I poeti della domenica #414: Mario Luzi, Diana, risveglio

 

DIANA, RISVEGLIO

Il vento sparso luccica tra i fumi
della pianura, il monte ride raro
illuminandosi, escono barlumi
dall’acqua, quale messaggio più caro?

È tempo di levarsi su, di vivere
puramente. Ecco vola negli specchi
un sorriso, sui vetri aperti un brivido,
torna un suono a confondere gli orecchi.

E tu ilare accorri a contraddirci
in un tratto la morte. Così quando
s’apre una porta irrompono felici
i colori, esce il buio di rimando

a dissolversi. Nascono liete immagini,
filtra nel sangue, cieco nel ritorno,
lo spirito del sole, aure ci traggono
con sé a esistere, a estinguerci in un giorno.

 

da Un brindisi (1946)

I poeti della domenica #413: Vittorio Sereni, Diana

 

DIANA

Torna il tuo cielo d’un tempo
sulle altane lombarde,
in nuvole d’afa s’addensa
e nei tuoi occhi esula ogni azzurro
si raccoglie e riposa.

Anche l’ora verrà della frescura
col vento che si leva sulle darsene
dei Navigli e il cielo
che per le rive s’allontana.

Torni anche tu, Diana
tra i tavoli schierati all’aperto
e la gente intenta alle bevande
sotto la luna distante?

Ronza un’orchestra in sordina;
all’aria che qui ne sobbalza
ravviso il tuo ondulato passare,
s’addolce nella sera il fiero nome
se qualcuno lo mormora
sulla tua traccia.

Presto vien giugno
e l’arido fiore del sonno
cresciuto ai più tristi sobborghi

e il canto che avevi, amica, sulla sera
torna a dolere qui dentro,
alita sulla memoria
a rimproverarti la morte.

 

da Frontiera (1941)

