Paola Deplano, Invito alla poesia di Arthur Symons

Arthur William Symons, by Jacques-Emile Blanche [oil on canvas, 1895]
Tra giglio ed eliotropio. Invito alla poesia di Arthur Symons

di Paola Deplano

 

ELIOTROPIO BIANCO                                                                

Febbrile la stanza, quel letto bianco,
le gonne arruffate su una sedia
un libro buttato semiaperto ove son sparsi
cappello forcine piumini belletti.

Lo specchio che ha succhiato la tua faccia
nella segreta sua profondità più profonda
e lì, oscuramente, nasconde
obliate memorie di grazia.

E tu, mezza vestita e mezza sveglia
gli occhi tuoi obliqui che strani mi figgono
e io, che indolente t’osservo
con gli occhi insonni e dolenti.

Tutto questo (lo temo? Lo spero?)
riaffiora, fantasma, alla memoria
se ancora adesso il mio fazzoletto
porta il profumo di quel fiore bianco.

WHITE ELIOTHROPE

The feverish room and that white bed,
The tumbled skirts upon a chair,
The novel flug half-open, where
Hat, hair-pins, puffs, and paints, are spread;

The mirror that has sucked your face
Into its secret deep of deeps,
And there mysteriously keeps
Forgotten memories of grace;

And you, half dressed and half awake,
Your slant eyes strangely watching me,
And I, who watch you drowsily,
With eyes that, having slept not, ache;

This (need one dread? nay, dare one hope?)
Will rise, a ghost of memory, if
Ever again my hand kerchief
Is scented with White Heliotrope[1]

Questi versi non li ha scritti Andrea Sperelli, nel ricordare le passate intimità con Elena Muti, ma una certa aria di famiglia c’è, perché il loro autore, Arthur Symons, fu un appassionato lettore e traduttore di D’Annunzio e, come lui, si inseriva nella più vasta corrente del Decadentismo europeo.
Presentiamo qui, in una nostra traduzione, alcune liriche tratte dalle sue prime prove poetiche, Silhouettes (1892) e London Nights (1894). La scelta è stata fatta tra le poesie degli anni giovanili dell’autore, prima del grave esaurimento nervoso che lo colpì nel 1908 durante un viaggio in Italia in compagnia della moglie – e ciò per vari motivi. Innanzitutto, già prima del matrimonio, avvenuto nel 1901, egli non poté più dedicarsi a un’attività così poco lucrativa come la poesia e si dette a recensioni, articoli, traduzioni, in poche parole a tutto ciò che gli avrebbe consentito di mantenere decorosamente la famiglia che era in procinto di formarsi. La malattia, poi, per alcuni anni compromise il suo lavoro e lo isolò dal panorama letterario del tempo. Anche quando tornò in pieno possesso delle proprie facoltà, Symons non si trovò più in sintonia con la nuova generazione di letterati inglesi e quasi sopravvisse a sé stesso fino alla morte, avvenuta nel 1945, all’età di ottant’anni. Per finire, sono proprio le poesie giovanili quelle che portano più impresse le stimmate del tempo, rivelando a noi moderni il clima di un’epoca e la suggestione dei grandi maestri del giovane poeta in formazione.
I giudizi dei contemporanei sulla sua figura furono abbastanza discordi: poeta stimato da intellettuali del calibro di Pater, Verlaine e Oscar Wilde, egli ricevette in generale giudizi negativi da parte delle riviste e indifferenza da parte del pubblico. Di solito veniva giudicato un mero cantore d’impressioni e stati d’animo e le sue poesie erano etichettate come vuoti esercizi di stile, come più o meno fedeli imitazioni dei suoi maestri, primi fra tutti Verlaine e Baudelaire. Col passare del tempo, l’attenzione dei critici nei suoi confronti rimase pressoché nulla. Dopo la scarna monografia di T.E. Welby,[2] si sono avuti solo lavori minori, tranne il volume di Lhombreaud, nel quale si possono trovare cenni biografici, giudizi di merito, analisi della produzione.[3] In Italia, solo f. Oliverio, nel lontano 1913, ha scritto un breve saggio su di lui.[4]
La scarsità d’interventi dei contemporanei la dice lunga a proposito del giudizio dei coevi sull’opera di Symons: per la maggior parte dei suoi colleghi filologi egli non era altro che uno studioso e le sue poesie erano viste come nulla di più che un’appendice alla sua pregevole opera di critico.
Per quanto mi riguarda, con questa mia traduzione di alcune delle sue liriche intendo, se non capovolgere questo giudizio di ottimo filologo e di pessimo poeta, almeno dimostrare come le sue poesie abbiano un certo fascino e un indubbio valore nonostante – o forse proprio perché – esse presentino alcuni clichés della Belle Époque.
La carriera di Symons come critico cominciò assai presto, nel 1884, quando questo diciannovenne «provinciale senza cultura universitaria e senza esperienza letteraria»[5] ricevette l’incarico di curare l’edizione critica di Venere e Adone per la “Shakespeare Quartos”, una prestigiosa collana di studi shakespeariani aperta solo a una ristretta cerchia di eruditi. Egli evidentemente si mostrò all’altezza della situazione, perché fu contattato per la cura di altre due opere della stessa collana, Tito Andronico (Giugno 1885) e Enrico V (Febbraio 1886).
Parallelamente a questi lavori, egli stese il suo primo libro di critica, Study of Browning, che pubblicò, appena ventunenne, nel 1886. Inaspettatamente, Pater lo recensì in modo favorevole su «The Guardian», dando così inizio a una solida amicizia che si doveva interrompere solo nel 1894, con la morte di Pater.
Da allora in poi fu un susseguirsi di articoli, interventi, conferenze, saggi, il più importante dei quali, The Symbolist Movement in Literature (1900) lo consacrò definitivamente come critico e influenzò i giovani poeti inglesi degli anni a venire.
Non meno copiosa fu la sua produzione drammaturgica: La morte di Agrippina, Cleopatra in Giudea e Mietitori, uscite in volume nel 1916 col titolo generale di Tragedie, sono solo alcune delle opere teatrali di Symons. Continua a leggere

