Chimamanda Ngozi Adichie, “L’ibisco viola” (rec. di Patrizia Sardisco)

A proposito de L’ibisco viola di Chimamanda Ngozi Adichie
di Patrizia Sardisco

Things fall apart; the centre cannot hold
William Butler Yeats

 

È inutile, per quanto abbia provato a scavare, temo che non mi riesca di ricordare dove e quando io abbia letto per la prima volta il suo nome sul web. Ciò che però posso affermare con certezza è che scoprire Chimamanda Ngozi Adichie è stata la rivelazione di un intero universo letterario che arriva come una grande ricchezza senza che sia dato di poterne ringraziare il benefattore.
Chimamanda Ngozi Adichie è una scrittrice che appartiene alla cosiddetta terza generazione della letteratura nigeriana moderna in lingua inglese, eppure è stato attraverso una conferenza TED che conta milioni di visualizzazioni in tutto il mondo che la sua voce di intellettuale impegnata – un velluto di ironica, femminile assertività – è arrivata fino a me con la forza dell’Harmattan che frusta la sua Nigeria postcoloniale e struggente.
Avrei scoperto ben presto che le sue conferenze TED rintracciabili sul web in realtà sono due, entrambe trascritte e pubblicate anche in Italia, da Einaudi: brevi ma, come si dice, fulminanti pamphlet che fanno il punto sulle convinzioni della giovane autrice in tema di disparità sociale e di genere, e contribuiscono a chiarire i temi sottesi ai suoi romanzi: libri che ho deciso, dopo essermi procurata i saggi, che avrei letto senza ulteriori indugi, tutti e in ordine di uscita.
Anch’esso alle stampe, in Italia, per i tipi di Einaudi, e con la traduzione di Maria Giuseppina Cavallo, L’ibisco viola ha visto la luce nel 2003 negli Stati Uniti. Chimamanda Ngozi Adichie, nata nel 1977 a Abba e cresciuta nella città universitaria di Nsukka, dove il padre insegnava Statistica e la madre ricopriva un incarico manageriale, ha infatti completato i propri studi all’Università del Connecticut con una laurea in Comunicazione e Scienze Politiche, cui farà seguito, alla John Hopkins, un master in scrittura creativa e, a Yale, un master in Studi Africani.
Accolto molto favorevolmente da una critica che è giunta a definire la sua autrice come l’erede di Chinua Achebe, il padre della letteratura nigeriana moderna in lingua inglese le cui opere vengono studiate nelle scuole di tutto il continente africano, L’ibisco viola ha ottenuto diversi riconoscimenti internazionali e ha consacrato Chimamanda Ngozi Adichie come una tra le voci più autorevoli e rappresentative di quella generazione di scrittori che non hanno mai fatto esperienza personale del periodo coloniale ma nelle cui opere risultano evidenti le tracce della storia più recente del proprio paese, con le contraddizioni dolorose del postcolonialismo, con i conflitti interni, la dittatura militare, la corruzione, la costante violazione dei diritti, il cammino difficile verso la democrazia. Autori per cui l’inglese è ormai quasi la sola lingua e nella cui scrittura è entrata la globalizzazione, autori per i quali pertanto la ricerca di una identità culturale non può non mettere al centro, tra le altre preoccupazioni tematiche, anche questioni legate alla lingua stessa.
Queste doverose premesse, doverose perché mi auguro diano il loro contributo all’accoglienza della complessità e a una più puntuale precisazione dell’immagine opaca e monolitica che noi occidentali abbiamo di un continente vastissimo e multiforme (penso a quante volte senza accorgercene usiamo le parole “Africa” o “africano” come se ci riferissimo a un’unica unità statale, politica e culturale), servono a inquadrare L’ibisco viola nella temperie culturale che innerva il romanzo e al tempo stesso nella misura dello sguardo con il quale l’autrice narra la propria terra, la Nigeria, nel gioco figura-sfondo della vicenda della giovane Kambili e della sua famiglia. Continua a leggere

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 2 (rec. di Sara Vergari)

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 2
A cura di Giulia Martini
Interno Poesia

 

