Recensioni ibride #1: #StelleOssee #OrazioLabbate

Recensione ibrida di Stelle ossee di Orazio Labbate (Edizioni LiberAria)

di Ilaria Grasso

Sarà forse la presenza dell’Etna (in siciliano ‘a Muntagna) ma trovo negli scrittori siciliani una follia, spesso incomprensibile al resto del mondo, che mi ha sempre incuriosito. Per questo motivo, e affascinata dal titolo, mi ritrovo in una libreria di Roma per la presentazione della raccolta di racconti dal titolo Stelle Ossee di Orazio Labbate. Arrivo tre quarti d’ora prima alla libreria Assaggi a causa di una inaspettata puntualità di un autobus. Roma talvolta ti fa dono di un po’ di tempo che questa volta decido di utilizzare acquistando il libro e iniziare a leggere. La copertina mi colpisce subito. Quel teschio disegnato da stelle sullo sfondo nero della copertina mi promette l’apocalisse e infatti il libro è composto da diciassette racconti apocalittici.

Aldilà delle tematiche e dello stile di scrittura l’inchiostro utilizzato dai siciliani si riversa sulla carta, irruento come lava che brucia, lasciando una cenere utile a rendere fertile il paesaggio archetipico e l’immaginario di chi legge. Anche con la lettura dei racconti Orazio Labbate non c’è stata smentita. L’esordio letterario di Labbate ha inizio con il romanzo Lo scuru (Tunuè) dove troviamo un vecchio siciliano alla fine dei suoi giorni in West Virginia che racconta la Sicilia da cui è partito molti anni prima. Il personaggio Razziddu Buscemi rievoca la sua infanzia utilizzando una memoria ricca di esorcismi subiti e di passi difficili da fare perché pieni di violenza e dolore ma anche utili e necessari all’evoluzione. Le visioni che appaiono, un mix potente di pensiero metafisico e immaginario gotico, sono espresse attraverso un linguaggio barocco poetico e misterioso. Labbate, durante la presentazione, attribuisce la paternità della sua scrittura a Bufalino, D’Arrigo, Faulkner e McCarthy individuando similitudini tra il paesaggio americano e quello siciliano. Porta ad esempio la città Galveston, in Texas, raccontando dell’enorme quantità di immigrati siciliani presenti lì. Scopro tra l’altro, indagando sull’autore che il suo blog personale si chiama Sicilia Texana.
Il fatto che ci sia un petrolchimico, sia a Gela che a Galveston, crea un altro forte punto in comune. Concordo appieno nella somiglianza di certe parti d’Italia all’America. Penso alle simili caratteristiche organolettiche del terreno che hanno consentito ad esempio al vitigno Syrah che è nato nel siracusano, di giungere in Puglia, mia terra d’origine arrivando fino alla California. Mi viene in mente questa qualità di vite come immagine perché è con essa che viene prodotto il Nero d’Avola. Nero come oscuro, nero come scuru. Inoltre durante la lettura della raccolta mi imbatto nell’espressione “grappoli di fumo” che mi rimanda immediata l’immagine di un vitigno (in Case incendiate). L’ho trovata così suggestiva, ispirata ed ispirante che ha dato vita ad una mia poesia “labbatiana”. (altro…)

Giuseppe Ceddia, Bestiario N. 9: Cavallo

“Mercato di cavalli al palo” di Théodore Géricault

Giuseppe Ceddia, Bestiario N. 9: Cavallo

Fascio di muscoli tesi allo spasimo che saettano schiaffeggiando il vento, zoccoli che risuonano come treni sulle rotaie quando il terreno delle praterie consente guizzi magici e meravigliosi, possente delizia degli occhi e nobile andatura storica, il cavallo si erge come un imperatore nella valle dei dominatori.

Ce ne sono di leggendari, quelli che hanno concesso di essere cavalcati da grandi personaggi della storia, quelli che hanno donato o donano il loro seme da campione per lo sviluppo e la continuazione ereditaria di alto rango, quelli che – senza sella – son stati domati dai nativi americani prima che questi venissero sterminati dall’uomo bianco, ce ne sono di grandi e piccoli, di chiazzati e di tinta unica, da tiro pesante o da trotto.

Da sempre compagno di avventure dell’uomo, con lui ha diviso gioie e dolori, intense avventure reali o oniriche (come non rammentare il Ronzinante di Alonso Chisciano, alias Don Chisciotte della Mancia!), ha cavalcato nel sangue delle guerre e nei boschi per la caccia, ha servito fedelmente imperatori e fuorilegge, ha subito il sacrificio della morte tramite esecuzione con arma da fuoco quando, azzoppato, è ormai inutile e sarebbe solo sofferenza il restare in vita.

