Anteprima. Cettina Caliò, Cinque poesie da “Di tu in noi” (La Nave di Teseo, 2021)

Esce domani 25 febbraio la nuova raccolta di poesie di Cettina Caliò, Di tu in noi, pubblicata da La Nave di Teseo. Proponiamo una piccola selezione di poesie, insieme al comunicato stampa. Ringraziamo l’editore per averci concesso l’anteprima. Buona lettura. (La redazione)

 

Ti tengo
nell’entroterra dell’anima
in un respiro di due sillabe

nel silenzio che fanno gli occhi
quando spalancati sentono
quel perdersi bello
nel nulla del passo

 

Piano sequenza

Quel mio ritornare a te
da tutte le strade
per sottrarci da tanta morte

e ricucire i luoghi
feriti
di una vita che qui
è stata vita
per un poco

 

L’errore è all’inizio
in quell’inesausto vivere in trincea

l’errore è nel mezzo
in quel fermo andare e tornare
al taglio

l’errore è in prossimità della fine
in quel minuto puntare
lo specchio sgomento

la conseguenza del mattino
uno schianto in due tempi

e il limite era di vele
azzurro

 

Dove l’azzurro si fa curva
e la vita è una frattura
in fiore sul muro

è qui
dove vivo
anche quando sono altrove

misuro la strada in frammenti
di noi

guardo due volte
guardo da vicino
anche quando è lontano

e se trattenere non posso
tocco
ogni cosa
con le nostre canzoni

la prima
la seconda
l’ultima

e imparo la perdita

 

Di tu in noi
tengo ogni cosa
perfino i refusi
delle ore metodiche

piano
mi muovo nell’ingombro
del nostro tempo
a piedi nudi
fra le formule giudiziarie
il cappello antipioggia
e le risate sulle scale

lascio ogni passo
ogni impronta
lascio ogni gesto

qui

dove avevamo una scadenza

faccio ogni cosa
per l’ultima volta

 

© Cettina Caliò, Di tu in noi, La nave di Teseo, Milano 2021, euro 17.00, pagine 110

a perdifiato
io sto
al riparo di noi

Tre le sezioni di questo testo, in cui la prima si fa antefatto delle due successive: «Quel mio ritornare a te/ da tutte le strade/ per sottrarci da tanta morte». Fra le pagine una mappatura dell’anima che è luogo e memoria − «Ti tengo/ nell’entroterra dell’anima/ in un respiro di due sillabe», la vita come frattura in fiore su un muro: «la conseguenza del mattino/ uno schianto in due tempi», e ovunque il frammento dell’esperienza restituito in trama: «nulla sappiamo della mano/ che ci regge il giorno/ a tremare/ fra la memoria e la sete».
C’è un tempo fatto di attimi che sono già ricordo: «faccio ogni cosa/ per l’ultima volta»; il respiro scardinato dagli eventi e lo scontro e il confronto con la perdita che si fa crollo: «mi cade addosso/ il cielo che fu». L’esperienza è rimodulata in senso e suono.
«Scrivo perché mi aiuta a respirare meglio. Perché ho nostalgia di tutti i momenti in cui mi sono sentita viva».
Così l’autrice conferma lo stile ormai riconoscibile e la cifra della sua ricerca poetica: la capacità di tradurre la quotidianità viva dei giorni restituendo profondità e consistenza alle parole comuni. Attraverso l’indagine lucida, l’essenzialità delle immagini, l’accuratezza dei suoni e la misura del verso, l’autrice riesce a fare delle occasioni della vita metafora assoluta:
«di noi stessi erranti/ è certo/ il destino corroso».

 


Cettina Caliò è nata a Catania nel 1973. Scrive poesia e prosa. Cura libri. Traduce dal francese. Ha pubblicato: Poesie (1995), L’affanno dei verbi servili (2005), Tra il condizionale e l’indicativo (2007), Sulla cruda pelle (2012), La forma detenuta (2018).

Mattia Tarantino, “Fiori estinti” (Nota di Lorenzo Pataro)

Mi scoppiano le vene e sto cantando.
Nota di lettura a Fiori estinti di Mattia Tarantino
di Lorenzo Pataro

