nave e della navigazione e della bonaccia e vivendo solo di quelle notti, di quelle favole e di quegli incontri fantastici, nell’immobilità di ogni cosa, con l’eccezione del capitano Torquemada e del suo secondo, Menzio, un uomo cinico e sordido che trama alle spalle del capitano, sperando nella sua morte o in un ammutinamento, e che è ignorato dalle creature marine. Il capitano monologa, o meglio tiene mentalmente un impossibile diario di bordo, che poi è il libro stesso, intervallato dai dialoghi dei marinai. Tutto è fermo e quieto, definitivo, finché un pesce coloratissimo – descritto così: «Indaco, carminio, arancione dominavano i fianchi, con striature gagliarde sopra un fondo di perla, mentre azzurro e verde si disputavano il dorso, punteggiato di minuscole chiazze brunite: la pancia dava sul rosa, con riflessi di madreperla cangianti ed un palpito molle che ne rivelava la delicatezza e il tenerume…» – sbalza dal mare nel cabinotto del capitano, sbattendo freneticamente la coda sul pavimento. È notte fonda, quasi l’alba. Il capitano si alza a fatica, attraversando la cabina con la gamba in cancrena, e decide che quel pesce splendido e dignitoso, che rispecchia la sua stessa decaduta magnificenza e dignità di malato, sarà il suo segreto. E allora lo salva, lo bagna, lo abbraccia, si sdraia al suo fianco, fino all’arrivo di Ernestín, uno dei pochi marinai di cui si fida, che lo aiuta a mettere il grosso e maestoso pesce in un bacile pieno d’acqua. Da questo momento il capitano Torquemada comincia a vivere di pensieri non suoi, con parole improvvise che gli attraversano la mente come lampi, planux, velox, tardus, trispondiacus, litote, plinno, marzapinno, purdinno, parole che non sapeva di conoscere, quasi fossero rubate da altre vite, da altri uomini morti annegati e dalle creature marine che li hanno posseduti, che forse li hanno uccisi – dalle favole e dagli orrori di quei pesci meravigliosi e impossibili.
La stiva e l’abisso è il terzo romanzo di Michele Mari, pubblicato da Bompiani nel 1992, dopo Di bestia in bestia e Io venìa pien d’angoscia a rimirarti; Einaudi lo ha ristampato in edizione economica nel 2018. Come sempre in Mari, molti sono i riferimenti librari del testo, per bocca dei personaggi o del narratore esterno e onnisciente, che compare solo nella prima pagina, alternando gli sguardi di un albatros baudelairiano e di un pesce qualunque (che verrà ucciso dall’albatros) di fronte al galeone immobile; molti sono gli omaggi e i rimandi ad altri scrittori e opere, specie ad autori di mare quali Melville, Conrad, Salgari e Stevenson. Il lessico è spesso tecnico, marinaresco, talvolta poetico. La compassione del capitano Torquemada per il pesce nel bacile è la compassione del lettore per il capitano stesso, per la sua quieta malinconia e la sua grazia, per le sue parole.
«Forse ti dovrei ributtare in mare» dice o pensa il capitano, «ma se poi gli altri pesci si accorgono che stai male? Chissà com’erano invidiosi della tua bellezza, loro così comuni e bianchicci, loro così soglioliformi e imbancati, ti guardavano da lontano e ti temevano, il ricamo delle tue lunghissime pinne era la loro vergogna e la loro fascinazione, ma adesso stai male, appena se ne accorgono si fanno più sotto, l’impunità è il coraggio dei vili, poi come rispondendo a un segnale ti si gettano addosso, ti mordicchiano astiosi, lacerano il tuo splendido drappo di scaglie e si portan fra i denti la seta delle tue lunghissime pinne fruscianti…». E ancora: «La nostra vita è stata il mare, ma qualche volta, seppure per poco, io me ne sono allontanato. Tu gli sei stato più fedele, perché ora sei venuto a morire fra gli uomini? Devi dirmi qualcosa?». E comincerà a scrivere, il capitano Torquemada, segnandosi le parole insensate che gli attraversano la mente, termini poetici, letterari, «ormai mere scorze di suono», quali tropo, paranomasia, ipotiposi, zeugma, incocinno, come se le parole dello scrittore Michele Mari stessero invadendo i sogni e la fantasia del capitano, che non è più soltanto un personaggio bensì Mari stesso, o il suo lettore, ossia noi, suoi semblables, che assistiamo con il capitano alla nostra stessa agonia sulla pagina, al nostro indecifrabile dolore di esseri umani. Alla fine, o per essere più esatti a metà del romanzo (molte cose devono ancora accadere), il pesce morirà e sarà ributtato in mare, sempre di notte, avvolto in una camicia del capitano Torquemada, come in un sudario, affinché gli altri pesci non se ne cibino, distruggendo la sua inalterata bellezza. Il cadavere del pesce affonda nell’oscurità. Continua a leggere

Σωτήρης Παστάκαs/Sotirios Pastakas, ΣΚΙΑ ΤΟΥ ΑΘΩ/L’ombra di Athos (Trad. di Maria Allo)

In bilico tra memoria ed esperienza vissuta: il simbolismo acquatico nel poemetto inedito ΣΚΙΑ ΤΟΥ ΑΘΩ (L’ ombra di Athos) di Sotirios Pastakas
A cura di Maria Allo

Il debutto letterario di Sotirios Pastakas, classe 1954, avviene tardi in poesia: nel 1981, e da allora è una delle voci contemporanee più alte della Grecia e diffonde generosamente la poesia greca alla ribalta della poesia mondiale, in particolare alla vicina Italia. Una vita segnata da incontri e rapporti con i maggiori intellettuali contemporanei; una vita, in ogni caso, dominata da una passione indomabile per la poesia, al servizio della poesia, un servizio quasi mistico e sacerdotale. Le radici della sua poesia affondano nella grande tradizione classica di Omero, ma lo affascinano Kalvos, Kavafis, Borges, Brodskij, Borges e non mancano i grandi poeti italiani come Sereni, Penna, Saba, Pasolini, Gatto, le cui traduzioni più inventive che fedeli, contribuiscono alla sua produzione poetica, che rappresenta l’esito di un meticoloso labor limae sia sul piano lessicale sia su quello fonico e sintattico: «cerca nella “traduzione” il marsupio che può far rinascere la poesia più viva in altri luoghi, altre culture, altri lettori». Lo stigma greco e una miscela di civiltà e di destini ardono nel sangue e nella parola di Sotirios. Messo a confronto con il mondo greco in un’intervista di Emiliano Ventura, il poeta greco così si esprime:

