A cura di Annachiara Mezzanini
Il manifesto
Che impatto hanno i film sullo spettatore? Quali dettagli più nascosti e camuffati vengono, in verità, colti immediatamente dal nostro sguardo? Cosa ci incuriosisce davvero?
Le pubblicità subliminali, i disegni erotici nascosti tra i frame dei cartoni animati, le scritte oltraggiose o quelle di propaganda. Un mucchio di informazioni ci sono state gettate addosso, inghiottite dalle nostre ciglia tra un battito e l’altro, e si sono insinuate in noi. Anche a me è capitato, lo ammetto, ma ero io che lo volevo. Socchiudevo gli occhi, in uno spasmo della vista, e cercavo con attenzione coste di libri, pagine casualmente lasciate aperte su un tavolino, copertine che mi ispirassero.
Quante volte ci è capitato di vedere un libro nelle mani di un attore? Quante volte io ho scelto di leggere un libro proprio perché se ne parlava in un film? Quanti libri sono apparsi nelle pellicole che hanno segnato la nostra infanzia, adolescenza, giovinezza? Ripenso alla me bambina e alla mia libreria. Mi rispondo che io ho iniziato a leggere grazie a certi personaggi osservarti al cinema, quelli che mi assomigliavano tanto. Se avessi aperto gli stessi libri, forse avrei capito prima — una pagina alla volta — chi stavo diventando.
E il vizio si ripete. Ritorna o, più semplicemente, non se n’è mai andato, si è solo trasformato e calcificato dentro ai miei occhi.
Lascio il libro che ho appena terminato, non prima di averlo annusato un’altra volta, e accolgo lo sconforto delle domande che mi si accavallano nella mente. È già da un po’ di tempo che mi capita: paragonarmi allo scrittore che ho appena letto; confrontare i suoi successi, ottenuti quando aveva la mia età di adesso.
Non faccio in tempo a finire il pensiero, che il mio corpo è già in movimento. Serve nuova ispirazione; voglio lasciarmi consigliare un nuovo libro. Così, esco e non infilo nella borsa nessun altro testo da iniziare, nessun nuovo compagno mai toccato dai miei occhi. Rimango vulnerabile, senza copertina appresso. Solo la solita penna a sfera e il taccuino blu.
Il cinema non è vicino a casa, devo prendere la macchina, ma lo faccio volentieri, il suo nome è un ricordo prezioso che si accavalla a mille altri momenti vissuti nel quartiere. Arrivata, parcheggio al solito posto e proseguo a piedi. La scritta rossa al neon cinema Fiume si intravede oltre il cancello chiuso, dietro alle fronde ancora spoglie degli oleandri. Più sotto campeggia azzurra la precisazione all’aperto. Di lato, i cartelloni che pubblicizzano i film nelle sale. Scelgo un film iraniano e le motivazioni non servono nemmeno. Giro l’angolo e mi allontano: siamo in inverno, la sala esterna serve solo ad attirare lo sguardo di chi passa con la macchina. Entro nel cinema vero e proprio: l’odore di tenda, non saprei come altro definirlo, mi assale e rassicura.
Vado a sedermi in fondo nel blocco di destra, decentrata. Mi abbandono in una delle sedute strette in stoffa verde, le stesse da quando il cinema-teatro ha avuto un restauro negli anni Novanta. Queste poltrone mi hanno vista crescere. Le luci si abbassano e io mi abituo del tutto all’odore di polvere.
Dopo un tempo che non saprei misurare, arriva una scena saliente e le mie sinapsi si attivano in un brivido di piacere: eccoli. Il personaggio confessa a un amico le sue intenzioni, l’azione sta per compiersi sotto ai nostri occhi. La cosa che mi colpisce di più, però, è che il luogo all’interno del quale la decisione che manderà avanti il film sta per essere presa. Una libreria. Il personaggio, uno dei protagonisti, si confessa in mezzo ai libri. Alle sue spalle si apre una scaffalatura nera, resa colorata dai volumi che contiene, che tocca il soffitto e ricade sul pavimento. Socchiudo gli occhi in cerca di un autore noto o di un’immagine familiare. Questo dettaglio mi cattura e smetto di seguire, per un attimo, la trama. Vorrei essere lì e toccare quelle copertine, interpretando una lingua diversa dalla mia e che così tanto mi affascina. Chissà se, tra quelli, c’è il prossimo libro che leggerò.
Come in altre mille occasioni, penso alla pagina stampata e al suo contenuto. Solo il pensiero di poter sfiorare un libro mi trasporta, in un batter d’occhio, in un’altra dimensione, quella della storia. Cerco titoli da una vita: nelle mani degli attori che si agitano al cinema, tra le braccia degli sconosciuti per strada, sotto le palpebre calate dei bagnanti stesi sulla battigia, in estate. Cerco me stessa nei libri, da una vita. Forse è questo il mio obiettivo.
Un libro che genera un film, un libro che accompagna un protagonista, un libro appoggiato su un comodino, lì per caso o forse no. Un dettaglio minimo, quasi invisibile, che però regge una scena intera e ci increspa le labbra in una domanda. Che libro sta leggendo? La terza stagione de La Melassa nasce da qui. Da quei dettagli minimi, da quei tagli tra un frame e l’altro in cui un libro compare quasi senza farsi notare. Un’apparizione breve, ma sufficiente a lasciare una traccia. Perché, almeno per noi, non è mai stata una semplice coincidenza.

In copertina: Un frammento del film Un semplice incidente di Jafar Pahani (2025) in versione melassa

