Cristina Bove, La simmetria del vuoto

Cristina Bove, La simmetria del vuoto. Prefazione di Anna Maria Curci, Arcipelago Itaca 2018

L’equilibrio della sospensione: _La simmetria del vuoto_ di Cristina Bove

C’è un verbo che associo alla poesia di Cristina Bove e che si addice in modo particolare a questa raccolta, _La simmetria del vuoto_. È un verbo che appartiene alla lingua tedesca e, come spesso accade per i passaggi da un idioma all’altro, racchiude molti significati, che non possono essere resi con un solo verbo italiano. Il termine tedesco è schweben, e vuol dire stare sospesi, librarsi, così come, pure, oscillare, fluttuare. Ecco, la dimensione nella quale si muovono e alla quale permettono di accedere i versi di Cristina Bove è sicuramente ‘oltre’, al di sopra (si pensi al «canto al di sopra della polvere» dei Canti lungo la fuga di Ingeborg Bachmann), si muove, si libra, sorvola, conservando tuttavia la piena consapevolezza del bilico perenne, della sospensione su un abisso che può essere fatale, o lo è già stato e dunque si spalanca nell’indaffarata noncuranza della maggior parte dei viventi.
Occorrenze e ricorrenze sono una prova vivida del collocarsi della poesia di Cristina Bove su una soglia tutta particolare. Più che fermarsi al vano di una porta, le immagini prendono per mano e conducono piuttosto sul parapetto di un balcone, sull’impavesata di un veliero, su scogli a picco o, ancora, sul limitare di un bosco insieme incantato e insidioso e, naturalmente, “attraverso lo specchio” di Alice in Lewis Carroll. Già soltanto con il termine “oltre”, ci imbattiamo – mentre la ricchissima tavolozza di Cristina Bove dispiega una formidabile gamma cromatica e ripesca dalla nostra memoria, anche senza menzionarlo, il blu oltremare –  in due composti, «oltresemantico» e «oltreluce». Si tratta di due termini che interpreto come programmatici: occorre aspirare a significato e a chiarezza che comprendano e insieme superino il piano sensoriale.
Altro termine ricorrente è «volo» – e torniamo al librarsi, all’essere sospesi, al sorvolare. Se il volo è da un lato legato a un episodio-svolta nell’esistenza – «da quella notte del trentuno agosto», leggiamo in 1961 (epilogo d’estate e d’un suicidio) -, come ribadiscono i versi di Immaginaria lettera d’amore: «: è lì che sei rimasta, passandoti attraverso/ indenne/  così ti vidi nella scia del volo/ cadere tra i gerani  e adesso il velo/ che ti sfigura e quasi ti cancella/ ha il senso che ti diedi _parve una foto in ombra_/ tuttavia/ raccolsi ogni tuo modo di morire/ non potevo sapere/ quanto ti avrebbe consentito il vivere», e gli endecasillabi perfetti di In itinere: «eppure un volo le testimoniava/ di un alfabeto senza le parole», dall’altro esso si manifesta sotto le sembianze di turbinare universale di «sirene pesci girifalchi in volo» nell’(auto)irridente La visione centripeta, in cui «è l’Es che r(ide) e si ridimensiona». (altro…)