Un quartiere-mondo: “La nostra strada” di Pierfrancesco Li Donni

Il nuovo lavoro del regista Pierfrancesco Li Donni, appena uscito e già miglior film italiano al Biografilm Festival, segue le storie di tre ragazzini, Daniel, Desirée, Simone (e a ruota dei loro compagni e del professore di Lettere), nel passaggio dalla terza media all’adolescenza piena, vissuto però con fretta inconsapevole e arrabbiata, in una zona di Palermo di quelle in cui si vive un tempo un po’ sfalsato rispetto al resto della città. Il film è spesso immerso in una luce livida, ritmato da una musica sospesa. I tre protagonisti credono di avere già un’idea chiara del loro futuro immediato (idea che in due casi si capovolgerà). Simone di pomeriggio si prende cura dei cavalli nella fattoria del nonno, dopo le medie vuole andare a vendere la frutta. Daniel ha un grande talento per l’elettronica, premura di lavorare, all’inizio lo sappiamo sospettato del furto di un microfono a scuola. Desirée vorrebbe insegnare, gira per la città con la sua amica Morena, prendono il tram, vanno al porto a guardare le navi. Forse la prospettiva ideale per vedere il film è quella da fuori, esterna, non palermitana e non siciliana, che poi è quella da cui è stato valutato e premiato. Sappiamo infatti che dal Gattopardo in giù le rappresentazioni della Sicilia sono state spesso viste, dai siciliani stessi, come un modo ulteriore per inchiodare il Sud al suo destino storico, per disegnarlo immobile e irredimibile. Aggiungiamo che il film si muove dentro un Sud del Sud, in un quartiere per brevità definito a rischio, periferia atipica, adiacente al centro storico. Chi vive a Palermo sa che la città funziona a quinte, che dietro viali e teatri eleganti può apparire girato l’angolo una strada di rifiuti o una facciata deteriorata, che dietro il Politeama comincia Borgo Vecchio, e a pochissima distanza dalla Cattedrale e dal Palazzo Reale inizia appunto il quartiere Zisa, dal nome arabo di un castello normanno che con il suo giardino tiene ancora a distanza i palazzoni. Il quartiere poi scende lungo l’avvallamento del vecchio fiume Papireto e diventa una periferia verso il basso. E lì sappiamo, alla Zisa come altrove, che ci sono difficoltà, tentazioni in più, ma anche uno stigma automatico che colpisce tutti. Insomma, uno spettatore palermitano dovrebbe resistere innanzitutto al rischio di sentire ribadito ciò che teme o rifiuta, e non piuttosto ciò che il film davvero dice.

Poste queste premesse, io che scrivo sarei allora l’osservatore meno adatto, non solo vivo a Palermo, e casa dei miei è a pochi passi da quel quartiere, ma ho anche conosciuto da uno spiraglio di esperienza quei ragazzini e la loro classe, come docente, sperimentando per due ore settimanali la loro vitalità che andava spesso fuori controllo. Ma proprio questa conoscenza diretta mi permette di aggirare gli equivoci di ricezione dovuti al genere ibrido del docufilm, che richiede molto tempo proprio per far emergere naturalezza e verità, se pure in favore di camera, e secondo uno sguardo e un’intenzione artistica. E allora alcune battute risultano talmente riuscite da sembrare quasi stabilite a tavolino, ma non lo sono affatto, come quando Desirée, in un modo tra il sibillino e l’infantile, si chiede al porto “come ha fatto ad esistere la sabbia”; o quando il nonno di Simone dimentica l’età del nipote, e trasecola scoprendo che gli mancano ancora due anni per completare l’età dell’obbligo; o quando Daniel un anno dopo, cresciuto, maturato, racconta al suo professore che continuando gli studi sta imparando “a dare un nome alle cose”. Proprio il rapporto con il docente di Italiano, Giovanni Mannara, ha un ruolo centrale nel film. Già che tira aria di concorsi, le sequenze girate in classe sono quasi un vademecum su come insegnare, non soltanto nelle cosiddette scuole difficili. Giovanni ha un approccio dialogico, socratico, spinge i ragazzini a parlare di sé stessi, cerca l’aggancio tra i contenuti disciplinari e il vissuto dei suoi alunni. Così il viaggio di Dante, con i suoi tentennamenti, diventa anche un modo per ragionare sulle rinunce e sull’abbandono scolastico; un passaggio da Seneca, sul cavallo giudicato da sella e briglie, la via per confutare i pregiudizi di classe; i poeti maledetti un espediente per riflettere sulle famiglie omosessuali. Queste lezioni sono il momento apollineo contrapposto al dionisiaco delle strade, come la scena della vampa di San Giuseppe, con le corse, le urla, i cori contro la polizia e i carabinieri. Il professore invece smorza i toni dei suoi allievi, li porta al Teatro Massimo a vedere un balletto, si presenta soprattutto radicalmente diverso rispetto al loro contesto. In questo caso “la sella e le briglie” contano qualcosa, un docente dall’aria un po’ dandy, ma nient’affatto debole (e il regista lo sottolinea, con la sequenza in cui tira di boxe), che con quell’eleganza desueta sembra dare importanza a sé stesso ma anche ai suoi interlocutori, che ricambiano l’attenzione. Anche questa sembra una stranezza, un’incongruenza costruita ad arte per un film, e invece è proprio così. Continua a leggere