proSabato: Pier Paolo Pasolini, La rondinella del Pacher

Erio salutò sua mamma, dal cortile, montando in bicicletta.
A Cordovado non c’era che il sole. Le cicale, sugli alberelli ruggini dello stradone d’asfalto – il tremito di qualche trebbia – e, ogni tanto, un camion solitario, diretto verso Portogruaro o Casarsa. Del resto, silenzio – un silenzio di cimitero. Sotto i portici di mattoni alcuni ragazzetti giocavano a palline: erano Nando, Cere, Velino, quello di Caorle. Velino gridò a Erio: «Dove vai?» Erio frenò, e restando a cavalcioni sulla sella, su cui arrivava a stento, disse serio, com’era sempre: «Al Pacher».
«Portami», disse Velino, attaccandosi al manubrio della bicicletta. «Monta», gli fece Erio. Velino aveva nove anni, Erio quasi tredici. Erio era innamorato degli uccelli: a casa aveva una ventina di gabbie, nel cortiletto della pompa, lungo il rigagnolo. Andava a caccia con la vermena e le paniuzze, quasi ogni mattina. Era per questo che aveva degli amici, benché tutto l’inverno lo passasse nel collegio di Porto. Velino condivideva la sua passione; aveva in tasca una grossa fionda, conosceva il posto di almeno due dozzine di nidi. Adesso aveva un occhio gonfio perché poco prima aveva fatto a pugni con Nando a causa di un nido.
Da Cordovado al Pacher c’era un chilometro di strada. Erio e Velino non si scambiarono una parola, durante la corsa. Erio non lo faceva per timidità; solo i suoi occhi neri gli brillavano, lucidi, inespressivi, come quelli di un piccolo animale selvatico.
Il Pacher splendeva liscio sotto il sole.
Lungo l’argine della ferrovia in quel momento passò la littorina. Velino balzato giù dalla bicicletta, le corse un po’ dietro, saltando e ballando. Sulla riva di qua, verso Cordovado, c’erano già una ventina di ragazzi e di giovani; venivano da Ramuscello, da Gleris, da Morsano, da Teglio e perfino da San Vito. Giù, verso la punta più lontana del Pacher si vedevano dei ragazzetti nudi, che si tuffavano in fila uno dopo l’altro, e ogni tanto, sottili, giungevano i loro gridi.
Erio andò a spogliarsi nel più profondo dei cespugli, venne fuori con le vesti in mano, indossando un paio di mutandine di tela bianca, troppo grandi. Senza guardare nessuno, mise i panni sopra la bicicletta, e si allontanò. Alle sue spalle i ragazzi facevano una assordante gazzarra, urlando, ridendo; bestemmiavano e dicevano parole che colpivano Erio come sferzate, anche se il suo volto restava del tutto inespressivo. Allontanandosi dal posto dove gli altri impazzavano, egli si teneva tutto chiuso, orecchi, bocca, occhi, con le gambe di piombo, come in certi sogni. Temeva che gli altri lo disprezzassero perché era così timido, perché non sapeva dire le loro parole, perché era boyscout, perché se ne stava sempre solo…
Andò al Pacher Piccolo – di un color verde torbido, marcio. Lì nessuno veniva a fare il bagno. Nelle boschine intorno volavano centinaia di uccelli, indisturbati, nel pieno del loro diurno fervore. L’uva cominciava ad annerire: il bacò era quasi maturo, e poiché i campi lì intorno erano di una famiglia amica, andò a mangiarne qualche grappolo. Poi girellò un poco per le boschine, a fare delle osservazioni. I gridi dei ragazzi giungevano nitidi, coi tonfi dei tuffi e il rumore dell’acqua.
Erio, come sempre, quand’era solo, pensava con dolore a se stesso, al fatto che non era come gli altri. Non sapeva scherzare, non sapeva stare in compagnia, nelle partite al pallone era confinato sempre in porta; benché sapesse nuotare aveva paura ad allontanarsi dalla riva… Da qualche tempo però era umiliato e tormentato da un fatto più preciso che non fosse ad esempio la paura di nuotare al largo. Egli non aveva mai compiuto una “buona azione”. Una “buona azione” completa, rifinita, che fosse anche bella: una impresa con un principio e una fine, di cui si potesse parlare come in un libro, come nel Don Chisciotte della Mancia che gli aveva regalato suo cugino – quell’odioso libro che non sapeva se prendere sul serio o disprezzare, ma che, intanto, era pieno di quelle occasioni ad agire così perfette e concluse. Egli, nella sua realtà, era sempre in attesa che accadesse qualcosa di simile; quand’era più piccolo aveva con lo stesso accanimento scavato la terra dell’orto per trovare un tesoro. Possibile che la vita fosse sempre tanto indifferente? (altro…)

Clara Sereni, “ultimista e farfalla” tra due secoli

Ricordi, letture e riletture delle sue opere, memorie di incontri e scambi, di un reciprocità che Clara Sereni era riuscita a definire prima dentro i suoi libri e poi nel mondo, nel suo lavoro − e, a volte, rendendo soprattutto vero il viceversa. Sono tanti gli interventi, nutriti e pieni, che raccoglie il volume Clara Sereni di Ali&No (2019), proprio nella collana “le farfalle” che lei aveva diretto fino al 2018 su proposta di Francesca Silvestri (qui è recensito il volume su Luisa Spagnoli di Valerio Corvisieri) la quale, in questo volume, ripensa al lavoro comune e fa affiorare la “composizione di sguardi” che ciascuno dei coinvolti propone. Come in uno stesso viaggio dall’origine della serie, che tocca la biografia di donne straordinarie per cultura, intensità e vita, questo numero allarga e include tutti i temi e le dimensioni del vivere e dello scrivere di Clara Sereni, un’autrice in grado di fare della memoria, della narrazione sulle donne e del femminile rapportato alle radici, della storia, dell’Italia nella seconda metà del Novecento fino ai giorni nostri, il fulcro di una ricerca sulla parola e dentro la vita.
Da ogni lato, affrontando biografia e scrittura, i vari testi fanno emergere quella completezza di intenzioni che l’autrice ha esposto: il suo carattere raccontato dalle sorelle, la generosità che Dacia Maraini dal canto suo ma anche Walter Veltroni e “le merendanze” sottolineano, ma anche una presenza attiva e concreta; le radici ebraiche e la famiglia ricostruita da Cottinelli e Zevi; gli affondi nei suoi libri (e talvolta in quelli degli altri) che diventano tracciati nuovi, riletti e assimilati per Monferrini, Petrignani, Calamandrei e Centovalli; un accento su “Via Ripetta” e sull’importanza della giovinezza romana per Bartolini e, dal versante musicale e canoro, per Crotti; il quotidiano e il rapporto con il figlio Matteo per Scricciolo, Rulli e Marta Sereni. Clara Sereni è stata un'”ultimista” (ossia un soggetto dalla parte degli ultimi per vita e scelta) le cui esperienze nel sociale non hanno riguardato quella necessità volontaristica che si chiude dentro l’aiuto − seppur prezioso − di cura ma una sensibilità d’impegno che, a partire dal privato-pubblico post-sessantotto, come i vari testi confermano, si incarna nella letteratura e nella libertà da essa sprigionata. (altro…)