Ne hanno cantato le gesta molte ballate della tradizione, di questo animale si conosce il prestigio e la rettitudine, la fedeltà e il coraggio, lo schiumoso sudore che copre il manto come una coperta di sacrificio, dopo estenuanti corse per luoghi selvaggi e dimenticati dagli dei.

Con un colpo dello zoccolo posteriore ha ucciso molti stupidi umani che l’hanno provocato, potenza equina del disappunto; è animale dell’inconscio, freudiano simbolo fallico per chi con esso sviluppa contatti spirituali ma anche ossessivi (da rivedere il film Equus di Sidney Lumet, 1977, tratto dall’omonimo dramma del 1972 di Peter Shaffer, storia di un uomo che ama i cavalli e ne è ossessionato al punto tale da accecarne sei); d’altra parte anche l’accecamento è una forma di evirazione, come ben sapeva il caro Edipo.

Qui al sud, del cavallo, si usa mangiarne la carne; un sapore forte e deciso al contrario della carne bovina. Molti storcono il naso, si fanno buonisti per la nobiltà equina. Eppure ogni paese ha le sue usanze, vorremmo forse condannare i mangiatori di cani, di coccodrilli o di scarafaggi? Ogni animale ha dignità, dunque non credo abbia senso gerarchizzare.

Ricordiamolo protagonista dei romanzi cavallereschi e anche della destrutturazione parodica degli stessi; celebriamolo per la polvere che il suo passaggio alza nei deserti rocciosi, ricordiamolo per la grande lucidità e il possente spirito. Chi dorme in piedi (in senso reale e non per modo di dire) ha una storia che andrebbe raccontata.

 

 

©Giuseppe Ceddìa

Cristina Micelli, A chi scorre

Cristina Micelli, A chi scorre, Qudulibri, 2017, € 10,00

*

La donna che scrive a matita
ha un’età vicina a quand’era bambina
ha l’età di sua madre, l’età di sua figlia.

Ha letto le pietre nelle trincee
e le storie degli uomini seduti di fronte
ha mangiato bacche
visitato più volte la stessa cascata
ha messo i piedi nella rugiada
per sentire quando è fonda la rinascita.

*

Le ragazze sedute in mezzo all’Arzino
fanno isola incontro al destino.
Da sponda a sponda poi verranno i piloni
come deciso
verranno i viadotti e la violenza del profitto.

Ma le ragazze ricorderanno di avere visto
le risate e l’eco del parlare fitto
una luce illesa venire radente
il cemento non corrode la corrente.
L’immagine impressa nei loro occhi di torrente.

*

La tua voce nel riverbero della strada
sorprende un pensiero che abbiamo.
assomigli in suono alle corde grevi e trasparenti
al pieno che ha il suo vuoto attorno
allo spazio dove la visione s’incanala.
Il primo respiro ara la terra
il secondo chiama la pioggia a raccolta
il terzo respiro è il seme che ci amalgama.

*

Le rovine dell’ex-macello
le braccia in croce sul cemento
chi spinge il gancio fin dentro l’anello.
Sul vetro della grappa l’albero compie la sua
danza e come può abbraccia
il tronco, il capo reclinato di lato.

Non vista la mano a deporre il peso
non viste le ali a separare il legno
tu e il tuo volere rimanere appeso.
Tu la tua sete che chiede senza dire
dichiari la fine della rosa con le spine.

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L’astrofisico del Sistema periodico che accolse Primo Levi

L’astrofisico del Sistema periodico che accolse Primo Levi

Ne Il sistema periodico, e precisamente in Potassio, Primo Levi narra come nel gennaio del ’41, da studente di chimica, alla costante ricerca di verità e concretezza, avesse scelto di frequentare un corso di esercitazioni di fisica all’università di Torino. Fu così che incontrò l’assistente che dirigeva il corso: “un giovane assistente, magro, alto, un po’ curvo, gentile e straordinariamente timido, che si comportava in un modo a cui non eravamo abituati”, ricorda nel racconto.

Lo scrittore si riferisce all’insolito atteggiamento scettico e al contempo umile di un uomo che, al contrario dei suoi colleghi, sembra consapevole di trovarsi di fronte a piccole conoscenze, e non certo dinanzi alla vera sapienza inconoscibile. Fu questo giovane studioso, spiega Levi proseguendo, questo trentenne – “sposato da poco, veniva da Trieste ma era di origine greca, conosceva quattro lingue, amava la musica, Huxley, Ibsen, Conrad, ed il Thomas Mann a me caro” – , ebbene, in spregio alle leggi razziali vigenti lo accolse e gli consentì di esercitarsi e portare avanti gli studi.

In Potassio, l’assistente finirà per assurgere al ruolo di magnifico contemplatore meditabondo, a cui lo scrittore opporrà la ferma volontà, molto più terrena e concreta, di rimanere immerso nella brutale realtà politica del tempo.

