Cari Lettori, mi sono risvegliato. Ora vi vedo. So che ci siete. So che state aspettando. Tutto ciò che ho scritto prima di queste parole non è che illusione. Ora il mio sguardo arriva fino in fondo al vostro cranio. Lo spettacolo è finito, per il momento il sipario si chiude. Lascio a voi il compito di continuare, è tempo che io esca, sono stanco, sono vecchio, mi cedono le ginocchia. Siederò sulla panchina di legno, ci sono le altalene, gli scivoli, i dondoli, controllerò che non vi facciate male. Le altre lettere aspetteranno, non è ancora tempo di Z, silenzioso. K è già pronto ma non vuole uscire di casa, è timido. Gli altri forse sono a una festa. A B e C scopano come conigli, si moltiplicheranno in fretta, fidatevi. Io berrò una birra, farò il bagno. Comincia a fare caldo, finalmente.
Distinti saluti
Di Francesco Marangi
Appunti sparsi di J per un nuovo Vangelo
Camminava, vestito come uno qualsiasi, fra i banchetti di Porta Palazzo. Si è fermato, ci ha guardati, ha sorriso e ha detto: Il primo giorno mi sono fustigato. Mi sono ferito la schiena, mi sono scheggiato le ossa, mi sono fatto sanguinare. Le mie lacrime hanno dato un significato alle acque, hanno separato fra loro le terre. Il secondo giorno ho sepolto il mio scheletro antico, i ghiacciai si scioglievano sopra il mio teschio, sulla punta delle dita conservo il ricordo di catene montuose. Torino mostrava i cieli limpidi dell’inverno. Torino è la città del futuro, venite tutti a Torino, scrittori checche risvegliati paranoici barboni, riuniamoci tutti a Torino, intellettuali poeti musicisti puttane, gente da ogni strada e da ogni dove, venite a Torino e apparecchiate la tavola, ci mangeremo gli uni con gli altri, i nostri corpi trafitti e scuoiati in puro splendore, i nostri corpi sono i corpi di Cristo. Venite a Torino, architetti, ingegneri, meccanici, muratori soprattutto, ricostruiremo questa città da zero, possiamo conquistare e rifondare un impero, solo se ci mettiamo d’accordo, non si tratta di soldi ma di scegliere un luogo, un qui e ora. Preferisco avere un unico Padre, monarca indiscusso, le democrazie hanno fallito, sono stanco delle democrazie. Venite tutti a Torino, facciamo la rivoluzione, facciamo che la rivoluzione cominci. Abbiamo in mano le palle del potere, ci diamo una succhiata, ci diamo una leccata, ci diamo una palpata da destra a sinistra, speriamo in un orgasmo: il bene, la pace nel mondo, il bambino nato da una vergine.
Lui ha detto: Eccomi, sono appena arrivato, nato da una vergine e solo, nato da una vergine e vergine ancora, a quasi trent’anni, giunto sulla terra per salvarvi, per portare la morte, l’Apocalisse, giunto sulla terra cavalcando fra le fiamme, che alte bruceranno le profezie del cielo. L’ultimo tramonto del Signore. Il Signore nostro Dio. L’ultimo tramonto del Padre. Il Padre nostro Dio. La stanza degli specchi, le spirali di Dna, l’abbraccio delle basi azotate. Il cavallo bianco, la scarpetta, la scalinata da scendere per lasciare il castello con K, mano nella mano, meglio tornare a casa, più tardi berremo insieme una birra, davanti a una buona serie Netflix, Adolescence l’ho già vista ma la riguardo volentieri, devo dire a K di comprarmi le cartine lunghe. L’Apocalisse sta arrivando, schiere di scrittori, a miliardi, che giocano con parole che non comprendono, Torino in fiamme, fra braci e pagine da compilare. Uomo e donna non sono che un miraggio, l’orrore raccolto in mazzi di fiori su un prato. Quel prato è l’infanzia. I fiori sono un silenzio nero, sconvolto dalle variazioni temporali. Torino di carne, luci sul lungofiume, giostre di carta, contanti o bancomat? Spesso credo di non essere amato. Eppure vi amo, siete un miracolo: umano su umano, danze e follia. Voglio baciarvi tutti, sulle labbra, uno per uno: venite a Torino. Abbiamo appena trovato una voce. Abbiamo appena trovato una voce gloriosa, il riflesso di un corpo, che non è più corpo ma luce, eterna luce e desiderio, voragine: distruggere e rifondare.
Lui ha detto: Eccomi sono rinato. Ho i capelli biondi, i capelli scuri, nei miei occhi la risacca dei mari assoluti. Il mio corpo distrae le falene, bacio le ali dei gabbiani, prego ogni notte prima di andare a dormire. Mi considero un giullare, saltello per strada con un vestitino a fiori, e i capelli, biondi o scuri non importa, li tengo sciolti, che mi ondeggiano sul fondoschiena. La fica in ogni caso mi piace. Vi amo e vi temo, dal primo all’ultimo. Vorrei prendere qualche scapaccione, sono un grandissimo stronzo. Perdonatemi, non so quello che faccio. Vorrei che l’Apocalisse durasse un giorno, per vedermi morire. Fa bene ricordare che siamo fatti di sangue. Fa bene ricordare che siamo fatti di sperma. Le donne incinte mi fanno paura. Ho giocato fra nuvole scure di pioggia, ho cercato il senso della vita fra lacrime di dei rimasti insepolti. E i loro cadaveri hanno l’aspetto di statue. E le loro urla sono intrappolate nel marmo. Chiamatemi col nome dei vulcani, dei tornado, degli uragani. La mia voce sfiora il delirio, sono un santo, il gemito dell’universo. Sono il vostro Gesù e il vostro Giuda: uniti nello stesso bacio, pronti entrambi a tradire, per quindici minuti di successo.
In copertina: artwork by Dave Wood