Peppe Millanta, Vinpeel

Esiste un’Isola che non c’è anche per gli adulti e a quanto ci racconta Peppe Millanta sembra che non ci sia alcun bisogno di partire da Kensington per raggiungerla.
Dinterbild, un luogo di adulti dove regna la ripetibile polverosa conformità delle cose, delle relazioni e dei ruoli al punto di aver completamente rimosso la possibilità di altro. Come ci si arrivi a Dinterbild non è dato saperlo, ma gli indizi disseminati da Millanta parlano chiaro e se per un bambino è facile avere la consapevolezza dell’essersi perduto, per gli adulti che ci finiscono no, tutto è apparentemente naturale e necessario: ognuno sembra bastare a se stesso a Dinterbild. eppure ognuno ha la sua storia e il suo aneddoto che si sono incancreniti in una sorta di stereotipo, tale per cui ognuno è così e così resterà. Ma Vinpeel no, il piccolo Vinpeel, protagonista di questo romanzo non ambisce a essere un nuovo Peter Pan, Vinpeel osserva questo mondo alla rovescia dove gli adulti hanno deciso di rimanere tali e quali a come li vedono gli altri. Vinpeel è la “devianza”, è colui i cui comportamenti creano scompiglio nella comunità e smuovono pur temporaneamente meccanismi ingolfati, Vinpeel è il granellino di sabbia che arriva a rompere l’ingranaggio della ripetitività. Vinpeel però non è solo. Vinpeel vive con un padre che si interfaccia solo con un mare che non sembra avere orizzonti. un mare/muro che lascia conchiglie dentro cui cercare messaggi. Il padre è l’unico adulto che mostra a Vinpeel la possibilità di un “prima” di Dinterbild e se c’è un prima, nella mente di qualsiasi bambino, non può che crearsi la possibilità di un dopo, come per i suoi compagni di avventura, personaggi anche loro ai bordi della società di Dinterbild che si uniranno a Vinpeel nella definizione di un percorso eroico che vuole solo trovare la chiave comunicativa per dimostrare una sorta di ovvietà: al di là del mare c’è sempre qualcosa d’altro. Ci sono delle luci lontane, c’è una gamba di legno che viaggia, ci sono storie e oltre la spiaggia e il mare c’è comunque un orizzonte che è diverso da quello che ciascuno degli adulti di Dinterbild non riesce neanche a dimensionare, ma soprattutto ci sono ancora messaggi lasciati nelle conchiglie che un padre deve essere in grado di trovare per poter capire che il mare più vasto è quello che resta tra lui è il figlio e che superato quello, di orizzonti se ne apriranno tanti. Noi ve lo consigliamo questo libro e non solo perché ha già fatto una notevole incetta di premi e perché è candidato al “Premio Strega giovani”. Vinpeel degli orizzonti è un libro che va letto perché ogni tanto pensiamo che ci sia bisogno di fermarsi a cercare quei buchi nell’anima che neanche immaginiamo, grandi come intere emozioni e larghi come sogni.

…Lei sorrise, “Anche noi abbiamo dentro una storia. Come le conchiglie, Ci rimane dentro quando ci tirano fuori dai nostri sogni.”

© Iacopo Ninni

 

Peppe Millanta, Vinpeel degli orizzonti, Neo edizioni 2017, pp. 246, € 15,00

 

Caregiver Whisper 46

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #1: Il Mago

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, per lunghezza, per stile. Buona lettura con Il Mago, la carta della persuasione.

Al rumore Fabrizio posa il compasso e si avvia verso la porta. Per sopportare il fastidio di una novità la sua mente resta aggrappata al banco da disegno. Ha implorato una quantità di lavoro che lo inchiodi alla seduta finché è ora di dormire. Non può né vuole fare altro che progettare. Vuole essere acqua nella brocca bucata e masso che torna a valle. È il modo per stare senza Ada. Se pure dovesse terminare, mangerebbe di notte quello che ha disegnato durante il giorno.
Va alla porta, chiede chi è. Nessuno, dall’altro lato, risponde. È lì l’intuizione, lì che comprende, e allora apre di corsa.
Ada è perfetta. Ada ha il cappotto con cui l’ha conosciuta mentre lei usciva dalla villa, vasta macchia nocciola dal collo chiaro. È alta sui tacchi, e trema. Ha sognato spesso che lei li togliesse per girargli per casa, sulle punte dei piedi scure per le calze o nuda con quel corpo che immagina bianco, leggermente appesantito dall’età. Ha le mani in tasca, i capelli mossi da poco con le dita perché non sembrassero disordinati, gli occhi scuri e cerchiati. La sapeva depressa, clinicamente depressa, dal primo giorno in cui le ha stretto la mano.
«Che è successo?» chiede Fabrizio restando fermo sulla porta. Aveva cominciato a sognare immediatamente, quella sera, tornato a casa. Quei sogni di adolescente in cui la regina infelice viene strappata alla prigionia del drago dal cavaliere che se ne innamora. Invece di cominciare a disegnare la veranda commissionata, aveva fatto piccoli ritratti a carboncino di lei.
«Scusami, Fabrizio. Avevo bisogno di salutarti. Sono stata stupida, non so nemmeno se sei solo.»
Fabrizio resta un attimo zitto, poi ride. Le fa spazio per entrare, nota che lei si incassa nelle spalle.
«Per cortesia», dice lei, «non ridere. Non ridere di me, è stata una giornata orrenda.»
Fabrizio smette di colpo. In imbarazzo, mentre lei siede già sul divano, prende un cioccolatino da un bicchiere su una libreria, e ne offre uno a lei.
«Non stavo ridendo di te. Non stavo ridendo nemmeno, in realtà. Prendi.»
Con gli occhi gonfi di un piccolo animale Ada prende il cioccolatino, lo scarta e lo mette in bocca senza masticare.
«Me ne lasci uno anche per il viaggio?» dice Ada ancora seduta sul divano, le mani strette, mentre Fabrizio la guarda dall’alto. Lui si sforza di non reagire, dice solo lentamente:
«È inutile che io ti chieda dove andate.» (altro…)

