Una rubrica di Annachiara Mezzanini
Poor Things
La pallida copertina color avorio entra in scena dal basso, portata dalle mani minute di Bella. Attorno, l’azzurro del raso del suo vestito investe di luce lo sguardo, piccolo spicchio di cielo primaverile, da poco spuntato da dietro una nuvola. Il nero dei lunghi capelli avvolge tutto il resto, lasciando il corpo della giovane immobile sul ponte della nave, assorta nella lettura. La voce di lui spezzerà l’incanto, riportando i suoi occhi nel mondo reale, oltre la pagina.
Sei sempre con la testa sui libri, Bella.
Le viene rimproverato. Sul volto di lei un misto di disappunto e incomprensione; con occhi appannati, fissa quelli scuri dell’uomo che l’ha strappata dal suo piacere – intimo, privato, che nulla ha a che vedere con il sudaticcio rapporto carnale che, fino a quel momento, l’aveva interessata e legata a lui.
Sono un essere mutevole, come tutti. Almeno, questo è quello che dice Emerson. E il naso ritorna nel libro. Poi, il gesto di stizza e di sfida, il moto d’orgoglio maschile che non può aspettare e si fa ladro dell’oggetto del piacere di lei, padrone della sua attenzione, bambino capriccioso. Il libro vola via, oltre la balaustra della nave da crociera. Con un tonfo impercettibile allo spettatore, il volume di filosofia diventa un tutt’uno con l’acqua del mare. Noi siamo nascosti da uno spioncino, il nostro sguardo scruta la scena attraverso la lente rotonda di un cannocchiale posizionato al centro dei personaggi. Vediamo l’arco disegnato dal libro nell’aria, sentiamo la perplessità e il biasimo che intercorrono tra Bella e Duncan. In sala qualcuno ha avuto un sussulto. A posteriori, penso di essere stata io, nel buio che rende tutti noi un unico spettatore. Povero libro…
Ma non passa molto tempo che Bella stringe tra le mani un nuovo volume, passatole dalla vicina di posto, donna anziana, stravagante e intelligente. Il suo sorriso rosso, circondato dai bianchi e spumeggianti capelli corti, raccolti al centro della testa da un fermaglio di piume nere, restituirà a Bella il suo diritto alla lettura, il suo sguardo, il suo libero pensiero, la sua voglia di conoscere e scoprirsi. Non sarà di certo un uomo a dirle cosa potrà o non potrà leggere. Non sarà di certo lui a impedirle di mutare e cambiare, scoprendosi ogni giorno la versione migliore di sé stessa.
Uscita dal cinema, gli occhi ancora pieni delle immagini appena rubate, il rapporto tra il libro e l’indipendenza della donna protagonista mi rimane appiccicato addosso. Non riesco a distogliere il mio pensiero dalla scena finale e da tutte le precedenti che hanno racchiuso un libro tra i loro frame colorati. Oltrepasso l’atrio del Lux con il suo soffitto geometrico bianco e mi lascio alle spalle la porta in legno e vetro, ultimo approdo materiale che mi separa dal cosmo oltre la pellicola. Superata la soglia, il marmo di Galleria San Federico mi restituisce luci e voci dal mondo, immagini molto simili a quelle appena viste. La miseria della realtà, la disparità tra il dentro e il fuori, mi appaiono vividi e crudi, esattamente come successe a Bella sul precipizio di Alessandria. Cerco di non calpestare la mano di un uomo sdraiato a terra, intimorita dal suo dolore. Alzato lo sguardo, lo sfarzo art-decò del corso invade le pupille, provocando in me un contrasto scottante. Poi, la strada finisce, insieme alla moltitudine delle sue vetrine ormai spente, e comincia la piazza, il suo abbraccio di portici che si allunga fino al punto di fuga dello sguardo, in mezzo alle due gemelle barocche. Nonostante Torino, i miei occhi sono ancora dentro ai libri di Bella Baxter.
Lei è un esperimento, un involucro recuperato dall’acqua e dalla morte. Il suo cervello è quello di un’infante, ancora acerba per capire le cose, ma sorprendentemente precoce e propensa allo sviluppo. Mente e corpo non crescono insieme, anche se i suoi capelli aumentano di un paio di centimetri al giorno e il suo vocabolario si gonfia dopo ogni gioco ed errore. Bella è una bambina nascosta tra la carne di un’adulta. Ma, in fondo, non mi sono sentita anche io così quando, a dieci anni, venivo già scambiata per la maestra in gita scolastica? Le forme, i peli, l’altezza, l’attitudine mi hanno sempre tradita, palesandomi agli occhi degli altri come un qualcosa che ancora non ero. Tra la fine delle elementari e l’inizio delle medie, allora, mi sono andata a cercare il modo per riscoprirmi, per togliermi di dosso un giudizio che non capivo fino infondo, per riappropriarmi di un corpo che mentiva sulla mia età. Così, ho cominciato a leggere, fuggendo prima nei mondi di fantasia e, poi, in quelli dei grandi classici mitologici, scoprendo gli angeli caduti, i viaggi nel tempo, i vampiri e, ancora, Circe Cassandra, Arianna e Medusa. Tra quelle pagine avevo finalmente la forma che volevo e che aderiva perfettamente a chi ero. Cercavo me stessa allo stesso modo di Bella. Forse è per questo che non sono riuscita a tornare fuori dallo schermo, anche quando Torino si era allontanata alle mie spalle e, come lei, quei giorni di festa. Qualcosa in me ricercava quei personaggi: i capelli lunghi fino ai fianchi c’erano, la sete di conoscenza pure, così come i libri – ovunque. Di fronte a quella pellicola io ero tornata la ragazzina di un tempo, che si immedesimava troppo nei libri e nei film che divorava la sera, dopo scuola, o in estate sul divano della sala.
Ormai anche io donna, consapevole che il mio corpo e la mia mente si sono ritrovati, infine, sullo stesso asse, ho visto in lei un barlume di me. Una parte piccola piccola tenuta nascosta e, ora, emersa dalla carne matura. Dietro quei vestiti stravaganti, sotto a quella chioma folta, dentro alle parole di quei libri sempre tenuti in mano (da anni, non esco di casa senza un volume mezzo sgualcito nella borsa, che cambia di settimana in settimana, ricoprendo però lo stesso ruolo ogni volta) c’ero io: la bambina cresciuta dentro a un corpo fuori taglia, strappato qua e là da rosse smagliature ormai sbiadite. Che gioia, però, aver vissuto tutte quelle vite.
Consapevole e finalmente a casa, Bella siede al sole, nel suo giardino ritrovato, in mezzo alle sue creature – contemporanea Circe – aspettando non più un uomo, non più l’avventura. Con un nuovo libro sulle ginocchia, nero come il suo manto, sorseggia serena un liquido ambrato dal cristallo, sorridendo alle compagne.
Effettivamente, come biasimarla.


