Frammenti di un’estate futura – Se trovassi un sorriso per terra tu lo prenderesti?

Di Francesco Marangi

Nelle puntate precedenti…


#Frammento16

Non ho più voglia di parlare, mi taglierò la lingua, va bene papà? Mi taglierò la lingua e siederò fuori dalla porta, sulle scale che scendono in giardino. La nostra casa è davvero nostra o siamo in affitto? Cosa abbiamo di nostro oltre la tua moto, le tue librerie, il tuo computer, i tuoi piatti e le tue forchette, i tuoi asciugamani? Cosa abbiamo di nostro se non questa immensa boscaglia incolta, questa boscaglia che vedo mentre siedo sulle scale che scendono in giardino. Hai paura della notte, hai paura del buio? Cos’è per te il buio papà?, raccontami il buio papà, portami nel buio tenendomi per mano, e non lasciarla mai, non osare lasciarmi la mano, altrimenti mi metto ad urlare, piango come non ho mai pianto, fino a che qualcuno non verrà a prendermi. E dirò che è tua la colpa, dirò è stato mio padre a portarmi qui, al buio, nella notte più scura di ogni altra notte, una notte che assomiglia al destino, una notte che presto sentirò cantare. Anche la notte ha una voce? Che voce ha la notte papà? Che voce ha il vento? Fiuuuuu Fiuuuu, così fa il vento. Mettiti al riparo papà, adesso è il mio turno di imitare il vento, mi hai insegnato come fare, mi hai detto di stare attento, non farò errori, non ti devi preoccupare. Guardami mentre imito la voce del vento e intanto cerco la notte, scendo le scale. Mi trascino fino alla riva, non una riva di sabbia ma una riva di terra, fino al limitare della boscaglia. Ecco il latrato di un cane, il cane che abbaia alle cicale, le cicale che vorrebbero abbaiare al cane ma si limitano a circondarlo, a blandirlo, a ipnotizzarlo con un brusio sommesso. Io sono le cicale e tu sei il cane papà, tu sei il cane e morsichi, io sono le cicale e svolazzo da una parte all’altra, sono piuttosto brutto se visto da vicino, mi attacco alle cortecce dei pini, degli ulivi, alle cortecce dei pioppi, svolazzo sopra le eriche, sopra i fiordalisi, sopra le scogliere. Un gabbiano mi stacca un’ala, cado, un gabbiano mi strappa il corpo in due, mi mastica piano, ingurgita, forse sorride. Può sorridere un gabbiano papà? Perché mi sembra sempre che i gabbiani mi sorridano, che le cicale abbiano la mia voce, che le loro ali assomiglino alle mie braccia? Sono davvero fatto di carne papà? Oppure il mio è un corpo assemblato, un po’ roccia, un po’ cicala, un po’ notte un po’ giorno, mi lascio dondolare nel vento. Io non so più a cosa credere papà. Dammi un segno, dammi qualcosa a cui aggrapparmi, trascinami via da questo casino, il mio destino lo traccio da me non è vero? Se solo riuscissi ad afferrare la tua mano, forse avrei ancora qualche speranza. Mi sembra di essere nel bosco da troppo ormai, fa caldo. L’estate dura un milione di anni, ho contato le civiltà estinte, non più di dieci, mi sono fatto un’idea di quello che potrebbe succedere. Sono nel bosco, seduto su un tronco marcio. La barba mi è cresciuta così tanto, faresti fatica a riconoscermi papà. Fra i due forse potrei sembrare io il padre. Ma alla fine sono sicuro che mi prenderai per mano. Mi dirai seguimi. Mi dirai torniamo a casa è ora di cena. E io mi alzerò dal tronco, quel trono di legno da cui ho osservato l’inganno del tempo, e verrò con te, salirò le scale. Siederò a tavola e tu mi imboccherai
come quando ero bambino.


#Frammento17

Ho fatto cadere un sorriso
fra i nostri quattro piedi, i miei due piedi e i tuoi due piedi.
Ho fatto cadere un sorriso
fra le nostre venti dita, la somma totale delle nostre dita
nelle ciabatte Havaianas,
due paia di ciabatte Havaianas numero quarantadue,
anche se forse tu metti il quarantatré.
E quel sorriso, il mio, quel sorriso caduto, credo sia rimasto lì per terra,
vicino al sottopassaggio che porta alla piazza
dove ogni sabato fanno il mercato,
a meno che qualcuno non l’abbia raccolto.
È difficile raccogliere un sorriso? Se trovassi un sorriso per terra tu lo prenderesti?
Io non credo, avrei paura che fosse sporco.
Comunque ci siamo guardati di sfuggita,
avevi un ginocchio sbucciato
o il tuo ginocchio è un fiore
che ha bisogno del prato
della tua pelle
per essere colto?
Non te l’ho chiesto, ma tu come sempre hai capito e per togliermi il dubbio
mi hai detto strappalo,
e io l’ho strappato, perché ti ubbidisco,
perché ubbidirti mi procura piacere.
Lo tengo adesso all’orecchio, corolla e stelo fra i miei capelli, come ornamento,
così sembro più giovane e bella
di quello che sono.

 

 


In copertina: Bartolomeo Veneto, Santa Caterina (part.)


 

Una replica a “Frammenti di un’estate futura – Se trovassi un sorriso per terra tu lo prenderesti?”

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