Davide Zizza, La poetica felice di Hai Zi

hai zi DEL VECCHIO
Nella grazia che illumina il mondo.
La poetica felice di Hai Zi

 

In poesia la parola è un seme che scende in profondità in quel terreno che è la nostra coscienza, si radica fino a far nascere qualcosa, un moto di commozione, un flash, uno stupore. È un fermo immagine sul momento che, al tempo stesso, apre finestre su luoghi che, prima, non si consideravano; una poesia apre all’inatteso. Ho, davanti a me, il libro di poesie di Hai Zi, pseudonimo di Zha Haisheng (1964-1989) – il poeta scelse per sé questo pseudonimo che in lingua mongola significa «lago» –, lo apro a caso e trovo a p. 87, nel gruppo di poesie dedicate alla madre, la quinta intitolata Linguaggio e pozzo:

Di per sé il linguaggio
sembra una madre
ha sempre da dire, a bordo fiume
tra le due sponde dell’esperienza
tra le due sponde dei fenomeni
i fiori sembrano mogli gentili
orecchie attente in ascolto e poesie
riempiono il campo
ascoltano l’acqua che soffre

acqua che si ritira lontano.

Il linguaggio, assimilato alla delicata figura di una madre, parla «a bordo fiume», non si situa al centro, ma lascia spazio, ponendosi tra le due sponde «dell’esperienza» e «dei fenomeni», mentre orecchie in ascolto e poesie ascoltano un’acqua che soffre e che «si ritira lontano». È, a mio avviso, una dichiarazione di poetica. Basterebbero questi versi per capire che davanti a noi si schiude uno scrigno fulgido, che risplende di contemplazione, senza tralasciare i moti della malinconia. Il poeta, una volta inspirata l’esperienza, attraversata dal suo occhio limpido, la restituisce in un soffio sulla carta. La mano di Hai Zi ricorda la grazia meditativa di Lu Ji («ogni scrittore scopre una nuova via daccesso al mistero» leggiamo in Larte della scrittura) o il raggiungimento dello zen: quando cessa il rumore (di sé e del mondo), la poesia si fa atto puro, l’io si annulla per far posto a qualcosa di più grande, il verso diventa una lama di luce. Di lui si conoscono le umili origini; sappiamo che crebbe in una Cina arcaica e rurale (dove troviamo la «terra nera», simbolo di fertilità e la «terra gialla», simbolo di povertà) negli anni della Rivoluzione culturale in cui emerse la cosiddetta «poesia oscura» (Bei Dao per fare un nome fra i rappresentanti); fu un enfant prodige, entrò giovanissimo nella rinomata Università di Pechino; condusse un’esistenza fatta di gesti essenziali, meditazione, lavoro, pochi amici, cui si aggiungono una febbrile produzione poetica (dal 1984 al 1989 oltre «due milioni di ideogrammi tra poesie, romanzi, teatro e saggi», dice il fratello del poeta in una lettera inclusa nella presente raccolta) e, ci ricorda il curatore del libro, Francesco De Luca, viaggi, viaggi in cerca di ispirazione, viaggi di ricerca spirituale nelle regioni lontane dal controllo e dalla modernità. Alcune immagini lo ritraggono capellone e con un sorriso sincero e luminoso. Tuttavia le foto e le poesie, scritte con un taglio autentico e profondissimo, non farebbero trasparire una morte suicida avvenuta a soli venticinque anni, la morte volontaria tanto diffusa in Cina. In verità questo scrigno appare più articolato, ci illumina non solo sul raccoglimento interiore ma, e direi soprattutto, sugli stati d’animo del poeta. Giungiamo qui a un punto nodale, cioè il dissidio interiore di Hai Zi verso un tipo di mondo, quello industrializzato e alienato della Cina moderna, poco interessata alla poesia, in contrasto con le zone di campagna, un dissidio che riflette una precisa volontà a non adattarsi a quella storia soggetta a una consumata vita metropolitana. Per questo il suo verso è arioso e non dà spazio alla bruttura contemporanea in cui è invischiata la vita umana. Hai Zi percorre il suo cammino senza perdere lo stupore («Vivo in un mondo prezioso/ dove il sole è forte/ l’onda gentile», p. 63); riflette sul tempo («io e il passato/ dividiamo una terra nera/ io e il futuro/ dividiamo un’aria senza suono», Io, e gli altri testimoni, p. 29); sente compassione, nel significato di «sentire, patire con», quando si avvicina a una figura, umanamente disperata come Van Gogh, per far sua la pena e la follia dell’esistenza («anche tu/ erutti il tempo rimasto di vita/ e se un tuo occhio può illuminare il mondo/ tu ancora usi il terzo occhio, il sole di Arles/ per bruciare il cielo stellato in un ruvido flusso d’acqua», Il sole di Arles, p. 23) e quindi fra il poeta cinese e il pittore olandese si forma il punto d’unione nella meditazione sul tema del suicidio. Leggiamo il suo pensiero sulla morte, una morte-in-vita («Quando son nato ho pianto un po’/ quando sono morto han pianto gli altri», p. 75), a volte persino evocata («Al tramonto sogno la mia morte/ come un agnello che si perde a Occidente/ là dove il sole scende», p. 123), leggiamo del suo amore puro come un fiore (Per il compleanno di B., p. 123, Diario, p. 179). Eppure, a fronte del dissidio che lo rendeva fragile, si addensa nelle pagine un desiderio irrinunciabile alla felicità («Non posso rinunciare alla felicità/ o al contrario/ Io che ho fatto del dolore la mia vita […]/ osservo fisso le persone», p. 77) perché Hai Zi è, e vuole essere, «un uomo incomparabilmente felice» (Alba, p. 143). I suoi versi disegnano un andamento continuo dalla terra all’acqua e al cielo e viceversa, un movimento armonioso come le descrizioni della natura, senza tempo, senza categorizzazioni, scevra da dissonanze; sentiamo con lui quel soffio di libertà e commozione davanti alla vita. Da qui percepiamo un perfetto punto di congiunzione fra il poeta e l’uomo, l’umanità e la poesia si fondono fino a mescolarsi e, pertanto, non vi sono differenze: poeta e uomo hanno un unico volto. Comprendiamo che la luminosità e la semplicità di Hai Zi non sono meno cariche di quel mistero che avvolge l’esistenza e di quella strenua resistenza a scendere a patti con gli aspetti più estranianti dell’esistenza stessa. La sua poetica incalza alla gioia, consapevole del dolore del e nel mondo. In altre parole, Hai Zi voleva essere poesia perché solo così poteva essere un uomo felice. Hai Zi le sue meravigliose poesie, qui curate con acume e finezza da Francesco De Luca, sono venuti al mondo a passi silenziosi e con un silenzio il poeta, da poco più di trent’anni, ci ha lasciati. Eppure è un silenzio così fragoroso da non farci più dimenticare la sua figura e una sua lezione, ossia che la lucida persistenza di uno sguardo poetico verso la vita non è cosa vana perché è uno sguardo di grazia capace di riconciliare luomo ai giorni.

