In un mondo che ha imparato a convivere con l’inspiegabile, qualcuno sceglie di portarlo a pranzo. Incontreremo una presenza che non parla, non serve a nulla e osserva con ostinazione, e un uomo che decide di farsene carico fino a confonderne i confini.
Tra body horror domestico, quotidianità familiare e una strana forma di allevamento affettivo, questo è il racconto weird di oggi.
Di Matteo Castello
Mi guarda e sembra chiedermi cosa ci faccio qui?
Ha l’espressione scossa, il suo didietro poggia malfermo sulla sedia troppo piccola. Sta scomodo, ma quello che lo preoccupa non è la postura, è il contesto a lui estraneo, anche un po’ ostile, forse. Mio cognato lo scruta senza riuscire a trattenere una smorfia mentre inforca un cetriolino con la forchetta. Ha negli occhi un disgusto manifesto.
“Perché l’hai portato qui, questo coso?”
“È proprio fissato, non è la prima volta che ci fa questo tipo di sorprese… Al compleanno di papà potevi anche evitare però”. Mia sorella parla senza nemmeno alzare gli occhi dal piatto, come se stesse rivolgendosi direttamente alla fetta di torta salata sepolta sotto uno strato di fonduta giallastra. Papà fissa il vuoto con la bocca semichiusa seguendo, o così mi sembra, una mosca che svolazza attorno al suo bicchiere.
Li trovo sempre nei luoghi più insoliti. Questo stava accovacciato sotto a un filare, nel vigneto vicino a casa mia. Mangiava i grappoli d’uva raggrinziti abbandonati a terra dopo la vendemmia. Sopra la vigna passa il sentiero che si snoda dalle ultime case della collina e si addentra in un fitto bosco di castagni. Lo percorro spesso, soprattutto d’autunno, quando le foglie si colorano e con un po’ di fortuna si può scovare una salamandra mimetizzata tra le ramaglie. D’inverno è tutto più cupo e spoglio, ma nelle belle giornate di sole vale comunque la pena infilarsi tra gli alberi, anche quando si gela e il terreno calpestato scricchiola sotto alle suole e il fiato si condensa ad ogni respiro.
“Guarda che non è buona quella roba lì”, ho urlato alla cosa.
Ha emesso un grugnito interdetto, continuando a macerare acini appassiti tra le fauci. Chissà da quanto è qui, e chissà quante persone sono passate senza nemmeno degnarlo di un’attenzione. Sono quasi come noi, per certi versi. Gambe, braccia, una faccia con naso, bocca, occhi, orecchie. Le proporzioni però sono tutte sfasate. Alcuni sono piccoli col testone grande, altri hanno gambe lunghe e sottili che reggono un tronco schiacciato. Questo ha il collo del tutto infossato nella cassa toracica e due braccia corte e tozze. Il colore invece è uniforme: sono grigiastri, con chiazze gialline sparse qua e là. Non un granché da vedere ma, come dico sempre, nessuno è perfetto.
Ho staccato un grappolo ancora decente da una pianta e ho iniziato ad attirare la creatura spaurita verso casa mia, acino per acino. Non sono così furbi. Nessuno capisce perché abbiano iniziato a comparire sulla terra, qualche anno fa. All’inizio la reazione fu scomposta. Paura delle malattie, di piani di prossima invasione del pianeta, di aggressività degli esemplari che si materializzavano a macchia di leopardo, sempre da soli. Dopo l’iniziale allarme fu la volta della quarantena. Sono stato due mesi chiuso in casa uscendo il meno possibile, come tutti peraltro. Fuori dalla finestra, di tanto in tanto, una camionetta militare solcava l’aria a grande velocità, segno che ne avevano preso uno. Li prelevavano per studiarli, ecco tutto. Dopo un po’ le cose si sono calmate, e l’emergenza è rientrata così come era esplosa. I notiziari hanno cominciato a parlare sempre meno del problema, i report scientifici si sono diradati fino a scomparire, e come per un patto non scritto abbiamo iniziato a convivere con questi ospiti inattesi. Devono aver capito, dio solo sa come, che si trattava di esseri completamente innocui. Non solo: sono anche inutili, o così pensavo. Parlano poco, non reagiscono troppo agli stimoli, passano il loro tempo distesi per terra a sbocconcellare robaccia finché non si consumano e muoiono senza farne una tragedia. Non danno fastidio a nessuno, se non fosse per il loro aspetto sgradevole.
Io però sono sempre stato curioso. Così ho iniziato a collezionarli, come direbbe mia sorella. Il primo l’ho caricato nel pick-up convincendolo a salire sul cassone a forza di crocchette per gatti. È durato sì e no una settimana, ma in quell’arco di tempo ho notato delle piccole variazioni nel comportamento. L’aria spaurita si è come assorbita per lasciare spazio a una piatta presenza senza pretese. E poi quella cosa ha iniziato a guardarmi. Continuamente. Non con curiosità. Con attenzione, direi. Da quel momento in poi ne ho sempre raccolti in giro, appena si presentava la possibilità.
Anche ora, dopo l’iniziale spavento (è sempre difficile farli abituare a un cambiamento di ambiente), questa cosa è tornata a fissarmi placida mentre i parenti le lanciano occhiate infastidite. Mia sorella ha finito la torta salata, mia mamma si è alzata per prendere qualcosa in forno. Mio papà continua a fissare lo stesso punto a bocca aperta, anche se la mosca è sparita.“Posso dare l’ultima fetta a lui?”, dico bucando il silenzio.
Mio zio, il fratello di papà, si scuote in un risolino passivo-aggressivo.