Walter Cremonte, Cosa resta (nota di Ombretta Ciurnelli)

Walter Cremonte, Cosa resta, Aguaplano Editore, Passignano 2018

Cosa resta di Walter Cremonte, pubblicato nella collana Lapsus calami dell’editore Aguaplano (Passignano 2018), raccoglie liriche tratte da sillogi composte tra il 2001 e il 2016 cui si aggiungono due inediti. Se si considera la propensione dell’autore a costruire brevi percorsi di scrittura, a volte consegnati a libriccini di poche pagine stampati in proprio e in pochissime copie, non c’è che da rallegrarsi per la pubblicazione di un’antologia che raccoglie e salva dalla “dispersione” una scrittura poetica sempre intensa e profonda, offrendo un saggio significativo dei temi e della cifra stilistica che la caratterizzano, come era già accaduto nel 1999 con il volume antologico Contro la dispersione (Perugia, Guerra Editore) che raccoglieva testi composti nell’arco di circa vent’anni.
In Cosa resta si narrano sia ingiustizie e contraddizioni del nostro tempo sia gli affetti più intimi e gli accadimenti che di necessità segnano e sostanziano la poesia attraverso intense immagini e figure che della vita declinano in modo sommesso e in un alternarsi di chiaroscuri le pieghe più intime. Il volume si apre con liriche che traggono spunto da fatti di cronaca; tra questi risalta in particolare la storia di una giovane rumena, dileggiata dalla madre per la sua pelle troppo bianca e costretta a fuggire, o i poveri operai irrisi nel loro diritto alla sicurezza. Accanto a figure che attestano impegno civile e profonda partecipazione alla complessità umana e sociale della storia più recente, ci sono gli amici poeti, come Franco Scataglini e Paolo Ottaviani, con cui si condividono tensioni e approdi o i compagni di sempre, nel ricordo di lotte vissute insieme e della gioia della rivoluzione, come Roberto Volpi. E tra gli affetti familiari c’è il figlio Nicola, un Orfeo del nostro tempo, più che mai presente in tutto il volume, anche se il suo sorriso non si lascia prendere. E c’è Giovanna con cui, in un intimo e sommesso colloquio, si condividono ricordi, attese, disinganni, sogni, speranze. E tutto ciò sullo sfondo di luoghi concreti, solo a tratti cupi, come la cella della lirica Stalinista, ma più spesso permeati di lirismo a comporre una sommessa geografia in cui si proiettano emozioni e ricordi, nonché l’eco di storie e narrazioni, come le vie delle città (la via del Bulagaio a Perugia o Corso Sempione a Milano), o il «colle giardino, il bosco/ amiatino», le siepi e gli orti familiari, il Lago Trasimeno, il fiume Tevere, il mare, i monti azzurrini, sempre con toni pacati e sommessi, lontano da astrazioni e idealizzazioni. (altro…)

A Montefredane, Monia Gaita (Inedito)

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Montefredane (AV) © Paesaggirpini

A Montefredane

Anche il tuo corpo è da salvare.
Io sono in grado di comprenderne la lingua
dentro l’erba,
indovinare i segni
nella membrana elastica del vento,

chiudere la bottiglia degli sbagli
con un tappo,
in questi campi
che raschiano i ricordi dagli alveoli
e li concentrano.

Una è la terra, una soltanto.
Una la vena degli ulivi
a trasportare il sangue.
Uno è l’atrio delle viti,
uno il ventricolo dei fiori.

Tanta aderenza alle fratte e al cielo,
la lussazione di chi è andato,
la pelle intatta del contatto
che difendo.

Siamo due pezzi della stessa stoffa:
io ne rigonfio l’astro nella nebbia,
tengo perfettamente il centro,
lapido la paura
nel bruno delle foglie.

E sorvegliarti con i 4 sensi
le pareti
è perdermi dentro la scia precisa
dei noccioli,

sfregare
la polvere da sparo del deluso
e seppellirne il morto ancora vivo
nella terra.

