Il corpo non mente, ma ha la subdola possibilità di tradire chi lo abita. Ogni Io si perde in un’arena che è il grande, misterioso, ventre di ogni Tu.
Di Federico Dilirio
Uno spostamento dello spazio sopra di me. La tua mano che scende. Piena di rughe, assorbe l’acido urico delle mie ghiandole. Le lenzuola costringono i miei piedi a cercarsi uno spazio per esistere. Il tuo capezzolo duro, appuntito – una ventosa – striscia contro le labbra, mi apre la bocca. È latte quello che arriva sbattendo sulla lingua. O sangue. Densità astrusa nella gola. Scende: esofago, stomaco, poi. Tutto questo non mi nutre. Faccio uscire le braccia da sotto le coperte che in questi mesi sono state la mia cella. Trovo le tue gambe. Le dita della mano stringono il quadricipite: muscolo duro, da atleta. Con i polpastrelli passo al setaccio le ore passate in palestra, tutti gli allenamenti. Chissà se ci sono altri esseri viventi che si accorgono della sua perfezione, della sua compattezza. Mi sono definito un essere vivente: questo è positivo, credo. Il tessuto che ti avvolge è elastico, riconosco i pigmenti mentre scivolo incurante verso il tuo sesso. Quando ci appoggio il palmo non fai una piega. Il tuo corpo è svuotato da ogni pretesa di volontà, di libero arbitrio. O forse no, forse è la tua volontà a tenerti così, ferma come una pianta. Non ero sicuro di trovarci un sesso femminile, confesso. Posso tastare la piattezza esasperata del tuo monte di Venere, che mi raffredda, quasi ce ne fosse bisogno. Scivolo sotto e qui – invece – le tue labbra sono gonfie, volgari, maleducate. Fantasie malate le mie, non c’è nulla di tutto ciò. Levo la mano, vergognandomi del mio gesto, o del non aver avuto il coraggio di andare fino in fondo. Di non averne più voglia. Non succede nulla: il battito non accelera, il respiro non cambia, il mio sesso resta immobile chissà dove, forse accartocciato in mezzo alle olive. La tua presenza non è più al mio fianco. Avverto il vuoto attorno a me. Rimetto le braccia sotto le coperte, il cuscino mi sorregge la testa sbilenco, domani avrò male al collo, ma sono sempre troppo stanco per mettermi seduto a sprimacciare cuscini senza avere la certezza che la nuova posizione sarà meglio della vecchia. Le palpebre pesanti, la lingua gonfia, piccole spine attraversano le gengive, come se avessi delle zanzare nella bocca.
Quando mi risveglio c’è movimento, qualcuno mi torce la faccia, ma non sei tu, questa è una mano più delicata, ma non è interessata a me, non come lo sei tu. Tolgono le coperte, le lenzuola. Il freddo mi rotola addosso, dal collo fino ai piedi. Prende possesso di me. Sono la sua pista d’atterraggio. Non bastano tutte le mani che mi tastano, mi tirano, mi stringono. Nessuno che abbia cura dei miei capelli – pensiero assurdo che mi coglie quando mi sollevano la testa e ci ficcano sotto un altro cuscino. Realizzo che sono cresciuti, lunghi come non li avevo da almeno trent’anni. Un velo di sudore stantio tra la chioma e il collo: il clima artico della stanza mi bloccherà per sempre la cervicale. Mi rinfilano sotto lenzuola dure, lavate di fresco, senza ammorbidente, questo è chiaro. Il ritmo ansiogeno delle mani sul mio derma cessa, le presenze nella stanza scemano, posso percepire con la schiena appoggiata su questo materasso – ahimè non abbastanza duro – che il loro peso sta abbandonando il pavimento. Sono di nuovo solo. Mi addormento seguendo una lacrima scendere dall’orbita vuota. Nonostante io cerchi non trovo tristezza. Credo sia il corpo a piangere, non io, di certo non io.
