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Speciale Premio Strega Poesia – Intervista a Marilena Renda

Rubrica a cura di Annachiara Atzei

“se dite la mia storia
non trascurate la violenza
che non è stata raccontata
ma che pure c’è stata.”

(Marilena Renda, Cinema Persefone)

 

La poesia è folgorazione. Dice senza dire, ponendo continue domande e omettendo definizioni nette. In Cinema Persefone (Arcipelago Itaca) – in cinquina al Premio Strega Poesia 2025 – Marilena Renda rilegge il mito di Persefone e Ade per raccontare una storia personale e collettiva: una storia taciuta troppo a lungo, in cui amore e non amore, bene e male, luce e buio sono indistinguibili e tanto più veri laddove non ne percepiamo del tutto i confini. La presa di parola è un lungo percorso per l’autrice siciliana, che in questa raccolta trova la giusta metafora per riflettere sui rapporti personali, sul sentimento amoroso e sul tempo che passa portando spesso con sé la dimenticanza e l’oblio.

Inventare un’origine è uno dei gesti letterari per eccellenza. In Cinema Persefone, la tua operazione è stata quella di riscoperta e di rilettura del mito: un modo di trovare una ragione prima alle azioni umane. È così?

Si, è così. Il mio lavoro parte senz’altro da due libri importanti: Averno, di Louise Glück, e Il sogno e il mondo infero, di James Hillman, lettura che per me è stata illuminante perché, proprio attraverso il mito, racconta la questione dell’origine in maniera perfetta. La figura di Ade, di cui anche Hillman parla, mi affascina perché non solo è il dio degli Inferi ma è anche la divinità delle messi, della terra. Nel mito, dice Hillman, senza il principio generatore non c’è principio di distruzione: la rinascita e la rovina coesistono e sono essenziali. Cinema Persefone, ovviamente, nasce anche da un’idea che è sorta naturalmente in me e che, in seguito, ho approfondito leggendo altri materiali sull’argomento. L’occasione di scrittura è stata il Covid, per molti un momento di ibernazione e poi ritorno alla vita. Questa circostanza ha avuto un impatto violento su di me, come se si tornasse a vivere dopo l’annientamento. Probabilmente, ho trovato la metafora che ritenevo adatta a raccontare ciò che ho vissuto nel periodo immediatamente successivo alla clausura, che per me è stato di totale sconvolgimento e, anche, di ritorno alla vita: quella sensazione che si prova sempre dopo una grande crisi, l’esistenza che torna a scorrere, ma in maniera diversa, come se nel frattempo avessimo imparato qualcosa di fondamentale.

Oltre al mito, alle letture e all’esperienza individuale, qual è l’altro materiale con cui costruisci la tua poesia?

In Cinema Persefone c’è l’idea che l’amore sia un gioco a perdere. È una riflessione sui rapporti personali, sul sentimento amoroso, sulle figure genitoriali, sul tempo che passa, sulle crisi appunto. Per me, che ho sempre temuto di affrontare dei contenuti personali in maniera troppo diretta, è una novità assoluta, ma una novità di cui sono molto contenta, come se finalmente avessi trovato l’energia e la capacità necessarie a entrare in un territorio nuovo, e allo stesso tempo come se avessi preso coraggio nello scrivere. I nostri contenuti psichici emergono periodicamente, vengono a galla e, nel mio caso, hanno trovato espressione attraverso i concetti nei quali si sono condensati. Nel caso di questa raccolta, Persefone è appunto un simbolo, un pretesto, ma questo meccanismo era accaduto anche coi miei libri precedenti: per esempio, in Ruggine, il terremoto diventa una metafora che racconta lo sfacelo della vita delle famiglie e della comunità da cui provengo e che poi si fa storia collettiva, esprime cioè il sommovimento in cui tutti noi viviamo. Anche in Fuoco negli occhi, che parla della Sicilia, utilizzo la metafora delle madri per raccontare il rapporto tormentato tra madre e figlia e con la terra di origine.

Nel libro, i personaggi della mitologia funzionano come proiezioni, come occasione su cui innestare una riflessione su temi per te cruciali. Quali sono i principali?

In Averno, Persefone subisce la volontà altrui ed è descritta come se non avesse dei desideri o una storia, perché è così che viene raccontata nel mito classico: non sappiamo cosa pensi o cosa voglia, il rapimento non ha neppure un vero sviluppo narrativo. Nel mio caso, ho sentito proprio la necessità di dare una storia a Persefone. In un verso dico: “se dite la mia storia/ non trascurate la violenza/ che non è stata raccontata/ ma che pure c’è stata”: mi sono accorta a posteriori che mi piaceva l’idea di raccontare una violenza nei rapporti con gli altri che nel mito è estromessa dalla versione ufficiale. È una parabola, per me, personale così come lo è di altre donne: una violenza – specie per le donne del Sud Italia – mai riconosciuta né accettata. Ho voluto riappropriarmi di questa storia per metterla finalmente nero su bianco. In questo, ho cercato di non avere un atteggiamento volontaristico, ma ho fatto in modo che il dire fluisse, affidandomi e sorprendendomi della forma che prendeva la mia scrittura, come una necessità naturale. A fine stesura, mi sono resa conto che sono venute a galla delle cose sepolte da tempo in me. Credo che la presa di parola, infatti, non sia mai automatica, soprattutto per le donne, ma sia l’esito di un lavoro di conoscenza di sé e delle cose che ci circondano. I miei sentimenti sono esplosi attraverso la poesia senza che mi preoccupassi di quale sarebbe stato l’effetto dei miei versi sul lettore.