Ripartire dal genius Loci: Matteo Meschiari e L’ora del mondo


Tu vuoi portarmi indietro
Si.
E perché vorresti farlo Libera delle terre Soprane?
Perché se non ritorni, tutto finirà. I popoli si estingueranno, Gli animali smetteranno di parlare, Gli dei si ritireranno dal mondo e le anime non torneranno mai più al grande Albero Nero che le raccoglie e le rigenera.

Recensire un testo di Matteo Meschiari è una pratica assai complessa se non viene colto l’attimo preciso perché è estremamente probabile che nel frattempo il Nostro tiri fuori qualche altra sorpresa dal suo cappello che in qualche modo intereferirà con una tua prededente lettura. C’eravamo lasciati tempo fa con quel gioiellino di “Neghentopia” ed eccoci qua oggi a raccontarvi L’ora del Mondo, un libro che non a caso sta riscuotendo un diffuso interesse e su cui quindi urge appunto dire qualcosa. Se in Neghentopia, il lettore si trovava catapultato in una realtà post apocalittica già definita nel suo essere parte della storia dell’uomo, quasi che Meschiari ci lanciasse un monito (definito con precisione poi in un capolavoro di saggistica che è Artico Nero, di cui parleremo prossimamente) in questo caso veniamo riportati di peso in un paesaggio “reale” in quanto attuale e che Meschiari modenese, conosce benissimo. Attenzione però: fin dall’incipit si capisce subito che l’Appennino in cui ci ritroviamo non è lo sfondo a una fiaba ecologista dove l’eroina di turno si batterà per salvarci. Ma soprattutto se è vero che esiste come luogo, non è necessario inserirsi in un’altrettanto “reale” dimensione temporale. I tempi si dilatano e si restringono senza una logica e mai in funzione narrativa. Qui la visione è più complessa, qui ci troviamo davanti a una nuova forma di scrittura, dove l’io scrittore si trova costretto a decentrarsi e aprire uno sguardo più ampio fino a doversi confrontare e scendere a trattative con il luogo e con il tempo; deve confrontarsi con i sassi, i tronchi, le piante, con leggende, con voci altre che risuonano tra gli alberi, con divinità che non andavano dimenticate e che sono in attesa da 950 anni, con sentieri il cui tempo di attraversamento non è distanza, ma è rapporto col terreno, con il clima, con il paesaggio. La scrittura di Matteo Meschiari riesce a fondere una narrazione quasi fiabesca con una precisione scientifica enciclopedica che non può lasciarci indifferenti (è tornato il momento di togliere la polvere a Frazer, Zolla, Sermonti). La toponomastica dell’Appennino che traccia il cammino di Libera è puntuale a livello spaziale, al punto di poter via via seguirne il percorso su una di quelle mappe IGM dove ogni elemento della natura e dell’uomo ha una sua denominazione che è essa stessa paesaggio storicizzato, stratificato. Il messaggio è chiaro, lampante; se non è ora il tempo in cui anche gli scrittori devono interfacciarsi con il degrado dell’ambiente in maniera puntuale, locale, non lo sarà mai più e Meschiari in questo è di una coerenza encomiabile, perché scorrendo le pagine di questo libro, sono comunque presenti le tracce di Neghentopia ed è proprio il paesaggio a ricordarlo. un paesaggio che va ascoltato perchè parla e conserva le voci del passato e del futuro. (altro…)