Fiori estinti di Mattia Tarantino (Terra d’ulivi edizioni, 2019) è una lunga poesia ininterrotta, quasi un poema circolare, un cane che si morde la coda, l’ultimo lungo vaticinio di un augure-bambino orfano di un altrove che compie la sua ultima viandanza a partire «da un gerundio predicato/ come tempo primigenio» e in cerca di una «sillaba segreta/ che comanda la rovina di ogni cielo», «una parola che annuncia il diluvio/ e morde le vocali», «che schiuderà il mondo/ all’epifania delle cose, l’esatta/ misura del verso in cui tutto/ tornerà carogna tra i denti dell’angelo», una lingua caduta mentre «Babele sventra il cielo», un alfabeto capovolto che capovolga la discesa, il precipizio, la stortura della nascita, un viaggio di anabasi e catabasi in cerca di un nome che richiuda lo squarcio, la cifra dello strappo dopo i «versi separati dal vagito; il primo/ grido con il canto della madre», «la discordia/ verticale che fu taglio», per pronunciare, alla fine, il «vagito finale e gerundio». C’è come una continua e oscura nostalgia dell’origine in questi versi, un tentativo quasi di compiere un regressus ad uterum, una nostalgia del seme che non è in questa terra e va cercato in un altrove sfibrato, in un cielo ostinato, interpretando il volo degli uccelli affinché sia prossima la risalita, l’ascesa celeste, mentre ciò che è terreno si dilacera, va incontro alla catastrofe, annunciata per esempio da un passero di ronda che canta, da un vento che stordisce i passeri neri e in cui il poeta-augure stesso confida, mentre si accorge che «le foglie sono incerte», che riconosce nel suo stesso canto-vaticinio «il mistero delle gazze quando legano/ alle ali un cielo furibondo» e «l’ultima/ voce a ordinarne le ali», che conosce « le trame del volo basso», il “singhiozzo delle allodole” o vede le stesse allodole impiccate, un corvo che tossisce e fa curvare le foglie. C’è una continua tensione verso la promessa di un ritorno, un nòstos capovolto, cercando ossessivamente, verso dopo verso, «la fune che pende dagli astri» e con cui «si impiccano i bimbi e i poeti». In questo percorso viatico, però, il poeta non è solo, ma è come se la sua stessa vocatio si specchiasse nel tu a cui si rivolge dal suo spazio privilegiato, per pochi iniziati, quasi che ogni verso-mantra, ogni parola-mana che ritorna ossessivamente (come già Giorgia Esposito rileva nella postfazione), non sia altro che la via d’accesso come ad un rito misterico eleusino, dionisiaco, orfico o mitraico, qualcosa che si opponga al mondo e che al mondo stesso non va rivelato se non in parte, un “aldilà senza nome”, lo chiama ancora Giorgia Esposito. Il tu a cui si rivolge è un interlocutore quasi da iniziare e con cui iniziarsi al tempo stesso, in un canto incessante e continuo, quasi un salmo allungato, ripetuto circolarmente e ossessivamente (e per questo quasi usurato, consumato dall’ansia di urlarlo), con una funzione quasi apotropaica, per aprire le «stelle che tappano/ il cielo, e le schiere degli angeli», perché sa che «verrà un giorno che la neve brucerà» e insieme a questo tu saprà aprire un varco contro ciò che ha permesso l’estinzione dei fiori; per questo gli dice: «vivremo nel bosco segreto/ dove accade ogni cosa» o ancora: «saremo la grazia e la lira,/ il passero che addomestica il cielo», quasi a rassicurarlo, a promettergli un luogo del sigillo che verrà. Mattia sente come una chiamata, c’è qualcosa di sciamanico nei suoi versi, l’impressione è di assistere come all’evocazione di uno sciamano bambino predestinato a essere guida, sacerdote, psicopompo, guaritore di anime, purificatore, che sa interpretare gli astri perché è come se dagli astri stessi fosse caduto, in un giorno che si perde nella memoria del mondo, come caduti sono gli angeli che lo rincorrono, che diventano richiami continui, voci che affollano la sua viandanza, popolano la terra come bestie del quotidiano, si spogliano di ogni incrostazione e ogni connotazione meramente evangelica, non hanno una grammatica eppure comunicano con il poeta in una lingua che solo lui sembra conoscere, una lingua caduta dalla torre di Babele, da Ponente, una lingua deviata, sconosciuta, forse ancora da inventare e che lui ricrea continuamente, la gira tra le mani come un timpanum (tamburo sciamanico) che accompagni una danza attorno a un fuoco, un’evocazione di qualcosa che sta per accadere e non accade, è presentita, suggerita, annunciata come un oracolo della Pizia, nel tempio di Delfi. Mattia ha come la capacità di praticare una trance estatica, come uno sciamano nero quando è posseduto da un demone (o, in questo caso, da un angelo nero), di cui diventa schiavo e padrone al tempo stesso; con lui percorre tutte le età e per questo nessuna età sembra avere, conosce tutti i luoghi in cui si territorializza di volta in volta, come comunità diverse a cui rivelare il suo mistero o predire la catastrofe imminente, uno sciamano che «vuole offrire/ carne e stelle in sacrificio».
Ecco perché può dire di aver saccheggiato e incendiato Betlemme, di aver generato dall’ustione la croce, di voler prendere Roma, di essere stato gobbo a Sodoma, di essere morto «in un sussulto/ che fa eco nel Giordano; nella foce/ capovolta dell’origine», di venire dalle “icone violentante di Donetsk”, di aver visto «Cristo lussurioso inginocchiato/ tra gli apostoli», di aspettare che «Gerusalemme sarà sterco di capro», di voler piangere alla “lapide di Hèbron”, di essere stato “sarto in Palestina”, nel Giordano battezzato da una zingara, che vede Barcellona come «il profeta che cuce/ il mare nell’osso» o come «l’astuta maestà/ di Ponente» e che a Ponente riconosce come un’origine occulta, lì riconosce la sua legge, lì dove «sta la tana della luce», lì la torre a cui tornare, per recuperare almeno un segno, l’epifragma di ciò che fu. E poi c’è il Sud, che qui non ha quasi connotazione geografica, è come se fosse ovunque, diventa cifra di ogni crepa, “favola di sangue”, un locus non amoenus che fa ammalare il marinaio di un “sole fradicio”, in cui «l’amore fa a brandelli gli alfabeti». Anche qui «uno stormo viene ad annunciare/ la catastrofe, la sorte della terra», anche qui il poeta-augure conosce ciò che gli uccelli sembrano annunciare, «l’ultimo grido/ dei gabbiani a capofitto» diventa la causa come di una morte passeggera che avviene «spezzando loro il becco», come a spostare l’ultima ora un po’ più in là perché ancora non è il tempo dell’ultimo canto. Mattia è chiamato ad un’adunanza, sente un richiamo di sangue, vede «i morti sudare in bocca/ ai vermi» e sa che «ogni giorno il sole è nuovo e noi soffriamo», conosce le leggi del mondo pur sapendo che non sono qui le sue radici e vuole annunciare che il suo fracasso, il fracasso delle sue ossa, è il fracasso del mondo. C’è qualcosa della pittura di Egon Schiele in questi versi, il rovescio dei corpi (e qui degli angeli, capovolti anche nella copertina) e il capovolgersi del senso comune, uno spezzarsi dei versi-nervi, quasi che la tensione dell’andare a capo (la trama metrica è maniacalmente perfetta, chirurgica) sia un taglio viscerale sulla durezza delle carni; proprio come nelle figure del pittore austriaco, c’è qualcosa di malato eppure sano nella sua sacralità spogliata di ogni connotazione storica e restituita alla sua matrice originaria, una luce che precipita e si fa spigolo nella pelle, la distorce, mette a nudo le vene, le capovolge e poi le sparge in una comunione transumana, nel dialogo continuo e intessuto con la madre che «inghiotte cento fiori,/ poi rimette dalle vene» e con tutte le figure che popolano questi versi, figure gettate nel mondo con un’identità minima o inesistente, figure a cui rivelare l’ultimo mistero e per cui continuamente cercare un altro nome, l’ultimo baluardo di salvezza, «una corda/ dalla stanza verso il cielo, quasi un cappio», per morire qui e rinascere altrove, tra le stelle. E proprio dalle stelle che questo «fanciullo/ che invoca perdono dai fiori» sembra provenire, quasi che quei fiori estinti siano proprio delle supernove, che la sua discesa sia frutto di una deflagrazione da ricucire continuamente, come se quello che cantava David Bowie nel 1972 in Starman sia davvero avvenuto: «There’s a starman waiting in the sky/ He’d like to come and meet us/ But he thinks he’d blow our minds».
Emblematici, in tal senso, sono questi versi a p. 16:

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle
mi aprono il sangue e disturbano
i versi in bocca ai morti:

stanotte mia madre non partecipa
al pane che si spezza, non consente
né risate né preghiere, capovolge
tutti i nomi e li scavalca;

stanotte mio padre non ricorda
quante volte ha indovinato, quante volte
la parola gli ha mozzato la parola.

Stanotte prendo l’ago e cucio
i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo
un piccolo coltello e svuoto
le mie ossa nelle ossa di mio padre.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle
le ho tra i denti e fanno male.