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A proseguire il racconto di Levi, Potassio, ci pensa Stefano Dallaporta. Oggi avrà pressappoco l’età del giovane assistente di Primo Levi. Stefano è un musicista. Ha i capelli lunghi biondi annodati alla nuca. Indossa una giacca di pelle, una maglietta nera, la barba lievemente incolta, gli occhiali da vista. È laureato in Scienza dei materiali, e diplomato al conservatorio. Tra le due strade però ha scelto la seconda, conferma. È lui a proseguire il racconto, e per farlo mescola elementi autobiografici e memoria:

All’inizio, per via del cognome, non è stato facile frequentare l’università di Padova. Il cognome Dallaporta, al dipartimento di Fisica, è sempre stato duro da portare. Il fatto è che a Padova mio nonno, per ben trent’anni, ha tenuto la cattedra di Fisica teorica, per poi passare a quella di Astrofisica teorica.

È morto nel 2003, ricorda Stefano, si chiamava Nicolò Dallaporta Xydias ed era nato a Trieste nel 1910, da genitori greci appartenenti a famiglie originarie dell’isola di Cefalonia. Fino a 16 anni è cresciuto a Marsiglia dove il padre lavorava in una compagnia di navigazione di proprietà. Si era laureato a Bologna, aveva proseguito la carriera a Torino e Padova. Negli anni ’80 fu chiamato a Trieste, sua città natale, dove istituì il settore di Astrofisica e Cosmologia dell’istituto SISSA.

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Chris Bachelder, L’infortunio

Chris Bachelder, L’infortunio, traduzione di Damiano Abeni, Sur 2017; € 16,50, ebook € 9,99

*

I rituali, le abitudini, ripetere alcuni gesti all’infinito, sono modi per sopravvivere? È forse per questo che le tradizioni sono così dure a morire? E non è per questi motivi che le religioni sopravvivono più di ogni altra cosa? Il conforto che la gente trova nella preghiera, o nell’andare a una funzione religiosa, si compie già nella ripetizione. Non è il testo del rosario che salva ma il fatto di poter ripetere quei misteri tutte le sere di maggio alla stessa ora con persone che condividono la stessa fede. Non si spiega altrimenti perché ripeteremmo il Natale come se fosse una rappresentazione: stessi cibi, stessi invitati, stesso albero e, molto spesso, gli stessi regali. Potrei fare decine di esempi in cui la ripetizione di un’azione viene vista come l’unico rimedio al disagio o alla solitudine, allo sprofondare nei guai. Rifaccio questa cosa e per un’ora mi scordo del mio divorzio, dei problemi al lavoro, dei guai di mio figlio. Per molti di noi anche rimettere a posto una tazza sempre sullo stesso scaffale significa ripristinare un ordine e a quell’ordine aggrapparsi.

Erano testimonianze di desiderio. La gente tocca le finestre, pensò, in cerca di rassicurazione. A controbilanciare la narrativa dell’espansione c’era una altrettanto importante narrativa del contenimento.

Chris Bachelder ne L’infortunio (tradotto dal sempre ottimo Damiano Abeni) ci racconta una tradizione alla quale forse nessuno di noi avrebbe mai pensato: 22 uomini ogni anno si ritrovano in un Hotel a due stelle da qualche parte negli Stati Uniti per ripetere una partita di football americano, non una partita che hanno giocato da ragazzi ma una partita storica, che tutti conoscono o ricordano, quella in cui il fantastico quarterback dei Redkins subì un gravissimo infortunio che mise fine alla sua carriera. Per cui i 22 si ritrovano soprattutto per ripetere quell’azione specifica. Chi sono i 22?

Intanto non sembrano neppure così amici, o forse qualcuno tra di loro lo è stato; più che altro sono persone che si sono incontrate per via di una passione e per una serie di altri motivi ripetono – come su un palcoscenico – la stessa scena da parecchi anni.

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Vito Bonito, La bambina bianca

Vito Bonito, La bambina bianca, Derbauch Verlag, 2017 (edizione in 70 copie, non venale)

*

da Le attese

*

La bambina è in fiamme
la bambina è lieve
la bambina è bianca
la bambina è neve

più di tutto
la bambina è pèue

[…]

appena lieve
la fiamma deve
sentire bianca
cader la neve

*
ti ho vista!
in sogno che nascevi

mi dicevi
con le mani al cielo

il caos le ombre le spine

non so perché
ho pensato a bruciapelo

nel tuo principio
inizia la mia fine

*

o mia pèue ti temo

sei fata morgana
di una mente allo stremo

la trama e la brama

la mia rima nirvana

*

da Le risposte

*

chiamatemi pèue
la bianca falena
l’infanta altalena
che scende e risale

io parlo i pesci le api
la neve nivale

divento di rame
le acque l’ossame
persino la fame

io parlo la pietra
la bolla l’anguilla

sono il fumo lo splene
il niente e nessuno
le mani di sangue
già piene

sono il tuo scaccomatto
lo schianto

l’autoritratto
di te a testa in giù

io sono l’astratto

l’incanto

il caucciù

*

fumo nel fumo
buio d’animale
porta di sangue
grifo siderale

toc toc

telegramma
soprannaturale

sono pèue

guarda
c’ho il pugnale

stop

*

 