Il greco è una stratificazione di linguaggi molto ricca, di secoli, e mi sento fortunato a usare le parole che creano assonanze, allitterazioni e doppi, se non quadrupli, sensi di interpretazioni a posteriori. Una lingua malleabile e ricca, capace di offrire nuove metafore. Omero, Esiodo ci hanno fornito le maggiori metafore… il mare pieno di vino, la notte che ha generato i figli dei sogni… Non parliamo più la stessa lingua ma ci è familiare per via delle metafore… essendo queste poche di numero, è una provocazione reale per noi Greci cercarne di nuove, anzi quell’unica che ci permetta di vedere il mondo di nuovo giovane e sano. La nostalgia si scaccia proprio con la ricerca della nuova metafora che darà la carica all’orologio fermo dell’epoca moderna… Eschilo aspetta di essere scritto daccapo…

Collabora con varie riviste letterarie con saggi e traduzioni dall’italiano. Dal 1994 è membro della Società degli Scrittori Greci (Greek Writers Society). La straordinaria capacità di poesia di Sotirios Pastakas è nel culto della bellezza concreta delle cose, poesia in re, che si muove soprattutto e nasce da un reame di immagini quotidiane, in modo tale che in questa rappresentazione sia possibile scorgere l’amore che è nello sguardo di chi le ha guardate e rese nella forma incancellabili per la nostra esperienza. La voce del poeta, la cui opera è fondata sulla ricerca e sul fare, arriva con forza e il poeta, non è se non un occhio che vede, e un orecchio che ascolta, critico e pungente nell’interpretare la realtà greca lacerata dalla crisi, esplosa alla fine del 2009. Si rileva un legame essenziale con Hirschman che, nella traduzione di Corpo a corpo scrive: «Sono convinto che il lettore conoscerà, con questo libro, un eccellente poeta greco contemporaneo che riflette nei suoi testi molte delle tenebre economiche ed esistenziali che assediano il più luminoso dei paesi del mondo». Ma la poesia sopravvive in un mondo che la sospinge in posizione di marginalità anche rispetto ad altre forme di scrittura come il romanzo, che possono dare, ai loro autori successi e profitti. Il poeta lo sa e non si fa illusioni: rinuncia a ogni pretesa di magniloquenza, abbassa il tono, (la lezione di Hirschman è, in questo senso imprescindibile), parla come chi sa di rivolgersi a interlocutori distratti o indifferenti. Tuttavia, non rinuncia a scrivere contempla l’impavido disincanto della lirica che continua a esistere e crescere anche in condizioni avverse e non si lascia indurre al silenzio, anzi spesso riesce a sorridere con ironia, del suo status di sopravvissuta perché la bellezza è sempre in grado di svincolarsi dalla degradazione presente, o almeno questo è quel che si evince leggendo Monte Egaleo di Sotirios Pastakas (Multimedia Edizioni, 2019):

La vita, come la poesia, può trovare un inaspettato, “insolito fremito vitale”, proprio là dove crollano ponti, certezze, lontananze scambiate per ostilità.

L’ ombra di Athos è un insolito poemetto che si affida alla forma diaristica, una sorta di sperimentazione strutturale e con due esperienze di vita reali sovrapposte: quella di un amico pescatore, annegato nel delta del fiume Penios e riemerso dopo dodici giorni all’ isola di Skiathos, latente etimologia del Monte Athos, la montagna sacra degli ortodossi che per i greci rappresenta, con i suoi venti monasteri, il cuore spirituale del cristianesimo ortodosso. Tra le mura dei tanti suggestivi monasteri è infatti passata la storia della Grecia moderna, e in particolare della rivoluzione che nel 1821 portò il Paese all’indipendenza. La seconda esperienza è quella del poeta che, durante un intervento al cuore, rivive il percorso da morto dell’amico pescatore. Il trascorrere del tempo, il senso della vita e il mistero della morte sono i temi della riflessione esistenziale che si svolge attraverso il poemetto da configurare come un’opera di salvezza: l’uomo deve essere salvato dalla barbarie contemporanea rappresentata dal dominio delle banche, dall’asservimento al dio denaro. Un linguaggio ispirato in cui si fondono aggancio concreto e visione artistica rendono i versi difficili da capire a una prima lettura. Come nota Mengaldo, la parola è mezzo di purificazione della «nera fogna della vita», elemento non solo di catarsi, ma addirittura, secondo la felice intuizione di Debenedetti, di esorcismo, insomma un ottimo strumento terapeutico a cui affidare la possibilità di «portare il nostro sapere organico alla coscienza». La poesia è dunque come uno scandaglio che dopo avere toccato il fondo dell’animo e avere raggiunto l’intima verità delle cose, lentamente riporta a galla tale verità e la traduce. Il poemetto si chiude con una visione lirica e un messaggio di pace, un omaggio a chi ha percorso il viaggio ed è riuscito ad «arrivare dall’altra parte» e un invito alla sicurezza per chi si trova a dover fronteggiare guerra, povertà e oppressione.

… πλαγιασμένος σε έναν ίσκιο
σφυρίζω το δικό μου σκοπό
στα κρίταμα και τ’ αλμυρίκια.

Στάζων άλμην κι αφρόν
εν συνειδήση ιχθύος.

Io all’ombra
fischio il mio messaggio
in kritama e tamerici.

Grondante di sale e spuma
con la coscienza del pesce.