La voce che (non) sentite: intervista a Cristiana Mennella

La voce che sentite quando leggete in italiano alcuni libri di George Saunders, William T. Vollmann, Paul Auster, Edgar Allan Poe, Doris Lessing non è quella di Cristiana Mennella, perché il traduttore è grande quando sparisce nella misura della voce altrui. Ma a Cristiana Mennella, che lavora principalmente per Einaudi e Feltrinelli ma ha tradotto per minimum fax, Neri Pozza,  e altre, si deve la resa italiana di grandi capolavori – basti dire come ultimamente ha tradotto in contemporanea Lincoln nel bardo di Saunders (Feltrinelli 2017) e 4321 di Paul Auster (Einaudi 2017). E per quanto quasi trent’anni di pianoforte mi abbiano addestrata al fiuto per i fraseggi, mai avrei ricondotto alcuna spia linguistica o sintattica tra, per dire, il traduttore dei Marginalia di Poe o della trilogia di Jeff Vandermeer, tanta è la capacità del bravo traduttore di sfilare via il suo piede e saper riprodurre su un altro terreno la stessa orma dell’orso.
Benjamin centrò (non ci stupisce) talmente bene il punto quando considerò il momento di passaggio tra la lingua d’origine e quella d’arrivo come la vera lingua nella precisione e la verità del messaggio. E camminare in questa landa percorsa da tutte le possibili decisioni ma da una sola realtà richiede polsi fermi. Tanto più se, è qui che voglio arrivare, alla consueta complessità di una traduzione si uniscono sfide aggiuntive.
Mi spiego meglio. Dal momento in cui ho letto Fox 8 di Saunders ho aspettato la sua traduzione in italiano, che sarebbe stata appunto a cura di Cristiana Mennella. Per ragioni di cui chiacchiereremo più avanti, un racconto piccolo ma una sfida grande per un traduttore. E quando ho scorso Volpe 8, da poco in libreria per Feltrinelli, ho visto la bellezza di una sfida vinta, di un lavoro arduo restituito con leggerezza e acume, così come sembra semplice il balzo di una ballerina che per ottenerlo si è affilata in anni di salti.
Ecco l’incipit di Volpe 8:

Caro L’ettore,
prima vorrei dire, scusa perle parole che scrivo male. Perché sono una volpe! Cuindi non scrivo proprio perfetto. Maecco comò in parato ha parlare e scrivere bene così!
Un giorno che passavo vicina una delle vostre case Humane, annusando tutto cuel che cera dinteressante, o sentito, da dentro, un suono super’incredibile. E scopro che cuel suono che si sentiva, è: la voce Humana, che facieva le parole. Suonavano una mera vilia! Comuna bella musica! O ascoltato cuelle parole musicali fino a cuando nonè scieso il sole, cuando tuttuntratto faccio: Volpe 8, sei scemo, cuando sciende il sole, sul mondo sciende il buio, fila a casa, chè peri coloso!
Ma io ero ha fasci nato da cuelle parole musicali, e desideravo ca pirle tutte cuante.

Volpe 8 dev’essere stato un bel grattacapo. Dovevi rendere non solo il registro vispo e svelto di una volpe presa dal suo racconto, ma anche una peculiarità del testo: Fox 8 gioca sulla lingua opaca dell’inglese, la volpe ha imparato un perfetto linguaggio ascoltando le fiabe alla finestra ma è sostanzialmente incapace di scriverlo, azzardando equivalenze fonematiche. L’italiano, che è una lingua quasi del tutto trasparente, non ti ha permesso di giostrarti tra grafemi e fonemi; come ti sei mossa, allora, per approdare al tuo risultato? (altro…)

Caregiver Whisper 92

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Massimiliano Bardotti, Diario segreto di un uomo qualunque

Massimiliano Bardotti, Diario segreto di un uomo qualunque. Appunti spirituali, Tau Editrice 2019