 

Nel ‘miele’ bruciante di Sandro Campani. Di Paolo Steffan

Nel «miele» bruciante di Sandro Campani
di © Paolo Steffan

Mi trovo qui a scrivere di uno dei più bei romanzi contemporanei che mi sia capitato di leggere in questi anni: è Il giro del miele di Sandro Campani (emiliano, classe 1974), una lettura estremamente facile, se pure questo sia anche un romanzo difficile. Vi è infatti, nella scrittura di Campani una capacità comunicativa che sa trasmettere il piacere e la leggibilità, l’ascoltabilità di qualcosa di lieve, semplice come una chiacchierata in dialetto davanti al camino, di notte, con una bottiglia di grappa sul tavolo. La sua prosa è familiare, pulita, sonora e per questo ascoltabile: perché vi è una encomiabile attenzione all’oralità, ma nella scrittura. E questo è un fattore di stile alto, di cui il tecnico si accorge, mentre il lettore appassionato può godere con l’innocenza che il critico ha perduto. Come quando si legge la grande poesia, Il giro del miele consente in numerose sue pieghe di considerare diversi piani di lettura, senza che questa sia preclusa al semplice fruitore di narrativa. Non occorre cercare a fondo, per spiegare cosa sto cercando di dire basta prendere lo splendido incipit:

«Stavo sognando il fuoco. Davanti ai miei occhi chiusi le fiamme s’erano trasformate in costruzioni dalla sagoma incostante, capanne dalle cui pareti vive si staccavano ogni tanto croste nere, poi bocche d’animali luminosi che mangiavano e scappavano nell’ombra.»¹

A chi di noi non è mai capitato di sognare il fuoco? O perlomeno queste impressioni chiaroscurali, magari influenzate semplicemente dai fosfeni, i puntini luminosi che sotto le palpebre si creano quando la sera spegniamo la luce? Questo è l’effetto che fa, credo, un primo livello di lettura dell’incipit. Poi sottentra la magia, che mescola realtà e finzione quando il dormiveglia fa diventare la luce realistica del camino, presso cui sediamo assieme al narratore interno, immagini realistiche nel sogno. Eppure, questo attacco lascia aperti anche altri livelli di lettura e, senz’altro, la chiave stilistica aiuta: infatti quel settenario, laconico e indelebile, che sancisce «Stavo sognando il fuoco» può lavorare fino a penetrare la natura originaria del Verbo, coinvolgendo un portato mistico che è alla radice dell’umano. E allora sovviene un altro settenario (certo, tale in traduzione), da porre all’inizio di ogni testo, sia esso letteratura o vita: «In principio era il Verbo» (Giovanni 1, 1). Ci accorgiamo così che fuoco e verbo possono essere la stessa cosa, se li intendiamo come lógos, come ragione e principio primo di ogni cosa, e dunque della narrazione, come per l’incipit per un romanzo, punto di incommensurabile peso specifico, che su tutto fa luce, se pure in modo ancora ombroso: «bocche di animali luminosi» ma «nell’ombra», così come in Giovanni 1, 4-5: «Egli era vita e la vita era luce per gli uomini. Quella luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta».