C’è quindi la traccia di una ricucitura continuamente ricercata, uno sguardo all’origine perché ogni nervo, ogni osso ne annuncia la mancanza, il distacco, il cielo stesso è intrecciato alle ossa, le vene storte sono annodate alle stelle, sa che non può più credere «all’inganno/ che ha nome di madre», una madre come orfana lei stessa; è per questo che ricerca un bosco (luogo che ritorna spesso) dove tornare “all’uovo”; quasi si sente il suo latrato al cielo, di notte, verso un cielo troppo nero; anche se sa che verrà un giorno in cui i sassi in alto che gli tira non lo colpiranno più, in questi versi il seme della nostalgia è acuto, sottile, vibra in ogni angolo del corpo, un corpo ancora abitato dai primi vagiti, dal taglio della madre, in cui i «nervi sono nervi di legno/ marcio: si curvano/ ad arco, e tremano e straziano», i muscoli sono astri rovinati, l’acqua scoppia nelle vene, anche le vertebre si curvano. C’è quindi una tensione continua verso uno slancio, un volo che liberi, gli stessi fiori evocati diventano occasione per percorrere gli steli, gettarsi dalla cima e poi inciampare nella fune tra le stelle e la sua stanza privilegiata, sempre pronta a permettere il viaggio come a ritroso, la stanza stessa (senza una precisa connotazione temporale o spaziale) diventa il luogo cardine della ricucitura per invertire la rotta, percorrere al contrario la caduta con qualcuno destinato ad arrivare, e che giunge, alla fine, ad aprire un varco. In La genesi, l’amore (p. 104) scrive, infatti: «Poi arrivasti,/ arrivasti offrendo chicco/ a chicco la salvezza, come fosse/ un riso antico e semplicissimo» e poco dopo: «ora lancio/ una fune verso il cielo, ora/ salto, finalmente».
L’attesa è come di una danza continuamente evocata, cercata, un moto che permetta l’ascesa affinché il “cardo che collassa nella luce” non abbia più il “dolore di fiorire”, affinché il delirio degli angeli non lasci più la traccia di saliva sul papavero; la danza è la stessa parola circolare che Mattia cerca come cerca l’acqua nella terra il rabdomante, perché «la legge è la parola, la parola/ è la legge». E di questa danza Mattia dissemina le tracce dall’inizio alla fine, è il suo invito ad amare «ostinati la grazia, le impervie/ vie della sorte e mai, mai/ la sciagura dello stare», «la danza dell’agnello che soffre/ l’esilio dal grembo», la danza «nel rovo che veglia/ la torre» per opporre, mentre «Babele sventra il cielo», le linguacce alle lingue, “un girotondo”; danzando, sempre a Babele, «sulla carcassa di un cielo troppo basso» o quando «da lontano una Medea/ araba conduce la sardana», gli stessi angeli danzano al suono di un “tamburo lontanissimo”, la sua è una danza che sbaraglia, che ustiona perché si è scalzi. Una danza accompagnata dallo stesso canto di questi versi, i quali restano nella memoria come amuleti contro ciò che si disgrega; la sua è una nenia ricomposta, ricucita passo dopo passo, quasi che l’acqua spesso evocata non sia altro che quella del grembo, a cui tornare con obbedienza perché gli angeli non disperdano più il loro sangue nero; un salto oltre i nomi, le sillabe o le vocali per dare a questo altrove un ultimo ritmo contro ciò che si frantuma; è questa l’impressione: che la cantabilità evidente di questi versi sia come l’ultima alternativa, l’ultima adunanza, l’ultimo richiamo mentre l’inverno sembra aver paralizzato ogni elemento del reale. E anche quando tutto deflagra, Mattia si accorge proprio di questo, quando dice: «mi scoppiano le vene e sto cantando». Ecco cosa resta, alla fine. Un cuore che tossisce timido, tra le mani degli angeli, la richiesta, nella veglia continua, di una «parola/ che ci salvi dall’inverno e faccia casa», da rivelare a chi ha il coraggio di raccogliere solo fiori estinti, «al grido della schiera/ che spezza il cerchio e lo deforma», come a riconoscersi parte di un unico coro, orfani di luce eppure nella luce cadere continuamente, verso una terra altra, promessa, strappata, crocifissa. Un coro che all’unisono sembra ripetere, come una litania, un verso memorabile di Cristina Campo: «Due mondi – e io vengo dall’altro». Fiori estinti è in fondo la promessa di ricucire la strada del nòstos, chiudere un taglio per poi aprirne un altro. La voce di un aedo e il suo canto, la parola circolare, «il verbo custode/ di ogni avvenire» da opporre come antidoto a ciò che va estinguendosi.

 

P.S
A Mattia, ai suoi fiori estinti

Si sgretola il seme nel cavo della mano
alla terra non resta che il tuo magma

di lamiera versato alle radici
come sperma fecondo per la cenere

dei morti, il volo in frantumi di un passero
di ronda si sparge sterile sul petto
ti taglia la gola e si fa canto.

 

© Lorenzo Pataro

 

Lella De Marchi, Poesie da “Ipotesi per una bambina cyborg” (Transeuropa 2020)

 

DIMORA

I

la bambina è una farfalla con le ali della casa.
nell’inconscio i ragni cadono ad uno ad uno l’acqua
è una goccia stilla da una stella una tubatura si è rotta.
non ci sono mani piene non ci sono mani vuote.
dove vivi tu nessuno è come te.
la metà di una metà la luce il buio un buco la memoria
di qualcosa. una questione di strabismo di postille di pupille
dilatate di assenze rimandate al mittente.
l’aria entra nella stanza soltanto quel tanto che le basta
per uscirne. soltanto a volte si produce l’eco ti sembra
di conoscerne la voce. ma tu non sei persa. il coniglietto
è ancora su quel muro gioca sempre a fare la tua ombra.
tu continua ad esserti infedele. tu continua.

 

IV

questo mondo è di nessuno ma qualcuno lo pretende
uguale a sé questa storia che non è una storia sola è per te.
quando mangi non finisci tutto guardi ancora dentro
al piatto non puoi dimenticare quello che tu sola hai visto.
certe cose sono troppo amare.
hai paura della morte anche se non lo dici e mi guardi
come se fossi capace d’insegnarti l’amore e come si muore.
noi non siamo solo noi noi non ci bastiamo mai.
il corpo è un meccanismo del pensiero che s’incarna potrebbe
non finire potrebbe sopravvivere anche pieno di protesi.
certe volte glielo permettiamo già.
la fame genera sempre altra fame la forma è un antidoto alla paura.
puoi escludere la rinascita se tutto si rigenera.

 

LIQUIDO AMNIOTICO

II

ti piace restare da sola non curarti del tempo e degli altri
non curarti del buio che scende dentro la stanza.
forse già sai che siamo in tanti per una sola finestra forse
già sai che il letto è un lago che non ha balaustra.
brulicante di atomi. in continuo fermento.
senza arsi senza tesi afferri l’onda sopra un piano ammetti
alla tua bocca la sorpresa il sogno l’illusione concedi
ai tuoi confini il circumnavigarsi.
ti sei cresciuta dentro tutta intera come una preghiera.
forse già sai che sei l’unico angelo che ti consola forse
già sai che non sei solo salva con nome.
la paura del buio si acquista. il tempo chiude dentro
a un cassetto la luce che fa il liquido amniotico

 

IV

la luce devia l’occhio nella curva per un motivo
che mi sfugge a suo modo ti protegge.
se ti cerchi non ti cerchi frontalmente non ti cerchi
nello specchio lo specchio lo rigiri lo metti di traverso.
con un sorriso traverso poi l’appendi.
nessuno ti guarda nessuno ti precede. il tuo moto
è un movimento irrazionale non si dissipa in visione.
quante volte hai detto raccontami una favola
che non ho mai sentito parlami dei mostri.
dove tutto è normale qualcosa ti lega senza liberarti.
cammini a piedi nudi non sanguini e non ferisci.
c’è un’altra storia dentro la tua storia.
che ti sai raccontare che conosci a memoria.

 

GIUNONE

con malinconico stupito attonito occhio materno
senza riserve materna Giunone ti allatta da lassù,
prodiga generosa abitante del suo mondo senza riserve.
Giunone regina Giunone dea della luce mattutina.
Giunone ti guarda come si guarda la prima bambina.
ha fede in te come se fossi una sua creatura.
femmina non per natura per volontà divina vergine
prima di essere vergine terra prima della terra.
tu accogli il suo cenno il suo monito come nessuna.
cuculo pavone mucca oca corvo leone gufo
asfodelo giglio croco verbena iris lattuga menta
melograno cotogno fico.
con malinconico stupito attonito occhio di figlia.

 

IBRIDO

il corpo che abitiamo è caduco si rintana in se stesso
ha paura del lupo. vive la nascita come un inizio
la morte come una fine ma poi sente anela respira
s’innamora ogni volta oltre misura.
è il segno tangibile di un’altra storia.
che sta accadendo che è accaduta che accadrà.
in un posto diverso da quello in cui si trova al momento.
dovrei amare il mondo come fai tu, bambina mia, nella sua
innata doppiezza senza filtri né precauzioni.
amarlo per quello che è. un innesto un incrocio
un incastro perfetto tra umano e divino. anche
dio, così com’è, solo divino, si sente un po’ difettoso.
un corpo caduco. si rintana in se stesso ha paura del lupo.