La tua mano mi sveglia. Forse dovrei dire il tuo artiglio, stretto sui peli del petto. Una specie di energia calda. Con le unghie graffi la pelle fino all’ombelico, fino al mio ventre molle, come quello di uno squalo. Lo sai vero che l’Australia è l’unico luogo al mondo dove squali e coccodrilli condividono lo stesso habitat? Quando si incontrano ha la meglio chi ferisce per primo il ventre dell’avversario. Tu sei lo squalo o il coccodrillo? E io? La tua mano è ferma sulla pancia, la palpa, la schiaccia, sento dei movimenti nel mio corpo e ho paura che fra poco uscirà dell’aria e te ne andrai schifata. Scosti le lenzuola, prendi pezzi di grasso, li tiri, li storti. Usi entrambe le mani, come se volessi staccarmi l’addome. Inarco la schiena, le vertebre dorsali si distendono. Un piacere sottile. Metti una mano sotto la mia schiena, l’altra sotto le gambe, mi sollevi. Il tuo petto prorompente contro la mia spalla sinistra. Mi adagi a terra e il gelo del pavimento mi dà una scossa elettrica, mi vivifica. Mi appoggi un piede in faccia, è duro come pietra lavica. Il tallone mi ferisce il volto. Mi sbatti la testa a destra e a sinistra e da ogni parte le mie vertebre cervicali scricchiolano, le posso percepire da dentro: si allungano, lasciano fuoriuscire tutta la tensione, tutto l’immobilità accumulata. Poi il tuo piede si sposta e so già cosa vuole fare. E quando arriva il tocco mi rende consapevole della sua durezza. E forse l’unica parte viva di me. Mi cadono in faccia i tuoi vestiti, o parte di essi, ti metti sopra e mi afferri andando su e giù con la mano. Sento che lo stringi imperiosa, ma lui si fa ancora più tracotante. Forse pensava che le sue funzioni vitali fossero concluse, si gode questo ultimo attimo di gloria inscenando una presenza ancestrale. Così mentre lo sbatti dentro, sento la ricrescita dei tuoi peli lacerare i lati dell’asta, credo che tu l’abbia fatto apposta, probabilmente sto sanguinando. Gocce di plasma si mischiano ad altri liquidi, lubrificano le pareti, qualora ce ne fosse bisogno. Alterni un movimento verticale a delle specie di ellissi, usando il mio corpo per grondare, incurante di ciò che potrebbe piacermi. Non duri molto, mi appoggi le mani sulle spalle, dai dei colpi feroci; subisco un nuovo fluire. Crolli. La tua fronte sbatte contro la mia faccia. Sento qualche dente partire, probabilmente mi hai deviato il setto nasale. Il respiro bollente, briciole di sudore, schizzi di saliva, il tuo corpo grande e grosso, i capelli densi e ricci, il tuo mento aguzzo con un filo di barba appuntita, come i tuoi peli.
Il giorno dopo c’è andirivieni da queste parti, lo colgo dal movimento dell’aria che mi sbatte addosso. Presenze diverse si alternano freneticamente. Perché tutta questa fretta? Di certo io non mi muovo, prendetevela comoda.