“Ma sì, come no, fai pure”, sbotta mia sorella con voce stridula.
Quando in effetti inforco la fettina molliccia lei sgrana gli occhi e mi afferra per un braccio.
“Ma sei fuori? Davvero vuoi dare la torta di mamma a quella… cosa, che nutri a crocchette e schifezze?”. Con un rapido gesto lancia letteralmente la fetta di torta salata agli spinaci a mio nipote, che ci si avventa nonostante alla sua età sarebbe bene essere un poco più magri, più attivi, fare qualche sport e avere un gruppo di amici.
“Fanno bene gli spinaci ai ragazzi che devono crescere”, fa’ mio cognato che con un dito sta pulendo dal piatto di mia sorella gli ultimi residui di fonduta.
“Davvero non ti capisco”, incalza lei.
“Cosa non capisci?”
“Nessuno lo fa.”
“Non è vero,” dico, “c’è una community di persone che se li tiene a casa come me e condivide i… risultati”.
“E quali sarebbero i risultati?” chiede lo zio.
È difficile dire quali siano i risultati, in effetti. “Beh, sapete, lui mi guarda. E gli ultimi che ho tenuto si sono spostati un paio di volte, si sono avvicinati a me quando ero troppo lontano”.
“Mi mette i brividi questa cosa” fa mia sorella. “E poi… muoiono, no? Mioddio. Quanti ne hai già tenuti in casa?”
“Questo è il quinto. E sì, non durano più di due settimane di solito. Questo qui voglio farlo arrivare alla fine del mese, sarebbe un record.” Ogni parola mi costa una grande fatica. Articolo le frasi in modo impastato e meccanico. Fosse per me non parlerei proprio. A casa mia infatti non parlo. Non ho niente da dire, preferisco osservare, monitorare la creatura, anche perché chissà quanto passerà prima che ne trovi un’altra, dopo la sua certa morte.
“Speriamo che ci arrivi tu alla fine del mese” fa mia sorella mentre tutti ormai seguono con morbosa attenzione la conversazione, nonostante mamma abbia posato una teglia di lasagne fumanti in tavola, servendo per ora solo mio nipote, che tanto di quello che diciamo non ci capisce niente.
“Cosa intendi?”, faccio distratto, rivolto alla mia creatura che ora sembra del tutto a suo agio.
“Intendo che sei magro. Non vedi nessuno. Da quanto non stai con una donna?”
La mamma mi chiede il piatto, glielo porgo. Me lo restituisce con una bella fetta di lasagna filante. La guardo e scopro di non avere tutta questa fame.
“Cosa vuol dire, è un periodo. E poi esco con gli amici” rispondo, tagliuzzando la mia fetta in piccoli pezzi. “Hai quasi cinquant’anni” sussurra mia sorella avvolta dal vapore proveniente dal piatto appena riempito da mamma.
Quello che voglio è far assaggiare la mia lasagna alla creatura. Non sono interessato a replicare alla provocazione della mia giovanissima sorella di quarantadue anni, che invece di una creatura ha un figlio sovrappeso e un marito che probabilmente non la racconta giusta sulle sue giornate passate lontano da casa. Ho quasi cinquant’anni, e allora? Passeggio, ho i miei interessi e sono un collezionista. Prendo due o tre forchettate e le faccio cadere nella ciotolina della cosa. Il silenzio si fa ancora più fitto, se non fosse per mio zio che scuote la testa emettendo uno sbuffo. In un attimo i pezzetti sono spariti, e sento un personale senso di benessere, di appagamento, come se li avessi mangiati io.
“Sai caro,” dice mia mamma, “forse ti servirebbe una vacanza. Tanto qui possiamo anche stare senza di te per una settimana o due, tuo papà non dà troppo da fare, e poi c’è la signora che viene il lunedì e il venerdì a cui possiamo chiedere di fare un giorno in più. Anche perché…”
“Anche perché cosa?” rispondo distratto. Alla mamma si risponde sempre.
“Perché sei diventato tutto… tutto smunto. Anzi, grigio, ecco. La tua pelle sta diventando sempre più grigina. Hai bisogno di sole”.
L’ho notato anche io. Dapprima era solo pallore, ma è vero, sto molto in casa, fatta eccezione per le passeggiate di raccolta. Nelle ultime settimane, invece, la pelle si è fatta proprio color cenere, assumendo tratti più scuri dove gli zigomi formano dei ripieghi, degli incavi che una volta mi squadravano il viso in modo molto virile e piacevano tanto a lei. Una cosa, però, loro non la sanno ancora. Tra l’inguine e il fianco, e anche sotto le ascelle, e da ieri sopra un capezzolo, hanno iniziato a distinguersi delle piccole, impercettibili chiazze giallastre, come dei piccoli lividi. Chissà come evolveranno.
Prendo ancora una forchettata di lasagna e la passo alla mia creatura, che mi guarda fissa negli occhi e sembra, come dire, compiaciuta, soddisfatta.
Sì, secondo me questa arriverà senza problemi alla fine del mese.
Matteo Castello nasce ad Aosta nel 1987, dove lavora e, soprattutto, vive. Qui coltiva una familiare e amatoriale frequentazione della montagna, oltre a dedicarsi alle passioni per la musica, il cinema, la lettura e la scrittura. Nel 2021 pubblica il romanzo “Aosta City Blues”, che si ostina a considerare un’opera ancora incompiuta. Dal 2012 cura il suo blog personale addendablog.com, dove raccoglie racconti brevi e scritti musicali.
In copertina: Veduta non veduta