© Maria Allo

 

ΗΜΕΡΑ ΤΡΙΤΗ 19/12

«Έναστρη νύχτα πυρπόλησε
τ’ απάτητα νερά, ασήμωσε
τη σκοτεινή μου μοίρα».
Το φεγγάρι στο πρώτο
τέταρτο έδυσε.
Η Πούλια μεσουρανούσε.
Η μικρή και η μεγάλη Άρκτος
έλαμπαν και φώτιζαν μία προς μία
τις πληγές, τα κρύφια όνειρα
τα μυστικά που έκρυβα
χρόνους πολλούς και δεν έβγαιναν
να ξεμυτίσουν απ’ τα βαθειά
τα σύγκρυα που ήταν καμωμένα
με δάκρυα χειροποίητα
παράπονα και αίμα.
Ιππόκαμπος στο στήθος:
ασημένια καρφίτσα.
Η νύχτα καρφί ανάμεσα
στα κύματα, χορεύει στο σκοτάδι
και το χάος ανατριχιάζει η θάλασσα
έτσι ξαπλωμένος ανάσκελα,
η καρδιά μου χτυπάει έξω
από το σώμα μέσα στο νερό
αμέτρητες μέδουσες γεμίζουν
φιλιά το κορμί μου.
Φιλιά καρφιά
ευπρόσδεκτα να με ταλαιπωρούν
αποφάσισα να περάσω εδώ την νύχτα.
Την νύχτα τίποτα δεν είναι σωστό:
ο μεγαλύτερος εχθρός
του εαυτού μου παραμένω.
Κλείνω τα μάτια στο νερό
και σκέφτομαι πώς να γλιτώσω.
Κάνω νεύμα σε μια συναγρίδα.
Ψάρια κοπάδια έρχονται
καταπάνω μου: άλλα με τσιμπάνε
άλλα με αποφεύγουν το συνήθισα.
Άρχισα να διαμορφώνω
τη μηχανική επανάληψη
της καθημερινής δραστηριότητας,
με λίγα λόγια να μην δίνω
καμιά σημασία στο θάνατο.
Πως κάποτε θα πέθαινα
το ’ξερα από παιδί
κι όπως πορεύτηκα
για άλλη μια φορά.
Δεν άφησα τις αρνητικές
σκέψεις να με καταβάλουν.
Η θάλασσα έχει πολλά ψάρια,
είπα. Το πιο μεγάλο εμένα.

TERZO GIORNO 19/12

«La notte stellata bruciava
le acque fonde, argentava
Il mio oscuro destino».
La luna nel primo
quarto al tramonto.
Le Pleiadi al centro del cielo.
La piccola e grande Orsa
brillavano e illuminavano uno per uno
piaghe, sogni nascosti
segreti repressi
molte volte e mai sgorgati
dal profondo,
conflitti fatti ad arte
con lacrime, lamenti e sangue.
Ippocampo e al petto:
spilla d’argento.
Un chiodo la notte in mezzo alle onde,
si ballava nel buio e nel caos:
il mare ondeggiava
così sdraiato sulla schiena,
Il mio cuore batteva
fuori dal corpo; in acqua
innumerevoli meduse
lambivano il mio corpo.
Baci ventosi
a tormentarmi,
così decisi di trascorrere la notte là.
Di notte non c’è niente di più sensato:
rimango il peggior nemico
di me stesso.
Chiudo gli occhi nell’acqua
e sto pensando a come uscirne.
Sto amicando con una cernia
Arrivano banchi di pesce
sopra di me: alcuni mi pungono
altri mi evitano.
Mi ci sono abituato.
Ho iniziato a maturare
la ripetizione meccanica
dell’attività quotidiana;
in breve a non dare
nessun significato alla morte.
Che un giorno sarei morto
lo so da quando ero bambino.
E adesso sono di nuovo in giro
Non ho lasciato che le contrarietà
avessero il sopravvento.
Il mare è molto pescoso.

ΗΜΕΡΑ ΕΝΑΤΗ 25/12

Ύστερα φάνηκε μπροστά μου το νησί:
ασάλευτη ράχη γαϊδουριού
με κωνοφόρο τρίχωμα.
Η αίσθηση του ήλιου στον αυχένα.
Ένα κοράλλι στα μαλλιά και κόκκους
άμμου στα χείλη. Μια σύσπαση ελαφρά.
Η μόνιμη τάση στη δεξιά
βλεφαρίδα. Είδα την ιδέα για τον εαυτό μου
να συρρικνώνεται στο φυσικό περίγραμμα
ενός άνδρα που ξέβρασε η θάλασσα.
Δεν θυμάμαι ποιος μου έδωσε
το φιλί της ζωής  δυο χέρια μόνο
να με σηκώνουν. Μια αγκαλιά
χαμόκλαδα, θάμνοι ευώδεις,
αργιλώδης γη τραχεία,
πλαγιασμένος σε έναν ίσκιο
σφυρίζω το δικό μου σκοπό
στα κρίταμα και τ’ αλμυρίκια.

Στάζων άλμην κι αφρόν
εν συνειδήση ιχθύος.

NONO GIORNO, 25/12

Poi l’isola mi apparve dinanzi:
spalla di asino sgraziato di pelo ispido.
La sensazione del sole sul collo,
un corallo tra i capelli, grani
di sabbia sulle labbra e un lieve contrarsi.
Lo spasimo permanentemente
sul ciglio destro. Ho visto restringersi
l’idea di me stesso, nel contorno naturale
di un uomo vomitato dal mare.
Non ricordo chi mi ha dato
il bacio della vita – solo due mani
venute a prendermi. Un abbraccio
di lamponi, arbusti profumati,
terra di argilla.
Io all’ombra
fischio il mio messaggio
in kritama e tamerici.

Grondante di sale e spuma
con la coscienza del pesce. Dico. Il più grande, son io.

Il demone dell’analogia #8: Saffo

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano.»
Mario Praz

Saffo

 

O coronata di viole, divina
dolce ridente Saffo

frammento di Alceo da I lirici greci, traduzione di S. Quasimodo

 

SOLON

Triste il convito senza canto, come
tempio senza votivo oro di doni;
ché questo è bello: attendere al cantore
che nella voce ha l’eco dell’Ignoto.
Oh! nulla, io dico, è bello più, che udire
un buon cantore, placidi, seduti
l’un presso l’altro, avanti mense piene
di pani biondi e di fumanti carni
mentre il fanciullo dal cratere attinge
vino, e lo porta e versa nelle coppe;
e dire in tanto grazïosi detti,
mentre la cetra inalza il suo sacro inno;
o dell’auleta querulo, che piange,
godere, poi che ti si muta in cuore
il suo dolore in tua felicità.