 

Monia Gaita è nata a Imola (BO) il 7-11-71 ma vive da sempre a Montefredane, paese d’origine in provincia di Avellino. Giornalista, ha all’attivo le seguenti pubblicazioni: Rimandi (Montedit, 2000), Ferroluna (Montedit, 2002), Chiave di volta (Montedit, 2003), Puntasecca (Istituto Italiano Cultura Napoli, 2006), Falsomagro (Editore Guida, 2008), Moniaspina (L’Arca Felice, 2010), Madre terra (Passigli, 2015). È direttore editoriale di Delta3, collana “Ancoraggi” (narrativa, poesia saggistica e arte). Promotrice culturale, scrive su importanti riviste web e cartacee. È inserita in numerose antologie e testate nazionali online. Diversi sono i saggi dedicati alla sua poesia. Porta avanti nella sua Montefredane, con la Proloco che presiede, il Premio di Cultura “Oreste Giordano”, una manifestazione che vede premiate ogni anno, eminenti personalità del mondo giornalistico, della poesia, della scrittura, dell’arte e della scienza

John Taylor, L’oscuro splendore (nota di Melania Panico)

oscuro splendore

Il mio approccio a questo libro è stato volutamente lento. Ci ho messo molti mesi prima di decidere di parlarne perché non è un libro di spunti: è un libro di risposte, anche se tocca a noi trovarle disseminate. John Taylor è un poeta ma è anche un traduttore, è un autore che fa continuamente i conti con la “patria”, se patria è una lingua “come tua sola forza residua/ una lingua incerta”, se patria è una casa a volte racchiusa in un recinto, da salvaguardare, a volte è mare sommosso, dove la vita è soprattutto sotto e la superficie è sempre increspata. Sempre.
“Dove i ruscelli s’incontrano/ tu stai sulla stretta riva”: nell’incontro tra le lingue si sta su un margine che non è sicuro ma è anche un punto di osservazione privilegiato. C’è sempre qualcosa che deve venir fuori o che deve essere proiettato, come se la realtà fosse proiezione essa stessa: “qualcosa come le vestigia nell’allineamento di assi muffite; qualcosa come il futuro”.
L’oscuro splendore, nella traduzione in italiano di Marco Morello, è un libro che guarda al fondo ma non per scardinare, semmai per cercare “le tessiture/le architetture”, per cercare il senso vero (l’impalcatura/ che cede la sua forma), non più fantasmi o schermi ma accoglimento dell’inevitabile inondazione: all’inizio è come una rete che tiene le distanze o mantiene la struttura: “le strade e le vie traverse/ formano una rete”,in seguito si comprende che le maglie della rete permettono tanto altro: “ora la galleria e l’impalcatura sono una cosa sola”. Dicevo lingua e patria. Mi viene in mente una splendida poesia di Sujata Bhatt “the one who goes away”, la casa intatta ma sempre mutevole, “I am the one/ who Always goes/ away with my home/ which can only stay inside/ in myblood – my home which/ does not fit/ with any geography”. Anche ciò che abbiamo perso può diventare un rifugio ma non rifugio melanconico legato al ricordo. Andare via e allo stesso tempo mantenere un legame, come se si potesse vedere bene solo da lontano: “quando stai di fronte a queste rovine/ capisci/ che non hai mai capito/ che tutto questo era un insieme”. Probabilmente l’oscuro splendore a cui fa riferimento il titolo sta proprio in questo: nella perdita impronunciabile, a light laced/ with black . (altro…)

I poeti della domenica #302: Daniela Attanasio, Davvero è nulla questo procedere

da Roma verso il mare

Davvero è nulla questo procedere
null’altro che il magnifico succedersi
degli alberi, per me la riprovata consuetudine
a smaltire ogni passione in una sorsata di vino

limite della strada, rettilineo cuneiforme
sono le lunghe file delle processionarie
l’alveare nascosto dietro i pini di quel
gran panettone che mi si mostra al sole la
mattina ammantato di cielo la sua cupola verde
è un perimetro certo circoscritto dal gelo
dei suoi assi portanti

altri colori intorno infittiscono l’aria
slittando verso il mare agognato e mai
raggiunto simile a un velo di semplicissimo
azzurro divinizzato a forza come il corredo
della mia fantasia repertorio di resti
ammaestrati un surplus di miseria
e atomi di sazietà

poca misura nella scelta del luogo
così veloce e loquace di versi, sterro di
odori da siepi maleodoranti e chiasmi
di oleandri falciati a metà

a questo in me si contrappone per
siciliana memoria lo stesso fermo
percorso di motori sempre verso una
scuola ordita di presenze traditore là verso
il mare in condizione avversa come
un eterno andare a ritroso e tornare a
questo nulla insensato procedere