La lettura dell’incipit di Campani, la sua figurazione e interpretazione-base, come si diceva, sono facili, meglio ancora nel prosieguo del libro, quando la trama si chiarisce e quel fuoco si fa concreta azione cui il ricordo dei personaggi allude di continuo, fino al disvelamento. Ma un romanzo non può (sempre) essere solo trama; anzi, se la qualità dell’opera è consolidata, gli abissi possibili che si riparano sotto la pelle sottile del dire familiare stanno alla complessità di ciascun lettore, meglio se questi è un critico, ovvero colui che si pone in dialogo con un gruppo di lettori quale garante. (Proprio il critico, dunque, deve proporre motivati aspetti di precipuo valore, e lo deve fare con una scrittura che abbia a propria volta la bellezza di un’opera cui vale prestare attenzione: poiché, se manca il lavoro su una raffinata ‒ che non vuol assolutamente dire difficile ‒ prosa critica, allora è inutile riporre la propria fiducia in quel recensore.) Per tornare a noi, il testo di Campani è esemplare nel proporre una letteratura che, senza impoverirsi, si mostri elevata ma per sue doti intrinseche, senza pavoneggiamenti: collocata nella sincerità quotidiana del dire. È qualcosa che mi riavvicina ancora una volta alla poesia, in particolare a quella di Emilio Rentocchini, poeta di Sassuolo, località vicinissima all’Appennino del nostro narratore e citata come ambientazione, nei suoi dintorni più periferici, dentro Il giro del miele. Rentocchini ha scritto soprattutto in dialetto, in una di quelle infinite varietà locali che nella nostra penisola hanno rappresentato il dominio dell’oralità nei secoli. Eppure, nel dar forma scritta a questa oralità, egli si è dotato della misura dell’ottava, metro canonico, classicissimo e anche abusato della tradizione in lingua. Sicuramente l’ottava si presta alla cantabilità, alla trasmissione di storie, d’altronde è la misura eletta dell’epica nazionale. Ma forse anche per questo, si rischia di averne repulsione, di sentirla retorica, come lo sarebbe l’edificazione di un edificio in stile romanico-gotico negli anni Duemila: anche i massimi cultori di quelle forme ne capirebbero il cattivo gusto. La scelta del dialetto sposata all’ottava in Rentocchini ha invece qualcosa di cristallino e sublime: è l’incanto della scarpetta da principessa sul piede dell’umile sguattera Cenerentola! Qualcosa di affine succede alla prosa di Campani, quando davanti alla candida copertina einaudiana ci attendiamo un romanzo tutto tecnica, bello ma per palati fini, e invece troviamo la nostra giovinezza periferica, raccontata in una fredda notte appenninica, con coloriture regionali ‒ sempre lievi eppure così calde e onnipresenti, così cantabili ‒ in un intreccio di storie e di piani, complice l’astuto e difficilissimo (da rendere e mantenere, per lo scrittore) punto di vista, che non fa mancare la certezza di avere in mano la storia di un artista della narrazione. Dopotutto, in Europa, da quasi tremila anni, è sempre Odisseo che racconta ai Feaci le solite peripezie, con o senza l’ausilio della grappa, per cui la differenza la fa l’artista.

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I poeti della domenica #162: Vittoria Colonna, “Qual tigre, dietro a chi le invola e toglie…”

Vittoria Colonna (Michelangelo)

Qual tigre, dietro a chi le invola e toglie…

Qual tigre, dietro a chi le invola e toglie
il caro pegno, o mia dogliosa sorte!
Cors’io seguendo l’empia e sorda morte
altera e ricca delle belle spoglie.

Ma per colmarmi il cor d’eterne doglie,
chiuse a me sovra ‘l limitar le porte:
ché in far le nostre vite manche e corte,
non empie le bramose ingorde voglie.

Tronca allor l’ali ai bei nostri desiri,
quand’han preso spedito e largo volo,
per gir del cader loro alta e superba.

Uopo non l’è, ch’a numer grande aspiri,
certa d’averne tutti; attende solo
l’ore più dolci per parer più acerba.

.

da Rime, Stampate in Parma [per Antonio Viotti] con Gratia e Privilegio, 1538

I poeti della domenica #161: Gaspara Stampa, “Voi ch’ascoltate in queste meste rime…”

Rime_di_Madonna_Gaspara_Stampa_(1554)

Voi, ch’ascoltate in queste meste rime…

Voi, ch’ascoltate in queste meste rime,
in questi mesti, in questi oscuri accenti
il suon degli amorosi miei lamenti
e de le pene mie tra l’altre prime,

ove fia chi valor apprezzi e stime,
gloria, non che perdon, de’ miei lamenti
spero trovar fra le ben nate genti,
poi che la lor cagione è sì sublime.

E spero ancor che debba dir qualcuna:
– Felicissima lei, da che sostenne
per sì chiara cagion danno sì chiaro!

Deh, perché tant’amor, tanta fortuna
per sì nobil signor a me non venne,
ch’anch’io n’andrei con tanta donna a paro?

.

da Rime, in Venetia, per Plinio Pietrasanta [1554]

Anteprima: Viviana Scarinci, Annina tragicomica

Viviana Scarinci, Annina tragicomica. Prefazione di Anna Maria Curci, Formebrevi Edizioni
Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922 Pagine: 90; € 11.