«Solon, dicesti un giorno tu: Beato
chi ama, chi cavalli ha solidunghi,
cani da preda, un ospite lontano.
Ora te né lontano ospite giova
né, già vecchio, i bei cani né cavalli
di solid’unghia, né l’amore, o savio.
Te la coppa ora giova: ora tu lodi
più vecchio il vino e più novello il canto.
E novelle al Pireo, con la bonaccia
prima e co’ primi stormi, due canzoni
oltremarine giunsero. Le reca
una donna d’Eresso» «Apri: rispose;
alla rondine, o Phoco, apri la porta»
Erano le Anthesterïe: s’apriva
il fumeo doglio e si saggiava il vino. Continua a leggere

Una domenica inedita #3: Pietro Pancamo, Tre poemetti in prosa

Pieter Paul Rubens, Lamentazione

PATTI E NON PAROLE

La tenebra si abbatteva per la quinta volta su di noi, mentre Gesù, dorato e datato di doni, ascoltava a capo chino.
«Non hai voluto darmi retta, quando ti chiedevo Patti e non Parole. Quindi ora lancio i fiumogeni, come avevo minacciato, e scateno il diluvio», disse Giuda “Icariota” spalancando le ali e prendendo il volo, col viso nascosto dalla notte.

***

VIGOR MORTIS

È sulla vetta del Sinai che l’angelo Haziel fece il suo personale discorso della montagna.
«Sforzatevi di capire» –spiegò– «Io che vi amo ma sono eterno, soffro tanto per la semplice ragione che, all’occorrenza, non riuscirei mai a compiere per voi il sacrificio estremo. Invece gli uomini» – aggiunse guardandoci – «sono creati a immagine del Signore perché, come Lui, sono in grado di dare la vita per chi amano. La morte, credetemi, è il dono che Dio vi ha fatto».

***

LAMENTAZIONE

Adesso che hai (p)ignorato ogni mia speranza, ti urlo: «Sei un Giuda traditore! Quello vero!». E se mai ti vedessi splendere di gloria, qui a Gerusalemme, o predicare in piena Parusia, aggiungerei a tutta voce e tutta rabbia: «Io li confesso i miei peccati! Non so sacrificarmi per chi amo: che vuoi… non tutti i palmi riescono col buco! Ma tu? Tu spiegami una cosa: era dono per i figli, la tua croce, o solo un piercing alle mani, tanto per essere alla moda? No, guarda… non rispondermi nemmeno. Anzi fa’ il piacere di andartene all’istante: di toglierti, ed anche presto!, di (ri)torno».

 


Pietro Pancamo, poeta, novelliere ed editor professionista, è nato nel 1972.
Dopo essere stato incluso nell’antologia Poetando (Aliberti), curata da Maurizio Costanzo, s’è visto pubblicare una breve raccolta di versi dal blog «Poesia» della Rai e dedicare una puntata del programma «Poemondo» dalla radio nazionale della Svizzera italiana.
È autore delle sillogi poetiche: Manto di vita (LietoColle) e Il Silenzio Stonato (Edizioni Thyrus).
Suoi testi sono apparsi sul «Corriere della Sera», «Il Fatto Quotidiano», «la Repubblica», «La Stampa», «Poesia» (Crocetti editore), «Atelier», «Gradiva», «Carmilla», «Il Ridotto», «Il Paradiso degli Orchi», «FantasyMagazine», «IF. Insolito & Fantastico», «Vibrisse», «El Ghibli», «Cronache letterarie», «Scriptamanent» (Rubbettino editore), «Suite Italiana» e «Diogen» (rivista di Sarajevo, fra le più importanti d’Europa).
Attualmente cura la sezione poesia del mensile italo-olandese «Il Cofanetto Magico».

Il sabato tedesco #11: Hilde Domin, Il mio incontro con Gadamer

“Il sabato tedesco”, rubrica da me curata per Poetarum Silva, prende il nome da un racconto di Vittorio Sereni e si propone di raccogliere riflessioni, conversazioni, traduzioni intorno a testi letterari. (Anna Maria Curci)

Hilde Domin, Il mio incontro con Gadamer

Quando io penso a Gadamer, prendo in mano Doppie interpretazioni. Quanto è stato stimolante per me la volta in cui Gadamer mi chiese: «E Lei chi interpreta?». Come editrice, non avevo previsto di includere una poesia in quel volume. Ma Gadamer lo reputò sbagliato, e così lì c’è Lied zur Ermutigung II (Canto di incoraggiamento II): interpretato dall’autrice e da Gadamer, e comparso nel 1966, un bel volume rilegato e pubblicato dalla casa editrice Athenäum, e da tempo divenuto un tascabile presso la Fischer, un’impresa sin d’allora inaudita e rischiosa. È accaduto cinque anni dopo il trasloco definitivo (chi osa pronunciare questa parola – io lo dico sempre con cautela) mio e di Erwin Walter Palm ad Heidelberg, la nostra antica città universitaria.
Quindi sono in contatto con Gadamer sin dall’inizio della mia seconda vita a casa. Quando leggo entrambe le nostre interpretazioni, che da allora mi sono parse quasi identiche, mi rendo conto di quanto io ormai da tempo legga e interpreti la mia propria poesia con gli occhi di Gadamer. E quanto egli si riferisca al puro esistenziale, sebbene in me allora ci fosse insito ancora molto di politico (e ancora vi si cela). Quando io oggi parlo davanti agli studenti, in gran misura seguo l’interpretazione di Gadamer, anche se, per natura, entrambe le interpretazioni sono strettamente imparentate.
Quindi ho lasciato brevemente sulla rivista Zeit, con entusiasmo, l’incomparabile interpretazione gadameriana di Goethe: «La vicinanza di Amore, Sonno e Morte». E mi ricordo di come ho potuto festeggiare la mia ultima grande festa di compleanno, sedendo tra mio fratello e Gadamer, io che sono soltanto di dieci anni più giovane di lui e che sempre apprendo con ammirazione (quando per esempio leggo di fronte a studenti) che l’ultimo grande evento per i partecipanti è stato il fatto che in quella occasione anche Gadamer ha parlato brevemente. Come, del resto, lui non è mancato alla sessione festiva dell’Accademia lo scorso maggio. Gadamer compie cent’anni. Il giorno del suo novantanovesimo compleanno gli ho portato una bottiglia di spumante: «per il prossimo compleanno», ha detto lui.
«Così com’è, la vita è buona.» Che cosa possiamo fare se non essergli grati: così vecchio, così giovane, così esigente con se stesso. Io conservo, oltre a Verità e Metodo, tutti, o comunque la maggior parte degli articoli di giornale, scritti da lui o su di lui. In modo particolare, mi colma di gioia l’intervista rilasciata alla Rhein-Neckar-Zeitung nell’anno 1993 sotto il titolo: «L’umanità è in una barca». «L’umanità è in una barca, e noi dobbiamo tenere il timone di questa barca perché non finisca sugli scogli.» «Il pessimismo è una mancanza di sincerità, giacché nessuno può vivere senza speranza.» In questo siamo d’accordo.

