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Il confine tra scomparire e restare – Francesca Matteoni e Silvia Atzori

Una rubrica a cura
di Annachiara Atzei

 

“Ma davvero vivere e morire, assenza e presenza, sono totalmente distinti? E se lo scorrere del tempo – che tutto contiene, o forse no – perdesse la sua linearità, e passato, presente e ciò che ancora potrà accadere o essere si confondessero? E se quanto si conosce e si considera, per questo motivo, reale, e quanto non sappiamo e che, quindi, releghiamo all’irrealtà si mescolassero e si richiamassero a vicenda senza soluzione di continuità? Forse la perdita e il distacco possono trasformarsi in una ipotesi di vita? E come può essere scisso l’amore dal ricordo? E per ultimo: qual è il confine tra scomparire e restare?”

 


Essere umani. Essere umani ed essere animali. Essere pianta, radura o bosco. La morte, per Francesca Matteoni e Silvia Atzori è trasformazione. Passaggio da un’esistenza a un’altra. C’è un continuo richiamo tra mondi (o forse è un mondo unico?), qui, una convivenza tra realtà e sogno, un proiettarsi – pur nel vertice del dolore – nel trasognato. Corporeità e incorporeità si mescolano e, nello scorrere dei versi, ci si ritrova nelle fenditure del non detto, nelle pieghe invisibili dei tronchi, tra il fogliame. Oppure si cade nell’acqua, in mezzo alle balene, si confida nel loro sostegno. Si parla con altri – con altre donne (donne fatte di Pacifico e Appennino, che si fanno foresta, ramaglia, vulcano) – in una continua collisione di lingue. Nella perdita, si sente una voce, una voce che viene da un posto remoto eppure prossimo. Chi scompare – chi muore – non sembra quasi mai svanire del tutto, anzi ritorna in una forma nuova e rassicurante, che nulla ha a che fare con la presenza fisica (“è la carne l’enigma”, scrive Matteoni) ma è più che altro un modo di essere della natura – salvifico, parlante, che molto ha ancora da dire e da insegnare. I morti si svestono negli animali, oppure sono un tu ineffabile ma mai assente: verità certa che è punto di partenza di ogni pensiero e passo. 

 

 

 


Tecniche di sopravvivenza

 

I

 

Sogno di mio padre, deve morire
è morto tre anni fa. Cado. L’oceano
Atlantico scintilla di balene pilota
sotto di me. Posso sentirle fischiare.
Mi tengo alla pinna di una di loro,
le masse rotonde delle teste emergono e sprofondano
l’acqua dispiega una coltre fra le isole.
Colpi di coda, salto – temo l’impatto
con il freddo, ma loro si radunano
per sostenermi.  Mi sveglio –
siamo io e le mie sorelle
al largo di Tenerife. Aspettiamo le balene
ai fianchi delle navi. Le onde
slittano in corpi e nerezza, corpi e nerezza
cambiano di nuovo in drappi di luce.

 

II

 

Leggo che le femmine vanno in menopausa
e invecchiano proteggendo i piccoli.
Il mio corpo non sanguina da mesi.
Il mio corpo sanguina per dieci giorni.
Il mio corpo ha crisi di pianto, si stizzisce
si scalda e sbuffa come un bollitore.
Non sono pronta a essere il mio corpo,
dico ai cetacei, laggiù. Mancanza, transizione.
Sorso di discendenza, latte negato.
Si incurva verso il passato, lo genera
in profondità, gli si abbandona.
Osservo le cose che le mie sorelle
sanno fare, la loro scienza di bosco,
di ramaglie da ardere, di castagne essiccate
di donne che si immergono, ovunque.
La loro pelle di Pacifico e Appennino
così diversa dal mio pallore,
dal gelo nordico che mi appartiene.
Siamo lingue che collidono, si aggiustano
in famiglie e quando crollano
slittano fra le creature che hanno memoria
nel mare. Insieme andiamo a caccia di immagini
di chi ci ha procreato, insieme le divoriamo
per farle solide di nuovo.
Un giorno entriamo
nella foresta fossilizzata, le nuvole
sbarcano fra i suoi legni d’alloro, soffiano
gli umori dell’esistere. Un altro giorno
loro esplorano il vulcano, io dormo
nell’arsura di zolfo del mio ventre. 

 

III

 

Torniamo sempre alle balene
alla barca turistica con una folla varia –
selfie, snack, musica piratesca, poi l’eco
grondante dell’acqua, il motore spento.
Abbiamo sete di queste parentele.
Sappiamo che i morti si svestono
negli animali, odori fra le intercapedini del reale.
Ma è la carne viva l’enigma, i neonati che succhiano
al cerchio di tutti i suoi lutti, il suo carico
di terraferma, da cui ci guardano quelli
senza più gli occhi. Le matriarche
rapprendono le ombre sul fondale.
Voltiamo le spalle, ci inchiniamo.
Rimuoviamo dal tempo gli uncini. Rivoli
di brezza e sudore. Sangue che avviene,
si affievolisce, raschia da dentro –
rombo, roccia che si frattura, poi un flutto
molle, una sosta, una striscia finale di costa.

FRANCESCA MATTEONI

 

 

 

*

a te, diventato bosco.

La voce parla dal centro
l’occhio è il fondo di uno stagno grigio
vi nuotano pesci di una specie sconosciuta.
Dice di prendere i fucili e temere gli uomini, che non andrà nel bosco
senza il freddo del coltello premuto alla gamba.
Chi lo ha ascoltato ha visto davvero
le luci della festa accese
sulla polvere antica della sala, gli invitati
sfilare come pietre di confine.
E nessun volto manca.
Io ho buttato via le pelli per voi, questo
diceva dal centro e intorno
il cerchio si allargava, spingeva le pareti.

Ma tu non sei in queste assenze, in questo
vuoto disturbato
ogni sequenza interrotta o inavvertita almeno.
E saperti dove il bosco si dirada e il tronco
ha la sua fenditura, una piega non visibile
da questo saperti mi sia concesso parlare
da lì muovere il passo verso la radura.

SILVIA ATZORI

 


 

Francesca Matteoni è poeta, scrittrice, storica e folklorista. Tra i suoi libri, la raccolta poetica Ciò che il mondo separa (Marcos y Marcos, 2021), il romanzo Tundra e Peive (nottetempo, 2023) e il saggio Il famiglio della strega (effequ, 2024). Ha curato con Cristina Babino e Laura Di Corcia la raccolta di poesie incantamenti (Vydia Editore, 2024). Interessata da sempre allo studio della questione animale e attivista per la creazione di comunità inclusive e transpecifiche, ha ideato insieme ad altri volontari il festival “Custodi della terra” che si svolge a Pistoia, nella Valle delle Buri.   

 

*

 

Silvia Atzori (1998) è nata in provincia di Varese, dove vive e lavora come insegnante di lettere. È laureata in lettere moderne presso l’Università degli studi di Milano, dove si è dedicata soprattutto allo studio della poesia italiana del secondo Novecento. È redattrice di “Medium Poesia”. Suoi testi e articoli sono comparsi su diverse riviste, testate giornalistiche e blog. Ha partecipato ad alcuni progetti legati alla scrittura poetica, tra cui la prima edizione del laboratorio La poesia si fa città, presso l’Università IULM. Nel 2023 è risultata tra i vincitori di Pordenonelegge Esordi. In poesia, ha scritto Quando tornerai sulla terra (Arcipelago Itaca, 2024). 

 


 

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