@DavideZizza

 


Hai Zi, Un uomo felice, a cura di Francesco De Luca, Del Vecchio Editore, 2019

I poeti della domenica #474: Gabriela Fantato, i tre gradi dell’invocazione

 

i tre gradi dell’invocazione

signora di ogni angolo acuto
madre degli acciaccati ai fianchi
(di tutti quelli che hanno un foro
aperto a picco dentro al mondo)
vieni con le braccia a tenaglia e latte
alle molte mammelle

sorella di una polvere a tastoni
che copre dal freddo chiara ogni ferita
dammi quel niente della lingua
nel sangue che mi scorre
(il tuo fiato sa il filo della vita
e le paure altre ai giorni)

vieni bambina scura della notte
con le tue lune nel tacco
e le labbra rosse da ragazza
dimmi il passo su, alla stellla
e la voce dei solchi nella mano
tra le dita strette al mondo che mi tiene

 


© Gabriela Fantato, Moltitudine (poche storie certe e numerate), in Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2001, p. 106

I poeti della domenica #473: Gabriela Fantato, figlia di un giorno

 

figlia di un giorno

la bambina siede all’incrocio aperto
ai tubi profondi e gocce salate
siede al silenzio intubata
appesa in un filo di zucchero
(il lupus le ha preso la faccia
quella tonda piega-bambina
mentre si gonfia il cervello di stelle)

resta soltanto una madre a cantare
la notte, inventando acini dell’uva
matura come l’estate di allora
come l’arte antica che fa
lotta e amore ricomposti in carezza
e forse qualcuno nel letto sul fondo
le vede le lucertole veloci
al ciglio di quel viaggio salato
traiettoria sottile o rimbalzo di tempo

 