La tragicommedia è un tipo di componimento nel quale a vicende gravi e dolorose proprie della tragedia fanno da contrasto a spunti e procedimenti propri della commedia. Tale mescolanza genera spesso dei risultati sorprendenti sia dal punto di vista narrativo che da quello linguistico. Si inquadra in questa modalità Annina tragicomica, terzo libro di poesia di Viviana Scarinci, autrice tanto poliedrica quanto anticonvenzionale. Nella poesia contenuta in questo suo ultimo libro, Scarinci vede una sorta di rivendicazione sui generis “la poesia può rivendicare il diritto di ognuno ad ascoltare parole diverse da quelle che si aspetta”. In questa tragicommedia che si situa tra prosa e poesia, Anna è l’altra da sé, in ogni caso un’identità femminile “in febbrile attesa di tutte le parole che non sono state ancora pensate” per definirla. “Parole che vengono dal basso, dall’esperienza che di primo acchito è sempre muta, piuttosto che dall’alto, di uno scopo o da un sapere che sa già il fatto suo perché codificato in modo ineludibile» scrive Scarinci nella postfazione. Come afferma Anna Maria Curci nell’introduzione a questo libro: «Annina si oppone alla rinuncia e al soffocamento, alla menzogna travestita con gale e merletti, al trafugare, per distruggerli, i reperti. Sta, imperterrita eppure consapevole del rischio fatale, “molto vicino al bordo”, fruga, un po’ Antigone e pur sempre Anna (sorella Anna?) tra “queste alture brulle” e intanto pensa “dovrebbe cercare tra il cocciopesto, i destinatari di questa maledizione”. Possiede, la sua ricerca, un fondo e un fondamento prezioso, trascurato da molti: “Fremono gli oggetti spiati, sotto l’universo che li ignora.” e, aggiungo io, se la ridono di qualsiasi catalogazione, ché etichettarli come “versi” o “prosa”, come argomenta Viviana Scarinci nella sua Postfazione, è anch’essa manovra fuorviante». Quelli di Scarinci sono versi che denunciando il loro continuo legame con la prosa e con la componente saggistica che ha sempre contraddistinto la scrittura di questa autrice, raccontano da capo più di una vecchia storia ma cercando parole nuove per dirla.

***

da Bambole e bambine. Prima parte

20.
La stroncatura aggiunge una differita ai semi del melo che germogliano complici della clemenza di altri allacciamenti. Nascono abiti dagli orli vivi per Eve esposte a un nuovissimo malaffare. E anche queste cercano il loro precariato a partire da un niente, da un dolore da nulla per mangiarsi adagio e dal principio la mela, a fettine sottili.
28
Todos los gestos de mi corpo quest’uomo possiede ed essendo riproducibile qui solo parte dei miei piedi sbiechi, in questo specifico caso sarebbe la mia persona quando si apre come un fiore a rivelare la soglia che non ha caduta avendo fondo rosaceo perché fermo dove sono.
30
Madura e reclusa, pequenina, calada, indifferente. Esterno città a solo un passo. Provare la parte, saperla: calata da altre mani, come carta da gioco su un tappeto di cardi mariani, abbandonato il capo che è possibile immaginarti nell’istruzione di stare ferma.

*

da Annina tragicomica. Seconda parte

4
All’inizio succedute cose erano timidi progressi, fattezze pronte e contigue a disserrare la stessa agonia, io – noi, non che osassimo sfiati descrittivi a divaricarne il glossario ma contare avremmo dovuto, patire racconti nel numero dato anziché collezionare garze, guanciali che il battiloro riduceva spessi il micron dell’ennesima defezione, contigui l’altra durata dei giorni, liminari il loro ammanto di battigia non combaciata.
11
Annina sapeva ciò che si doveva fare: non svagarsi con lo sversamento di qualche liquidità, dibattere con l’apparente assenza di avvenimenti, rivendicare con tutt’altro dalle parole. Ma improvvisamente accadde che le cose bruciate dall’incendio e quelle che smisero di funzionare, persero anche la sventura del deperimento e sopraggiunse il problema di doverle smaltire.

***

L’AUTRICE
Viviana Scarinci (1973) Vince nel 1995 il Premio Grinzane Cavour, per la sezione Scrivere i Colori. È due volte vincitrice del Premio Lorenzo Montano (nel 2014 sez. raccolta inedita e nel 2016 sez. una poesia inedita). È autrice di poesia con La favola di Lilith (ARK Records, 2013) e Piccole estensioni (Anterem, 2014). Curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte di Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Per la saggistica è autrice di un ebook monografico su Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Suoi testi sono presenti in numerose antologie. Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, Leggendaria, Doppiozero, Il Segnale, L’Ulisse. Si occupa del fondo librario di poesia di Morlupo. È co-redattrice di Formebrevi Edizioni. Gestisce il Centro Culturale Libellula.