Continua l’indagine antologica di Interno Poesia attorno al mondo poetico dell’ultima generazione, quella dei nati tra gli anni ’80 e ’90. È da poco uscito il secondo volume dell’antologia Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90 curato come il primo da Giulia Martini, che ha scelto altre dodici voci di poeti editi e inediti introdotti ciascuno da altrettanti prefatori. Quando nel 1975 Berardinelli e Cordelli mettevano insieme le sessantaquattro voci esordienti negli anni ’70 – tra le quali Giuseppe Conte, Patrizia Cavalli, Elio Pecora – in quella che sarebbe diventata un’antologia cardine per la periodizzazione della poesia italiana, Il pubblico della poesia, sapevano di aprire un varco nel panorama dominante della Neoavanguardia proponendo voci nuove, diverse, difficilmente assimilabili in categorie critiche comuni. Certo Berardinelli parlava di «effetti di deriva» nel suo saggio introduttivo e chiariva come quest’antologia non avrebbe potuto imporsi un intento canonizzante, ma a posteriori ne conosciamo il valore nell’avere rappresentato il punto di partenza e di apertura alla pluralità di voci che contraddistingue la vivacità della poesia italiana contemporanea. L’augurio è che oggi, in tempi sicuramente diversi, Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90 possa dare un contributo simile nel tenere insieme, ugualmente senza intento canonizzante, la pluralità di una nuova generazione poetica che vuole essere e rimanere multiforme ma che può costituire una coralità armoniosa grazie anche al sapiente lavoro critico del suo curatore. Come scrive Sanguineti nell’introduzione a Poesia italiana del Novecento, un’antologia vuole essere un racconto a episodi dove ognuno gioca dialetticamente la sua parte. E Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90 racconta prima di tutto un sodalizio intellettuale, poetico e amicale tra editore, curatore, autori e critici, che a volte si scambiano i ruoli (alcuni poeti del primo volume sono presenti in altre vesti anche nel secondo volume) e che si chiamano in causa con un comune obbiettivo, quello di dar voce alla poesia. L’antologia stessa d’altronde, sia come genere che come espressione editoriale, si predispone a essere un luogo adatto al dialogo per la sua natura divulgativa e in quanto strumento di trasmissione. Un racconto che è anche una comune ricerca che ognuno persegue attingendo al proprio universo biografico e intellettuale. Verrebbe quasi da chiamare in causa il verso di Luzi «Amici ci aspetta una barca» per dare il senso di questa condivisa avventura poetica e di vita. A sua volta anche il lettore ha la possibilità di un ruolo ermeneutico attivo, interrogando le parti, ovvero i singoli componimenti degli autori, e il tutto, la poesia di una generazione. Con questa totale interazione l’antologia realizza lo scopo di una poesia viva che agisce nel presente e sul presente prima ancora che in senso storicizzante.
Nelle prefazioni di entrambi i volumi dell’antologia Giulia Martini riconosce un’insistenza comune sul tema della lotta contro un’assenza e su quello del ritorno a casa, declinato in differenti espressioni tematiche, formali e linguistiche. I dodici poeti infatti – Maddalena Bergamin, Ophelia Borghesan, Marco Corsi, Tommaso Di Dio, Gianluca Furnari, Marco Malvestio, Franca Mancinelli, Lorenzo Marinucci, Giusi Montali, Francesco Ottonello, Mariachiara Rafaiani, Francesco Terzago – adottano scelte stilistiche ben differenti, così come diverso è il posizionamento dell’Io autoriale, ma tutti si interrogano alla ricerca di una direzione, sia questa un ritorno, uno sradicamento, una ricerca di senso o di se stessi. Tutti con il medesimo mezzo, la poesia: «per un duro ansare, per un violento andare si stabilisce/ la direzione, il clinamen, lo schiudersi delle soste» (Montali); «Non parlarmi sto tentando/ di capire qual è il suono, quale/ la stagione/ ricordare le riportate luci/ la sensazione spenta di tornare» (Rafaiani); «noi ci perderemo/ perché molte sono le luci e gli ostacoli invisibili» (Di Dio); «Non resta che cercare il tuo/ abito. Scivolare come un raggio, fino al calare della luce» (Mancinelli).

© Sara Vergari

 

 Alcuni testi estratti dall’antologia

 

Marco Corsi

doveva riprendere prima o poi
l’usanza di mandarci cartoline
o forse codici, messaggi più sottili
quando il tempo affonda
e nessuno torna per nessuno.
un rigo appena per finalmente dire
che molto più ci sopravvive
il saluto giunto da lontano,
che va tutto bene, che la vita
piano piano diventa
un gesto inutile nell’aria

(da Pronomi personali, Interlinea 2017)

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PANORAMI POETICI Seconda Edizione [comunicato stampa]

Ripartono gli eventi letterari friulani con una conferma d’eccezione: viene programmata infatti la seconda edizione del Festival Panorami Poetici a Spilimbergo, il 18 luglio.

Sabato 18 luglio si partirà quindi alle ore 14.30 con un evento a numero chiuso presso la Saletta della Pro Loco, dal titolo “Essere poeti in un mondo che cambia”, prima tavola rotonda dei poeti che discuteranno sui mesi trascorsi (per chiedere la prenotazione www.samueleeditore.it). Alle ore 16 un’anteprima in piazza Garibaldi, ad apertura di “Ator par Spilimbergo, tra erbe, natura e Tagliamento” a cura di Costanza Uboni, con letture di Fausto Maiorana, Luisa Delle Vedove, Maria Milena Priviero. Alle ore 17.00, sempre in Piazza Garibaldi, teatro sicuro e a norma di legge dell’intero Festival, grande inaugurazione a cura di Alessandro Canzian che dialogherà con il pittore Ado Furlanetto e il celebre fotografo dei poeti romano Dino Ignani. A seguire, alle 17.30, Mario Famularo presenterà “Senza filo”, prima opera poetica di Roberto Rocchi (Samuele Editore 2020, prefazione di Umberto Piersanti). Alle 18.00 Samuele Canzian introdurrà la lettura del Gruppo Majakovskij con accompagnamento musicale di Nuccio Simonetti. Alle 18.30 Federico Rossignoli presenterà “Nove” di Carlo Selan (Edizioni volatili 2020). Alle 19.00 Rocio Bolanos introdurrà le letture di Beatrice Achille, Elisa Longo, Mario Famularo. Alle 19.30 Carlo Selan presenterà “La balena e le foglie” di Michele Obit (Qudu 2019, prefazione di Carlo Selan). Alle 20.00 Anna Vallerugo presenterà “About Sound About Us” di Ilaria Boffa (Samuele Editore 2019, prefazione di Patrick Williamson). Alle 20.30 seconda tavola rotonda dei poeti, aperta al pubblico, a tema “Poesia come interpretazione della realtà”. Alle 21.30 in conclusione Elisabetta Zambon introdurrà la lettura di Vincenzo Della Mea, Ivan Crico, Marco Marangoni, Federico Rossignoli.

Una grande conferma, il Festival spilimberghese dedicato all’arte e alla poesia, che per il secondo anno e nonostante la crisi attrae nomi da tutta Italia. Durante il Festival verranno infatti proiettate le Foto dei Poeti dell’importante archivio del fotografo romano Dino Ignani, presente al Festival per l’occasione. Da Milano la poetessa Elisa Longo con la traduttrice salvadoregna Rocio Bolanos. Da Padova la poetessa Ilaria Boffa e diversi partecipanti da Trieste e dall’intero Friuli Venezia Giulia. La prima edizione, il 1 giugno 2019, si ricorda aveva visto al partecipazione tra gli altri della poetessa e artista statunitense Rachel Slade, del poeta e critico parmense Paolo Lagazzi con l’artista e poetessa Daniela Tomerini, il poeta urbinate Umberto Piersanti, il traduttore italo-colombiano Antonio Nazzaro, la poetessa veneziana Silvia Favaretto, il poeta beneventano Marco Amore e il critico veneziano Aldo Tollini. Come per il 2019 il servizio fotografico dell’intera manifestazione sarà a cura di Eleonora Cinquepalmi.