 

© Lella De Marchi, Ipotesi per una bambina cyborg, Transeuropa 2020

Giulia Bocchio, Il lento apprendistato di Thomas Pynchon

Non ci soffermeremo sull’inafferrabilità ormai nota di Thomas Pynchon, che appare piuttosto una riluttanza disinteressata al mero apparire: essere su pagina ed essere sugli scaffali delle librerie di mezzo globo è già di per sé un’esibita presenza.
A parte doppiare sé stesso in un episodio de I Simpson, i curiosi, coloro che cercano l’uomo dietro l’arcobaleno, nella speranza di districare un mistero, rimarranno delusi: è solo schivo – no, niente a che vedere con la trovata italiana “Ferrante” –, riflettori spenti, niente flash e solo inchiostro, studio, molto studio. E un asteroide che, dal 2013, porta il suo nome.
Pynchon è certamente un pilastro della letteratura americana postmoderna, poiché nella sua scrittura sembra esserci uno spazio infinito per una gamma altrettanto infinita di argomenti: paranoie e scienza impazzita, discariche e uomini ingoiati dalla storia stessa, spionaggio. (Se siete lettori ostinati lo apprezzerete).
Tutto sembra essere interconnesso e disordinato: leggere diventa osservazione con Pynchon, come guardare un qualche animale che percorre un proprio labirinto personale sul pavimento, si muove, c’è una ragione che diventa una regione, ovverosia una porzione di spazio che sta a noi interpretare, analizzare o semplicemente attraversare. Mettere il piede sulla mattonella giusta.
Ma per condensare tutte queste idee e farle confluire in romanzi classici occorre un apprendistato, costante-continuo. Quello di Thomas Pynchon, ed è lui a definirlo tale, è stato lento. E non privo di ripensamenti, di voci interiori pronte a sentenziare in coro “davvero l’hai scritto?” – “c’è qualcosa di ingenuo qui” – “Lascia perdere”; e chi scrive sa bene cosa questo significhi, seduti dinanzi le proprie care vecchie bozze, quella tentazione a rimaneggiare, a rifare da capo. Modificare. Chi scrive lo sa.
Un lento apprendistato è dunque la raccolta di cinque racconti scritti da un giovane Thomas Pynchon fra il 1958 e il 1964, quattro dei quali nati durante gli anni del college; solo uno, L’integrazione segreta, è frutto di un lavoro più esperto, ormai indipendente dal tratto giovanile.
Di questa raccolta è però l’introduzione, dove Pynchon commenta sé stesso narratore, sottolineando le sue debolezze, l’inesperienza, i tratti fastidiosi e noiosi che il lettore incontrerà, a essere sorprendente e quindi utilissima.
Onesto Pynchon, così onesto da risultare comunque accattivante, nonché comicamente generoso: l’introduzione è una lezione di scrittura creativa tenuta da un classico vivente che difficilmente riuscireste a prenotare on-line o a trovare in una scuola apposita.
Pynchon chiede al suo lettore di essere benevolo, gli esordienti tendono a essere velleitari e dunque goffi, goffi perché ancora troppo velleitari. Lo è stato anche lui. Buone intenzioni piene di fragilità. Racconta dell’imbarazzo nel rileggersi a distanza di anni, vittima di mode e assiomi; dinanzi al racconto Entropia il suo cuore è ancora costernato. Terre basse lo indispettisce. Anche se temi e stilemi erano dettati dal tempo, dalla politica di quegli anni e dalle prime letture importanti, ovvero indipendenti, quelle non appartenenti alle liste estive dettate dalla scuola, Thomas Pynchon non risparmia il suo esordio alla scrittura, né le cose che un editore oggi non pubblicherebbe mai.

Mi interessava di più mettere sulla carta un’intera gamma di errori. Come lo stile letterariamente verboso. Vi faccio grazia di uno scrutinio di tutte le ridondanze che presentano questi racconti, salvo per dichiarare il mio turbamento davanti alla quantità di viticci che spuntano di continuo.
Non so nemmeno ancora con certezza cosa sia un viticcio. Credo di aver copiato la parola da Thomas Stearns Eliot.[1]

Vano anche l’esperimento surrealista presente nel racconto Sotto la rosa; a differenza di ciò che l’onirico può ispirare, occorre al contrario una lucida sagacia per mettere insieme una storia che possa renderlo tale: lezione imparata solo dopo averlo scritto quel racconto (e soprattutto dopo averlo riletto).
L’introduzione è certamente un passaggio atipico dell’apprendistato di Pynchon, eppure conserva in sé qualcosa di rassicurante, qualcosa che ha a che vedere con il grande potenziale insito in una mente creativa per natura, che modella la parola al pari della materia.
Che sperimenta, cancella e riscrive, sino a trovare finalmente una dimensione riconoscibile. Nel caso Pynchon sappiamo com’è andata a finire: basti dire Gravity’s Rainbow.

© Giulia Bocchio

 


[1] Thomas Pynchon, Un lento apprendistato, Einaudi, Torino, 2007, p. 20.

Il demone dell’analogia #20: Il bimbo perduto

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano.»
Mario Praz

Collage digitale di Dina Carruozzo Nazzaro
Il bimbo perduto

 

a te che sei chissà in che cielo
a te che non hai avuto occhi e bocca
a te che sei rimasto appeso a una corda non tua
a te che eri un sogno una speranza
a te che non sai il mio nome né il tuo
a te che eri Ernesto Emiliano e non sei stato
a te che eri e sei il solo figlio

Antonio Nazzaro, inedito

 

REQUIESCAT

Tread lightly, she is near
  Under the snow,
Speak gently, she can hear
  The daisies grow.

All her bright golden hair
  Tarnished with rust,
She that was young and fair
  Fallen to dust.

Lily-like, white as snow,
  She hardly knew
She was a woman, so
  Sweetly she grew.

Coffin-board, heavy stone,
  Lie on her breast,
I vex my heart alone
  She is at rest.

Peace, Peace, she cannot hear
  Lyre or sonnet,
All my life’s buried here,
  Heap earth upon it.

REQUIESCAT

Fate piano, ella è qui presso,
 Sotto la neve,
Parlate sommesso, ode persino
 Crescere le margheritine.

Tutti i suoi vividi capelli d’oro
 Offuscati di ruggine,
Lei, così giovane e bella,
 Caduta in polvere.

Liliale, bianca come neve,
 Quasi ignorava
D’essere donna, tanto
 Dolcemente era cresciuta.

Asse di bara, pietra tombale,
 Gravano sopra il suo petto;
Io, desolato, tormento il mio cuore,
 Ella riposa.