COPERTINA
La copertina di Annina tragicomica è di Klaudia Ka. Nata nel 1984 a Varsavia, dove vive e lavora, oltre che di pittura, si occupa anche di graphic designer. I suoi quadri si trovano in collezioni private in Polonia, Regno Unito, Belgio, Germania, Italia, Macedonia, Canada e Stati Uniti. Il suo sito web è: http://klaudiaka.art.pl

proSabato: Ignazio Silone, Il segreto di Luca

proSabato: Ignazio Silone, Il segreto di Luca

«La verità» disse il prete «assai spesso è inverosimile.»
«Veniamo al presente» disse il maresciallo. «In tutta sincerità, non considera anche lei l’imminente ritorno di Luca, qui, a Cisterna, con qualche trepidazione?»
Il prete rifletté a lungo.
«Mentirei se lo negassi» egli rispose infine con un filo di voce.
«Ha qualche timore particolare?» insisté il maresciallo «Dietro il mistero stesso della sua condotta davanti ai giurati, non potrebbe nascondersi qualche motivo di risentimento?»
«Non so» rispose il prete. «Sento un’ansietà che non so esprimere. Certo, essendo innocente, egli ha diritto alla libertà. Ma che cosa farà qui? Il mondo che egli conosceva, ormai, non esiste più. Incontrarlo sarà per me, e per qualche altro vecchio suo coetaneo, come l’appuntamento con un risuscitato… Ma, scusate, queste sono considerazioni egoistiche. C’è un altro aspetto, quello materiale della sua situazione qui, dopo il ritorno, per cui non so come si provvederà. Lo Stato gli pagherà un’indennità per gli anni d’ergastolo ingiustamente sofferti?»
«La nostra legge non lo prevede» disse il maresciallo.
«Non prevede gli errori giudiziari?»
«La legge» spiegò il maresciallo «non sancisce alcun obbligo per lo Stato d’indennizzare le vittime degli errori giudiziari… Luca non ha parenti? Non ha beni di famiglia?»
«Nessuno» disse il prete.
Mentre la conversazione tra il maresciallo e il prete si avviava così alla conclusione, era arrivato sul piazzale un ragazzetto scalzo, con una giacca militare che gli scendeva fino ai ginocchi, che spingeva davanti a sé, a calci, una vecchia scatola di latta, facendo uno strepito del diavolo.
«Toni» gli gridò don Serafino «ti farai male ai piedi.»
Subito Toni abbandonò la scatola e fingendo di essere azzoppato andò a sedersi accanto al prete.
«M’è venuta un’idea» disse don Serafino riprendendo il discorso col
maresciallo. «Prima ancora che Luca torni qui, il comune non potrebbe chiedere il suo ricovero nell’ospizio provinciale dei vecchi? Mi pare che quell’infelice abbia tutti i requisiti per essere ricoverato.»
«È una buona ispirazione» disse il maresciallo. «Mi rendo conto che è un’ispirazione della Provvidenza. Vado subito a parlarne col sindaco.»
Appena il maresciallo sparì dietro la chiesa, Toni mormorò al prete:
«Ero venuto per darvi una notizia che pensavo vi avrebbe dato una grande contentezza.»
«Quale notizia?» domandò il prete incuriosito.
«Ora non ne vale più la pena» disse il ragazzo imbronciato.
«Suvvia, parla, che notizia era?»
Il ragazzo bisbigliò qualcosa all’orecchio del prete e vide sul suo volto i segni d’un improvviso turbamento.
«Egli è già qui?» gli domandò. «Da quando?»
«Da ieri.»
«Dov’è?»
«Non so se faccio bene a dirvelo. Beh, a casa sua.»
«Tra le macerie?»
«Gli ho procurato un pagliericcio, qualche oggetto.»
«Nessuno l’ha visto in giro?»
«Fin’ora non ha voluto mostrarsi.»
«È stato lui a mandarti da me?»
«Egli non vuole mostrarsi, m’ha detto, prima di sapere come sta ora il paese, chi sia vivo, chi sia morto, e così di seguito. Ma come potevo io rispondere a tutte le sue domande? Anche la sua storia non la conosco mica bene. Ho solo capito che non è un uomo come gli altri. Allora gli ho proposto di andare a chiamare qualche suo amico dei tempi passati, e di condurlo da lui. Ma lui stesso non sapeva chi indicarmi. Una volta c’era qui un prete, un certo don Serafino, m’ha detto; anzi, arrivando l’ho cercato in sacrestia, ha aggiunto, ma mi pare d’aver capito che è morto. No, gli ho spiegato, don Serafino non è più parroco perché vecchio, ma è ancora vivo. Avreste dovuto vedere com’era contento a questa notizia… Invece voi vorreste farlo rinchiudere di nuovo. Adesso capisco che ho fatto male a dirvi che è tornato. Sì, sono stato molto stupido a fidarmi di voi.»
Toni non proseguì, perché s’avvide che don Serafino aveva gli occhi pieni di lacrime.
«Andiamo» disse il prete alzandosi bruscamente. «Conducimi da lui.»

da: Ignazio Silone, Il segreto di Luca, Mondadori, Milano 1956

Sei poesie di Gaetano de Virgilio

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Rischio

Ci è mancato poco che rompessimo
il lampadario dei cieli o i trofei sui ripiani.
Tu che tiravi ad un gioco d’elastico,
io che mi cercavo in un furore da citrullo.
Se avessi crossato la palla poco più in alto
avrei rovesciato al volo,
………………………scassando tutto quello che c’era,
i piatti non lavati dell’altra sera,
la caraffa biancoblu comprata a Praga.
Il genio fu restare immobili,
come due fiammelle di zolfo,
………………………come due micce bagnate inadatte ad esplodere,
tu civetta mezza ubriaca, io mangiatore di fuoco.