Un Festival importante per una ripresa importante, con una grande riflessione lasciata a quanti con le parole cercano di interpretare mondi e situazioni: i poeti.

 


Un importante lavoro d’insieme che che ha unito diversi partner quali: Comune di Spilimbergo, Pro Spilimbergo, Comitato Regionale del FVG dell’Unione Nazionale delle Pro Loco d’Italia, Arcometa Consorzio Turistico, Samuele Editore, Una Scontrosa Grazia, Enoteca La Torre, Autopiù, Albergo Ristorante Michielini.

Fabio Libasci, L’imprendibile Houellebecq

La recente pubblicazione del poderoso Cahier è alla base di questi appunti sullo scrittore più venduto, criticato, osannato e vilipeso delle lettere francesi negli ultimi venticinque anni: Michel Houellebecq. Da Estensione del dominio della lotta a Serotonina, egli non ha smesso di produrre sulla letteratura contemporanea un effetto simile a quello innescato da Balzac sul XIX secolo e del suo nobile antenato ha del resto l’ambizione più grande: leggere la società. Sono ormai in molti a credere che un giorno chi vorrà capire questa parte di mondo in questa porzione di secolo dovrà prendere in mano uno dei suoi romanzi. Nella mescolanza dei generi, nella continua provocazione, nelle contraddizioni e nella confusione tra il Michel autore e il Michel personaggio che più volte appare nei romanzi ci sono il tentativo più compiuto per capire questo Occidente in crisi, l’agonia di questo mondo che non muore mai e sul quale lo scrittore autodidatta disserta con grande maestria.
Chi sia Michel Houellebecq non è facile a dirsi – persino la data di nascita è incerta, il 1956 o il 1958; ex agronomo, ex impiegato ministeriale, lascia il proprio lavoro per gettarsi anima e corpo nella scrittura conservando della sua vecchia vita la pietà per l’ambiente e l’interesse per l’ecologia. Una figura dunque estranea al mondo delle lettere, conosciuto da qualche addetto ai lavori per le sue poesie pubblicate in riviste di nicchia e poi in una raccolta all’inizio degli anni ’90 e poi, d’improvviso, nel 1994 l’uscita di Estensione del dominio della lotta mostrando a una Francia di fine era mitterrandiana l’orrore della burocrazia, la miseria sessuale dell’uomo medio liberato e computerizzato e i danni del liberalismo. Moralista nero, kafkiano, sociologo: queste sono alcune delle tante etichette che i critici sorpresi appiccicano allo scomodo parvenu; un romanzo di formazione alla rovescia secondo Josyane Savigneau. Quattro anni dopo è l’ora de Le particelle elementari nel quale appaiono più chiaramente distribuite le colpe e i peccati. Houellebecq imputa la degenerazione dell’Occidente agli effetti di lungo termine del ’68: la liberazione del desiderio ha condotto in realtà alla mercificazione dei corpi, il sesso libero al sesso obbligatorio, il diritto dei giovani al dovere della gioventù, la critica alla famiglia alla fine delle relazioni stabili. Il sogno si è dunque trasformato in un incubo che non è ancora finito e non smette di fare vittime. Lo scrittore stesso sarebbe figlio di questo malinteso, figlio per l’appunto di una madre che nella foulée sessantottina decide di unirsi a una comunità di hippy abbandonandolo alla nonna paterna della quale poi assumerà il cognome, Houellebecq. L’umanità descritta nelle Particelle è inquietante; i due fratellastri, Michel e Bruno, sono inquietanti: tutto intorno a loro lo è. La libertà sessuale è in realtà un incubo, un fatale boomerang che porterebbe nel giro di qualche decennio alla possibile estinzione del genere umano. Il modello americano, quello dell’Europa del Nord, la Svezia, è un virus che dopo il ’68 si è infiltrato in Francia riproducendosi a una velocità vertiginosa scardinando una civiltà che si credeva solida e abbattendo velocemente i resti di una cultura contadina rappresentata dalla nonna che ancora poteva dirsi felice. A pagare il prezzo più alto sono proprio le donne che la liberazione credeva di avere affrancato: «facendo parte di una generazione che aveva proclamato la superiorità della gioventù sull’età matura, esse non potevano stupirsi di essere a propria volta disprezzate dalla generazione chiamata a sostituirle».[1] Dietro la spietata analisi sociologica che Houellebecq conduce con la penna della finzione c’è la clonazione, quel desiderio di creare un essere perfetto, di sostituirsi a Dio. Continua a leggere

Giuseppe Andrea Liberti, Pietrarsa (rec. di Viola Amarelli)

Giuseppe Andrea Liberti, Pietrarsa (2010-2019)
Arcipelago itaca
di Viola Amarelli