Principio queste mie considerazioni su Diario segreto di un uomo qualunque di Massimiliano Bardotti invocando quel silenzio di cui il poeta Sergio Corazzini si nutriva «cotidianamente, come di Gesù» (citazione che figura per prima tra quelle poste in epigrafe). È il silenzio che fa percepire anche il più piccolo rumore («E i sacerdoti del silenzio sono i romori», Corazzini), è il silenzio che illumina l’oscurità e sbroglia il malinteso. Dal silenzio “un uomo qualunque”, l’autore del “diario segreto” ci viene incontro non certo come rappresentante del tristemente diffuso vivere barcamenandosi, del qualunquismo, bensì come Everyman, Jedermann, Ognuno, l’individuo, l’umano del Morality Play, ciascuno di noi, donne e uomini nel tempo «feroce e furibondo».
Nella sua Introduzione agli appunti, Massimiliano Bardotti richiama apertamente l’esperienza e la testimonianza di Etty Hillesum, il “cuore pensante della baracca” nel campo di transito di Westerbork. Il diario di Etty Hillesum rivolge un invito esplicito a ciascuno: “Che ognuno rientri in sé stesso” (riecheggia qui l’esortazione di Rilke nella prima delle Lettere a un giovane poeta: “Gehen Sie in sich hinein”, “vada in sé”) e prosegue così: «e in sé stesso sradichi e distrugga ciò per cui pensa di dover distruggere gli altri».
È un invito all’introspezione e alla costruzione di pace, alla contemplazione e all’azione di bene, nel segno della scelta e dell’assunzione di responsabilità; è un invito che viene colto, raccolto e disseminato da Massimiliano Bardotti in tutte le pagine, appunto per appunto, del suo Diario segreto di un uomo qualunque.
Dal silenzio e dall’attesa dell’alba le riflessioni dell’autore arrivano con chiarezza a chi legge e i concetti enucleati vanno a comporre un ideale glossario, del quale indico l’abc, vale a dire le voci corrispondenti alle prime tre lettere dell’alfabeto. (altro…)

Bustine di zucchero #23: Samuel Taylor Coleridge

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Colerdige

Nelle acque della poesia, il sovrannaturale e l’irreale furono caratterizzanti del Romanticismo inglese; questi temi, insieme agli elementi del razionale e dell’irrazionale, costituirono la cifra espressiva di una poetica che, tramite l’immaginazione, perviene alla verità. Ebbene, con quale lingua giungervi? Partendo da Aristotele, Coleridge, nella sua Biographia literaria, espone la sua teoria della lingua communis. La lingua comune è quella della cultura, appartiene a tutti gli uomini, è «la lingua del senso comune» ed «è universale e non particolare, ideale e non reale, e dunque […] è la lingua della poesia» (Bompiani), spazio-mondo dove passione e immaginazione, emozione e metro s’incontrano, raggiungendo, seppur distinti, l’armonia – il senso del Tutto. Certi poemi ci raccontano, fra l’altro, un delitto, talora simbolico, un atto compiuto verso un innocente e, in questa direzione, molto ci insegna il delitto originario per eccellenza, Abele ucciso da Caino. Caino, una volta assassinato suo fratello, entrò nella notte, e la morte entrò nella vita degli uomini. Abbiamo dovuto aspettare Borges (Leggenda) perché i due s’incontrassero e per far sì che Abele non ricordasse più di esser stato ucciso, perdonando così suo fratello («dimenticare è perdonare»). Tuttavia, la parola poetica non dimentica, anzi ricorderà e farà ricordare la caduta originaria dell’uomo, e da quel momento in poi il tentativo di rievocare, seppur con vaga reminiscenza, uno stato ormai perduto per cui la poesia diverrà, da allora, lingua di un tempo umano («finché dura il rimorso, dura la colpa», sempre in Leggenda). Corrispondente proprio al rimorso è il significato dell’angosciante fardello del vecchio marinaio che, a causa del suo gesto avventato – l’aver ucciso l’albatro, ritenuto di buon auspicio –, ha condotto verso funesta sventura un intero equipaggio. La notte era entrata in lui, la morte negli uomini. Se è vero per Unamuno che la filosofia è più vicina alla poesia che alla scienza, la poesia, già da prima in Coleridge, svolge un potere creativo sul pensiero. Muovendo dalla lingua comune, capace di far emergere l’introspezione psicologia del narratore davanti a un fatto inspiegabile, così da attirare l’attenzione e provocare uno stato emotivo notevole, la ballata di Coleridge si fa viaggio per raffigurare la piega recondita degli stati d’animo, ricreati nel resoconto del marinaio – la storia gli provoca tormento e gli brucia nel petto – e consegnati al testimone oculare, il lettore. In questo, la poesia ha il dono di saper combinare, in uno spazio comune, la luce e l’abisso.