© Gabriela Fantato, Moltitudine (poche storie certe e numerate), in Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2001, p. 99

proSabato: Gesualdo Bufalino, da “Argo il cieco”

proSabato: Gesualdo Bufalino, da Argo il cieco

Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese in figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re… Che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna.
Ballavo male, nel cinquantuno. Non che avessi ballato mai bene fin dal principio. Tuttavia coi tanghi figurati e le polche qualche confidenza me la pigliavo, sbagliavo solo le giravolte. Mentre ora che da entrambe le Americhe sbarcavano ogni giorno a decine i nuovi passi e nomi di danze, avevo voglia di esercitarmi davanti allo specchio della pensione accompagnandomi sfiduciatamente col fischio, avevo voglia… Sulle piste, nelle sale, dovunque mi capitasse di aprire e chiudere a vanvera la forbice delle mie gambe, tutti i sorrisi e gli applausi d’agosto erano per un altro, Liborio Gallo, il virtuoso del bughivù.
Poco male, ero sui trent’anni, allora, uno più uno meno; e, per un motivo che so io, non avevo mai avuto vent’anni. Li ebbi allora all’impensata in regalo da quell’estate, dopotutto m’erano dovuti.
Ora, io non permetterò a nessun sapientone di Francia di venirmi a dire che non si è felici a vent’anni, per tardivi e posticci che siano. Anche se si ama, e non ci ama, una bruna dal viso d’uliva, dal corpo di serpentello, con la voce che fa glu glu nelle canne della gola; anche se lei non ha che disprezzi per il miope bleso poeta e riserva il lampo degli occhi solamente alla concorrenza. No, non si è infelici, sebbene si proclami a gran voce di esserlo, e si pianga volentieri un sabato sì e un sabato sì, di ritorno dalle veglie di Cava d’Aliga, prima di prendere sonno e dormire dodici ore di fila… Si piange, si dorme, si sogna. E in sogno uno i rivali se li mangia vivi, gli disordina a volontà i riccioletti del capo e i baffetti moschettieri, gli guasta la piega del calzone sulla gamba trottolina. In sogno non ci vuol niente, nel bel mezzo d’una piroetta, a collocare sotto quei tacchetti, come una mina di Pietro Micca, l’irresistibile buccia d’una banana…

 


© Gesualdo Bufalino, Argo il cieco. Introduzione di Massimo Onofri. Cronologia e Bibliografia di Francesca Caputo,  Bompiani 1998, pp. 6-7

Quattro inediti di Prisca Agustoni

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Si annuncia bellissimo il libro di Prisca Agustoni intitolato verso la ruggine: compatto per visione e stile, timbro vocale, capacità evocativa e visiva. Si tratta di un canto di denuncia dal carattere interamente “politico”, nel senso più alto, universale. Saggiamo qui quattro poesie emblematiche del suo lavoro.
Siamo in Brasile: nell’arco di alcuni decenni una regione, invasa da imprese multinazionali, viene devastata per poterne sfruttare senza limiti le ricchezze minerarie. Improvvisamente, ecco il cedimento di una diga, il disastro conseguente, la morte di un fiume e la sofferenza diffusa e vasta. Alcuni anni dopo la tragedia torna a colpire questa terra, con oltre duecento vittime. Un altro fiume, un affluente, si spegne e una civiltà viene ulteriormente umiliata.
Leggendo, troviamo le radici, quelle «radici galleggianti» che compaiono nella prima poesia. Il lettore di lì si muove tra colpi di scure e fango. E siamo lì, a fianco della vicenda, cerchiamo i sopravvissuti. Spalancate all’occhio e alla mente ecco le infezioni che sono scorse, che sono in corso, e nuovamente sono pronte a esplodere; inquinamento, sopruso, distruzione. Il titolo del libro, che presto troverà casa presso Interlinea, è davvero molto bello, forte e centrato. Molti sono i fili interni che si possono seguire. Fra i diversi esempi che si potrebbero fare, penso a dettagli, come l’ocra in Dora e a una poesia come Agripina (testi qui non riportati, che lasciamo volentieri intuire nel solco dei testi presentati). Colpisce la forza dei versi, spesso aspri e duri (con accenti-timbri montaliani, ma con corrispondenze interne che rimandano anche a Sereni, Herbert, e indietro fino a Lucrezio); versi pieni di materia, terrei, da terra desolata, ferita a morte. (CP)

 

Watu è il suo nome, il fiume sacro della tribù.

Sul suo fondale ci sono impronte
zampe giganti di esseri preistorici

archetipi di un mondo vegetale
e suoni geologici,
il lessico acquatico della lingua borun
di piante smarrite nel loro sogno
lontane mille millenni da noi:

un manoscritto chiuso in un cassetto,
la civiltà delle radici gallegianti.

 

*

s’alza il paese.

Vengono giù
caldi
uno dopo l’altro
come raccolti attorno al fuoco
colli e case e tronchi.

Resta un villaggio
disseccato,
scopati via
tutti i suoi insetti

estinto il reame dei sogni
ogni ipotetico alveare

e il sole che taglia
è una lama
radente la pelle

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Maria Grazia Ciani, Le porte del mito

Maria Grazia CianiLe porte del mito
Marsilio 2020

 