Un esordio meditato e potente quello di Giuseppe Andrea Liberti, giovane filologo che con Pietrarsa (2010-2019) – vincitrice del V Premio Arcipelago itaca per una raccolta inedita, ora per i tipi dell’omonima casa editrice –  presenta un’opera prima ricca di lotta e di passioni. La scansione della raccolta in cinque sezioni delinea una mappa ‘sentimentale’ e  stratigrafica dei conflitti sociali e del movimento operaio nell’area napoletana ma anche un personale percorso di formazione che si muove tra indignazioni, scoramenti e lucida analisi del presente. È una mappa che, non a caso,  approda nella sezione conclusiva a Pietrarsa, stabilimento ferroviario industriale borbonico, noto purtroppo per i primi morti operai dell’Italia unitaria, uccisi in uno sciopero nell’agosto del 1863, e assunto come titolo unitamente a una periodizzazione cronologica che dà conto, tra l’altro, del dato biografico della costruzione identitaria di un ventenne nelle sue dimensioni pubbliche e private.
La trasparente valenza politica di questo libro rinvia a un imprintig fortiniano, testimoniato non solo dalla citazione del poeta in un testo a lui dedicato, (Et dona ferentes, p. 66), ma anche dalla rimodulazione di un suo famoso verso, che da esortativo diventa trepidamente interrogativo («proteggeremo le nostre verità?») nella chiusura del testo dedicato al «totem/ dell’età del ferro» che è l’impianto siderurgico di Bagnoli (L’altoforno, p. 28). Del resto che fra le ragioni del giovane autore vi sia una staffetta generazionale che dagli avi arriva ai nipoti, quasi saltando a piè pari i padri boomers, si intuisce dalla costellazione di intellettuali del ‘900 che emergono in quasi tutte le sezioni: da Adorno a Lukács, da Benjamin a Gramsci, tutti richiamati come maestri ancora oggi necessari. Non si tratta soltanto di una sorta di eredità di affetti ma di una rivendicata metodologia di analisi critica delle derive contemporanee. La formazione filologica consente inoltre a Liberti di coniugare la memoria storica di lungo periodo (si veda un testo come Gli schiavi guardano Silla marciare su Roma, p. 64) al nostro presente, in una continua spola storica e antropologica che intrama tutto il libro  nel tentativo di rendere leggibile la “città palinsesto”.
Si pensi alla poesia di apertura, Villa del Sole (p. 9), che rievoca un’atmosfera da domus pompeiana dei misteri («Ad alta voce si dicono soltanto i misteri se me ne parli»), fungendo anche da ironico benvenuto nel paese del sole, mentre si riferisce in realtà alla bancarotta fraudolenta di un’omonima e celebre clinica napoletana. Esemplare in questa direzione è anche il testo sulla ex  Manifattura Tabacchi (Il santuario di cemento e tabacco, p. 29) con i murales a ricoprire i «centocinquantamila metriquadri senza tempo, dove il primo murale raschia il passato/ l’epopea il tracollo la mattanza l’oblio» «il secondo murale delinea il presente/ il volto familiare del grottesco»; «il terzo murale immagina il futuro/ il futuro ch’è adesso, ‘stu futuru è ‘nu cesso».

Si tratta di uno sguardo panoramico che nella prima sezione (Mercantili nel golfo) costruisce un campo lungo su un ambiente antropico distante da ogni genere di oleografia partenopea. A fianco degli scheletri delel cattedrali industriali abbandonate passiamo infatti per l’Uscita Doganella (p. 14), imboccata dallo studente pendolare che oscilla tra il desiderio di un tunnel verso Cygnus X-1 e la  costatazione che “la realtà è dialettica…”, “la vita è sbilenca…”, “la storia è violenta…”, arriviamo nei rioni popolari di San Giorgio a Cremano (Formazione cremanese, p. 15) dove il ciclo fatalista speranza-delusione vede emergere la buona Parca delle Palazzine a rammentare, con coscienza brutale, che non ci «vuole n’arche e scienza/ pe’ sti fetienti ‘e tiempi», sino ad approdare ai margini periferici di aree abbandonate allo smaltimento illecito dei rifiuti. A quest’ultimo tema sono dedicati vari testi, tra cui spiccano da un lato per lucidità politica Amorfa e disgregata (p. 23) dal chiarissimo finale («Tu sei del Sud  e non dimenticarlo/ quando vorresti dire «vi ringrazio»:/ MAI PIÙ LO STATO CON LA CAMORRA/ o FUORI LA CAMORRA DALLO STATO/ sono sinonime assurdità/ che non stanno né in cielo né in terra/ la camorra è lo Stato e viceversa/ mentre l’uno reprime l’altra sversa») e dall’altro Postumi di un’ecloga (p. 21) in cui il richiamo alle Riviere montaliane fa da contrappunto al paesaggio deturpato («Così è cresciuto un asparago viola/ sulle promesse nella terra morta»), eliminando ogni possibilità e di elegia e di inno: «Non ci sono altri mondi possibili/ Allora lasciami in periferia». Continua a leggere

Friederike Mayröcker, sotto gli alberi di lacrime il mattino

Caspar David Friedrich, Waldinneres bei Mondschein

 

unter Bäumen Tränenmorgen (2003)

unter Bäumen saszen wir und Waldes Brausen unter
Bäumen sprachen zu einander schwiegen blickten
in den Wald der schon die Blätter warf und fegte
Lindenblütenblätter auf den Wegen unter Bäumen saszen
wir und schwiegen unter Bäumen ich allein und
schweigend ohne dich unter Bäumen du allein und
schweigend ohne mich

für Ernst Jandl

 

da:  Friederike Mayröcker, Gesammelte Gedichte. 1939-2003, hg. von Marcel Beyer, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 2019

 

sotto gli alberi di lacrime il mattino

sotto gli alberi sedevamo noi e il fruscio della foresta sotto
gli alberi ci parlavamo tacevamo guardavamo
dentro la foresta che già gettava via le foglie e spazzava
i petali di tiglio sui sentieri sotto gli alberi sedevamo
noi e tacevamo sotto gli alberi io sola e
taciturna senza te sotto gli alberi tu solo e
taciturno senza me

per Ernst Jandl

 


Traduzione di Roberto Interdonato

Riletti per voi #25: Alberto Bertoni, “Ho visto perdere Varenne”; (ri)letto da Renzo Favaron

Il momento della responsabilità e altri momenti.
Ho visto perdere Varenne di Alberto Bertoni (Manni)

di Renzo Favaron

 