Basta, ora, basta; non può ella udire
 Lira o canzone;
Qui l’intera mia vita è sepolta.
 Ammucchiate terra sopra di essa.

da Poesie di Oscar Wilde
(trad. di Carlo Izzo e Valentina Vetri)

 

GIORNO PER GIORNO

“Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto…”
E il volto già scomparso
Ma gli occhi ancora vivi
Dal guanciale volgeva alla finestra,
E riempivano passeri la stanza
Verso le briciole dal babbo sparse
Per distrarre il suo bimbo…

Ora potrò baciare solo in sogno
Le fiduciose mani…
E discorro, lavoro,
Sono appena mutato, temo, fumo…
Come si può ch’io regga a tanta notte?…

Mi porteranno gli anni
Chissà quali altri orrori,
Ma ti sentivo accanto,
M’avresti consolato…

Mai, non saprete mai come m’illumina
L’ombra che mi si pone a lato, timida,
Quando non spero più…

In cielo cerco il tuo felice volto,
Ed i miei occhi in me null’altro vedano
Quando anch’essi vorrà chiudere Iddio…

E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!…

Sono tornato ai colli, ai pini amati
E del ritmo dell’aria il patrio accento
Che non riudrò con te,
Mi spezza ad ogni soffio…

Passa la rondine e con essa estate,
E anch’io, mi dico, passerò…
Ma resti dell’amore che mi strazia
Non solo segno un breve appannamento
Se dall’inferno arrivo a qualche quiete…

Sotto la scure il disilluso ramo
Cadendo si lamenta appena, meno
Che non la foglia al tocco della brezza…
E fu la furia che abbatté la tenera
Forma e la premurosa
Carità d’una voce mi consuma…

Non più furori reca a me l’estate,
Né primavera i suoi presentimenti;
Puoi declinare, autunno,
Con le tue stolte glorie:
Per uno spoglio desiderio, inverno
Distende la stagione più clemente!…

Rievocherò senza rimorso sempre
Un’incantevole agonia di sensi?
Ascolta, cieco: “Un’anima è partita
Dal comune castigo ancora illesa…”

Mi abbatterà meno di non più udire
I gridi vivi della sua purezza
Che di sentire quasi estinto in me
Il fremito pauroso della colpa?

Fa dolce e forse qui vicino passi
Dicendo: “Questo sole e tanto spazio
ti calmino. Nel puro vento udire
Puoi il tempo camminare e la mia voce.
Ho in me raccolto a poco a poco e chiuso
Lo slancio muto della tua speranza.
Sono per te l’aurora e intatto giorno”

da Il dolore di Giuseppe Ungaretti

Una domenica inedita #16: Giulia Catricalà, Poesie da “Ombre convesse”

 

Ricordare è riordinare 
segno a segno, fare 
regno dell’inessenziale,
estinto e poi tornato.
Ricordare te è affilare, 
taglio a taglio, fare pegno
del dolore in cambio
della regola che tu sei 
nel passato. Scordarmi
di te sarebbe, pezzo a 
pezzo, esser viva in vie 
distorte, uscire dal senno, 
uscire dal senso senza
passare per la morte. 

 

Immagino i bambini 
scavare tane nella neve
col respiro, uno vicino 
all’altro, soffiare urla 
di vapore fino al mattino. 

Immagino i bambini 
fare scorta del calore, 
fare scarto dell’amore, 
tenersi il pianto come
un cristallo fra le dita.

Eccoli i bambini
statue di pietra, 
ghiaia di maceria 
sul binario storto 
della storia. 

 

Non far di te un granello 
di rabbia, un ticchettio 
ruminate della stessa parola, 
dello stesso assolo che 
infuoca e baccaglia.
Accorcia la traccia, varia 
la metrica, inventa un 
punto di svolta, a volte il 
dolore è solo un racconto
che racconta troppo di sé. 

 

Una geometria d’imperfetto,
sentire lo storto, lo stretto
e non svoltare la via, 
averti come un incastro 
nel petto, e sforzare,
girare, far combaciare 
tutto il non dato, tutto
il non detto, il nostro, 
il mostro incarnato.

 

© Giulia Catricalà, poesie da Ombre convesse (raccolta inedita)

Il sabato tedesco #22: Friedrich Hölderlin, Il canto di Iperione sul destino

“Il sabato tedesco”, rubrica da me curata per Poetarum Silva, prende il nome da un racconto di Vittorio Sereni e si propone di raccogliere riflessioni, conversazioni, traduzioni intorno a testi letterari. (Anna Maria Curci)

 

Canto di Iperione sul destino

Lassù camminate nella luce
    Su suolo soffice, voi geni beati!
       Raggianti brezze divine
         Vi lambiscono lievi
           Come le dita dell’artista
              Sfiorano sacre corde.

Senza destino, come nel sonno
     Il poppante, respirano i Celesti;
          Serbato casto
              In bocciolo discreto
                  In eterno fiorisce
                      Il loro spirito,
                          E gli occhi beati
                            Guardano in quieta
                                 Chiarità eterna.

Ma a noi è dato
    Di non sostare in alcun luogo,
       Si eclissano, cadono,
          Gli umani dolenti
              Alla cieca
                 Da un’ora all’altra,
                     Come acqua lanciata
                         Di scoglio in scoglio,
                           Per anni e anni giù nell’incerto.

Friedrich Hölderlin
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Hyperions Schicksalslied

Ihr wandelt droben im Licht
  Auf weichem Boden, selige Genien!
     Glänzende Götterlüfte
        Rühren euch leicht,
          Wie die Finger der Künstlerin
             Heilige Saiten.

Schicksallos, wie der schlafende
   Säugling, atmen die Himmlischen;
     Keusch bewahrt
       In bescheidener Knospe,
           Blühet ewig
             Ihnen der Geist,
               Und die seligen Augen
                  Blicken in stiller
                      Ewiger Klarheit.

Doch uns ist gegeben,
    Auf keiner Stätte zu ruhn,
      Es schwinden, es fallen
          Die leidenden Menschen
              Blindlings von einer
                 Stunde zur andern,
                   Wie Wasser von Klippe
                      Zu Klippe geworfen,
                          Jahrlang ins Ungewisse hinab.

Friedrich Hölderlin, da: Hyperion (1797-1799), Zweites Buch

Costantino Turchi, Cinque poesie da “Delle nostre immagini”

 

Età

Pensavi che non sarebbe finita anche questa eternità?
Solo cento anni fa
potevano essere per te l’esperienza
della strada, per te pregare la sopravvivenza
e indossare tutte le maschere di un colorito cianotico.

Ma abbiamo cancellato pure il sibilo
sfiancato del primo paleo-informatico
e al secondo non scricchiano i quadrati
caratteri di luce in questo limbo.

È la serie degli sfili
mentre si alzano e ondeggiano nel vuoto
che senti: vedi in quanti sui pontili
hanno pensato gli spettasse un ruolo.

Nessun inganno allora col riflesso
delle cose bloccate nello stallo:
riso o pianto alla morte del cavallo, e fissarlo
perché noi non sappiamo più che farne.

 

Zecca

Quando camminerai tra l’erba alta
(com’è facile qui nell’abbandono
del suolo, dove manca ogni sentiero)
il tuo odore sarà carpito dalla zecca.
Più della luce del sole, più del calore
gli sarà di stimolo per il salto:
quando avrà trovato il posto giusto
infilzerà la testa nella cute;
nel suo sistema è più diretto il furto,
il circolo di veleno e di riflusso.
Avrà iniziato il lungo pasto di sangue
quando sarà una vescica gonfia del tuo corpo:
quando ormai te ne sarai accorto
sarà una protesi attanagliata al proprio mondo.

 

Arriva fino a questo l’ambiguità
mostrata in questi luoghi di mare
dalla stagione di solito fredda:
arriva al culmine del buio
e poi se ne vede la ritirata
ogni giorno assolato. Poco prima
di declinare traccia il manto stradale,
le piastrelle, il sabbione
che solidifica come cemento. La guazza
aumenta sotto i piedi della notte
come una pioggia che è sempre nell’aria
e la terra raccoglie per darsi forma.

 

Per poco non è ancora primavera
sulle terrazze erbose
e i secchi rami si intrecciano,
strepitano dentro le nuvole:
sono gli alberi di Giuda nell’anfiteatro
che superano i muri di cemento e sul vetro si riflettono
assieme ai globi elettrici, oltre esso, nell’ombra.