Nicht müde werden
sondern dem Wunder
leise
wie einem Vogel
die Hand hinhalten*

Non stancarsi mai
ma al miracolo
sommesso
come a un uccello
tendere la mano

 


Edizione di riferimento: AA.VV. Incontri con Hans-Georg Gadamer. Edizione italiana a cura di Giuseppe Girgenti, Bompiani 2000, pp. 12-13 (Edizione tedesca: Begegnungen mit Hans-Georg Gadamer, a cura di Günter Figal, Philipp Reclam Verlag, Stuttgart 2020)


* «Non cedere a stanchezza/ ma al miracolo/ piano/ come a un uccello/ tendere la mano» (traduzione di Anna Maria Curci)

A partire da “Fly mode” di Bernardo Pacini: il drone e altre strategie di elusione dell’Io

Bernardo PaciniFly mode
Amos Edizioni, 2020
A partire da Fly mode di Bernardo Pacini: il drone e altre strategie di elusione dell’Io

La grande idea su cui si fonda il nuovo libro di Bernardo Pacini (Amos 2020) è quella di adottare, immaginare l’inedito punto di vista di un drone, che gli permette una spettacolare esplorazione del mondo e realizza narrativamente le virtualità mentali infinite, il pensiero analogico del suo autore/pilota («vedere in HD le stanze vaticane/ l’Alhambra, la casa etrusca del lucumone/ il mistero delle grandi rocce del Grand Teton?», p. 25). Al tempo stesso assistiamo a una certa sfasatura cognitiva, al nesso asimmetrico sguardo/sapere: così l’eccesso di immagini si trasforma in un’incapacità di vedere («quanto più registra tanto meno guarda», p. 25), in umanissimo senso di limitatezza («Si può essere felici/ senza esserci mai stati?», p. 67), di piccolezza rispetto alle tragedie della Storia, come la distruzione di Aleppo, le cui macerie furono davvero filmate da un drone nel 2016, il fuori e «Il dentro delle case che crolla» (p. 17, e qui il riferimento testuale è a un’importante sezione del primo libro di Pacini, Cos’è il rosso, Edizioni della Meridiana 2013). Dopo l’avvio fiducioso, vertiginoso («io vedo tutto», p. 15), lo sguardo sopraelevato del drone presenta in fondo le stesse debolezze del nostro, continua esigenza di rielaborazione («E se di notte devo ricostruirti, prezioso mio panorama/ se devo ricomporti byte per byte nella memoria/ della mia videocamera», p. 24), sentimento trepido dell’escluso e identificazione («al punto che dal vetro smerigliato/ ora posso finalmente/ inquadrarne i lineamenti», p. 51, spiando dentro la canonica un sagrestano che a sua volta lotta con la penombra), insofferenza ai ritmi fissi, alle immagini già date («Vorrei una sera dopo il volo/ tu mi lasciassi acceso per errore/ una falla in quel sistema perfetto/ di logiche e abitudini […] Qui c’è un gatto?», p. 65). La modalità prevalente di questa poesia diventa allora obliqua, visionaria, onirica, come già in apertura dell’opera, con la folgorante immagine di una mandria di cavalli che sconvolge un cimitero: «una serqua di frisoni s’impenna tra le lapidi./ Lussano crisantemi, snidano pomone/ i seni grandiosi drizzati coi mignoli». Non può sfuggire la ricercatezza lessicale di termini colti o comunque lontanissimi dall’uso corrente che punteggiano l’intero libro, ed è come se lo stile andasse di pari passo con la visione del drone in avvicinamento, come se la scoperta progressiva del mondo si accompagnasse alla riscoperta faticosa della lingua.

Ne consegue un dialogo fitto, continuo con la grande tradizione, inserti danteschi, riferimenti montaliani espliciti (Alto levato drone, titolo della prima sezione) e probabili: nella serie di testi La circostanza, che «evoca la figura di Pietro Pinna, primo obiettore di coscienza al servizio militare della storia italiana» (nota p. 88), l’immagine degli scacchi associata ai soldati sembra infatti poter rimandare al Montale di Nuove stanze. E poi ancora Buzzati, Goethe, Malaparte, mentre nel bellissimo testo sottomarino Underwater drone compaiono in corsivo due citazioni, dal Cimetière di Valéry e dal Prufrock di Eliot. Proprio il famoso incipit della Love song potrebbe aver motivato il finale di un altro testo, dove il ronzio del drone «recide di netto/ la salma inodore del cielo», p. 33. Questo per dire come un libro dal protagonista tecnologico e iper-contemporaneo finisca per diventare un significativo omaggio alla cultura letteraria e umanistica, e in definitiva alla sua resistenza e al suo perdurare. Ma l’aspetto strategicamente più importante è la funzione stilistica del drone, che permette di mediare, di schermare rispetto all’emotività e al patetismo, al coinvolgimento diretto del dronista. Lo fa nei confronti del luogo di appartenenza («ma come si chiama il vento di Firenze, quanti/ sono gli strati di vernice di quel murales», p. 22), della donna amata («Sei sempre dentro di me, letteralmente:/ salvata in DCIM, in ordine per data», p. 54), perfino rispetto a un lutto privatissimo, la morte in grembo di un fratello nascituro (si veda in particolare l’immagine struggente, ancora schermata dalla distanza e dall’aggettivo prezioso, del «fiocco azzurro scolorito/ garrotato alla maniglia», p. 32). Nel finale in prosa, dedicato alla cura di un nonno, la parola passa quindi al poeta/dronista, e questo passaggio deve suonare tra le altre cose come una dichiarazione di poetica, la ricerca di uno sguardo capace di vedere al di là del proprio dolore: «Avrei voluto già averti, drone, per vedere ciò che non mi era dato» (pp. 80-81). Continua a leggere