Ci sono dei momenti in cui sembra quasi afferrare, con un balzo sconosciuto della mente, quale sia la “porta del mito” – ed è un architrave misterioso fatto di linguaggio e dell’impossibilità di penetrare quel linguaggio, per colpa del medesimo salto inverso che ci ha portato all’attimo di comprensione. Lo stesso mito, al di là del gap culturale e linguistico che crea tra noi e lui come un fossato, ha la sua genesi in un’intuizione che si distende a narrato senza perdere la sua natura, per usare con leggerezza una parola carica di significato, “misteriosa”.
Maria Grazia Ciani, nel suo Le porte del mito da poco uscito per Marsilio, srotola “come un romanzo” dei fulminei istanti di mito (Euridice, l’incursione nella saga tragica di Edipo) e ciò che le è più congeniale, l’epica incarnata dalle due immense creature dell’Iliade e dell’Odissea, nelle loro pieghe, nei loro rimandi, nelle loro opposizioni, illuminando a volte con un nuovo modo di raccontare questo o quell’episodio particolare che un lettore più superficiale avrebbe rischiato di non cogliere in tutta la sua portata. Come la prima apparizione di Odisseo a Ogigia «ma di spalle, solo sulla riva del mare: il suo volto nascosto è già mistero, ma che cosa vedremmo se si voltasse? Uno dei mille volti o il riflesso di noi stessi?»
Una porta del mito è certo la lingua, l’inconoscibile patrimonio che abitava quei parlanti lontani, ormai inafferrabile nelle sue sfumature:

Nessuna lingua è, in sé, “traducibile” nel senso più compiuto del termine. Quello che normalmente si attua è una “trasposizione” che nel peggiore dei casi equivale a una trascrizione, nel migliore a una riscrittura che può essere bellissima ma è comunque diversa. Naturalmente nelle lingue morte tutto diventa più complesso. Ho parlato di “tonalità”: ebbene, “accordare” il greco con un’altra lingua può dare risultati eccellenti, ma in altra “chiave”. L’aspirazione che nasce spontanea per chi legge Omero, Eschilo, i poeti lirici e anche i grandi prosatori è poterli sentir “risuonare” nella “loro” lingua, ma come una partitura musicale magistralmente orchestrata e non come un balbettante solfeggio.

La lingua vibra a seconda delle sue intenzioni. Nell’Iliade, l’ombra fisica è Knephas, mentre Kelainos è un’oscurità di sentimento, e più ancora si arriva alla mortifera nerezza di skotos.
Vari brani dell’Iliade sono attraversati e si cercano riverberi di lei nell’Odissea, così diversa per trama e sistema di valori, così incentrata sull’uno multiforme che conduce le sue “lotte furtive”, così lontane dallo splendore delle grandi battaglie. Il viaggio fantastico all’insegna dell’astuzia deve lasciare l’impronta a un’identità precisa, a una cupa responsabilità, quando Odisseo approderà finalmente – a costo di un altro non previsto sacrificio – sulle spiagge della sua casa in una sorta di stordimento amniotico. Continua a leggere

Alessandro Barbato, Poesie da “Solamente quando è inverno”

 

La funzione domenicale

C’è un’aria rarefatta per le vie:
per questo, credo, adoro la domenica.
Per il suo senso di contemplazione
per il brusio che viene
dalle televisioni, dai circoli
di vecchi nei pochi bar aperti,
per il suo perdersi tra il brecciolino
dei parchi cittadini.
Gli stessi che alla sera, sfocati
dalla nebbia, conservano reliquie
di nuvole e bambini.
E quello in cui ora sono, innocuo
tra le ombre dei platani malati,
godendo il privilegio
di essere superfluo.

 

Imperfetto

Non piove più da molto nel bicchiere
mio di vino. Lo lascio ormai da mesi,
nelle sere senza Luna,
proprio sopra il davanzale
da cui scruto attento il cielo,
tra le creste dei lampioni
per capire se potremo ancora
bere mescolati i miei due cuori.
Adesso mi accontento di afferrare
un po’ di brina se ti cade
dai capelli, di bagnarmi
coi pensieri, di annusare i lampi e i tuoni,
mentre evapori, scompari
tra gli spigoli del giorno
che comincia, tra i chiarori.

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Riletti per voi #24: Edoardo Pisani, Aspettando Faber… Rileggere “Il petalo cremisi e il bianco”