Bibliografia in bustina
Samuel T. Coleridge, La ballata del vecchio marinaio, Milano, BUR, 2019 (a cura di G. Bompiani, traduzione di M. Luzi), p. 84.
Samuel T. Coleridge, La ballata del vecchio marinaio, Milano, Mondadori, 1987 (a cura di F. Buffoni, prefazione di F. Cordelli), p. 43.
Samuel T. Coleridge, Biographia literaria, Roma, Editori Riuniti, 1991 (traduzione e cura di P. Colaiacomo), cap. XVII.
J.L. Borges, Elogio dell’ombra, Torino, Einaudi, 1971 (a cura di F.T. Montalto), p. 115

I poeti della domenica #412: Biancamaria Frabotta, Il vecchio e il nuovo

 

IL VECCHIO E IL NUOVO

Siamo cresciuti fra funerali…
Così cominciava l’omaggio
di versi decaduti
negli anni della vanagloria
e delle sottigliezze private.
E ora che corta è la fabula
e alte le mura del vicolo cieco
che dileggiavi con grazia viziata
tu che ridere sai della nostra gamba sana
Moretti, mito scontroso della nostra taglia
sulla nostra vita pesa la medesima taglia.

 

da La pianta del pane (2003), ora in Tutte le poesie 1971-2017, Mondadori, Lo Specchio, 2018

I poeti della domenica #411: Biancamaria Frabotta, Gradiva

 

GRADIVA

Tocca terra con la punta del piede.
L’altro, il calcagno esitante, la sdegna
fermentando fra dita distratte il dono
fuori corso d’un sentiero che torna.
La notte non desiste alla festa
– oro illeso oltre l’orlo del buio –
ma di giorno un torpore l’assiste
quasi avesse bevuto un vino pesante.
Se nudi, i piedi
non han la forma del suolo
ma muti antidoti alle cose.
Se compie il male non lo nobilita
né naviga il mare
dove il suo dio non si lascia pregare.
Se s’arriccia all’inevitabile
s’arresta sul ciglio più respirabile
e se le appare nel cerchio una stella
vi legge bandi d’angeli, scampoli d’oroscopi
mai un segno del carattere.
Sulla terra almeno spirano anche i venti.
Sostano gli odori. Regna il fiuto invece
del fiato che Dio non le ha dato.
E se con lei un giorno volesse parlare
sogna il riso della materia inanimata.

 

da La viandanza (1995), ora in Tutte le poesie 1971-2017, Mondadori, Lo Specchio, 2018