Thanassis Hatzopoulos, Più di tutti, i poeti distruggono la lingua (trad. di Chiara Catapano)

Più di tutti, i poeti distruggono la lingua

di Thanassis Hatzopoulos
traduzione di Chiara Catapano

È talmente noto, famoso il confino, l’esclusione dei poeti dallo stato platonico, da non sfuggire all’orizzonte conoscitivo dei censori sotto le dittature, i quali si sono pronunciati sul tema del ruolo dei poeti, argomentandone come segue la sconvolgente posizione: «I letterati devono [rispetto] alle desinenze delle parole e all’aumento nei verbi al passato. Più di tutti, i poeti distruggono la lingua. Platone, come è notorio, li aveva esclusi dal suo stato.»[1] Trovandosi così il poeta investito d’una carica d’eccezione, che nella situazione sopracitata rappresenta un riconoscimento al merito, bisogna forse venga espulso non solo dalla comunità, ma ricacciato fin dentro l’inferno. Per allontanare i catastrofici effetti dell’influenza linguistica dei poeti che non rispettano le regole, ai censori è richiesto quel genere di controllo che rimette le cose al loro posto, affinché le coniugazioni dei verbi non abbiano a soffrirne. La grammatica può prendere il posto dei tutori che gli ortopedici adottano per sostenere una parte del corpo allorquando il sistema muscolare non se la cavi bene con la forza di gravità. Certamente in questa condizione, come nel caso del politicamente corretto ai nostri giorni, il tutore lavora a favore dell’asfissia, se non addirittura dello strangolamento, dell’espressione. Ed ecco che le stesse norme che regolamentano un sistema vengono adoperate al fine di dissolverlo, grazie ad una ben programmata fin da principio e meccanica liturgia. E che i poeti, rinnovatori della lingua comune usurata dall’uso continuo, debbano essere allontanati per lasciare infine l’opera della catastrofe al tempo, alla staticità, alla ripetizione mortifera.

Proseguono incontenibili i Grandi Fratelli della lingua: «Il Governo Nazionale, allo scopo di arrestare il subdolo avvelenamento dell’anima nazionale, necessita d’imporre la censura nei libri. Perciò, vista la probabilità di trovare parole di senso ambiguo o non immediatamente comprensibili o non entro il limite e il significato del delineato spirito della cultura greco-cristiana secondo la Rivoluzione Nazionale, esige la presenza dello scrittore al fine di discutere con le autorità competenti i passaggi o le parole controverse, e di apportare le debite modifiche oppure di dimostrare, facendo ricorso presso il grado immediatamente più alto nella gerarchia oppure se necessario a quello immediatamente a questo più alto o se necessario al comando generale, l’innocenza delle proprie intenzioni.»[2] Credo così sia più chiaro lo scopo del censore, che ad altro non punta se non al significato. «Vista la probabilità che ci siano parole di senso ambiguo o non immediatamente comprensibili» è scritto nel passaggio, e ci si stupisce di non assistere all’abrogazione delle parole stesse. Ma avrebbero dovuto denudare la lingua convertendola in una terra desolata, che poi è ciò a cui puntano. Perché è difficile imbattersi in parole che non funzionino nel doppio senso o nell’ambiguità, o in altre che risultino immediatamente chiare. Di certo l’univocità del senso, come ci informano in modo da toglierci ogni dubbio, altro non è che il limite e il significato «del delineato spirito della cultura greco-cristiana secondo la Rivoluzione Nazionale». Può suonare ridicolo oggi, ma questa guida ideologica della lingua e del pensiero è in sostanza l’imperativo di ogni regime dittatoriale. Palese o nascosto, implicito o esplicito. Ma pure di chi voglia lavorare in sintonia con questi principi, palesemente o di nascosto, implicitamente o esplicitamente. Il politicamente corretto, come ogni genere di correttezza, di ortodossia, può potenzialmente agire anch’esso in modo simile. Il significato univoco è la bandiera, la polisemia il nemico. Obbiettivo, la totale anchilosi della parola, e dunque della lingua stessa.

L’attitudine della poesia è quella di una rivoluzione permanente nel campo della lingua e del significato, nel tentativo di una significazione ricorrente di ciò che si trova oltre il senso o i suoi confini. Una battaglia ai margini della lingua, una lotta di confine con la materia del cosmo, con ciò che ancora non ha nome e non è racchiuso nel rapporto tra parola e valore. Certo il significato potrà non essere “immediatamente comprensibile” oppure i passaggi pullulare di equivocità; e oltre questo segno eccoci nei focolari creativi della poesia, quelli che procurano il mal di testa ai filologi e a quanti chiedano nutrimento premasticato in parole premasticate. A quanti allo stesso modo invochino significati diretti; a quanti ignorano la ricchezza del sottosuolo e chiedono una superficiale rassicurazione. Sono quelli che si lagnano e tramano contro ogni oscurità, del senso o dello stile, che consenta margini a prospettive ambigue. La densità infastidisce, così come ogni genere di allusione. La parola poetica, che si condensa nel nome della metafora, li infuria. Loro stessi desidererebbero procedere in modo censorio se solo gliene venisse offerta l’opportunità e, in poche parole, così agiscono quando giudicano. Ci troviamo qui dalla parte di quanti vogliono limitare il linguaggio – e la lingua da cui questo germoglia senza confini – nelle loro ristrette misure, nel loro cosmo senza orizzonte. Come per le piante potate in forme geometriche dai giardinieri d’Occidente. Sono gli stessi che “sanno” come si debba scrivere poesia e non vedono oltre il loro naso. E sono sempre gli stessi che credono di sapere come la si insegna, assieme a quanti suppongono di farsela insegnare, nei famosi laboratori di scrittura. Che meglio farebbero a chiamarsi laboratori di lettura “creativa”, e ciò sarebbe sufficiente. Continua a leggere