In particolare, qui, partendo dalla vicenda di Persefone, rapita e contesa, tracci la figura di una donna che subisce la volontà altrui in nome di un sentimento che, contaminato dall’egoismo e dalla competizione, smette drammaticamente di somigliare all’amore. È possibile, in letteratura, tracciare un confine tra amore e non amore, tra bene e male?

In letteratura, non deve esserci necessariamente una linea di separazione – che però deve apparirci nella vita reale, nella quale dobbiamo capire cosa siamo disposti ad accettare e cosa no. Penso, ad esempio, alla vicenda di Sylvia Plath e Ted Hughes, che ho studiato per anni: nella loro relazione, il confine tra amore e non amore, vittima e carnefice, luce e buio è sempre indicibile, ambiguo. Se togliamo l’ambiguità, resta unicamente un tentativo di spiegazione che non ha interesse per chi legge. Anche in Cinema Persefone è come se si incontrassero i lati oscuri di entrambi i protagonisti: questo fa venire alla luce aspetti positivi e negativi di una storia, che, in questo caso, è una storia d’amore. L’amore ti mette in pericolo, ti rende fragile ed esposto. Accetti il rischio di essere toccato dall’altro, e quindi di essere ferito. L’amore ti espone all’oscurità. L’amore, come la poesia, significa accettare il rischio.

A questo proposito, esiste una sorta di missione della poesia nel tracciare confini? Oppure che funzione può avere la poesia? Tu dici in un verso: “Il mistero non si può dire/ perché è niente, niente da vedere/ niente da nascondere, niente da toccare”. C’è qualcosa che nella poesia rimane non rivelato, mi pare.

Nella poesia ci deve essere qualcosa di non rivelato, di non dicibile o ambiguo. Nella rilettura di un testo, infatti, questo ci sembra ogni volta diverso perché percepiamo qualcosa che prima non avevamo colto, e ciò dipende da questa componente di ambiguità. È una domanda difficile, la tua: non sono sicura che la poesia abbia una missione ma, più che altro, credo abbia la funzione di raccontare qualcosa della nostra vita in modo non banale, limpido, nel quale ci possiamo riconoscere. La poesia, in questo, è folgorante. Io sono una lettrice poco paziente e la poesia mi afferra proprio per questo, per la sua essenzialità e sinteticità. Credo anche che la folgorazione della poesia stia nelle continue domande che essa pone e, come dicevo, nel lasciare qualcosa di non detto. Il dubbio, la domanda, nasce proprio dal fatto che la poesia non traccia delle linee nette.

*

Tre poesie da Cinema Persefone (Arcipelago Itaca)

 

Ade era bello da giovane
una specie di attore del cinema
era ricco, gli piaceva stare solo
amava i dirupi, le spiagge nere
le stagioni per l’impermeabile
un po’ femmina, territorio di passaggio
si mise a fare l’autostop
era importante deludere la madre
dormire tra i drogati di una città del nord
la politica gli amari la poesia
di questo e altro non ricorda nulla
la nebbia, sempre troppo sobrio

*

 

è essenziale che io sia qui,
dice Persefone alla madre,
soprattutto
quando arrivano gli spaesati
non ho più una terra
lo ripetiamo ogni stagione
non dire non devi
le monete le storie i fogli
non tocca a te farlo
queste sono le mie ossa
di chi sono questi capelli?
su quest’isola
in questa stanza
sotto questo albero
dietro questa barca
li porto
da questa parte
su questo fuoco
da questa parte del futuro
nessuno, nemmeno Ade
sa quando finisce

*

 

l’inizio è come la fine
non toccarmi
un pensiero
un allarme
suonato dai nervi alla pelle.
la pelle è giovane
la pelle è vecchia
si fa ingannare dai varchi
delle parole che ruotano
nell’aria mossa da Ade
dagli specchi
che si muovono

*

 


Marilena Renda è nata a Erice nel 1976 e vive a Bologna, dove insegna inglese. I suoi libri sono: Bassani, Giorgio. Un ebreo italiano (Gaffi 2010), Ruggine (dot.com press 2012), Arrenditi Dorothy (L’orma 2015), La sottrazione (Transeuropa 2015), Regali ai fantasmi (Mesogea 2017), Fate morgane (L’Arcolaio 2020) e Fuoco degli occhi (Aragno 2022). Con il poema Ruggine è stata finalista al Premio Delfini 2009 e al Premio Carducci 2013, mentre La sottrazione ha vinto il Premio Bologna in Lettere 2019. Fuoco degli occhi è stato finalista al Premio Fortini 2023 e al Premio Napoli 2023.


In copertina: Marilena Renda

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