proSabato: io Carla Lonzi – Diario

1972
1 nov. Sono seduta sul letto dell’hotel Principe a Firenze. Alle otto mi sono alzata e, da sola, sono andata in giro: era bellissimo sui lungarni, mattina limpida e sole caldo. Ieri Simone è venuto a casa con una scatola di cioccolatini e ha conosciuto mia madre: dopo esattamente nove anni che ho una relazione con lui. Mi è venuto da pensare che forse l’ho presentato alla fine della relazione. La sera mio padre ha detto che non vuole incontrarlo, non ne vede la necessità. Ha chiuso l’argomento con un “Lascia stare”. Ho ritrovato mio padre come l’avevo conosciuto: al di fuori di ogni possibilità di vedere i bisogni degli altri e di volerli soddisfare. Per questo i miei fratelli hanno rifiutato la sua officina, perché è insopportabile stare con uno che pretende da te quello che lui ha stabilito. Mio padre calpesta le persone senza accorgersene, nega loro quello che desiderano, è infallibile in questo, coglie esattamente quello che deve negare. È notte: anche mia madre è come la ricordavo: incapace di essere aggressiva, maestra nell’essere frustrante, forse perché è così facilmente delusa dagli altri. Insomma, mi dà sempre l’impressione di essere stata una frana rispetto alle sue aspettative e che comunque non drammatizzerà la cosa tanto ce n’è ancora per poco. Le ho detto “Papà non vuole conoscere Simone per riguardo a Raffaele che intanto si sposa”. Dice lei “Non sai essere diplomatica: ci vuole un’occasione qualsiasi, un incontro casuale che tolga papà dall’imbarazzo: se Simone viene a casa è troppo ufficiale”. Dico io “Ma mamma, sono nove anni che stiamo insieme, vale la pena superare un po’ di imbarazzo: per me è assurdo andare su è giù lasciando Simone in macchina ogni volta”. E lei “Ma io non sapevo niente di questo traffico su e giù, credevo che stessi qui un paio di giorni e poi te ne andassi con lui. Insomma, è riuscita a concludere che si aspettava una mia visita più breve. Me ne sono andata da Simone che era ad aspettarmi sulla piazza, ma certo che l’incantesimo in casa è rotto. Non riesco a mantenerlo più a lungo di quando, da piccola, tornavo a casa dopo aver fatto la comunione. Se una donna vive anni e anni, quaranta e più come lei, con un uomo, è impossibile ragionarci. A volte ho vagheggiato di ritrovarla dopo la morte di mio padre, ma è assurdo. Poi non sta mai ferma quando si parla: traffica in cucina, sposta delle cose, spolvera, fa il letto girandoci attorno velocemente, lava qualcosa in bagno. Così l’ho vista nel sogno detto di Lenin. Fa dei lunghi monologhi su cose che non la riguardano, anche un film o una notizia letta sul giornale, non annette particolare importanza a quello che ha a che vedere con i figli. Capisce che non c’è da aspettarsi niente da loro se non cose di riflesso, belle o brutte, e comunque non all’altezza dei suoi sogni di madre. Però è come se volesse nasconderci tutto questo, o farlo trapelare ogni tanto per punire un po’ chi avanza delle critiche o pretende qualcosa. Eppure il suo mondo sono stati i cinque figli, e il marito era piuttosto un essere da capire, da prendere per il suo verso che da intrattenercisi. Essendo tutta dedicata alla famiglia e così sottilmente e inesorabilmente delusa da essa, mia madre ha lasciato nelle figlie un desiderio molto forte di riscatto ai suoi occhi. Io, per fortuna, le sono sempre apparsa altezzosa e più incline verso il padre che verso di lei, forse perché, dice, avevo capito che era ”il capo della famiglia“. Avevo portato con me il diario dai tredici ai quindici anni, probabilmente per Simone ma una sera che eravamo nel discorso gliel’ho detto e ho immaginato che le sarebbe interessato, le ho citato qualche passo. Ma al momento di darglielo, si è schermita vivacemente: aveva da fare, per carità! E non me l’ha più chiesto. Per fortuna che è sempre stato così e non sono rimasta invischiata dal bisogno di farla contenta, per esempio, avendo più figli, tanto non è contenta lo stesso né con Lucia né con Nicola che he hanno tre per uno: si aspettava di meglio da loro, ma cosa? Forse una carriera brillante, un buon stipendio, un bel marito, studi e divertimenti… Ma, non so, non so immaginare, non l’ho mai immaginato. Comunque è così: non si può comunicare che fuori dalla famiglia e chi vuole la verità deve abbandonarla.

3 nov. Sono in campagna: mi sento così felice in mezzo alla natura, mi sembra che finalmente sono dove mi piace stare, tra l’erba, le foglie, gli alberi, con la terra morbida sotto i piedi. Mi viene un gran senso di pace e il pensiero che potrò fare quella corsa che ho sempre rimandato. Così Simone è così, che ci siamo accettati integralmente l’un l’altro, però lui è ancorato a me mentre io non sono ancorata a nessuno perché ho sperimentato la risonanza.
In principio era la risonanza di Sara in me di me in Sara. (altro…)