Non è lo stesso mare che il mare
di Mondello indora mentre di Sunion
o quello che ricordo era biancore
simile a una benda frettolosa lungo
la liscia parete e la colonna
bianca più delle fasce bianche del mare

diffuso oltre la linea fiacca d’orizzonte
l’amore era memoria o sogno di memoria
inarrestabile scontro di risacca
l’aria pastosa e calda che non manca
d’impietosire perché per caso sono
costretta a subire questo passo caldo
solo perché lo voglio solo perché
da me rimane aperto uno spiraglio di
sufficiente amore, niente mi basta
nessuno sguardo nessun occhio febbrile
la derelitta rotta di vele appuntate
ormai fatte a giochi e a colori è
un insinuante appiglio lo straziante

ritorno a una sola parola

.

In © AA. VV. contrAppunti perVersi, a cura di Beppe Costa, Roma, Pellicanolibri, 1991.

Wilfried Owen, Il sogno del soldato

Cento anni fa, il 4 novembre 1918: il giorno che segna la fine della Grande Guerra per l’Italia è il giorno della morte del poeta Wilfried Owen sul fronte occidentale, durante l’attraversamento del canale di Sambre-Oise. Lo ricordiamo oggi con i suoi versi di Soldier’s Dream.

 

Il sogno del soldato

Sognai il buon Gesù che ostruiva degli obici i congegni,
E che durevolmente inceppava tutti gli otturatori,
E che con un sorriso deformava Mauser e Colt,
E ogni baionetta arrugginiva con le lacrime Sue.

E non c’erano più bombe, nostre o Loro,
Neanche un forcone, neanche un vecchio schioppo.
Ma Dio fu contrariato, pieni poteri conferì a Michele;
E quando mi svegliai lui aveva visto e provveduto.

 

Soldier’s Dream

I dreamed kind Jesus fouled the big-gun gears,
And caused a permanent stoppage in all bolts,
And buckled with a smile Mausers and Colts,
And rusted every bayonet with His tears.

And there were no more bombs, of ours or Theirs,
Not even an old flint-lock, not even a pikel.
But God was vexed, and gave all power to Michael,
And when I woke he’d seen to our repairs.

 

Wilfred Owen
(traduzione di Anna Maria Curci)

I poeti della domenica #301: Edith Bruck, Ti nascondi nell’uovo di struzzo

Ti nascondi nell’uovo di struzzo
dietro la pergamena kopta
tra i libri allineati
nella bocca chiusa di tua madre
sul ritratto appeso nel soggiorno
nell’urna etrusca all’ingresso
che non avrà mai le tue ceneri!
Abiti nella mente quando lavoro
penso o dormo,
risiedi nei miei occhi
quando piango
rido parlo o taccio.
Sei nel mio sangue che circola male
ti fai vivo spesso
con una fitta al fegato
con l’emicrania
gli spasmi intestinali
finché sali sali
verso lo stomaco
per fermarti all’altezza
della gola,
la tua presenza diventa indigesta
la tua assenza mi dà la nausea,
vomitando spero in un sollievo,
dello stimolo del parto
nasce un vuoto
che di sera non si addormenta
e la mattina si risveglia.
Non pensarci dicono tutti:
resto in silenzio abbasso lo sguardo
la morte mi strizza l’occhio.

.

In © AA. VV. contrAppunti perVersi, a cura di Beppe Costa, Roma, Pellicanolibri, 1991; già in Il tatuaggio, presentazione di Giovanni Raboni, Parma, Guanda, 1975.

Da ragazzino guardavo la Luna (di L. Mandalis)