«And love finds a voice of some sort». Omosessualità e (auto)censura nella letteratura inglese e francese (1870-1930)

«And love finds a voice of some sort». Omosessualità e (auto)censura nella letteratura inglese e francese (1870-1930)
Carocci editore, 2020
Nota di Paola Deplano

L’amore che non osa dire il suo nome, il peccato muto, il vizio innominabile dei Greci: tutti modi di dire non dicendo un amore come un altro, quello tra persone dello stesso sesso. Il dire non dicendo tipico del passaggio fra Ottocento e Novecento, in cui l’omosessualità era osteggiata dalla morale dominante e punita dalla legge, ma che pure – parafrasando Galilei – si muoveva, naturale come l’amore, nella società dell’epoca. Del resto, non se la passavano molto meglio neanche le opere in cui si dava spessore carnale agli amori eterosessuali: fu accusata di pornografia persino la poesia Nuptial Sleep di Dante Gabriel Rossetti, che descrive in termini più romantici che boccacceschi il risveglio dopo una “normale” prima notte di nozze di un “normale” matrimonio di una “normale” coppia formata da un uomo e da una donna. Come si vede, la censura del periodo vittoriano e edoardiano si abbatteva su qualsiasi scritto osasse descrivere passioni che per il solo fatto di essere “passioni” si trovavano automaticamente ad essere etichettate come “proibite”.
È proprio tale complesso intrecciarsi fra detto e non detto nella letteratura tra i due secoli che viene illustrato nel libro «And love finds a voice of some sort». Omosessualità e (auto)censura nella letteratura inglese e francese (1870-1930), edito da Carocci e curato dal professor Michele Stanco, docente di Letteratura Inglese all’Università Federico II di Napoli. Questo saggio si propone d’indagare, attraverso una serie di contributi di vari studiosi, i meccanismi di censura e di autocensura di alcuni scrittori che hanno pubblicato opere sull’amore fra due persone dello stesso sesso.
L’idea del volume è nata da un seminario sulla censura nella letteratura inglese e francese fra Ottocento e Novecento rivolto agli studenti dell’Università Federico II di Napoli. Durante i lavori è emerso che gli studiosi chiamati a parlare avevano tutti approfondito autori omosessuali ed è quindi sorto spontaneo il desiderio di indagare ancora più dettagliatamente il legame fra l’amore “muto” per definizione e la sua censura, sia interiore che esteriore.
Senza tanti giri di parole, ne è uscito un bel libro, un libro bello innanzitutto perché, come avrebbe detto Oscar Wilde (a cui sarebbe piaciuto un sacco) è “scritto bene”. Per scritto bene si intende non solo sul piano dell’accuratezza formale, ma anche la chiarezza nell’esporre i concetti che s’intendono veicolare al lettore. È scritto bene perché gli autori sono cinque, ma parlano, grazie all’accorta curatela del professor Stanco, una stessa voce. Si intravede tra le righe un continuo lavoro di squadra, nutrito da un costante confronto tra uno studioso e l’altro, tutti concordi nella tesi che più la società e l’autore stesso censuravano l’amore omosessuale, più la sua descrizione, velata o meno, si ritrovava nelle pagine di molte opere d’arte del tempo. È scritto bene perché si fonda su una conoscenza puntigliosa e accurata del periodo e degli autori proposti, muovendosi non solo tra le loro opere e biografie, ma anche nei meandri della loro psicologia e tra i faldoni delle leggi proibizioniste che cercavano in ogni modo di conculcare la loro espressione artistica e umana.
Più nello specifico, la struttura dell’opera è chiara e fruibile a chiunque, non solo agli esperti di letteratura inglese e francese. Dopo l’introduzione e il primo saggio su Oscar Wilde, scritti da Michele Stanco, si succedono contributi altrettanto interessanti: Paola Di Gennaro ci parla della cosiddetta “poesia uraniana”, Aureliana Natale della letteratura pornografica nell’età vittoriana, Raffaella Antinucci di Maurice di Forster, Tiziano Mario Pellicanò di Proust. Come si vede, si alternano aspetti finora poco indagati della letteratura con i grandi nomi universalmente riconosciuti come pilastri della letteratura stessa e tutto ciò, è bene ribadirlo, con una rara ed encomiabile capacità di coniugare l’erudizione ad una esposizione chiara, brillante e mai noiosa.
And love finds a voice of some sort è un libro che ci fa entrare nel pozzo della solitudine di scrittori che hanno avuto la sola colpa di nascere in anticipo rispetto a un mondo che li rifiutava. Eppure, nonostante i divieti, l’ostracismo, le punizioni esemplari, questi artisti non rinunciavano ad esprimere sé stessi e a lottare, coi mezzi e le forze che l’epoca consentiva, per raggiungere la serenità e la pace che qualsiasi essere umano merita. Symonds, in una sua lettera, disse: «Continuerò a scrivere perché sono certo di amare, a modo mio, e l’amore trova sempre una sua voce, di un qualche tipo.” Una voce che il saggio curato da Michele Stanco fa risuonare nel nostro presente con tutto il suo carico di vergogna e di dolore, ma anche di ostinata speranza in “un anno più felice» (questo?).

© Paola Deplano

Il demone dell’analogia #7: Senzatetto

IL DEMONE DELL’ANALOGIA

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano.» Mario Praz

Senzatetto

 

dal Mercantile di oggi, 11 ottobre 2014,
in un articolo siglato s.r.
vengo a sapere che la donna
spaurita e minuta che passa la vita
alla stazione di Brignole,
in un angolo tra la biglietteria automatica e l’edicola,
è così da quando il suo grande amore l’abbandonò.
Una brusca telefonata breve.
E poi sparito per sempre. E stop.
La carrozzina per bimbi
sgangherata e traballante
(modello inglesina anni sessanta)
piena di sacchetti di plastica
è tutto quanto le avanza.
E quando si sposta
non la spinge in avanti
quasi fosse un futuro
ma se la trascina dietro:
il passato e le sue piaghe.