Sotto i minuscoli soli punto di atomi
tra gli atomi me, moltitudine scissa
in poli: formicolo di eccomi
presente al cosmo saturnino
per te connessa materia
alla corteccia, prima della passione.
In questa metà di febbraio,
hai i piedi in relazione alla radice
verso il cielo, da morte possibile
rinnovata come albero d’amore, tutta
di cinquanta chili affusolata:
leguminosa d’api nelle nuvole
o baccelli tenuti nell’avvenire.

Ma noi come tessere di carne tra gli stipiti
di legno, elementi verdi, il cemento,
ci leghiamo nel silenzio
di uno sguardo noto, senza saluto
tra i calpestii degli studenti.

 

Sciogli i nodi che tengono ciascuna
piastra ferrosa di questa armatura
(eccole, cadono una e poi una
e s’ammassano sopra la radura).
Lasciala sfarsi sotto questa luna
come al sole futuro e alla sua arsura:
lascia che si riduca a un ossidato
inciampo, a un’altra traccia del passato.

 

© Costantini Turchi, Delle nostre immagini (poesie 2014-2018), Prefazione di Umberto Piersanti, Arcipelago itaca 2020

Plinio Perilli, Museo dell’uomo (rec. di Dante Maffia)

Plinio Perilli, Museo dell’uomo
Editrice Zona 2020

Libri come questo di Plinio Perilli non se ne vedono da parecchi anni e la ragione è semplice: la letteratura in genere, ma soprattutto la poesia, si è arroccata su miserevoli plaquette senza anima e senza corpo a cominciare dall’oggetto, per finire allo sciocchezzaio che per traverso, e seguendo canali di scolo, ancora imperversa soprattutto nelle case editrici di prestigio legate ai residui delle avanguardie fallite e al minimalismo d’accatto, se non alla gratuità di un dettato elementare e privo di qualsiasi ragione d’esistere.
Plinio Perilli, da par suo, ha compiuto una sorta di miracolo in questo Museo dell’uomo; è riuscito a far diventare perfino la “notizia” poesia in pienezza, perché ha saputo coniugare l’ampiezza e la profondità in scatto lirico discorsivo, com’è nel suo dna.
Diciamo subito che non si tratta di un libro facile, cioè di facile lettura, se non si è corazzati e non si è vissuti dentro gli entusiasmi e le contraddizioni degli ultimi decenni nel mondo della cultura.
Plinio ha conosciuto e conosce tutti, ha frequentato tutti, grandi e piccoli, e ha sempre saputo misurare, con piglio di greco antico, le personalità e i loro prodotti, comunque cercando di comprendere il percorso di ognuno, ma restando nel suo recinto che ha qualcosa di fulgido, sempre, che si erge sugli altri con possanza.
Plinio scrive con l’anima, col sentimento e con la cultura, non si è mai piegato ai compromessi e la sua scrittura è quindi rimasta indenne e libera, riuscendo a rendere in pienezza, come ha scritto nella sua inimitabile nota introduttiva Giulio Ferroni, la “intensa pietas verso le vite e gli oggetti, verso il palpitare degli esseri, verso il respiro della natura, verso le forme dell’arte e della bellezza, pur entro una dolorosa osservazione delle più diverse lacerazioni storiche».
Un riconoscimento dovuto, che ci fa intendere come il poeta abbia saputo calarsi nelle sintesi del mondo in fermento partendo dal privato, “Amici artisti e poeti”, per arrivare all’Universale.
Un lavoro poetico così dettagliato, così denso, così ricco di  scansioni liriche e storiche, lo poteva affrontate soltanto uno che abbia dimestichezza quotidiana con il fuoco delle controversie, per citare un poeta molto caro a Plinio. Il risultato è a dir poco stupefacente.

«Così sembra e sembrerebbe, ma l’Arte
qui fa molto di più… trasforma
il tempo in uno spazio, poi elegge
il corpo a Regno di tutto il possibile»

Plinio Perilli, foto di Enzo Eric Toccaceli

Plinio è stato capace di attuare il più difficile dei meccanismi degli equilibri fra intelligenza e sensibilità, proprio come è nelle corde di un poeta che lui ama, cioè T. S. Eliot, che ha sempre insistito nella convinzione che «la filosofia è essenziale alla struttura della poesia  e che la struttura è essenziale alla bellezza poetica delle parti».
Un poeta così agguerrito, così sperticatamente conscio del suo valore mette paura al lettore comune, che si perde nelle equazioni estetiche di Perilli, nel suo andirivieni estatico e forbito, magmatico e retto da supporti di grande equilibrio.
Qui la poesia è sostanza piena, ragionamento lirico ininterrotto. Sì, ho scritto proprio ragionamento!, spostamento degli equilibri del risaputo verso una dannazione che tenta la redenzione  e la catarsi ma spesso non trova appigli, perché tutto rotola nel mistero delle incarnazioni del sublime.
Bisognerebbe soffermarsi su ogni pagina, anzi su ogni verso di Museo dell’uomo, per poter godere l’abbondanza di poesia vera che si sprigiona da ogni capitolo, da ogni componimento. Nel mentre le immagini s’addensano in metafore calibrate e aperte al senso del divenire, si accende la parte civile del poeta a redimere la coscienza della parola che deve portare cifre e dati che diventino subito emozioni celesti, non ingorghi, non blasfemie, ma armonia che sappia discernere tra il buio e il canto supremo.
Insomma Plinio Perilli ci ha dato, con questo libro, il vademecum per il futuro, frutto di passato e di presente ma anche dell’intuito e della saggezza che sa compiere furti a ciò che dovrà accadere. Un libro per molti aspetti profetico…
Poeta-profeta, cantore delle dilacerazioni e sacerdote di un Luce che  abbaglia e concilia con la vita, con la morte, con l’Amore e con la Bellezza.

© Dante Maffia

Luigi Carotenuto, Krankenhaus

Luigi Carotenuto, Krankenhaus
Presentazione di Leonardo Barbera
Gattomerlino 2020

Un nosocomio che diventa luogo di sollecitudine nella sofferenza e progressivo apprendimento – nei componimenti brevi e incisivi, nel dettato preciso, ritmato, scandito dalle allitterazioni e, talvolta, dalle rime interne – della sottrazione, di una mutazione dolorosa.
Il titolo, in tedesco, sembra prendere le distanze dal resoconto di un dolore, dalle istantanee in versi di un commiato e di un compianto. L’autore, Luigi Carotenuto, ha spiegato qualche tempo fa in un video di aver sentito, in un pub vicino all’ospedale nel quale era ricoverato il padre per la rottura di un femore, la domanda rivolta in un quiz: “Come si dice ‘ospedale’ in tedesco?” Udita la risposta, ha pensato alla prima parte della parola composta, ‘krank’, che rievocava il rumore dell’osso rotto.
“Krankenhaus”, “ospedale” in tedesco, è letteralmente “casa dei malati”. Questa casa, definita con il termine che all’autore giunge netto e sonoro, è il luogo dal quale si diramano, come messaggi rapidi e densissimi, i testi del volume.
Luogo di permanenza forzata, l’ospedale rivela progressivamente le sue prospettive. Leggendo il testo 5, a pagina 13: «L’ospedale è elastico,/ a prova di immaginazione,/ supporta insanie,/ applica suture,/ satura i colori, il tempo», viene da pensare che la voce poetica abbia fatto di una condizione dolorosa di necessità uno strumento ottico formidabile per guardare all’esistenza.
Le immagini del padre ricoverato sono anch’esse nitide e aperte – metafore e similitudini lo testimoniano – sia alla loro elevazione a simbolo, sia al loro favorire, suscitare una catena di considerazioni: «Sembri un officiante in questa blusa verde…» (4, p. 12), «la malattia ti ha reso gentile…» (8, p. 16).
Anche la resa dei conti, inevitabile, con rimpianti, rimorsi, ripensamenti, assume in quel luogo una Luce (7, p. 15) che altrove non è dato trovare, che ha un «labile segno tattile»; in quella luce, il quel luogo, è possibile riconciliare l’asprezza delle accuse e delle autoaccuse («non sono capace di devozione»), l’affollarsi sferzante dei ricordi, la constatazione amara («Raccogliamo la solitudine per strada», p. 33) con l’asserzione di una vita che prosegue, necessariamente mutata, ma decisa ad affrontare, con mezzi nuovi, il cammino: «Ho messo scarpe adatte/ a reggere l’urto dell’assenza» (16, p. 24).