È frequente che la musa di un poeta abbia a che fare con la malattia dell’anima e del soma. E subito il pensiero va all’esistenziale “male di vivere” montaliano. Più raro che la poetica di un autore sia espressa attraverso i tratti di una sintomatologia precisa e dalle manifestazioni perturbanti. È questo il caso di Ho visto perdere Varenne, dove la malattia di Alzheimer è fortemente in primo piano non solo perché ad essa è riservata una sezione del libro, ma anche e soprattutto perché ciò che gli è proprio si estende fino a caratterizzare i momenti e i passaggi attraverso cui si può concretare l’esistenza individuale. Dal punto di vista eziologico questa malattia ci pone di fronte a un essere che c’è e che non c’è, un essere in cui non è rara l’amnesia e poi, di conseguenza, una sequela intermittente di falsi riconoscimenti, attribuzioni nominali improprie e, in una fase avanzata, perdita della coscienza e capacità di giudizio. Al poeta spetta un compito non facile, cioè recuperare un senso da ciò che in apparenza non sembra averne. Operazione opposta a quella dell’ermetismo, dove si tendeva a nascondere il senso di una situazione anche estremamente scoperta ed esteriormente chiara.
Bertoni, attraverso questo libro, dimostra una modernità che si oggettiva a partire da una puntuale osservazione del magma esistenziale, cosa da cui deriva, dopo una congrua fase di distillazione, la scelta di un linguaggio che traduce la realtà con una sincerità disarmante, lasciando decisamente da parte il ricorso a giochi lessicali e a tutto ciò che potrebbe alterare/tradire, anche per comprensibile opportunismo, le inevitabili asprezze, le spigolosità e gli incidenti che sono imprescindibili in ogni esistenza considerata nella sua interezza. Ecco un esempio, tratto dalla sezione Di là, in cui un uomo si gode alla televisione «la bella partita». Non aspetta nessuno, ma ecco che sente «un colpo lieve alla porta». Apre e si trova davanti «una fascinosa di mezza età/ in top dorato e pantaloni in tinta». L’uomo la guarda e lei, dice: «Nessa». È la donna con cui era stato sposato quindici anni prima. Quando la donna se ne va, lui ne ha «avuto abbastanza della bella partita» e non riaccende la televisione. Qui, come in altri testi, è il deragliamento del corso consueto delle cose a costituire la scintilla che innesca il processo poetico, lo shock più o meno profondo, comunque qualcosa in cui l’anima è messa a nudo. Eppure è proprio una consapevole e accettata debolezza il punto forte di questa poesia in cui non si nasconde mai il proprio smarrimento e che, anzi, pone l’umana impotenza all’origine di un atteggiamento che non può essere altro che vicinanza e ascolto dell’incomprensibile, della natura delle cose irriducibili alle ordinarie e umanamente possibili categorie di senso. Non sfugge Bertoni di fronte a ciò che ha raggiunto un punto di non ritorno, ma se ne fa carico, ne porta lui stesso la croce e ce lo offre in versi tanto teneri quanto di una feroce durezza come In penombra: «bucando  dal suo male/ si affaccia ogni tanto mio padre/ dove dormo// Un passo ed è qui/ vicino al letto/ ne riconosco l’odore/ i gesti non a fuoco// Si piega sul mio sogno/ mi chiede in un sussurro/ se l’accompagno io, fra poco// Non ricorda chi sono/ – il cugino, un amico lontano/ ride nel volto». Continua a leggere

Paola Deplano, Invito alla poesia di Arthur Symons

Arthur William Symons, by Jacques-Emile Blanche [oil on canvas, 1895]
Tra giglio ed eliotropio. Invito alla poesia di Arthur Symons

di Paola Deplano

 

ELIOTROPIO BIANCO                                                                

Febbrile la stanza, quel letto bianco,
le gonne arruffate su una sedia
un libro buttato semiaperto ove son sparsi
cappello forcine piumini belletti.

Lo specchio che ha succhiato la tua faccia
nella segreta sua profondità più profonda
e lì, oscuramente, nasconde
obliate memorie di grazia.

E tu, mezza vestita e mezza sveglia
gli occhi tuoi obliqui che strani mi figgono
e io, che indolente t’osservo
con gli occhi insonni e dolenti.

Tutto questo (lo temo? Lo spero?)
riaffiora, fantasma, alla memoria
se ancora adesso il mio fazzoletto
porta il profumo di quel fiore bianco.

WHITE ELIOTHROPE

The feverish room and that white bed,
The tumbled skirts upon a chair,
The novel flug half-open, where
Hat, hair-pins, puffs, and paints, are spread;

The mirror that has sucked your face
Into its secret deep of deeps,
And there mysteriously keeps
Forgotten memories of grace;

And you, half dressed and half awake,
Your slant eyes strangely watching me,
And I, who watch you drowsily,
With eyes that, having slept not, ache;

This (need one dread? nay, dare one hope?)
Will rise, a ghost of memory, if
Ever again my hand kerchief
Is scented with White Heliotrope[1]