Aspettando Faber… Rileggere Il petalo cremisi e il bianco
di Edoardo Pisani

«Attento.» Miss Sugar e George W. Hunt, invero William Rackham, camminano per le strade di Londra dopo una violenta tempesta, in direzione di un bordello. «Attento» dice Sugar, una prostituta, al suo accompagnatore, cioè watch your step, letteralmente bada a dove metti i piedi, riprendendo l’incipit del romanzo: «Attento. Tieni la testa a posto: ti servirà.» Questa parola, o meglio queste parole, watch your step, attento, faranno innamorare William Rackham, futura guida delle Profumerie Rackham e coprotagonista, insieme a Sugar, de Il petalo cremisi e il bianco. Sugar lascerà il bordello, trasferendosi in una stanza privata e facendosi mantenere da William, fino a diventare istitutrice (lei, una puttana!) di sua figlia, la piccola Sophie.
Michel Faber pubblica Il petalo cremisi e il bianco nel 2002, a quattro anni dal suo esordio, una raccolta di racconti, La pioggia deve cadere. Il libro ci prende per mano e ci guida nei vicoli e nelle case popolari e borghesi di una Londra vittoriana, fra prostitute e uomini d’affari e aspiranti preti e donne malate, con pagine luminose e spesso comiche e danzanti e descrizioni energiche, ritmate, che incalzano il lettore, dandogli del tu fin dalla prima riga, scortandolo nelle vite di Sugar e di William o di Agnes (la fragile moglie di William, che tiene un diario) o di Henry (il fratello di William, un aspirante prete che scrive prediche su prediche) o di Emmeline Fox (una vedova caritatevole, segretamente innamorata di Henry). Anche Sugar sta scrivendo un libro, un romanzo, Splendori e miserie di Sugar, lo intitolerà alla fine, narrando i suoi incontri con diversi uomini e vendicandosi sulla pagina, uccidendoli uno per uno, qualcosa di diverso, si ripete più volte, da ciò che scrivono gli altri, gli uomini da lei tanto disprezzati, come Wilkie Collins, che ha appena pubblicato La novella Maddalena, storia di una prostituta che spera nella redenzione, «un libro da scagliare contro il muro per la rabbia», protesta Sugar, che prostituta lo è davvero. Wilkie Collins, con Charles Dickens, che per inciso è a sua volta citato nel romanzo, in un dialogo fra prostitute («Conosco Charles Dickens» dice una puttana all’altra, all’inizio del libro. «Ma non è morto?» fa l’altra. «Non la parte che mi sono ciucciata io, cara» è la risposta), oltre a Charlotte Brönte e in generale a tutto il romanzo popolare ottocentesco, sono stati spesso citati dai critici quali modelli, seppure distorti, per Il petalo cremisi e il bianco. Ma il romanzo di Michel Faber è più di un semplice feuilleton, anche e soprattutto per la forza dello stile, per la scrittura onnisciente fin nei minimi dettagli, che diventa suono e odori e colori e musica, che dà vita e forma persino a una pozza di vomito per strada, mentre Sugar prende per mano William (e il lettore), guidandolo verso il bordello, verso la loro prima notte d’amore pagante, il «tremolio lattescente di una pozza di vomito sull’acciottolato». Poco prima, chiacchierando con William, Sugar ha detto di aver letto Jonathan Swift e Tobias Smollett e James Thomson, e William ne è stupefatto; possibile che una donna, per giunta una puttana, sia così colta? È stordito, incredulo, seguendola nell’oscurità, fino a Silver Street, dove c’è il bordello della famigerata Mrs Castaway, la madre di Sugar, ossia la casa di malaffare della seconda parte del romanzo.
«Voglio che il lettore si fidi di me» ha detto Michel Faber in un’intervista, all’uscita del Petalo. «E tuttavia non voglio offrirgli una lettura facile e prevedibile. La scena letteraria sembra dividersi in autori per così dire ‘affidabili’, che danno ogni volta ai loro fan una specie di stucchevole Big Mac, e autori più ambiziosi, che trattano i lettori con assoluta indifferenza. Io voglio guadagnarmi la fiducia dei miei lettori pur rimanendo imprevedibile. Voglio portarli in luoghi oscuri e emozionalmente disturbanti…». Continua a leggere

Lucia Brandoli. Poesie da “L’artico in fiamme” (silloge inedita). Con una Nota di Carlo Tosetti

In questo periodo da tregenda, per mia inclinazione, non ho avuto alcun impulso che mi spingesse a esprimere in qualsiasi forma delle riflessioni intorno al tema covid-19 e ciò non per alterigia, bensì per l’impegno che infondo nell’aprire una distanza fra me e il chiasso del mondo.
La lettura delle poesie inedite di Lucia Brandoli, raccolte nella silloge L’artico in fiamme, mi rammenta la sciagura che abbiamo vissuto e che non abbiamo ancora superato.
Questo non perché la poetessa ne tratti (credo che le poesie siano state composte prima della pandemia), bensì per l’accenno posto in sinossi alla responsabilità personale (o, se meglio gradite, al libero arbitrio ben indirizzato)  quale cura di sé, in opposizione al fiume in piena che può essere l’esistenza, quando l’individuo non ha coscienza di essere il conducente di sé stesso, l’auriga che deve stringere le redini, reggerle saldamente e superare prima il conflitto platonico – armonizzare la cavalcata dei cavalli – poi puntare una direzione (quella delle idee) e perseguirla.
Lucia caldeggia un cambiamento dell’umano e questo punto mi ha riportato alla pandemia. Il periodo che abbiamo vissuto ha stimolato nell’unanimità un desiderio di necessario cambiamento e con ancora maggiore intensità si è manifestata l’importanza del bene inteso come cura verso gli altri, verso chi è stato travolto dalla valanga pandemica, subendone le tragiche conseguenze.
Il cambiamento desiderato dall’autrice possiede quale leva il bene, il bene verso sé e verso il fuori da sé (sia esso inteso come presenza umana o naturale). Questo incanto può essere letto con sufficienza, svilendolo, ma racchiude secoli e secoli di storia del pensiero e della filosofia, il cui agognato culmine riunisce i diversi percorsi speculativi di partenza: orientali e occidentali.
L’autrice, nel tratteggiare l’ispirazione delle sue composizioni, si spinge oltre il bene così come l’ho illustrato: accenna a una base “genetica” esistente e che, se risvegliata, può infiammare la passione universale, l’ardere del fuoco dell’amore incondizionato e rivolge la raccolta soprattutto alla donna, alla condizione della donna.
Il titolo della silloge si riferisce ad altra tragica situazione ben nota, una minaccia che già si è fatta reale, un polo da salvare, ma l’ossimorica immagine del freddo che brucia può anche essere letta in positivo: sebbene spezzi l’equilibrio dell’eterna tenzone fra gli opposti – un attacco all’ápeiron, al fondamento della realtà – ne emerge una vittoria (definitiva?) del calore, il calore che sottende le poesie di Lucia Brandoli.