© Anna Maria Curci

 

7
Luce

Non c’è una sua versione
in polvere o in pillole
ma se tocchi i bordi del letto
puoi sentirne il labile segno tattile.

12

Non sono capace di devozione.
Se vuoi, però, so trovarti
i difetti migliori, quei pregi
presentabili che non destano invidia.

17

Ogni giorno siamo sempre più creativi
nell’inventarci miracoli, nel trovare scuse
per tirare avanti, nel fingerci interi.

20
La notte è davanti
e alle spalle
sempre
in agguato.
Non puoi grattarla via,
a ottant’anni dovresti saperlo.

28
I ricordi non hanno sangue,
muscoli, odore. Non puoi stringerli,
succhiarli, sono coperte
fatte di niente.

 


Luigi Carotenuto, nato nel 1981 a Giarre (Catania), vive a Castell’Arquato (PC). Lavora nella scuola primaria. Ha pubblicato con Prova d’Autore i libri di poesia L’amico di famiglia (Catania, 2008) e Vi porto via (Catania, 2011). Un suo poemetto inedito in volume, Taccuino olandese, è apparso sul n. 48 – Anno 2015 – di «Gradiva. Rivista internazionale di Poesia italiana». Altre poesie sono apparse su «La Terrazza. Rivista di Letteratura e Ricerca», n. 10 (2018). Collabora con la rivista «l’EstroVerso» (www.lestroverso.it), trattando prevalentemente di poesia contemporanea, arte e psicologia. Una selezione delle sue poesie, tradotta in francese a cura di Irène Dubœuf, è stata pubblicata sulla rivista «Terre à ciel».

Edoardo Scipioni, Poesie da “Giaciture” (Ensemble 2021)

Edoardo Scipioni, Giaciture, Ensemble 2021

 

Croce stilografica

Sincerarsi a ritroso non può essere, altrimenti
sempiterno
aggrovigliare di fortune all’umido dei tessuti
molli.

Così non sa resistere lo scadenzario complesso
del cancro, già troppo
a lungo il poema ha spalpebrato verso lune
materne.

Come pattinare via
sul lampioneto è irredimibile,
progetti e ronzii vorticosi a questi ritmi conciano
alla demenza
in una panoramica bassa.

Se l’aria di fuori, imbrigliata di fischi non fosse
tenacia d’azoto e nervi.

Non assumerei l’intero quartiere
in un grumo di tegole
e ammennicoli prima di svanirti a intermittenza
nei sottobraccio. 

Guardaci, piccoli wormhole prematuri
impigliati in un discorso di mani
ghiacciate. Ci sperperiamo a vicenda gli sguardi
col buio
gravitandoli a ragione.

 

Chora o l’unico presente

Frattempo.
Neppure nel fiato in costante svestitura
che accorge bene
dello scheletro, e del suo reclinarsi
in acqua dolce
come alga alle correnti.
E non si da per sempre finanche
la disinvoltura, asciugare desideri infradiciati
nei cappotti del ritorno.
L’inutile si può, non far presente
il controrespiro
che partecipa in precedenza. Dunque
di riflesso temprale, dialogando i possibili
impianti, nuvolii
di scosse che introducono i polsi
al morso di redini
assicurate all’immobile, traversando
in apparenza si può. Solo questo
non contenere
il rapporto alla lettera
in alfabeto di falsi cerchi, eppure
intrasentirlo
capitare al discendere perpendicolo
della sera. Invece, non si può
smettere, nella vertigine della sproporzione
la fine ricorrente degli annunci.
Essere uno
nel buio osceno della saliva, né più leggeri
serbarsi
oltre la soglia. Spalancati si deve
al venir meno non fruibile della bocca.

 

In dono un’aferesi al corpo

Potrei essere trovato ma non consola.
Nessuno può sterrarmi il finito
a precauzione dell’errore intenzionale. Io, senza alcuna
autorità ma a dovere assisto
chi mi divarica in attesa, foro o croce 
che pure è da questa certa, assenza dell’apparire
che sperde eterni
a manciate sull’imitare di una soglia.

Voci in miniatura sbraitano cordiali al raffreddarsi
dell’azzurrina cera, depongono
l’autorità di ogni eletta strategia, e con quella
esatta, irreprensibile stessa
compiacenza che la pietra cova per l’informe, bevendo
il grezzo materiale del cielo 
assentano.

Potrei essere trovato ma non consola.
Osarvi vicini invece, e sconosciuti senza addii
o microscopi a posteriori.

L’emozione oraria cade in centesimi di suono.

Tuttavia restano esatte le qualunque, a me, dico ognuna
delle vostre
svariate, retrattili conoscenze. Eternamente
mi costringono a negarvi per gioco del crudele uguale.

 

La fiamma indaga un’infinità di pronunce

La fiamma indaga un’infinità di pronunce
senza mai destarle, non intrattiene. Preme e scova
con freschezza d’impulso la radice di un timbro fossile. 

Ci esaudiremo a vuoto calando nel gorgo la tensione
orbitale. Ai piedi del letto
forse, sbiancando al tramonto di una luna di fossa.

 

Piuttosto che tra cose vive, potessi scrivere

Piuttosto che tra cose vive, potessi scrivere
assassinando della parola 
la dimensione, la capsula di polvere estiva
o il palissandro delle conversazioni ad anni luce
dalla Zeta e l’ammoniaca delle scale.

Vengo a prenderti, la bruciatura sul polso data via
e l’insonnia per un’alba di carne frusta.

Il cielo grigio ha saturato gli alveoli, d’inerzia
e d’insaputa gli abitati trapelano
sull’arena come esche per il temporale.

Qualcuno chiede, è solo un riflesso
il cielo grigio che affligge ogni cosa? Al contempo 
rifugiando meravigliose agonie
lontano dagli occhi allarmati, è solo un riflesso.

La tua figura spiccata all’arrivo tra la folla.
Inseguire la rosa grigia di un incontro frontale
legato al volo di una scia stretta dietro le tue scarpe.