DA RAGAZZINO GUARDAVO LA LUNA
ovvero una recensione su First man

di Lorenzo Mandalis

Da ragazzino guardavo la luna. ‘Ecco un posto lontano in cui non potrò mai andare’ pensavo ‘esiste! È reale! Lo vedo. C’è della terra bianca, potrei camminarci sopra. Eppure non potrò mai andarci!’. Provavo una profonda malinconia. La luna prometteva una vita migliore, mi trasmetteva immagini che scatenavano la mia inquietudine, scavavano ombre e facevano leva sulle mie insoddisfazioni, perché pensavo che la vita dell’altrove fosse migliore della mia, anche se in realtà non sapevo niente di quell’altrove. Allora non potevo saperlo, ma era una forma di innamoramento. Ero e sono terribilmente attratto dalla lontananza, dall’impossibilità e da tutto ciò che – leopardianamente – si intravede. La malinconia, dicevo, è una forma d’innamoramento. Un’infatuazione. Sono gli immaginari o le fantasie che ci facciamo su un qualcosa che ci appare in un modo e magari è tutt’altro. Che cos’è in realtà la luna?
È a questo scarto tra apparenza e realtà che ho pensato guardando First man, il nuovo film di Damien Chazelle. Il regista, autore dell’acclamatissimo Whiplash e di La La Land, ha deciso di cambiare rotta e distaccarsi dalla tematica musicale che aveva caratterizzato i suoi primi due film.
First man è un biopic su un breve periodo della vita di Neil Armstrong, dall’anno della morte della piccola figlia Karen di soli due anni (1962) allo sbarco sulla luna (1969). (altro…)

proSabato: Giorgio Galli, da “La parte muta del canto”

Guido Cantelli

Nel Corno meraviglioso del fanciullo di Arnim e Brentano, c’è una poesia che dice:

Il cuculo è caduto stremato
ed è morto ai piedi del salice.
Morto è il cuculo! Caduto stremato!
È caduto ai piedi del salice!
Ed ora, durante l’estate,
chi ci potrà far passare il tempo?
Cucù! Cucù!
Chi ci potrà far passare il tempo?
Ma certo! Il signor usignolo,
sì, lui ci penserà!
Lo farà il signor usignolo
che siede sul suo verde ramo.
Il piccolo, dolce usignolo,
il caro, gentile usignolo!
Sempre allegro canta e salta
quando tacciono gli altri uccellini.
Aspettiamo il signor usignolo,
che sta sulla sua fratta verde,
e che quando il cuculo è stremato,
allora incomincia a cantare!*

Fra il 1948 e il 1956, tutti nel mondo della musica pensavano che il cuculo era Arturo Toscanini e l’usignolo Guido Cantelli. Classe 1920, Cantelli aveva militato nella Resistenza. Classe 1867, Toscanini non aveva potuto prender parte alla Resistenza, ma l’aveva fatta a modo suo. Primo al mondo, s’era rifiutato di dirigere a Bayreuth quando la famiglia Wagner era diventata un’appendice del gabinetto di Hitler e gabellava le opere del suo antenato come un’appendice del Mein Kampf. Toscanini non voleva dirigere in un festival di Bayreuth diventato una succursale delle adunate oceaniche. E scrisse una lettera a Hitler. Fu tra i pochi al mondo a farlo. Osò scrivergli che non poteva più dirigere in Germania. Che la sua coscienza glielo impediva. Lui, figlio di un sarto di Parma, osò scrivere al Führer: «La schiena si curva quando l’anima è curvata». Sotto il dominio di Mussolini, aveva continuato a dirigere, ma rifiutandosi d’eseguire Giovinezza in apertura dei suoi concerti. Gli altri direttori eseguivano tutti Giovinezza, lui no. Fu richiamato, fu ancora richiamato, e nel 1931 schiaffeggiato. C’erano Ottorino Respighi e sua moglie quando un manipolo di squadristi aggredì il sessantasettenne Toscanini per le strade di Bologna. Respighi e sua moglie Elsa videro allibiti che il capo della squadraccia – che altri non era che Leo Longanesi – chiese a Toscanini: «Dirigerai Giovinezza?»; e, al diniego di lui, lo prese a schiaffi. Arturo Toscanini, figlio d’un sarto di Parma, non era un intellettuale. Leo Longanesi era un intellettuale. Ma chi dei due si mostrò più lucido, più serio, più colto in quella occasione? Avere coraggio o spirito di gregge, appartenere all’umanità o al fanatismo non è questione di libri letti. Quando Toscanini fu espulso dall’Italia, per prima cosa andò a dirigere nel nascente Stato d’Israele, al che i giornali fascisti lo ribattezzarono L’ebreo onorario. Dal suo esilio in America diresse il primo movimento della Quinta di Beethoven quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia; e diresse l’intera Sinfonia quando l’Italia fu liberata. Sopra i muri della Scala, nel violento aprile del ’45, mani entusiaste scrissero Viva Toscanini!Ritorni Toscanini! E Toscanini tornò, nel 1946, per dirigere il primo concerto alla Scala ricostruita dopo i bombardamenti. (altro…)