Questi versi non li ha scritti Andrea Sperelli, nel ricordare le passate intimità con Elena Muti, ma una certa aria di famiglia c’è, perché il loro autore, Arthur Symons, fu un appassionato lettore e traduttore di D’Annunzio e, come lui, si inseriva nella più vasta corrente del Decadentismo europeo.
Presentiamo qui, in una nostra traduzione, alcune liriche tratte dalle sue prime prove poetiche, Silhouettes (1892) e London Nights (1894). La scelta è stata fatta tra le poesie degli anni giovanili dell’autore, prima del grave esaurimento nervoso che lo colpì nel 1908 durante un viaggio in Italia in compagnia della moglie – e ciò per vari motivi. Innanzitutto, già prima del matrimonio, avvenuto nel 1901, egli non poté più dedicarsi a un’attività così poco lucrativa come la poesia e si dette a recensioni, articoli, traduzioni, in poche parole a tutto ciò che gli avrebbe consentito di mantenere decorosamente la famiglia che era in procinto di formarsi. La malattia, poi, per alcuni anni compromise il suo lavoro e lo isolò dal panorama letterario del tempo. Anche quando tornò in pieno possesso delle proprie facoltà, Symons non si trovò più in sintonia con la nuova generazione di letterati inglesi e quasi sopravvisse a sé stesso fino alla morte, avvenuta nel 1945, all’età di ottant’anni. Per finire, sono proprio le poesie giovanili quelle che portano più impresse le stimmate del tempo, rivelando a noi moderni il clima di un’epoca e la suggestione dei grandi maestri del giovane poeta in formazione.
I giudizi dei contemporanei sulla sua figura furono abbastanza discordi: poeta stimato da intellettuali del calibro di Pater, Verlaine e Oscar Wilde, egli ricevette in generale giudizi negativi da parte delle riviste e indifferenza da parte del pubblico. Di solito veniva giudicato un mero cantore d’impressioni e stati d’animo e le sue poesie erano etichettate come vuoti esercizi di stile, come più o meno fedeli imitazioni dei suoi maestri, primi fra tutti Verlaine e Baudelaire. Col passare del tempo, l’attenzione dei critici nei suoi confronti rimase pressoché nulla. Dopo la scarna monografia di T.E. Welby,[2] si sono avuti solo lavori minori, tranne il volume di Lhombreaud, nel quale si possono trovare cenni biografici, giudizi di merito, analisi della produzione.[3] In Italia, solo f. Oliverio, nel lontano 1913, ha scritto un breve saggio su di lui.[4]
La scarsità d’interventi dei contemporanei la dice lunga a proposito del giudizio dei coevi sull’opera di Symons: per la maggior parte dei suoi colleghi filologi egli non era altro che uno studioso e le sue poesie erano viste come nulla di più che un’appendice alla sua pregevole opera di critico.
Per quanto mi riguarda, con questa mia traduzione di alcune delle sue liriche intendo, se non capovolgere questo giudizio di ottimo filologo e di pessimo poeta, almeno dimostrare come le sue poesie abbiano un certo fascino e un indubbio valore nonostante – o forse proprio perché – esse presentino alcuni clichés della Belle Époque.
La carriera di Symons come critico cominciò assai presto, nel 1884, quando questo diciannovenne «provinciale senza cultura universitaria e senza esperienza letteraria»[5] ricevette l’incarico di curare l’edizione critica di Venere e Adone per la “Shakespeare Quartos”, una prestigiosa collana di studi shakespeariani aperta solo a una ristretta cerchia di eruditi. Egli evidentemente si mostrò all’altezza della situazione, perché fu contattato per la cura di altre due opere della stessa collana, Tito Andronico (Giugno 1885) e Enrico V (Febbraio 1886).
Parallelamente a questi lavori, egli stese il suo primo libro di critica, Study of Browning, che pubblicò, appena ventunenne, nel 1886. Inaspettatamente, Pater lo recensì in modo favorevole su «The Guardian», dando così inizio a una solida amicizia che si doveva interrompere solo nel 1894, con la morte di Pater.
Da allora in poi fu un susseguirsi di articoli, interventi, conferenze, saggi, il più importante dei quali, The Symbolist Movement in Literature (1900) lo consacrò definitivamente come critico e influenzò i giovani poeti inglesi degli anni a venire.
Non meno copiosa fu la sua produzione drammaturgica: La morte di Agrippina, Cleopatra in Giudea e Mietitori, uscite in volume nel 1916 col titolo generale di Tragedie, sono solo alcune delle opere teatrali di Symons. Continua a leggere

Un quartiere-mondo: “La nostra strada” di Pierfrancesco Li Donni

Il nuovo lavoro del regista Pierfrancesco Li Donni, appena uscito e già miglior film italiano al Biografilm Festival, segue le storie di tre ragazzini, Daniel, Desirée, Simone (e a ruota dei loro compagni e del professore di Lettere), nel passaggio dalla terza media all’adolescenza piena, vissuto però con fretta inconsapevole e arrabbiata, in una zona di Palermo di quelle in cui si vive un tempo un po’ sfalsato rispetto al resto della città. Il film è spesso immerso in una luce livida, ritmato da una musica sospesa. I tre protagonisti credono di avere già un’idea chiara del loro futuro immediato (idea che in due casi si capovolgerà). Simone di pomeriggio si prende cura dei cavalli nella fattoria del nonno, dopo le medie vuole andare a vendere la frutta. Daniel ha un grande talento per l’elettronica, premura di lavorare, all’inizio lo sappiamo sospettato del furto di un microfono a scuola. Desirée vorrebbe insegnare, gira per la città con la sua amica Morena, prendono il tram, vanno al porto a guardare le navi. Forse la prospettiva ideale per vedere il film è quella da fuori, esterna, non palermitana e non siciliana, che poi è quella da cui è stato valutato e premiato. Sappiamo infatti che dal Gattopardo in giù le rappresentazioni della Sicilia sono state spesso viste, dai siciliani stessi, come un modo ulteriore per inchiodare il Sud al suo destino storico, per disegnarlo immobile e irredimibile. Aggiungiamo che il film si muove dentro un Sud del Sud, in un quartiere per brevità definito a rischio, periferia atipica, adiacente al centro storico. Chi vive a Palermo sa che la città funziona a quinte, che dietro viali e teatri eleganti può apparire girato l’angolo una strada di rifiuti o una facciata deteriorata, che dietro il Politeama comincia Borgo Vecchio, e a pochissima distanza dalla Cattedrale e dal Palazzo Reale inizia appunto il quartiere Zisa, dal nome arabo di un castello normanno che con il suo giardino tiene ancora a distanza i palazzoni. Il quartiere poi scende lungo l’avvallamento del vecchio fiume Papireto e diventa una periferia verso il basso. E lì sappiamo, alla Zisa come altrove, che ci sono difficoltà, tentazioni in più, ma anche uno stigma automatico che colpisce tutti. Insomma, uno spettatore palermitano dovrebbe resistere innanzitutto al rischio di sentire ribadito ciò che teme o rifiuta, e non piuttosto ciò che il film davvero dice.