@CarloTosetti

 

Dalla sezione Poesie del mare

E ancora ritorni a nuotarmi
nel mare. Circondato ma resti
più alto di me. Osservi
il tuo cielo, misuri le cose,
la mia superficie non è un tuo mistero.

Ti ho quasi abbracciato
che avevi sei anni.
Sei quasi affogato.
Eppure ritorni
con gli anni. E ti fermi,
ti arresti.
Un ramo spezzato,
ma fermo, tenace.
Mi tocchi. Ti accolgo.
E poi te ne vai.

 

È ai miei piedi che parla il tuo peso,
mi hai insegnato a disegnare
il silenzio, a camminare
come i gatti, e meglio.
A riconoscere tutti
i nostri oggetti a memoria,
la nostra lingua antica
come grotta e stella:
ti amo.

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Enea Roversi, Incroci obbligati

Enea Roversi, Incroci obbligati
Postfazione di Enzo Campi
Arcipelago itaca 2019

Con la sua raccolta Incroci obbligati, pubblicata da Arcipelago itaca nel 2019, Enea Roversi ha il potere di mettere in moto una catena di associazioni, di suscitare il movimento, creativo a sua volta, della ricezione. Pur scritto in un arco temporale ampio, con testi, come quelli contenuti nella sezione Dal taccuino dell’apolide, che risalgono al 1995, il libro, da veritiero, critico, desolato, talvolta, e dissenziente (alle imposizioni di correnti) testimone del tempo, ha la capacità di elevarsi all’universale e di incantare, perfino, con un richiamo a simboli densi, da cifrare e decifrare, come quello della scacchiera.
Il richiamo alla scacchiera, che apre la prima delle cinque sezioni di Incroci obbligati, fa sprigionare, liberandole, associazioni all’opera poetica di Borges, in particolare a Ajedrez e, ai miei occhi di appassionata di siffatta “allegoria in bianco e nero”, anche alla prosa dell’unico romanzo compiuto di Ingeborg Bachmann, Malina, e, soprattutto, alla Novella degli scacchi di Stefan Zweig.
Menzionare gli accostamenti a Malina di Ingeborg Bachmann e alla Novella degli scacchi di Stefan Zweig mi offre inoltre l’occasione di mettere in rilievo, come giustamente sottolineato da Enzo Campi nella postfazione dal titolo La reiterazione delle obbligazioni, la vocazione di Incroci obbligati: «una poesia narrativa che ci informa sullo stato delle cose».
Con Incroci obbligati Enea Roversi manifesta la libertà e la resistenza del mistero e della cifra, una risposta al tentativo, che è sovente accompagnato da un ghigno artificioso, della messa all’angolo di ogni pensiero divergente. Nella raccolta è proprio questa volontà di espressione a farsi evidente, frutto di uno sguardo acuto che, come ricordano le parole di Josif Brodskij in epigrafe, «lascia una scia sulle cose».
Gli Incroci obbligati sono tappe, rotatorie e scontri con barriere; essi sono, altresì, gli incontri di senso resi possibili – predisposti e, per questo «incroci obbligati» – in una particolarissima scacchiera, quella del cruciverba. Già nel 1974 Luce d’Eramo aveva fatto ricorso, in Cruciverba politico, a questa metafora, per smascherare manipolazioni e manovre diversive nei mezzi di comunicazione. Il senso dissenziente si sprigiona nei testi di Enea Roversi da una lucida analisi linguistica, che ha fatto tesoro della lezione che Pier Paolo Pasolini diffuse negli anni Sessanta del secolo scorso in saggi e articoli, come Lo ripeto: io sono in piena ricerca. Analisi chiara e spietata, necessariamente spietata perché veritiera: è questo il caso, per esempio, di La lingua parlata del neocolonialismo. Analisi spietata verso di sé, non solo verso nuovi miti, mode, menzogne e riti, brillanti sedativi come il Camparisoda dell’omonima poesia («gli elettroencefalografi non daranno più/ fastidio alcuno nel silenzio reale»), che dà il titolo anche alla quinta e ultima sezione del libro. Se in Fiori appassiti, poesia il cui titolo ricorda un componimento del romantico Wilhelm Müller, reso celebre dal Lied di Franz Schubert, Enea Roversi sbeffeggia il «bel gesto da poeta fallito», in Prossimo passato egli ricorre al calembour per smascherare facciate e ipocrisie. In nessuno dei due casi, tuttavia, indugia nell’auto-compatimento e nel bisticcio verbale. La commistione di tecniche e stilemi, al contrario, rende più efficace la pronuncia contro la narcosi collettiva e la riduzione della memoria storica a una virtuale piazza delle vanità: «la Bastiglia è soltanto una piazza/ le immagini le scelgo a caso come vedi» (Fiori appassiti); «Areografi o aeropaghi non ha importanza/ personaggi veri o dipinti la realtà non serve» (Prossimo passato). Continua a leggere

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