Non comprendono che il loro camminare e fermarsi, sostare in un punto dondolando il peso da una gamba all’altra, posso captarlo con l’epidermide distesa su questa specie di copriletto, su questa specie di flaccido materasso. Mi spostano, sento le mani, o dovrei dire i guanti: appiccicosi, intrusivi. Mi ispezionano, mi aprono, mi spalancano. Poi mi pungono, poi utilizzano qualcosa di spugnoso – credo mi stiano frizionando –, infine tutto si sposta sulle gambe. È un metallo affilato che si appoggia all’altezza del ginocchio, credo che mi abbiano appena applicato un’incisione, o qualcosa di simile, non sono un esperto. Prima a sinistra, poi a destra. Se devo essere sincero quella di destra mi sembra sia stata fatta da una mano diversa, ancora meno esperta. Quello che mi appare chiaro è la titubanza che guida i protagonisti. Dopo c’è una pausa, poi a sinistra riprendono i lavori. È un seghetto ad appoggiarsi nel punto dove è stato aperto il solco e che comincia a muoversi avanti e indietro? È un solletico rude che da quella parte si sposta verso l’alto, fino alla testa o al collo, se preferisci. Sta andando fino in fondo, ogni tanto delle gocce di sudore cadono vicino al punto dove il professionista – perdona l’ironia – sta operando. Non credo che il sudore renda più facile il compito. Poi smette. Di nuovo una pausa. Di nuovo vibrano dei passi che muovono impercettibilmente il letto. La pressione di piedi estranei sul pavimento si trasferisce alla base del collo. Ricominciano a segare, a destra: è un’altra mano, questa fa più fatica. Non hanno avuto una grande idea, perché la gamba destra è più spessa, muscolosa, si fa per dire. Questa ci mette più tempo, la tecnica è desueta. Uno scatto in avanti, quando affonda, e tanta fatica fatta di microscatti, quando recede. La mente si stacca e con il dorso della mano indago la stanza. Intercetto il calore dei fiati di quanti stanno assistendo, sbattono sul metacarpo. Posso fare un elenco, analizzando con le falangi la qualità dei loro respiri. C’è una persona di mezza età, è la più vecchia del gruppo, formato da cinque elementi, sei contando quello che sta lavorando alla gamba destra. Dopo un tempo che non so calcolare ha finito, o forse – come è più probabile – non ce la fa più. Sono tutti fermi, ad osservare il “lavoro”. Non sono in grado di comprendere se li soddisfi, è più l’istinto a dirmi che il risultato a quanto pare non conta, era una questione di pratica. Il “vecchio” si allontana, seguito dagli altri. Hanno preso qualcosa prima di andarsene, forse delle coperte, forse gli attrezzi.
Sei tornata, i tuoi denti mi mordono il collo. Nudo, mi hai spogliato quando ero addormentato. Leggero, come se avessi più caldo. La tua bocca mi indaga, non c’è niente di sensuale in quello che fai. Distante. Ogni morso è un attimo di levità, mi spinge in alto, mi assolve: da cosa non so. Ti cola materia dalla bocca: glaciale, vischiosa. La sento scivolare sullo sterno. Finisce nell’ombelico, sulle lenzuola, per terra. Non mi mordi sotto le rotule, capisco: non c’è più nulla sotto di esse. Mi strappi il resto, lo sputi. Il tuo corpo spinge la mia carcassa, le oscillazioni del mio grasso, le ossa che cadono, rimbalzano, si polverizzano. Riprendi a rossicchiarmi la carotide, dopo avermi strappato la lingua con gli incisivi – non pensavo ci avresti messo tanto – in un bacio d’addio. Mi sento prendere dalle tempie, tirare le orecchie, finalmente mi stacco. Mi dai un ultimo assaggio, la tua lingua, gorgheggiante e ruvida, su tutto il viso – sui peli della mia barba incespica e succhia – e poi finalmente mi scaraventi. Nel volo mi inondo di tutta la distanza che intercorre tra il mio letto e il soffitto, arrivo quasi a toccarlo, lo spazio che si riduce, ma è un attimo, poi precipito. È una festa questa pazza discesa, i capelli si scollano, la nuca respira.
Sono ognuno dei pezzi di cranio e cervello, sono il pavimento marmoreo e ligneo.
Comincio a strisciare, voglio i tuoi piedi.
Federico Dilirio diplomato – nel triassico – alla Scuola del Teatro Stabile di Torino, diretta da Luca Ronconi, è poi apparso in diversi spot pubblicitari e nell’episodio 3 di una fortunatissima miniserie televisiva. I suoi racconti, invece, sono sbucati qua e là su alcune riviste letterarie, tra le quali Blam!, Poetarum Silva, Spaghetti Writers e Topsy Kretts. Il suo A debita distanza dalla pattumiera ha ricevuto una menzione al premio inedito-colline.
In copertina: Chambre secrète sans serrure, Toyen