Prova di fronte a simili miniature sbreccate
a farti le solite maledette domande.
Tanto risposte non ne troverai
se non da qualche voce impudente.
Tutt’al più si può sotto le dita sentire
come uno sbrego dolente
nel rovescio d’un antico tappeto.
Pelle calpestata da stivali sporchi:
esausta sino a farsi velo trasparente

da Cairn di Enrico Testa

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Una domenica inedita #2: Ivan Ruccione, Tre prose

 

 

SCAMBI

Getto la sigaretta tra i binari e dopo un attimo vorrei saltare giù a raccoglierla, ma il treno arriva fischiando, serpeggia lentamente sugli scambi prima di dirigersi verso la banchina. Devo cambiare. Abbiamo pessime abitudini, noialtri, come quella d’inquinare o saltare sotto i treni. Le ruote stridono e fumano nell’aria fredda. Le porte si aprono.
Supero valigie e sguardi cupi e trovo posto in un vagone che puzza di corpi stanchi e freni surriscaldati. Mi accomodo pensando al colloquio di lavoro, a quello che ho detto, all’impressione che potrei aver dato. Il mio braccio ha uno spasmo involontario e do di gomito alla ragazza che mi siede accanto. Chiedo scusa con un cenno. Lei sorride e torna alla dispensa posata sulle sue gambe. Mastico una gomma per mitigare l’odore di vino bevuto al bar della stazione e poi mi stringo contro la parete. Guardo fuori dal finestrino. Il viso del ragazzo che pian piano si allontana dalla mia visuale, seduto sull’altro treno, ha una malinconia familiare. Penso ai tre amici con cui sono cresciuto, che ora immagino soli da qualche parte a pagare il prezzo di una separazione, di un sogno mai avverato, di un’omosessualità insabbiata. Vorrei chiamarli ma l’idea già mi stanca. Ci teniamo le cose finché le cose non diventano un cancro. Siamo degli amici di merda.
Riflessa sul vetro, vedo la ragazza al mio fianco raccogliere lo zaino, alzarsi e andare via con il telefono premuto sull’orecchio. Oltre il vetro riappare la stazione. Credevo di essere partito, invece era il treno accanto.

 

AL PARCO

Varca i cancelli del parco e imbocca il selciato che conduce al laghetto artificiale, un selciato sconnesso dalle radici degli alberi. Evita pozze d’acqua e foglie bagnate.
Snoda i manici del sacchetto, frantuma il pane nel pugno, siede su una panca asciutta ai piedi del lago. Gli piace venire qui a quest’ora, nel giorno libero di un lavoro che detesta, gli piace vedere padri e madri e figli all’uscita da scuola.
Getta una manciata di pane nel lago e un cigno si avvicina aggirando un tronchetto che galleggia a fior d’acqua. Una trota rompe lo specchio verde e abbocca un pezzo di pane. Un secondo cigno, sbucato dalla boscaglia di un isolotto, raggiunge l’altro che ha già iniziato a beccare. Un piccolo stormo di tortore atterra accanto alla panchina e lui sparge a terra del pane. I cigni guardano mostrando un lato della faccia per volta.
Un bambino sopraggiunge correndo, come l’uomo sperava. Il bimbo chiede se può lanciare del pane e così gli porge il sacchetto risvoltandone l’estremità. Un pugnetto di briciole punteggia l’acqua.
«Cos’era quello?» chiede il bimbo, pulendosi la mano sul giubbotto.
«Una carpa koi».
«Uau…», dice, e pesca dell’altro pane dalla busta.
«Chiedimi qualcos’altro», dice l’uomo. «Io ne so di cose, sai?»
Il piccolo sgrana gli occhi e si infila un dito nel naso, poi parte a razzo quando una voce esplode nell’aria per richiamarlo. Le tortore frusciano spaventate.
L’uomo chiude il sacchetto e si mette a braccia conserte. Scivola in avanti sulla panchina e, allungando le gambe, traccia due solchi nella terra. Si guarda le scarpe. Scarpe che ha trovato svuotando l’appartamento del figlio. Un tantino grandi, a dire il vero, ma ancora buone per camminare.

 

IL NUOTATORE

«Perché era così deciso a portare a termine il suo viaggio,
anche se ciò poteva mettere a repentaglio la sua stessa vita?»
– John Cheever, Il nuotatore

Sogno le frasi che vorrei dire mentre cammino verso di te. Mi fermo a ogni bar durante il tragitto. Non guardo negli occhi nessuno. Mi viene servita la birra e poi do le spalle al banco. Guardo fuori. Fuori è qualcosa che non capisco. Le cose accadono ancora, ma è come guardare da un buco nel muro.
Procedo lungo il viale, sotto due file di alberi. È calato il buio. Un soffio di vento scuote i rami e il frutto di un acero frulla nell’aria sopra di me, come un’elica. L’insegna di un altro bar, l’ultimo che incontrerò, pulsa d’azzurro al termine del viale.
Arrivo sotto casa tua. Le persiane del secondo piano sono chiuse, ma l’appartamento è illuminato dalla lampada a stelo. Attendo un movimento, un pezzo di te, un’eclissi.
Suono il citofono. La tua ombra appare dietro le assicelle, scompare dietro il muro, riappare nell’altra finestra mentre attraversi la sala. Vai più piano, per favore; te lo sussurro sempre. Torna indietro, fatti rimpiangere ancora un po’.
«Sì?»
La tua voce metallica, la tua voce arrugginita.
«Chi è?»
Non so mai risponderti.
Torno al delta del fiume per risalire la corrente. Penserai a qualche stupido ragazzino che si diverte, invece è soltanto uno stupido.

 


Ivan Ruccione è nato a Vigevano (PV) nel 1986. Alcuni suoi racconti sono apparsi su vari blog e riviste tra cui Nazione Indiana, Poetarum Silva, Altri Animali, Cattedrale; nelle americane AGNI Magazine (Boston University), Minute Magazine, The Daily Drunk e UnPublishable. È autore della raccolta Troppo tardi per tutto (Augh! Edizioni, 2019), prefazione di Helena Janeczek. Gestisce Mirino, un lit-blog dedicato alle scritture brevissime in prosa.
I testi proposti sono tratti da Tra le cose e gli altri, in uscita nel 2021 per Arkadia, collana SideKar.

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