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Il grasso del crudo

Il mio sguardo inchioda la salumiera
che sfila il grasso dal crudo.
Prego lo faccia bene, con cura,
poi fisso le onde che la sua mano muove
costeggiando il pezzo di carne col coltello.
Ha una disinvoltura che disinibisce,
spero capisca da sé che da lei dipende
la serenità di un altro pranzo a casa;
perché mio padre non tedierà mia madre
– che lo guarderà mentre sveste l’insaccato
dalla carta lucida -, non la seccherà ripetendole
che la noia del grasso in salumeria,
va chiesta a Serena,
e non a Patrizia, la sorella, perché
Patrizia non è precisa.

 

Tutti quei viaggi

Le notti più alte comprendono
le piste di ghiaccio degli occhi dei francesi,
di quando venni a trovarti chiedendo
un passaggio a quei signori di Alessandria.
Ero molto simile ad una sposa bambina
che balla il valzer delle rane.

D’altra parte è invece il parco grande
dove inventarono le regole del calcio,
e la frammentarietà di quei vuoti
di quei volti di cartone, di quel periodo tutto,
che quando cerco di decifrarlo dopo anni non ci riesco:
i panini con le croquettes scadute,
le insalate, il cibo che mi faceva male.

Solo gli aerei del ritorno hanno il loro valore,
le valigie sul nastro trasportatore,
how do you want me, dico dandomi del tu,
sentendomi come Larbaud,
io che sarei rimasto ore a guardare
le macchie di umido sul soffitto,
le arance morire al sole.

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Nella pancia dell’attesa

Il rumore metallico della macchinetta del caffè
nella sala d’attesa riempie la stanza.
Più tardi ci sarà il tonfo di una lattina
che compie una giravolta intera e cade,
prima di sgasarsi nel contenitore di plastica.
Il badaboing dell’alluminio riempito
mi riporta alle funzioni ornamentali del tuo malumore
giochi di fisica, equazioni da terza liceo.
O a tutte le urla spese nei campetti
per i terzini che non riprendevano posizione.
Come chi ritrae le dita dal manico bollente,
era una questione di secondi
capire che pensavo a delle gambe, a dei corpi,
a dei gesti compresi nei gesti,
a dei versi da buttare giù subito, appena a casa.

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Tu, senza fatica

Ero distratto oppure avevo le palpebre
tremanti, difficili da disincagliare, ma era chiaro che
tenevi nelle mani sei chili di farfalle pesanti
e mi chiedevi se potevo darti un aiuto
mentre io pregavo che non ti distraessi
e quasi gridandomelo dicesti
che sono il bruco nato da un buco ubriaco,
un narciso, una litigata del mare.
Poi gonfiavi le tue guance con l’aria,
mettevi gli occhi al centro e tutt’intorno
i passanti divenivano strabici
mentre noi non avevamo nessuna idea
dell’est, degli steroidi, di noi,
di come si acquistasse il mobilio nelle case nuove,
ed era per questo che tenevi in bilico
senza alcuna fatica diecimila lampadine elettriche,
illuminando anche le macchine in lontananza.

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Hotel a due stelle

Anche i pini di Villa Borghese
avevano una loro coerenza.
Pressoché inutile era guardarli
con gli occhi gonfi di sonno.
Ma perché non siamo tornati subito a casa, Marina?
Albergare da anni i sogni
in un motel da quattro soldi
era una fatica da giganti.
Bere birra calda perché si arrivava
tardi ai buffet, questa era la nostra
avanguardia. Eppure avrei dovuto
tentare che so
di infilare
un ago in un pagliaio
o il dito
nella bocca del tuo sbadiglio
per vedere fino a che punto.

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Gaetano de Virgilio è nato a Molfetta (Ba) il 30 marzo 1993. Dopo essersi diplomato nella propria città, si laurea in Cultura letteraria dell’età moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Bari. Frequenta attualmente il corso di Laurea Magistrale in Letterature moderne, comparate e postcoloniali presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora attivamente con il Centro di Poesia Contemporanea della stessa città. Lavora saltuariamente in pub, bar e sale ricevimenti come cameriere.
Appassionato di poesia, letteratura e lingue straniere è redattore e collaboratore di alcuni blog letterari come l’Orinatoio e Viaggio nello Scriptorium.