Poste queste premesse, io che scrivo sarei allora l’osservatore meno adatto, non solo vivo a Palermo, e casa dei miei è a pochi passi da quel quartiere, ma ho anche conosciuto da uno spiraglio di esperienza quei ragazzini e la loro classe, come docente, sperimentando per due ore settimanali la loro vitalità che andava spesso fuori controllo. Ma proprio questa conoscenza diretta mi permette di aggirare gli equivoci di ricezione dovuti al genere ibrido del docufilm, che richiede molto tempo proprio per far emergere naturalezza e verità, se pure in favore di camera, e secondo uno sguardo e un’intenzione artistica. E allora alcune battute risultano talmente riuscite da sembrare quasi stabilite a tavolino, ma non lo sono affatto, come quando Desirée, in un modo tra il sibillino e l’infantile, si chiede al porto “come ha fatto ad esistere la sabbia”; o quando il nonno di Simone dimentica l’età del nipote, e trasecola scoprendo che gli mancano ancora due anni per completare l’età dell’obbligo; o quando Daniel un anno dopo, cresciuto, maturato, racconta al suo professore che continuando gli studi sta imparando “a dare un nome alle cose”. Proprio il rapporto con il docente di Italiano, Giovanni Mannara, ha un ruolo centrale nel film. Già che tira aria di concorsi, le sequenze girate in classe sono quasi un vademecum su come insegnare, non soltanto nelle cosiddette scuole difficili. Giovanni ha un approccio dialogico, socratico, spinge i ragazzini a parlare di sé stessi, cerca l’aggancio tra i contenuti disciplinari e il vissuto dei suoi alunni. Così il viaggio di Dante, con i suoi tentennamenti, diventa anche un modo per ragionare sulle rinunce e sull’abbandono scolastico; un passaggio da Seneca, sul cavallo giudicato da sella e briglie, la via per confutare i pregiudizi di classe; i poeti maledetti un espediente per riflettere sulle famiglie omosessuali. Queste lezioni sono il momento apollineo contrapposto al dionisiaco delle strade, come la scena della vampa di San Giuseppe, con le corse, le urla, i cori contro la polizia e i carabinieri. Il professore invece smorza i toni dei suoi allievi, li porta al Teatro Massimo a vedere un balletto, si presenta soprattutto radicalmente diverso rispetto al loro contesto. In questo caso “la sella e le briglie” contano qualcosa, un docente dall’aria un po’ dandy, ma nient’affatto debole (e il regista lo sottolinea, con la sequenza in cui tira di boxe), che con quell’eleganza desueta sembra dare importanza a sé stesso ma anche ai suoi interlocutori, che ricambiano l’attenzione. Anche questa sembra una stranezza, un’incongruenza costruita ad arte per un film, e invece è proprio così. Continua a leggere

Davide Zizza, La poetica felice di Hai Zi

hai zi DEL VECCHIO
Nella grazia che illumina il mondo.
La poetica felice di Hai Zi

 

In poesia la parola è un seme che scende in profondità in quel terreno che è la nostra coscienza, si radica fino a far nascere qualcosa, un moto di commozione, un flash, uno stupore. È un fermo immagine sul momento che, al tempo stesso, apre finestre su luoghi che, prima, non si consideravano; una poesia apre all’inatteso. Ho, davanti a me, il libro di poesie di Hai Zi, pseudonimo di Zha Haisheng (1964-1989) – il poeta scelse per sé questo pseudonimo che in lingua mongola significa «lago» –, lo apro a caso e trovo a p. 87, nel gruppo di poesie dedicate alla madre, la quinta intitolata Linguaggio e pozzo:

Di per sé il linguaggio
sembra una madre
ha sempre da dire, a bordo fiume
tra le due sponde dell’esperienza
tra le due sponde dei fenomeni
i fiori sembrano mogli gentili
orecchie attente in ascolto e poesie
riempiono il campo
ascoltano l’acqua che soffre

acqua che si ritira lontano.