 

© Edoardo Scipioni

rampe di lancio doganieri nuvole. Omaggio ad Alberto Nessi

rampe di lancio doganieri nuvole
Omaggio ad Alberto Nessi
a cura della Casa della Letteratura per la Svizzera italiana

RAMPE DI LANCIO DOGANIERI NUVOLE

Omaggio ad Alberto Nessi per i suoi 80 anni
Casa della Letteratura per la Svizzera italiana
Margherita Albisetti (Direttrice)
e Fabiano Alborghetti (Presidente)

 

Stazione

Partire la mattina presto
quando ai treni freschi di segreti
sulla scarpata fanno la guardia equiseti
rugiadosi, dalle reti metalliche
si sporgono a guardare riccioli
di vilucchio, partire da queste allodole
stramazzate tra fasci binari
rampe di lancio doganieri nuvole

(Alberto Nessi, in Un sabato senza dolore)

Da dove si comincia a cercare le parole per salutare e festeggiare Alberto Nessi? Le possibilità potrebbero essere molte, e per ognuno personali. Appartengono a un universo vagamente identificabile se appoggiato ai luoghi che Alberto abita ed ha abitato: Bruzella ora; Chiasso, Friburgo o Mendrisio. Eppure c’è un luogo ben più vasto e caleidoscopico, uno spazio formato da margini, confini, occhi, voci. È forse il più esatto ma non ha una posizione geografica precisa, né ha un nome. Non esiste perché coabita sovrapponendo alle molte vite che Alberto ha ascoltato e vissuto ed al contempo esiste perché diventato poesia o prosa. Forse lo spazio abitato che tanto risuona è nella lettura: ognuno di noi può figurare attraverso la sua scrittura un viso o un ricordo, un angolo, una bottega, un vagone ferroviario, l’odore di un tiglio, l’occhieggiare dell’erba lucciola o il canto di un merlo. Ognuno vede il grembo antico di una selva, i vasti scambi ferroviari di Chiasso, il segno remoto oppure recente di un gesto gentile.
Alberto Nessi ha sulle spalle quasi cinquant’anni di scrittura: esordisce in volume nel 1969 con I giorni feriali in un panorama culturale impantanato ancora nelle avanguardie che hanno reso afona la letteratura. La scrittura di Alberto va controcorrente: non è solo chiara, limpida, ma da subito si indirizza a un impegno sociale che resterà la sua cifra delicata e umanissima per tutti gli scritti a seguire. Un impegno non solo verso i “secondi”, l’umanità che ha gli occhi bassi ma la schiena diritta, ma anche verso i margini, le zone esterne ai nuclei urbani, le esistenze rasoterra, che siano queste di uomini oppure della natura.
Il resto è storia: alla poesia affianca la prosa; nel tempo scrive per quotidiani, riviste; i suoi libri vengono magistralmente tradotti e nella traduzione ecco un secondo risvolto di Alberto Nessi, lui che con tanta cura trasporterà autori di lingua francese verso l’italiano. Amante delle contaminazioni, quando è poeta talvolta si sente più prosatore e viceversa ma sempre persegue, citando Orazio, la direzione di trasformare il notum in novum. Grande filo legante, resta però la sua coerenza stilistica che Alberto applica sia all’osservare che allo scrivere come verrà anche ricordato nella Laudatio del Gran Premio Svizzero di Letteratura che gli viene conferito nel 2016.
In questo novembre 2020 Alberto Nessi compie 80 anni: si fraintende a voler pensare che -citando la Signorina Felicita di Gozzano – “a quest’ora scende la sera”. Accade invece il contrario: lo testimoniano non solo le migliaia di lettori – in più lingue – che Alberto continua a nutrire di storie e versi che molti citano a memoria; la testimonianza ulteriore è data dall’affetto di amici, colleghi scrittori e poeti, traduttori, editori o entità culturali che hanno offerto un testo per questo libro-omaggio non troppo formale: la grande maggioranza inediti, altri emessi per altre forme ma mai stampati. Non ultimo, il segno di Luca Mengoni, che per questa pubblicazione ha regalato alcune sue opere perché siano riprodotte. Per ognuno i testi di Alberto Nessi sono stati di volta in volta rampe di lancio, per scoprire la bellezza della poesia (e per alcuni per la prima volta); oppure doganieri per il controllo misurato della lingua e dello stile; infine nuvole, per la capacità di aprire al sogno e alla vastità che il testo scritto può solo suggerire ma che è compito di ognuno accogliere e respirare.
È uno strano compleanno questo: gli anni li compie Alberto eppure il regalo lo abbiamo ricevuto – e continuiamo a riceverlo – noi.
Auguri e buona scrittura a te, trovandola (e citandoti) dove l’edera ancora si allaccia al castagno, dove la natura lo prende fra le sue rocce, dove splende per sempre un’altra luce.

 

MICHELE FAZIOLI
Notturno militare

Il latte della luna ci sorprende
nel vasto velluto della notte
e sospesi ci sospinge a lievitare
su pascoli alti, casolari, strade.
Come d’incanto camminiamo
incrociando l’insonnia attonita
di mucche adagiate in saggia attesa
mentre senza tempo discorriamo,
parliamo di storie e di magie, solidali,
passiamo leggeri a lambire i fiochi segreti
di pochi riquadri di finestre ai cascinali.
La luna trasfigura il grigioverde che noi siamo,
gruppo errabondo o grappolo scampato;
e il dio degli eserciti, stasera,
è questo calmo cielo pervaso di chiarore,
è l’enigma silenzioso della notte
che noi, stupiti, attraversiamo.

(Brienz, 31 ottobre 1982)

Alberto Nessi con l’uniforme militare: un ossimoro etico ed estetico. Eppure con Alberto in grigioverde ci siamo conosciuti (e, seppure a intermittenza, non ci siamo più persi) verso la fine degli anni ’70 nei corsi di ripetizione di una unità militare bizzarra che si allenava a preparare, nel caso di una Svizzera invasa, una informazione resistente, arrangiandosi in studi radiotelevisivi sottoterra. Noi ridevamo un poco di quegli scenari guerreschi e di quegli esercizi abbastanza anacronistici. Un giorno, era l’autunno del 1982, ci ordinarono una quieta marcia di alcune ore a tarda sera: una cosa blanda, bastava camminare in silenzio tra i campi e le fattorie dell’Oberland bernese. C’era la luna, bisbigliavamo, ne nacque una complicità maggiore, Alberto e io parlammo di tanto e di tutto.
L’indomani, oziando, scrissi alcuni versi (mi capitava, per diletto) dedicandoli ad Alberto e inviandoglieli poi a casa, la settimana successiva.
Oso ridirglieli, 38 anni dopo.

 

MAJA PFLUG

Nel 1995 mi fu proposto di tradurre dei testi di un autore ticinese, Alberto Nessi, una raccolta di poesie scelte dall’autore e da me. Per me era una sfida rara, ma le poesie erano stupende (nel senso di stupore e bellezza) e quindi accettai. Poi, dopo un’ inaspettata telefonata, Alberto venne a Monaco per conoscermi, e ci vedemmo in un Café del centro storico dove mi spiegò la sua poetica: aus den alltäglichen Dingen dichterische Funken schlagen, come disse Robert Walser in una frase che fu l’incipit della raccolta, intitolata Mit zärtlichem Wahnsinn/Con tenera follia.
Cogliere la scintilla poetica nelle cose di tutti i giorni – questa è l’arte di Alberto, sempre. Il poeta Alberto, nelle sue poesie parte dalla prosa della vita, e il romanziere scrive una prosa poetica, condensata, che per chi traduce significa ascoltare la sensibilità, il ritmo, il tono, inseguire ogni parola e sfumatura. Trovare la parola giusta nella lingua d’arrivo.
Quella prima mia traduzione è stata l’inizio di una collaborazione e un’amicizia letteraria mai interrotta.
Quindi: HERZLICHEN GLÜCKWUNSCH, ALBERTO! TANTISSIMI AUGURI!

 

ANNA RUCHAT
per Alberto

ricordi
———la scalinata di granito
——————–ragazzi seduti a gruppi nell’intervallo
gambe accavallate
braccia, capelli    un unico corpo

poi la campanella penetrante
———————————–ripetuta

loro
si avviano insieme
———————–verso l’atrio
———————————-dove
ridiventano singoli

tu sali i gradini leggero
———————con la cartella di pelle serrata
———————————————-nella mano

io conto i tuoi passi

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