Il linguaggio, assimilato alla delicata figura di una madre, parla «a bordo fiume», non si situa al centro, ma lascia spazio, ponendosi tra le due sponde «dell’esperienza» e «dei fenomeni», mentre orecchie in ascolto e poesie ascoltano un’acqua che soffre e che «si ritira lontano». È, a mio avviso, una dichiarazione di poetica. Basterebbero questi versi per capire che davanti a noi si schiude uno scrigno fulgido, che risplende di contemplazione, senza tralasciare i moti della malinconia. Il poeta, una volta inspirata l’esperienza, attraversata dal suo occhio limpido, la restituisce in un soffio sulla carta. La mano di Hai Zi ricorda la grazia meditativa di Lu Ji («ogni scrittore scopre una nuova via daccesso al mistero» leggiamo in Larte della scrittura) o il raggiungimento dello zen: quando cessa il rumore (di sé e del mondo), la poesia si fa atto puro, l’io si annulla per far posto a qualcosa di più grande, il verso diventa una lama di luce. Di lui si conoscono le umili origini; sappiamo che crebbe in una Cina arcaica e rurale (dove troviamo la «terra nera», simbolo di fertilità e la «terra gialla», simbolo di povertà) negli anni della Rivoluzione culturale in cui emerse la cosiddetta «poesia oscura» (Bei Dao per fare un nome fra i rappresentanti); fu un enfant prodige, entrò giovanissimo nella rinomata Università di Pechino; condusse un’esistenza fatta di gesti essenziali, meditazione, lavoro, pochi amici, cui si aggiungono una febbrile produzione poetica (dal 1984 al 1989 oltre «due milioni di ideogrammi tra poesie, romanzi, teatro e saggi», dice il fratello del poeta in una lettera inclusa nella presente raccolta) e, ci ricorda il curatore del libro, Francesco De Luca, viaggi, viaggi in cerca di ispirazione, viaggi di ricerca spirituale nelle regioni lontane dal controllo e dalla modernità. Alcune immagini lo ritraggono capellone e con un sorriso sincero e luminoso. Tuttavia le foto e le poesie, scritte con un taglio autentico e profondissimo, non farebbero trasparire una morte suicida avvenuta a soli venticinque anni, la morte volontaria tanto diffusa in Cina. In verità questo scrigno appare più articolato, ci illumina non solo sul raccoglimento interiore ma, e direi soprattutto, sugli stati d’animo del poeta. Giungiamo qui a un punto nodale, cioè il dissidio interiore di Hai Zi verso un tipo di mondo, quello industrializzato e alienato della Cina moderna, poco interessata alla poesia, in contrasto con le zone di campagna, un dissidio che riflette una precisa volontà a non adattarsi a quella storia soggetta a una consumata vita metropolitana. Per questo il suo verso è arioso e non dà spazio alla bruttura contemporanea in cui è invischiata la vita umana. Hai Zi percorre il suo cammino senza perdere lo stupore («Vivo in un mondo prezioso/ dove il sole è forte/ l’onda gentile», p. 63); riflette sul tempo («io e il passato/ dividiamo una terra nera/ io e il futuro/ dividiamo un’aria senza suono», Io, e gli altri testimoni, p. 29); sente compassione, nel significato di «sentire, patire con», quando si avvicina a una figura, umanamente disperata come Van Gogh, per far sua la pena e la follia dell’esistenza («anche tu/ erutti il tempo rimasto di vita/ e se un tuo occhio può illuminare il mondo/ tu ancora usi il terzo occhio, il sole di Arles/ per bruciare il cielo stellato in un ruvido flusso d’acqua», Il sole di Arles, p. 23) e quindi fra il poeta cinese e il pittore olandese si forma il punto d’unione nella meditazione sul tema del suicidio. Leggiamo il suo pensiero sulla morte, una morte-in-vita («Quando son nato ho pianto un po’/ quando sono morto han pianto gli altri», p. 75), a volte persino evocata («Al tramonto sogno la mia morte/ come un agnello che si perde a Occidente/ là dove il sole scende», p. 123), leggiamo del suo amore puro come un fiore (Per il compleanno di B., p. 123, Diario, p. 179). Eppure, a fronte del dissidio che lo rendeva fragile, si addensa nelle pagine un desiderio irrinunciabile alla felicità («Non posso rinunciare alla felicità/ o al contrario/ Io che ho fatto del dolore la mia vita […]/ osservo fisso le persone», p. 77) perché Hai Zi è, e vuole essere, «un uomo incomparabilmente felice» (Alba, p. 143). I suoi versi disegnano un andamento continuo dalla terra all’acqua e al cielo e viceversa, un movimento armonioso come le descrizioni della natura, senza tempo, senza categorizzazioni, scevra da dissonanze; sentiamo con lui quel soffio di libertà e commozione davanti alla vita. Da qui percepiamo un perfetto punto di congiunzione fra il poeta e l’uomo, l’umanità e la poesia si fondono fino a mescolarsi e, pertanto, non vi sono differenze: poeta e uomo hanno un unico volto. Comprendiamo che la luminosità e la semplicità di Hai Zi non sono meno cariche di quel mistero che avvolge l’esistenza e di quella strenua resistenza a scendere a patti con gli aspetti più estranianti dell’esistenza stessa. La sua poetica incalza alla gioia, consapevole del dolore del e nel mondo. In altre parole, Hai Zi voleva essere poesia perché solo così poteva essere un uomo felice. Hai Zi le sue meravigliose poesie, qui curate con acume e finezza da Francesco De Luca, sono venuti al mondo a passi silenziosi e con un silenzio il poeta, da poco più di trent’anni, ci ha lasciati. Eppure è un silenzio così fragoroso da non farci più dimenticare la sua figura e una sua lezione, ossia che la lucida persistenza di uno sguardo poetico verso la vita non è cosa vana perché è uno sguardo di grazia capace di riconciliare luomo ai giorni.

@DavideZizza

 


Hai Zi, Un uomo felice, a cura di Francesco De Luca, Del Vecchio Editore, 2019

I poeti della domenica #474: Gabriela Fantato, i tre gradi dell’invocazione

 

i tre gradi dell’invocazione

signora di ogni angolo acuto
madre degli acciaccati ai fianchi
(di tutti quelli che hanno un foro
aperto a picco dentro al mondo)
vieni con le braccia a tenaglia e latte
alle molte mammelle

sorella di una polvere a tastoni
che copre dal freddo chiara ogni ferita
dammi quel niente della lingua
nel sangue che mi scorre
(il tuo fiato sa il filo della vita
e le paure altre ai giorni)

vieni bambina scura della notte
con le tue lune nel tacco
e le labbra rosse da ragazza
dimmi il passo su, alla stellla
e la voce dei solchi nella mano
tra le dita strette al mondo che mi tiene

 


© Gabriela Fantato, Moltitudine (poche storie certe e numerate), in Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2001, p. 106

I poeti della domenica #473: Gabriela Fantato, figlia di un giorno

 

figlia di un giorno

la bambina siede all’incrocio aperto
ai tubi profondi e gocce salate
siede al silenzio intubata
appesa in un filo di zucchero
(il lupus le ha preso la faccia
quella tonda piega-bambina
mentre si gonfia il cervello di stelle)

resta soltanto una madre a cantare
la notte, inventando acini dell’uva
matura come l’estate di allora
come l’arte antica che fa
lotta e amore ricomposti in carezza
e forse qualcuno nel letto sul fondo
le vede le lucertole veloci
al ciglio di quel viaggio salato
traiettoria sottile o rimbalzo di tempo

 


© Gabriela Fantato, Moltitudine (poche storie certe e numerate), in Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2001, p. 99

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